Messaggio del 17-11-2003 alle ore 03:06:22
bisogna aspettarsi qualcosa dalla vita......??!?
sarà l'orario un po tardi e il fatto che n riesco a dormire..ma mi viene di far un po di riflessioni..eppure ho sempre creduto che l'importante è sapersi accontentare anche delle piccole cose non a caso è dalle piccole cose che scaturiscono le grandi cose...e a volte bisogna sentirsi felici anche se esce solo una bella giornata di sole.....non sempre accadono cose sensazionali, ma quelle piccole accadono tutti i giorni solo che a volte le si trascura o le diamo per scontate e non ce ne accorgiamo.........ogni mattina quando apri gli occhi penso alla fortuna che ho di poter sentire l'aria fresca, rivedere la luce,e prendere ogni giorno come un dono!!!!.....dicono che la felicità è nascosta in te, non la devi aspettare, come un dono che viene giu dal cielo...ma xche allora certe volte e cosi dura esser felici!!??????
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 10:01:08
vedi...infinito...quando i pensieri cominciano a moltiplicarsi troppo nella testa la cosa migliore da fare, soprattutto alle 3 e 5 del mattino è
jirsn a ddurmì!!!!!
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 12:05:17
Chi sogna di giorno vede molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte. ( E.A Poe ) e custu' tenev' propio a ragion'..grazie cucciolo x il consiglio
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 17:13:13
io sono dell'avviso che la felicità dura solo un attimo! e' la SERENITA che,invece,è importante !!SERENITA'=EQUILIBRIO INTERIORE. è proprio da qui che nasce il nostro stato emotivo. chi trova l'equilibrio,quindi la serenità, trova la felicità!! da sola ,questa,nn potrà mai perdurare,per questo mativo dura un attimo!!
sinceramente,invidio quelli che hanno raggiunto tale equilibrio,anche se dubito che ce ne siano molti!!!!
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 17:15:19
la felicità esiste, l'importante è non deprimersi.. cavolo divertitevi.... la felicità esiste... l'importante è non dimenticarselo.
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 17:45:04
In questo periodo sono anch'io alle prese con questa tipologia di riflessione,ma la mia non e' una ricerca spasmodica della felicita',tropppi cavalieri hanno cercato invano questo tipo di Graal, bensi'il cercare di chiarificare una certa posizione da avere nei confronti della vita e delle cose.La risposta credo esista ma e' davvero ardua la sua ricerca,se non impossibile.Ieri ho visto in montagna un gruppo di ragazzi che apparivano davvero sereni delle loro scelte,cio' mi ha indotto a cominciare una profonda riflessione interiore su quelle che devono essere le priorita' in una vita.Sono cmq riflessioni private,non credo che la rete sia adatta a questa tipologia di confronto.
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 18:07:27
l'equilibrio dura poco in tutte le cose;
è giusto che sia così perché i bassi ti permettono di pregustare gli alti:
è normale sentirsi ogni tanto giù: è una fase altalenante indispensabile per la sopravvivenza psichica. dunque tranqui
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 18:26:24
Verissimo,se ad una conclusione,banale, facile alla portata di tutti sono giunto,e' che e' giusto che esistano i bassi affinche' si possa godere a pieno degli alti,il problema credo nasca quando dominano i toni di grigio,ne' bianco ne' nero,tutto anonimo,assenza di infelicita' ma mancanza di felicita'.Putroppo credo che la vita di moltissime persone sia dominata da questa sensazione di limbo,ancora piu' fastidiosa della infelicita'nella usa pienezza che molto spesso e' cmq attribuibile ad eventi ben identificati e quindi superabile,nei limiti.
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 19:11:34
Però i bassi e gli alti in realtà sono la stessa cosa...una moneta la puoi considerare una moneta oppure le due facce...se consideri le 2 facce separatamente nn percepisci la realtà della moneta intera, che nn ci sarebbe senza una delle due facce
ora, consideriamo la "felicità"
innanzitutto è un concetto e quindi nn è reale..lo dimostra il fatto ke per alcuni la felicità è contemplare un tramonto per altri essere accettati al wapalù ... felicità è quindi un bikkiere vuoto ke ognuno riempie in modo diverso
ma ammettiamo ke sia reale...allora nn può essere ke la accettiamo senza il suo rovescio ke è l'infelicità...perkè è quest'ultima ke fa esistere anke la prima ( nn semplicemente ce la fa apprezzare) esattamente come testa fa esistere croce in una moneta..
continuando nella metafora, dekkard, allora l'assenza di felicità e di infelicità produce la VITA, così come l'assenza di testa e croce produce la moneta...
Messaggio del 17-11-2003 alle ore 22:32:52
...che "uomo"...cmq...ci ho riflettuto..e penso che si possa raggiungere cercando di evitare di farsi troppi trip mentali..cercando di stare in pace con se stessi..e soprattutto cercando di nn vivere nel passato...
Messaggio del 18-11-2003 alle ore 00:42:42
SI, LA FELICITA' ESISTE, E COME SE ESISTE, MA CERCHERANNO SEMPRE DI ROVINARTI LA FESTA, DI METTERTI IL BASTONE TRA' LE RUOTE. CHI? LE MERDE!!!
Messaggio del 18-11-2003 alle ore 00:48:57
Jun, nn mi sono sbagliato...bisogna togliere e nn aggiungere...
qs perkè dare alle facce di una moneta il nome di testa è croce è convenzionale (ricordo ke una volta un forumniano si faceva proprio qs domanda) e quindi è una suddivisione artificiale di una realtà ke per essere capita deve essere percepita come un tutto e nn come parti separate.
se desiderassimo una vita detta convenzionalmente "felice" cosa intenderemmo? probabilmente una vita continuamente vissuta provando sensazioni piacevoli per noi...ma concepire la vita così equivale a concepire una inesistente moneta con una sola faccia..paradossalmente, quindi, equivale a una non vita...
ps: grazie x la fiducia, ma nn sono in grado di insegnare nulla
Messaggio del 18-11-2003 alle ore 00:49:14
MAGARI LI VINCESSI IO, MA CMQ, CARO IL MIO FARLAP, SICURAMENTE NON é TUTTO!!! A ME BASTEREBBE SOLO... BEH, LASCIAMO PERDERE!!!
Messaggio del 24-06-2004 alle ore 13:50:12
presa dal web...
Un giorno lontano nel tempo e così prossimo da essere ancora atteso, il dolce fanciullo si rivolse al vecchio saggio chiedendo con la sua tremula vocina : "Ma dimmi, buon saggio, io tanto ho cercato risposte ad una domanda che ogni giorno mi sovviene alla mente ed a cui non trovo risposta, sai dirmi tu qual' è la risposta? Io cerco la felicità e tanti mi dicono cosa devo fare, come devo comportarmi, dove devo andare, cosa non devo fare, ma io non capisco cosa c'entrino tutte queste cose con la felicità. Sai dirmi tu, buon uomo, cosa devo fare per essere felice?".
Il vecchio saggio, che aveva ascoltato le parole del fanciullo, alzò il capo al cielo, e dopo aver profondamente sospirato, così iniziò.
"Vedi caro mio fanciullo, troppo spesso i grandi confondono la felicità con ciò che non ne è neppure una parvenza e scambiano l'essere soddisfatti di qualcosa con la felicità, ma la vera felicità inizia da una assenza e da un grande desiderio. Ti racconterò allora cosa è la felicità, così che tu la sappia cercare e riconoscere nel tuo cammino :
- La felicità è il bisogno di un grande cuore, che sappia colmare con il suo amore la distanza tra il nostro desiderio di felicità e la sua realizzazione.
- La felicità è uno sguardo che sappia incontrare i nostri occhi, per poterci rispecchiare nella felicità dell'altro.
- La felicità è avere qualcuno da amare, che prima di noi abbia amato i nostri desideri.
- La felicità è uno sguardo che sappia penetrare dove nascono i nostri pensieri, così che quello sguardo, come una dolce mano, li possa cogliere e condurre dove troveranno la loro risposta.
- La felicità è essere lontani, senza essere distanti.
- La felicità è un passo di cui riconosciamo il suono, ed è il trepidar del cuore che l'attende.
- La felicità è una carezza che sfiora il volto dell'amato senza toccarlo.
- La felicità è il silenzio colmo dell'attesa della voce amata.
- La felicità è il rispetto che ci fa guardare all'amato come al nostro più prezioso brillante.
- La felicità è la cura con cui sosteniamo le sue fatiche più ancora delle nostre.
- La felicità è avere un segreto, nascosto nel cuore dell'amato.
- La felicità è nascosta nella sua evidenza, perchè sa che il suo splendore sta nel pudore con cui si manifesta.
- La felicità è un "Tu", nascosto in un "Noi" che lo contiene.
- La felicità sono io e sei tu.
Messaggio del 24-06-2004 alle ore 14:57:26
LA FELICITà è aver scoperto perchè siamo nati e dove andiamo!in altre parole poggiare la propria testa nel cuore di DIO!
Messaggio del 24-06-2004 alle ore 18:01:05
La vera felicità è una condizione di "pace della mente". Se la cerchiamo attraverso le cose materiali, è come afferrare un bellissimo arcobaleno. Non dobbiamo dimenticare che felicità e infelicità sono nella mente e non hanno reale esistenza. E’ la mente che le crea.
C’è un proverbio giapponese che dice: "L’infelicità e la sofferenza sono sementi di felicità ed essa è seme dell’infelicità". Non siamo in grado di avere benessere quando lo desideriamo. Saremo in grado di trovarlo quando cambieremo il modo di pensare e capiremo che anche all’interno della sofferenza esiste felicità.
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 12:43:38
Beh..prima di tutto ciao a todos, è un secolo che non ci si risente
Io da un po' ho cambiato religione, sono diventata buddista,( di un buddismo che non è quello dei bonzi tibetani...ma in realtà di buddismi ce ne sono tanti e molto diversi molti aspetti). Se vi può serivre a scopo consocitivo vi faccio un rapido escursus sul concetto di felicità per i buddisti. Quello che tutti conoscerete come Siddarta (non metto le h perchè mi scocciano solamente e no ricordo mai dove vanno ) era un principe che si iniziò a interrogare sul perchè della sofferenza della vita. E individuò le maggiori sofferenze che una persona può trovarsi a fronteggiare: una di queste era l'avere desideri e non poterli realizzare. Da qui si sono mosse molte correnti che identificavano la felicità con uno stato (il nirvana) in cui non ci fosse desiderio, e quindi, non ci fosse nemmeno sofferenza. Felicità dunque come non-sofferenza, come distacco. E vabbè. Sinceramente come idea non mi ha mai attirata molto. Successivamente cmq si sono formate tanti filoni differenti del buddismo, e quello a cui mi sono avvicinata io fa capo a un giapponese vissuto nel 1200 circa.Ristudiandosi la filosofia tramandata sin dai tempi di Siddarta,ha rivisto il tutto in chiave "lievemente diversa". Premetto che il mio buddismo è una religione laica, non riconosce un dio (come si potrebbe pensare...veneriamo un budda!! no no..) ma solo il concetto di buddità, che poi è uno stato che corrisponde alla vera felicità. Sto monaco insomma, ha ricavato delle conclusioni: ogni persona può sperimentare tante differenti condizioni vitali a seconda della situazione esterna in cui si trova a vivere (e che funge come causa che "tira" da lui effetti diversi) e le sofferenze sono tali perchè vanno a toccare dei punti in noi che reagiscono con una certa quantità di dolore. Magari ad un'altra persona la cosa che fa soffrire a noi non tocca per nulla. Questo dolore però è tale perchè noi lo viviamo attraverso la NOSTRA prospettiva, che è determinata dallo stato vitale del momento. O che cmq è dettata dal nostro carattere, che è abituato a reagire a determinate situazioni sempre allo stesso modo ( e allora,guarda caso, tante volte anche cambiando ambito,persone, ci ritroviamo sempre nella stessa sofferenza che ritorna ciclica...eh? )ma noi non c ene accorgiamo. Ora qui entra in gioco la meditazione. Che tramite il suono (e vabbè..qua di sicuro non vi sto a convincere,non ci provo manco perchè a me faceva ride..si prova e basta ) scioglie le sovrastrutture mentali solite che utilizziamo (dovute appunto, al nostro normale carattere, all'educazione che abbiamo ricevuto, ai genitori..tutta roba che riassiumiamo in un "termine tecnico" ormai ipersfruttato: il karma) e che ci permette di VEDERE la realtà per quella che è. Come cioè un insieme di funzioni che stimolano la nostra vita in maniera costante,e che noi abbiamo cmq e sempre la POTENZIALITA' di sfruttare per una crescita personale, solo che non sempre la vediamo, questa potenzialità. Anzi, quasi mai. (E aridaje che ci viene da dì: che sfiga, mi è successo que que e que!!!) La sofferenza, vista allora come manifestazione esterna di un limite che abbiamo dentro di noi..(e che quindi possiamo cambiare!!perchè è nostro!) diventa invece utilizzabile. E la consapevolezza di non essere succubi ma attori, di poter cmq sempre reagire non chè DIREZIONARE la nostra vita,di non soffrire perchè qualcuno o qualcosa ha colpa della nostra sofferenza,e questo genera una sensazione di felicità che va oltre le circostanze. QUesta è la buddità,la giusta visione, il comprendere (ma non con la capoccia) come funziona la vita e il potere infinito della mente dell'uomo che però non sappiamo usare bene per i limiti dovuti al nostro karma (ognuno ha un karma diverso...certi riescono naturalmente a vivere meglio il funzionamente della vita..sono gia piu a ritmo pare..). E' chiaro che sembra tutto un bel papocchio, e già ho scritto troppo senza forse dire nulla. Ma a me pare una cosa grandiosa, che uso in tutti gli ambiti della mia vita...non vi immaginate quanti "blocchi" ho sciolto Poi, è ovvio, le religioni, le filosofie, sono tutti mezzi, più o meno efficaci. Alla fine dovrebbero puntare tutti allo stesso obiettivo, ma spesso si perdono per strada. QUesta per ora è la via piu diretta e concreta che ho incontrato
Scusate per l'ammorboooo ma magari a qualcuno è interessato Anzi, se volete delucidazioni basta chiedere..
Basci basci
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 12:44:23
Beh..prima di tutto ciao a todos, è un secolo che non ci si risente
Io da un po' ho cambiato religione, sono diventata buddista,( di un buddismo che non è quello dei bonzi tibetani...ma in realtà di buddismi ce ne sono tanti e molto diversi molti aspetti). Se vi può serivre a scopo consocitivo vi faccio un rapido escursus sul concetto di felicità per i buddisti. Quello che tutti conoscerete come Siddarta (non metto le h perchè mi scocciano solamente e no ricordo mai dove vanno ) era un principe che si iniziò a interrogare sul perchè della sofferenza della vita. E individuò le maggiori sofferenze che una persona può trovarsi a fronteggiare: una di queste era l'avere desideri e non poterli realizzare. Da qui si sono mosse molte correnti che identificavano la felicità con uno stato (il nirvana) in cui non ci fosse desiderio, e quindi, non ci fosse nemmeno sofferenza. Felicità dunque come non-sofferenza, come distacco. E vabbè. Sinceramente come idea non mi ha mai attirata molto. Successivamente cmq si sono formate tanti filoni differenti del buddismo, e quello a cui mi sono avvicinata io fa capo a un giapponese vissuto nel 1200 circa.Ristudiandosi la filosofia tramandata sin dai tempi di Siddarta,ha rivisto il tutto in chiave "lievemente diversa". Premetto che il mio buddismo è una religione laica, non riconosce un dio (come si potrebbe pensare...veneriamo un budda!! no no..) ma solo il concetto di buddità, che poi è uno stato che corrisponde alla vera felicità. Sto monaco insomma, ha ricavato delle conclusioni: ogni persona può sperimentare tante differenti condizioni vitali a seconda della situazione esterna in cui si trova a vivere (e che funge come causa che "tira" da lui effetti diversi) e le sofferenze sono tali perchè vanno a toccare dei punti in noi che reagiscono con una certa quantità di dolore. Magari ad un'altra persona la cosa che fa soffrire a noi non tocca per nulla. Questo dolore però è tale perchè noi lo viviamo attraverso la NOSTRA prospettiva, che è determinata dallo stato vitale del momento. O che cmq è dettata dal nostro carattere, che è abituato a reagire a determinate situazioni sempre allo stesso modo ( e allora,guarda caso, tante volte anche cambiando ambito,persone, ci ritroviamo sempre nella stessa sofferenza che ritorna ciclica...eh? )ma noi non c ene accorgiamo. Ora qui entra in gioco la meditazione. Che tramite il suono (e vabbè..qua di sicuro non vi sto a convincere,non ci provo manco perchè a me faceva ride..si prova e basta ) scioglie le sovrastrutture mentali solite che utilizziamo (dovute appunto, al nostro normale carattere, all'educazione che abbiamo ricevuto, ai genitori..tutta roba che riassiumiamo in un "termine tecnico" ormai ipersfruttato: il karma) e che ci permette di VEDERE la realtà per quella che è. Come cioè un insieme di funzioni che stimolano la nostra vita in maniera costante,e che noi abbiamo cmq e sempre la POTENZIALITA' di sfruttare per una crescita personale, solo che non sempre la vediamo, questa potenzialità. Anzi, quasi mai. (E aridaje che ci viene da dì: che sfiga, mi è successo que que e que!!!) La sofferenza, vista allora come manifestazione esterna di un limite che abbiamo dentro di noi..(e che quindi possiamo cambiare!!perchè è nostro!) diventa invece utilizzabile. E la consapevolezza di non essere succubi ma attori, di poter cmq sempre reagire non chè DIREZIONARE la nostra vita,di non soffrire perchè qualcuno o qualcosa ha colpa della nostra sofferenza,e questo genera una sensazione di felicità che va oltre le circostanze. QUesta è la buddità,la giusta visione, il comprendere (ma non con la capoccia) come funziona la vita e il potere infinito della mente dell'uomo che però non sappiamo usare bene per i limiti dovuti al nostro karma (ognuno ha un karma diverso...certi riescono naturalmente a vivere meglio il funzionamente della vita..sono gia piu a ritmo pare..). E' chiaro che sembra tutto un bel papocchio, e già ho scritto troppo senza forse dire nulla. Ma a me pare una cosa grandiosa, che uso in tutti gli ambiti della mia vita...non vi immaginate quanti "blocchi" ho sciolto Poi, è ovvio, le religioni, le filosofie, sono tutti mezzi, più o meno efficaci. Alla fine dovrebbero puntare tutti allo stesso obiettivo, ma spesso si perdono per strada. QUesta per ora è la via piu diretta e concreta che ho incontrato
Scusate per l'ammorboooo ma magari a qualcuno è interessato Anzi, se volete delucidazioni basta chiedere..
Basci basci
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 12:45:23
Beh..prima di tutto ciao a todos, è un secolo che non ci si risente
Io da un po' ho cambiato religione, sono diventata buddista,( di un buddismo che non è quello dei bonzi tibetani...ma in realtà di buddismi ce ne sono tanti e molto diversi molti aspetti). Se vi può serivre a scopo consocitivo vi faccio un rapido escursus sul concetto di felicità per i buddisti. Quello che tutti conoscerete come Siddarta (non metto le h perchè mi scocciano solamente e no ricordo mai dove vanno ) era un principe che si iniziò a interrogare sul perchè della sofferenza della vita. E individuò le maggiori sofferenze che una persona può trovarsi a fronteggiare: una di queste era l'avere desideri e non poterli realizzare. Da qui si sono mosse molte correnti che identificavano la felicità con uno stato (il nirvana) in cui non ci fosse desiderio, e quindi, non ci fosse nemmeno sofferenza. Felicità dunque come non-sofferenza, come distacco. E vabbè. Sinceramente come idea non mi ha mai attirata molto. Successivamente cmq si sono formate tanti filoni differenti del buddismo, e quello a cui mi sono avvicinata io fa capo a un giapponese vissuto nel 1200 circa.Ristudiandosi la filosofia tramandata sin dai tempi di Siddarta,ha rivisto il tutto in chiave "lievemente diversa". Premetto che il mio buddismo è una religione laica, non riconosce un dio (come si potrebbe pensare...veneriamo un budda!! no no..) ma solo il concetto di buddità, che poi è uno stato che corrisponde alla vera felicità. Sto monaco insomma, ha ricavato delle conclusioni: ogni persona può sperimentare tante differenti condizioni vitali a seconda della situazione esterna in cui si trova a vivere (e che funge come causa che "tira" da lui effetti diversi) e le sofferenze sono tali perchè vanno a toccare dei punti in noi che reagiscono con una certa quantità di dolore. Magari ad un'altra persona la cosa che fa soffrire a noi non tocca per nulla. Questo dolore però è tale perchè noi lo viviamo attraverso la NOSTRA prospettiva, che è determinata dallo stato vitale del momento. O che cmq è dettata dal nostro carattere, che è abituato a reagire a determinate situazioni sempre allo stesso modo ( e allora,guarda caso, tante volte anche cambiando ambito,persone, ci ritroviamo sempre nella stessa sofferenza che ritorna ciclica...eh? )ma noi non c ene accorgiamo. Ora qui entra in gioco la meditazione. Che tramite il suono (e vabbè..qua di sicuro non vi sto a convincere,non ci provo manco perchè a me faceva ride..si prova e basta ) scioglie le sovrastrutture mentali solite che utilizziamo (dovute appunto, al nostro normale carattere, all'educazione che abbiamo ricevuto, ai genitori..tutta roba che riassiumiamo in un "termine tecnico" ormai ipersfruttato: il karma) e che ci permette di VEDERE la realtà per quella che è. Come cioè un insieme di funzioni che stimolano la nostra vita in maniera costante,e che noi abbiamo cmq e sempre la POTENZIALITA' di sfruttare per una crescita personale, solo che non sempre la vediamo, questa potenzialità. Anzi, quasi mai. (E aridaje che ci viene da dì: che sfiga, mi è successo que que e que!!!) La sofferenza, vista allora come manifestazione esterna di un limite che abbiamo dentro di noi..(e che quindi possiamo cambiare!!perchè è nostro!) diventa invece utilizzabile. E la consapevolezza di non essere succubi ma attori, di poter cmq sempre reagire non chè DIREZIONARE la nostra vita,di non soffrire perchè qualcuno o qualcosa ha colpa della nostra sofferenza,e questo genera una sensazione di felicità che va oltre le circostanze. QUesta è la buddità,la giusta visione, il comprendere (ma non con la capoccia) come funziona la vita e il potere infinito della mente dell'uomo che però non sappiamo usare bene per i limiti dovuti al nostro karma (ognuno ha un karma diverso...certi riescono naturalmente a vivere meglio il funzionamente della vita..sono gia piu a ritmo pare..). E' chiaro che sembra tutto un bel papocchio, e già ho scritto troppo senza forse dire nulla. Ma a me pare una cosa grandiosa, che uso in tutti gli ambiti della mia vita...non vi immaginate quanti "blocchi" ho sciolto Poi, è ovvio, le religioni, le filosofie, sono tutti mezzi, più o meno efficaci. Alla fine dovrebbero puntare tutti allo stesso obiettivo, ma spesso si perdono per strada. QUesta per ora è la via piu diretta e concreta che ho incontrato
Scusate per l'ammorboooo ma magari a qualcuno è interessato Anzi, se volete delucidazioni basta chiedere..
Basci basci
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 12:57:55
La felicità è molto relativa, non esiste felicità assoluta! La felicità stà anche nell'avere problemi a cui dover pensare, dipende da come ti poni di fronte ad essi insieme a tutti gli eventi...
Dipende dall'intelligenza emotiva delle persone: capacità di conoscere i proprii punti di forza e di debolezza e forte padronanza di sè, ovvero saper controllare i propri sentimenti e le proprie emozioni e saperle gestire in ogni situazione.
Infine prendere gli errori e gli eventi che noi definiamo "negativi" come occasioni di crescita...possibilità di un continuo miglioramento...
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 13:09:46
il Nirvana non è uno stato di felicità derivante dall'inazione o dalla rinuncia alle passioni. Tecnicamente il Nirvana è uno stato al quale il bodhisattwa (adepto) arriva dopo aver compreso la irrealtà della vita (MAYA). Si tratta di uno stato attivo e non passivo, dunque. Non si perviene al Nirvana rinunciando ma comprendendo la realtà oggettiva e superandone le soltanto apparenti contraddizioni. E' uno stato attivo in quanto, sempre da un punto di vista teorico, il bodhisattwa una volta giunto a questo stadio della sua evoluzione interiore (badate bene si tratta sempre di una condizione INTERIORE, mai di un luogo tipo paradiso o qlc del genere), può decidere se restarvi oppure abbandonarlo per "reincarnarsi" e fungere così da guida per tutti gli altri uomini che non hanno ancora compreso: questa è la Buddhità nel senso più stretto del termine.
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 13:27:52
beh, nn so quanto sia importante, ma tecnicamente il bodhisattva- bosatsu in giapponese, è l'illuminato ke rinuncia al nirvana x salvare tutti gli esseri senzienti...è la figura principe del mahayana, e dello zen in particolare...quello ke raggiunge il nirvana e se lo tiene, è l'ahrat, della tradizione hinayana
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 13:55:20
Vabbè ragazzi...non sono voluta scendere nei significati stretti dei termini perchè mi suonano tuttora come lontani e teoricizzanti. per questo mi piace il tipo di buddismo che pratico...perchè è pratico appunto! applicabile alla vita di tutti i giorni. E il nirvana poi non scordiamoci che era raggiungibile dopo pratiche rigorose e ascetiche..solo dalgi uomini oltretutto (le donne dovevano aspettare la reincarnazione successiva....:rolleyes)secondo gran parte delle correnti buddiste. Questo buddismo invece spiega che la buddità ce l'abbiamo ora e in questa vita, tutti, e non servono pratiche ascetiche per arrivare a questo stadio di onnicomprensione. Il nirvana non è, è vero,rinuncia ma comprensione del desiderio come funzione. Solo che mentre per questo il desiderio nelle altre correnti, riconosciuto, veniva accantonato...il desiderio diventa illuminazione, motore propulsore nel il nostro. IL bodhisattva..è colui che arrivato a vedere la realtà così com'è decide di dedicare la propria vita agli altri, affinchè anche loro possano raggiungere una visione "illuminata". Ma la buddità non è il vertice di una piramide che dopo essere raggiunta abbiamo finito...questo è importante.
Messaggio del 25-06-2004 alle ore 14:11:26
vorrei dire due parole anche sui concetti di positivo o negativo. A livello assoluto questi due estremi sono necessari l'uno all'altro, essi sono inseparabili e fondamentali per garantire l'eterno svolgersi della vita.
per capirci si può fare l'esempio del pendolo: la massa oscilla in continuazione da un estremo all'altro ma in sostanza la massa rimane tale e pertanto gli estremi non hanno valore ontologico. Si potrebbe a questo punto distinguere da una posizione attiva (movimento) ed una passiva (stasi). Ma nonostante tutto, il pendolo rimarrebbe tale anche in questo caso. In questo senso si potrebbe parlare di vita come movimento (alternanza tra estremi) e di morte come immobilità. Ma quest'ultima racchiude in se un "potenziale" che può trasformarsi in movimento e quindi ancora una volta vita, cosiccome allo stesso tempo il movimento racchiude una potenziale di immobilità.
Questo "gioco" di oscillazioni è ciò che in oriente chiamano KARMA e dipende da innumerevoli fattori sia personali che universali. Il vero scopo di colui che cerca la felicità è comprendere che si tratta solo di illusione in quanto il pendolo, in ogni caso, rimane sempre tale e segue sempre la stessa legge che in questo caso è quella di gravità. In Cina ciò ha dato origine al cosiddetto TAO: tutto è mutamento tra due "estremi" (bianco e nero, ma privi di qualsiasi valore morale) ed in ciscuno di questi due estremi è presente una condizione di potenzialità che ne assicura il movimento e la sua conseguente trasformazione nell'estremo opposto (rispettivamente il pallino bianco in campo nero e quello nero in campo bianco).
Ecco perchè in quest'ottica è assolutamente folle scegliere l'uno o l'altro dei due estremi. Poichè sono essenzialmente la stessa cosa, soltanto la comprensione potrà portare al di fuori di questa infinita catena di eventi positivi/negativi (karma) e quindi condurre sulla strada per il Nirvana.