Cultura & Attualità
Virginie Despentes
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 00:04:39
Dele' vorrei intervenire seriamente ma non ci riesco:
mi te fatt
perdonami l'insolenza
Dele' vorrei intervenire seriamente ma non ci riesco:
mi te fatt
perdonami l'insolenza
Messaggio del 30-05-2007 alle ore 17:35:25
neanche a farlo apposta, ieri sera mi sono divorato il suo teen spirit e oggi, voilà, sul corriere.
neanche a farlo apposta, ieri sera mi sono divorato il suo teen spirit e oggi, voilà, sul corriere.
Messaggio del 30-05-2007 alle ore 16:33:06
...hmmm, moensieur Deleuze, questo mi pare un altro di quei post dedicati alle donne che le donne puntualmente disertano... che tristezza... vederle abbandonate a se stesse, alla deriva... "la prostituzione, per l’autrice, [...] diventa una tappa cruciale..."
poverette...
...hmmm, moensieur Deleuze, questo mi pare un altro di quei post dedicati alle donne che le donne puntualmente disertano... che tristezza... vederle abbandonate a se stesse, alla deriva... "la prostituzione, per l’autrice, [...] diventa una tappa cruciale..."
poverette...
Messaggio del 30-05-2007 alle ore 14:04:42
Dopo l'esordio choc di «Scopami», la scrittrice pubblica un pamphlet Dalla parte delle racchie, contro gli uomini La Despentes: «Colette, Duras e de Beauvoir: tutte belle e sottomesse» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Dalla parte delle racchie, delle vecchie, delle frigide, delle isteriche, delle perdenti, delle svitate. Dalla parte di tutte quelle che sono escluse dal mercato, troppo lontane dall'ideale della bella donna di oggi che dovrebbe essere «seducente ma non puttana, bene accasata ma non cancellata, che lavora ma senza riuscire troppo per non schiacciare il suo uomo, magra ma non maniaca della dieta, che rimane giovane ma senza farsi sfigurare dai chirurghi estetici, madre realizzata ma non totalmente assorbita da pannolini e compiti per la scuola, buona padrona di casa ma non casalinga tradizionale, colta ma meno di un uomo». Torna Virginie Despentes, nata a Nancy nel 1969, autrice, nel 1993, di Scopami, esordio choc che scandalizzò la Francia per la durezza dei temi e la violenza del linguaggio. Un po' saggio, un po' pamphlet, un po' autobiografia, questo King Kong Girl (traduzione di Camilla Testi, Einaudi Stile Libero, pagine 122, e 11,50) è stato accolto in Francia (per esempio da Josyane Savigneau su «Le Monde»), come un nuovo manifesto postfemminista in un'epoca di normalizzazione e conformismo. Il libro della Despentes (che fino a vent'anni non voleva neppure sentir parlare di femminismo perché non era abbastanza punk-rock) non ha nulla del trattato, della teoria, del saggio, ed è all'insegna della provocazione. Considera Colette, Marguerite Duras, Simone de Beauvoir, Marguerite Yourcenar, Françoise Sagan «scrittrici che si preoccupano di avere le carte in regola, di rassicurare gli uomini, di ripetere quanto li amano, li rispettano e che soprattutto non vogliono — qualunque cosa scrivano — creare troppo casino» e sembra incontrarsi a metà strada con un altro pamphlet da poco uscito in Francia, L'uomo maschio di Eric Zémmour, critico della femminilizzazione dell'uomo.
Partendo da punti di vista opposti Zémmour e la Despentes notano, nella società contemporanea, la stessa contraddizione: le donne si sminuiscono da sole, dissimulano ciò che hanno appena conquistato, inviano agli uomini un messaggio rassicurante che dice: «Non abbiate paura di noi». «Ciò che abbiamo assimilato — scrive la King Kong Girl — non è tanto l'idea della nostra inferiorità. È l'idea che la nostra indipendenza sia nefasta a essersi radicata in noi fino al midollo». Tanto che la maternità è diventata l'esperienza femminile più valorizzata. «Fate figli», dice la «propaganda», e fateli in una società che va a rotoli, in cui il lavoro non è garantito a nessuno, l'alloggio è precario, la scuola è latitante. Il femminismo degli anni Settanta, oltretutto, in questo ha fallito: non ha creato nessuna riorganizzazione sociale, la cura dei figli, lo spazio domestico sono ancora prerogativa femminile. «Non abbiamo creato asili nido, non abbiamo creato i servizi industrializzati di pulizia a domicilio che ci avrebbero emancipate». Se quando parla di emancipazione e maternità Virginie Despentes rimane in un ambito teorico, quando parla di stupro, di prostituzione, di discriminazione lo fa sulla base non di concetti astratti, ma di un vissuto reale, raccontato con un distacco che riesce a non perdere la tenerezza. «È nella nostra cultura a partire dalla Bibbia e dalla storia di Giuseppe in Egitto — scrive —. La parola della donna che accusa l'uomo di stupro è innanzitutto una parola che si mette in dubbio». Soprattutto se la donna ha 17 anni, fa l'autostop e nella borsa ha un coltello a scatto che non tira fuori. «Se davvero avessimo voluto non farci violentare (Virginie è con un'amica e vengono aggredite da tre ragazzi che danno loro un passaggio ndr), avremmo preferito morire, o saremmo riuscite a farli fuori»: non è solo ciò che pensano gli altri, è ciò che loro stesse pensano, ciò che la società ha messo in testa loro. Non solo, Virginie non reagisce come la prassi imporrebbe e cioè con la paura degli uomini, della notte, dell'autonomia, con il disgusto per il sesso. Anzi, anni dopo sposa la teoria di Camille Paglia, la più controversa delle femministe americane, che vede lo stupro come «un rischio inevitabile, che le donne devono accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente». «Ci eravamo prese il rischio — conclude la Despentes — avevamo pagato il prezzo e piuttosto che vergognarci di essere vive potevamo decidere di rialzarci». In quest'ottica anche la prostituzione, per l'autrice (che non si fa tuttavia arruolare sotto la bandiera della legalizzazione), diventa una tappa cruciale, di ricostruzione dopo lo stupro: «Un'operazione di risarcimento, banconota dopo banconota, di ciò che mi era stato preso con la brutalità» che le rende gli uomini «più fragili, vulnerabili, meno impressionanti, più commoventi». Uomini che aspettano solo, loro sì, di venire liberati.
Cristina Taglietti
30 maggio 2007
dal corriere della sera edizione web di oggi...mi è sembrato carino e l'ho postato...
Dopo l'esordio choc di «Scopami», la scrittrice pubblica un pamphlet Dalla parte delle racchie, contro gli uomini La Despentes: «Colette, Duras e de Beauvoir: tutte belle e sottomesse» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Dalla parte delle racchie, delle vecchie, delle frigide, delle isteriche, delle perdenti, delle svitate. Dalla parte di tutte quelle che sono escluse dal mercato, troppo lontane dall'ideale della bella donna di oggi che dovrebbe essere «seducente ma non puttana, bene accasata ma non cancellata, che lavora ma senza riuscire troppo per non schiacciare il suo uomo, magra ma non maniaca della dieta, che rimane giovane ma senza farsi sfigurare dai chirurghi estetici, madre realizzata ma non totalmente assorbita da pannolini e compiti per la scuola, buona padrona di casa ma non casalinga tradizionale, colta ma meno di un uomo». Torna Virginie Despentes, nata a Nancy nel 1969, autrice, nel 1993, di Scopami, esordio choc che scandalizzò la Francia per la durezza dei temi e la violenza del linguaggio. Un po' saggio, un po' pamphlet, un po' autobiografia, questo King Kong Girl (traduzione di Camilla Testi, Einaudi Stile Libero, pagine 122, e 11,50) è stato accolto in Francia (per esempio da Josyane Savigneau su «Le Monde»), come un nuovo manifesto postfemminista in un'epoca di normalizzazione e conformismo. Il libro della Despentes (che fino a vent'anni non voleva neppure sentir parlare di femminismo perché non era abbastanza punk-rock) non ha nulla del trattato, della teoria, del saggio, ed è all'insegna della provocazione. Considera Colette, Marguerite Duras, Simone de Beauvoir, Marguerite Yourcenar, Françoise Sagan «scrittrici che si preoccupano di avere le carte in regola, di rassicurare gli uomini, di ripetere quanto li amano, li rispettano e che soprattutto non vogliono — qualunque cosa scrivano — creare troppo casino» e sembra incontrarsi a metà strada con un altro pamphlet da poco uscito in Francia, L'uomo maschio di Eric Zémmour, critico della femminilizzazione dell'uomo.
Partendo da punti di vista opposti Zémmour e la Despentes notano, nella società contemporanea, la stessa contraddizione: le donne si sminuiscono da sole, dissimulano ciò che hanno appena conquistato, inviano agli uomini un messaggio rassicurante che dice: «Non abbiate paura di noi». «Ciò che abbiamo assimilato — scrive la King Kong Girl — non è tanto l'idea della nostra inferiorità. È l'idea che la nostra indipendenza sia nefasta a essersi radicata in noi fino al midollo». Tanto che la maternità è diventata l'esperienza femminile più valorizzata. «Fate figli», dice la «propaganda», e fateli in una società che va a rotoli, in cui il lavoro non è garantito a nessuno, l'alloggio è precario, la scuola è latitante. Il femminismo degli anni Settanta, oltretutto, in questo ha fallito: non ha creato nessuna riorganizzazione sociale, la cura dei figli, lo spazio domestico sono ancora prerogativa femminile. «Non abbiamo creato asili nido, non abbiamo creato i servizi industrializzati di pulizia a domicilio che ci avrebbero emancipate». Se quando parla di emancipazione e maternità Virginie Despentes rimane in un ambito teorico, quando parla di stupro, di prostituzione, di discriminazione lo fa sulla base non di concetti astratti, ma di un vissuto reale, raccontato con un distacco che riesce a non perdere la tenerezza. «È nella nostra cultura a partire dalla Bibbia e dalla storia di Giuseppe in Egitto — scrive —. La parola della donna che accusa l'uomo di stupro è innanzitutto una parola che si mette in dubbio». Soprattutto se la donna ha 17 anni, fa l'autostop e nella borsa ha un coltello a scatto che non tira fuori. «Se davvero avessimo voluto non farci violentare (Virginie è con un'amica e vengono aggredite da tre ragazzi che danno loro un passaggio ndr), avremmo preferito morire, o saremmo riuscite a farli fuori»: non è solo ciò che pensano gli altri, è ciò che loro stesse pensano, ciò che la società ha messo in testa loro. Non solo, Virginie non reagisce come la prassi imporrebbe e cioè con la paura degli uomini, della notte, dell'autonomia, con il disgusto per il sesso. Anzi, anni dopo sposa la teoria di Camille Paglia, la più controversa delle femministe americane, che vede lo stupro come «un rischio inevitabile, che le donne devono accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente». «Ci eravamo prese il rischio — conclude la Despentes — avevamo pagato il prezzo e piuttosto che vergognarci di essere vive potevamo decidere di rialzarci». In quest'ottica anche la prostituzione, per l'autrice (che non si fa tuttavia arruolare sotto la bandiera della legalizzazione), diventa una tappa cruciale, di ricostruzione dopo lo stupro: «Un'operazione di risarcimento, banconota dopo banconota, di ciò che mi era stato preso con la brutalità» che le rende gli uomini «più fragili, vulnerabili, meno impressionanti, più commoventi». Uomini che aspettano solo, loro sì, di venire liberati.
Cristina Taglietti
30 maggio 2007
dal corriere della sera edizione web di oggi...mi è sembrato carino e l'ho postato...
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