Cultura & Attualità
L'imperatore costantino
Galimberti ha la stessa valenza di Costantino
te l'ha postato mucca... (che ringrazio)...
sauron, se lo ritrovi postalo, è bene confrontare riflessioni diverse...
Come un nuovo esodo
di Bruno Forte *
Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981, ha dedicato riflessioni importanti al fenomeno delle moltitudini radunate e orientate da uno stesso fine: il suo saggio su «Massa e potere» (1960) entra finemente nelle pieghe di quella psicologia del controllo sociale che tanta parte ha avuto nella storia dei totalitarismi del Novecento e nei fenomeni di massa che li hanno caratterizzati. L'interesse al fenomeno aveva in lui una radice autobiografica, quella della partecipazione più o meno involontaria a manifestazioni operaie nella Vienna fra le due guerre. Eppure, nulla di quanto egli dice nel saggio citato o negli straordinari racconti rappresentati dal romanzo «Autodafé» o dall'autobiografia in più volumi rende ragione di quanto sta accadendo in questi giorni sotto gli occhi del mondo nell'esperienza delle moltitudini che accorrono a dare l'estremo saluto al Papa Giovanni Paolo II.
Che cosa c'è dentro questo mistero di affluenza semplice e composta? Quale senso ha l'umile gesto, atteso per ore e ore di fila, rappresentato dall'omaggio di pochi secondi, che per molti è solo quello di un segno di croce? Mi sembra che in questo accorrere ci sia una dimensione storica, un senso di religiosità profonda e un aspetto quasi biblico, che ricorda l'esodo del popolo eletto o l'accorrere delle folle evangeliche.
Partecipare a un evento di massa come quello che si sta compiendo ha un senso profondamente diverso da quello che poteva avere anche solo qualche decennio fa: allora esso esprimeva una volontà di potenza, costituendo quasi un modo per uscire dall'insignificanza delle possibilità individuali per entrare nella forza di un'impresa collettiva e titanica. Entrare nel fiume composto che si reca a dare l'estremo omaggio al Papa è uscire dalla folla delle solitudini, che è spesso la nostra società post-moderna, per riconoscersi compagnia, popolo di appartenenza, stretto da un comune legame di amore che getta ponti fra le nostre isole. L'altro - da straniero morale - diventa fratello, in questo fluire ordinato, commosso, in cui il canto e la preghiera si alternano al silenzio ricco di ricordi, di nostalgie, di attese.
Questo primo livello si congiunge così al secondo, quello che rivela una profonda dimensione di religiosità: è come se l'appartenenza si costituisca nel riconoscersi affratellati in un comune destino, nella tensione verso una stessa meta. Per le folle che entrano nella Basilica di San Pietro il segno di questa meta è il corpo del Papa amato, di quell'uomo che più di ogni altro ha testimoniato al nostro tempo quanto sia importante guardare all'Eterno per vivere con dignità, verità e giustizia il nostro presente. Quel corpo senza vita, dai lineamenti raccolti nel riposo della morte, continua a dire che la morte non ha l'ultima parola, che il senso e la bellezza della vita stanno al di là della vita stessa, custoditi nella fedeltà del Dio cui Giovanni Paolo II ha orientato tutto se stesso, lui che ha cercato sempre e solo di piacerGli, senza curarsi di inseguire il consenso degli uomini, proprio così rapendo il loro cuore. È il dono di un Padre-Madre nell'amore che qui si rivela, di un orizzonte di santità e di affidamento, che è stato il vero annuncio di questo Papa al mondo. In questo orientarsi di ciascuno all'Eterno, colto attraverso la mediazione di Chi ne è stato testimone così altamente credibile, la massa riacquista la dignità di ogni persona, esce dall'anonimato per ritrovarsi nel Tu di un'invocazione, di una chiamata.
Tutto questo ha veramente un sapore biblico: come è stato detto da un pensatore ebreo del nostro tempo, Abraham Heschel, la Bibbia non è la teologia dell'uomo, ma l'antropologia di Dio, essa non esprime le idee che più o meno correttamente possiamo farci di Dio, ma il progetto che l'Eterno ha sugli abitatori del tempo, presi individualmente e nella loro vicenda collettiva. Questo disegno è espresso nell'immagine dell'esodo: il popolo pellegrino verso la terra della promessa di Dio rivela l'intera condizione umana come quella di mendicanti del cielo, simili alle folle che si avvicinavano a Gesù vincendo ogni timore, perché attratte da una forza d'amore che sanava e perdonava. Questo bisogno, questa nostalgia sono vivi oggi più che mai: con buona pace dei profeti del tramonto del sacro o della morte di Dio, Dio è vivo e attrae potentemente il cuore degli uomini. L'intera vita di Woytila, la sua agonia e morte, perfino l'estremo saluto che gli viene reso, ne sono una straordinaria e tangibile prova.
dove posso reperirlo?
ti invito a leggere l'editoriale di venerdi mattina del Sole 24 ore scritto da Monsignor Bruno Forte, Metropolita di Chieti... c'e' una riflessione di grandissimo livello sull'individualismo della massa di persone (sembra un ossimoro) recatesi a Roma... stupendo...
Ho trovato questa intervista a 1 filosofo, Umberto Galimberti, pubblicata su 1 dei giornali più diffusi.
Gli italiani in questi giorni si dividono in due: pellegrini e telespettatori. E gli altri, i non omologati? Nel coro mediatico globale di lacrime e canti sulla morte di papa Wojtyla una voce che stride, libera e scomoda, giunge da uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti, che è anche psicologo di scuola junghiana.
Professor Galimberti, una piccola eresia l'ho sentita oggi da una signora milanese, laureata, madre, professionista. Guardando in tv Roma invasa da folle cristiane oranti, ha detto: «Cominciano a farmi paura. Mi viene in mente la Mecca».
«Sono stato anch'io telespettatore. Certo che a Roma oggi somigliamo un po' ai musulmani. Il problema è che la religione è la grande gestione dell'irrazionale. Nella religione c'è il conforto dell'emozione, la speranza, il desiderio di lenire il dolore. E questo papa ha dato una rappresentazione gigantesca del dolore. L'unica cosa davvero importante che gli riconosco è di aver rimesso in circolazione il dolore. Nell'età della Tecnica il dolore non è più un'esperienza umana, è qualcosa che è stato sospinto fuori di noi. L'uomo della modernità ha perso le categorie interpretative, addirittura le parole del dolore. Papa Wojtyla, mettendo in scena il dolore, ci ha riproposto un fatto di enorme significato».
Assistendo a questo grande momento liturgico su scala mondiale qual è il disagio del laico? O forse è la solitudine del laico?
«Io non mi considero laico. Non sono cristiano. Ho una mentalità greca. Il greco considera il dolore come facente parte della vita, e chiama gli uomini mortali. Mentre i cristiani fanno dipendere il dolore dalla colpa prima di renderlo strumento della redenzione. Da non cristiano non provo disagio dinanzi alle masse oranti. La religione è la più grande terapia della storia, e chi ha detto che lo psicoanalista è meglio del prete? Mi crea disagio la dimensione un po' fanatica».
Una sorpresa, in un Paese che si credeva sempre più secolarizzato?
«No. Questo io non l'ho mai creduto. Ho sempre saputo che l'Italia è essenzialmente il Vaticano, che la struttura di base, la psicologia dell'italiano è a sfondo religioso. Per questo siamo poco democratici, ci piacciono i fascismi, le figure che li incarnano. La nostra matrice antropologica è profondamente religiosa. Ma è una religiosità di tipo infantile, proiettiva, mitica. Ha bisogno del grande uomo, del grande personaggio per commuoversi. Vedo qualche analogia tra l'affollarsi in migliaia a un concerto all'aperto di Vasco Rossi e andare in piazza San Pietro coi papa-boys. La metafora è l'adunata di massa, ben nota al comunismo e al fascismo. Alla massa si dà uno stimolo e subito reagisce. È qualcosa di molto primitivo».
Vuote le chiese, il papa ha saputo riempire le piazze. Questo, per molti, è un successo del suo pontificato.
«No, questa è la dissacrazione. Il sacro vuole interiorità, e questo papa non ha espresso interiorità, ma esteriorizzazione: una Chiesa trionfante, populista, demagogica, televisiva. In qualche modo questo papa che ha combattuto i totalitarismi è rimasto anche affascinato da categorie totalitarie. Le adunate di massa le facevano Hitler, Mussolini e Stalin».
A San Pietro sono spontanee.
«Certo. La Chiesa ha la possibilità di lavorare sull'inconscio mentre la politica deve impiegare anche strumenti di coercizione. Freud racconta bene questa macchina. Il sentimento oceanico. La fusione totale col Padre. Un fenomeno irrazionale potentissimo. Non dimentichiamo che nei primi anni di viaggi di papa Wojtyla, nella adunate oceaniche ci scappavano i morti».
L'Italia sembra un paese in sospeso: riprese a reti tv unificate, città chiuse al traffico, cinema chiusi, spazi pubblici requisiti. Una Repubblica a sovranità limitata?
«Come definire un Paese in cui per anni in tutti i telegiornali ogni domenica dieci minuti erano dedicati al papa? Non accade altrove. La nostra sovranità noi dobbiamo ancora guadagnarcela».
Sebastiano Vassalli osserva che i laici in Italia hanno subito fin troppo il fascino carismatico di Giovanni Paolo II.
«Il carisma è bravura del papa. Ma il cedere alla dimensione carismatica è anche infantilismo delle masse. Lo concedo ai giovani, i papa-boys sono l'effetto evidente della dimensione carismatica. Ma il mondo laico non è di soli ragazzi, e in Italia sconta il fatto di essere stato a lungo anticlericale, perché con il papa in Roma non è maturata una laicità come libertà di pensiero, ma una laicità antitetica. Un laicismo molto modesto».
Qual è il suo giudizio sintetico su questo papa scisso in due? Il grande politico della pace, della libertà, del dialogo interreligioso, e il reazionario sui temi di bioetica e sessualità?
«Grande politico? Non mi pare. Lui ha perorato, non ha portato la pace».
Gli concederà di aver contribuito a far crollare il comunismo in Polonia. Solidarnosc, padre Popieluszko...
«Neppure questo. È infantile pensare che un sistema crolli per l'azione di un uomo. Il sistema sovietico è crollato per una semplice ragione: l'apparato tecnico dell'Unione Sovietica era decisamente inferiore a quello americano. È imploso per dinamiche proprie. Il papa ha favorito l'azione di Solidarnosc; ha approfittato del crollo del comunismo per far uscire la Polonia prima degli altri Stati satelliti. Punto».
Lettura impopolare, di questi tempi.
«Concedo al papa la condanna di certi aspetti del capitalismo, seppure in ritardo. Quando ha visto gli effetti devastanti del profitto come unico regolatore simbolico dei rapporti umani. Ma il vero peccato di Wojtyla è che non appena è salito al trono pontificio ha deciso di massacrare la teologia della liberazione in America Latina. Ha tagliato i vertici dei gesuiti, si è affratellato con le alte gerarchie di destra, se non addirittura fasciste. Non dimentichiamo, sul balcone di Santiago del Cile, Pinochet con Giovanni Paolo II. E al posto dei gesuiti si è appoggiato all'Opus Dei, un'operazione economico-finanziaria di destra vera, più che una scelta evangelica. Non solo. Ritengo Wojtyla responsabile, marginalmente, del massacro jugoslavo. Chi furono, dopo lo sfaldamento, i primi Stati a riconoscere le nazioni cattoliche Slovenia e Croazia? La Germania di Kohl e il Vaticano. Wojtyla ha canonizzato Stepinac, il cardinale di Zagabria che aveva benedetto le armi degli ustascia, i massacratori dei serbi».
Cosa si aspetta dal prossimo papa?
«Il depotenziamento del pontificato. Papa Wojtyla non è potuto andare in Russia, né con Gorbaciov né con Putin, ma non per i comunisti: per il veto della Chiesa ortodossa. E perché? Perché la distanza che la separa da Roma da mille anni è il primato del papa. Poi mi aspetto che riconosca l'uomo della modernità. Sulla morale sessuale, per esempio, questo papa tanto lacrimato non ha perforato alcuna coscienza. Ben pochi giovani rispettano i suoi divieti: ha fallito. Infine, per ciò che riguarda le scuse rivolte alla scienza, vorrei che il prossimo papa non chiedesse scusa su Galileo, ma sulla genetica».
Nuova reply all'argomento:
I funerali del papa
Registrati
Mi so scurdate la password
Hai problemi ad effettuare il login?
segui le istruzioni qui




