Cultura & Attualità
che fine ha fatto il progetto Mose?
Messaggio del 12-09-2007 alle ore 12:53:59
Messaggio del 12-09-2007 alle ore 12:43:57
Messaggio del 11-09-2007 alle ore 08:53:55
Il caso del petrolchimico Un pm come Erin Brockovich
contro i veleni di Marghera Misteri, morti, carte sparite. Esce oggi il libro di Casson sul processo STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Felice Casson in aula al processo per le morti al Petrolchimico.
«Boh... Tutti moriamo, prima o poi. Anche voi. Oppure credete d'essere immortali? », sbuffò l'avvocato Massimo Dinoia, annoiato dallo stupore scandalizzato dei cronisti per la sentenza che quel 2 novembre 2001, giornata dei morti, aveva incredibilmente assolto tutti i dirigenti del Petrolchimico sotto inchiesta per la morte di 152 operai colpiti dal cancro. «Tutti moriamo, prima o poi», ribadì il suo collega Pierfranco Pasini, che coordinava la difesa Enichem: «Il problema non era sapere di cosa sono morti. Ma se gli imputati erano responsabili del loro decesso». Battute sfrontate fino all'indecenza, tra le grida indignate dei parenti delle vittime che piangevano a dirotto. Battute di cui forse si sono poi pentiti e che tornano in mente a ogni pagina del libro «La fabbrica dei veleni» (352 pagine, 16 euro) in uscita oggi per Sperling & Kupfer. Avete presente il film omonimo nel quale Julia Roberts impersona Erin Brockovich, la giovane mamma bella, strampalata ma grintosissima che riesce a incastrare una multinazionale della chimica colpevole di aver portato la morte tra gli abitanti di un paesotto americano?
Ecco, Felice Casson racconta una storia per qualche verso simile. Con una differenza: lui, prima di lasciare la toga per entrare a Palazzo Madama (dove ha presentato vari disegni di legge sulla tutela della salute sul lavoro) quella storia l'ha vissuta da dentro, come titolare dell'inchiesta. Cominciò tutto in una afosa giornata d'agosto quando, nell'ufficio del magistrato, a Venezia, entrarono un anziano avvocato e Gabriele Bortolozzo, un operaio del petrolchimico di Marghera che da anni denunciava i rischi di chi lavorava alla produzione del cloruro di polivinile che con la sigla Pvc è una delle materie plastiche più diffuse al mondo. Casson lo ricorda bene, il documento che gli consegnarono: «Leggo, ma non credo a quello che leggo. Rileggo e mi sembra una denuncia fuori dalla realtà ». Possibile che l'azienda sapesse tutto ma, come avrebbe rivelato un documento, preferisse «correre dei ragionevoli rischi» piuttosto che «affrontare oggi perdite di produzione e costi sicuri per evitare conseguenze possibili in futuro»?
Le indagini sarebbero durate anni e anni. E ripercorrerle tappa per tappa, tra aneddoti e rivelazioni ed episodi sconcertanti, aiuta a ricostruire non solo l'avventura umana di un giudice che non si è dato per vinto finché non ha ottenuto giustizia per chi come Tullio Faggian veniva quotidianamente mandato con una ridicola mascherina a calarsi dentro l'autoclave del Pvc (una specie di gran frullatore) a togliere le croste alle pareti con uno scalpello di legno «per evitare scintille, che avrebbero potuto far esplodere i gas», ma anche tutte le ostilità, le menzogne, gli sgambetti, i trucchi più sporchi usati da certe multinazionali per non rispondere del loro cinismo omicida. Un esempio? Il tentativo di impedire al pm veneziano di rintracciare in Inghilterra Brian Bennett, a lungo responsabile della divisione servizi medici della ICI che aveva dato vita con l'Enichem alla società EVC Europa, per anni proprietaria degli impianti di Marghera: «Gli esperti pagati dall'Enichem ebbero il coraggio di rispondere al Tribunale che il dottor Bennett era purtroppo ormai deceduto ». Falso. Trovato da Scotland Yard, era vivo e vegeto: «Mai avrei pensato di incontrare e soprattutto di interrogare un fantasma». Documenti spariti, testimoni reticenti, lettere riservate sconvolgenti come quella della Montedison del 16 ottobre 1974: «La relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile era stata già osservata in studi di tossicità condotti da alcune fra le stesse società chimiche produttrici (prof. P.L. Viola - Solvay italiana), ma era stata tenuta segreta e nessun provvedimento era stato adottato ». Per non dire di Sir Richard Doll («baronetto e quasi premio Nobel, ci tengono a precisare i legali delle società») del quale le difese annunciano per mesi l'imminente testimonianza che «dovrebbe confermare la non pericolosità del CVM» ma che non verrà fatto testimoniare mai perché salta fuori una vecchia relazione che diceva l'esatto contrario.
O della sconcertante decisione di Roberto Castelli, ministro della Giustizia, di aprire un procedimento contro Casson (cestinato prima dal Csm, poi dalla Cassazione) con l'accusa d'aver detto la sua («La sentenza si commenta da sola. Io sto cogli operai e con la gente») sul primo verdetto d'assoluzione. O della lettera anonima che cerca di far saltare l'Appello gettando letame sul giudice Francesco Aliprandi, lettera firmata (dettaglio infame) col nome proprio di Bortolozzo, l'operaio che aveva dedicato la vita a smascherare i veleni ed era morto travolto da un camion. Insomma, una grande avventura d'impegno civile e giudiziario. Di quelle che faranno arrabbiare qualche leguleio ma venir voglia a qualche ragazzo di fare il magistrato. Un'avventura ricca di viaggi e urticanti rogatorie internazionali e colpi di scena come la scoperta a Lake Charles, in Louisiana, di un avvocato (William «Billy » Baggett Jr) che aveva messo da parte quintali di documenti sugli operai morti a causa del cloruro di vinile monomero negli Usa tra i quali la prova che uno scienziato sovietico, S.L. Tribuk, aveva già denunciato tutti i rischi nel 1959.
Un percorso ricco di misteri, come la rocciosa opposizione delle difese a uno dei due giudici a latere dell'Appello, Daniela Perdibon, cui veniva rinfacciato d'aver dato ragione anni prima a un operaio di Marghera, posizione identica a quella di Ivano Nelson Salvarani (il presidente della Corte d'Assise, mai nominato in 352 pagine) e rovesciata rispetto a quella di Antonio Liguori (lui pure mai nominato), giudice a latere della prima sentenza, che alle difese andava bene forse perché anni prima aveva archiviato la denuncia di Bortolozzo. La condanna confermata in Cassazione di un gruppetto di dirigenti ritenuti colpevoli della morte di alcuni operai è stata il lieto fine col trionfo della giustizia? C'è chi dirà di no, chi alzerà il sopracciglio, chi solleverà dubbi. Ma certo gela il sangue, ricordando gli operai morti e rileggendo certi documenti segreti, ripensare a certe osservazioni maligne dei periti della difesa: e se tutti questi operai non fossero stati colpiti dal cancro per colpa dei prodotti chimici ma del fumo? Si sa che gli operai fumano. E se fosse perché bevevano? Si sa che gli operai bevono...
Gian Antonio Stella
11 settembre 2007
Il caso del petrolchimico Un pm come Erin Brockovich
contro i veleni di Marghera Misteri, morti, carte sparite. Esce oggi il libro di Casson sul processo STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Felice Casson in aula al processo per le morti al Petrolchimico.
«Boh... Tutti moriamo, prima o poi. Anche voi. Oppure credete d'essere immortali? », sbuffò l'avvocato Massimo Dinoia, annoiato dallo stupore scandalizzato dei cronisti per la sentenza che quel 2 novembre 2001, giornata dei morti, aveva incredibilmente assolto tutti i dirigenti del Petrolchimico sotto inchiesta per la morte di 152 operai colpiti dal cancro. «Tutti moriamo, prima o poi», ribadì il suo collega Pierfranco Pasini, che coordinava la difesa Enichem: «Il problema non era sapere di cosa sono morti. Ma se gli imputati erano responsabili del loro decesso». Battute sfrontate fino all'indecenza, tra le grida indignate dei parenti delle vittime che piangevano a dirotto. Battute di cui forse si sono poi pentiti e che tornano in mente a ogni pagina del libro «La fabbrica dei veleni» (352 pagine, 16 euro) in uscita oggi per Sperling & Kupfer. Avete presente il film omonimo nel quale Julia Roberts impersona Erin Brockovich, la giovane mamma bella, strampalata ma grintosissima che riesce a incastrare una multinazionale della chimica colpevole di aver portato la morte tra gli abitanti di un paesotto americano?
Ecco, Felice Casson racconta una storia per qualche verso simile. Con una differenza: lui, prima di lasciare la toga per entrare a Palazzo Madama (dove ha presentato vari disegni di legge sulla tutela della salute sul lavoro) quella storia l'ha vissuta da dentro, come titolare dell'inchiesta. Cominciò tutto in una afosa giornata d'agosto quando, nell'ufficio del magistrato, a Venezia, entrarono un anziano avvocato e Gabriele Bortolozzo, un operaio del petrolchimico di Marghera che da anni denunciava i rischi di chi lavorava alla produzione del cloruro di polivinile che con la sigla Pvc è una delle materie plastiche più diffuse al mondo. Casson lo ricorda bene, il documento che gli consegnarono: «Leggo, ma non credo a quello che leggo. Rileggo e mi sembra una denuncia fuori dalla realtà ». Possibile che l'azienda sapesse tutto ma, come avrebbe rivelato un documento, preferisse «correre dei ragionevoli rischi» piuttosto che «affrontare oggi perdite di produzione e costi sicuri per evitare conseguenze possibili in futuro»?
Le indagini sarebbero durate anni e anni. E ripercorrerle tappa per tappa, tra aneddoti e rivelazioni ed episodi sconcertanti, aiuta a ricostruire non solo l'avventura umana di un giudice che non si è dato per vinto finché non ha ottenuto giustizia per chi come Tullio Faggian veniva quotidianamente mandato con una ridicola mascherina a calarsi dentro l'autoclave del Pvc (una specie di gran frullatore) a togliere le croste alle pareti con uno scalpello di legno «per evitare scintille, che avrebbero potuto far esplodere i gas», ma anche tutte le ostilità, le menzogne, gli sgambetti, i trucchi più sporchi usati da certe multinazionali per non rispondere del loro cinismo omicida. Un esempio? Il tentativo di impedire al pm veneziano di rintracciare in Inghilterra Brian Bennett, a lungo responsabile della divisione servizi medici della ICI che aveva dato vita con l'Enichem alla società EVC Europa, per anni proprietaria degli impianti di Marghera: «Gli esperti pagati dall'Enichem ebbero il coraggio di rispondere al Tribunale che il dottor Bennett era purtroppo ormai deceduto ». Falso. Trovato da Scotland Yard, era vivo e vegeto: «Mai avrei pensato di incontrare e soprattutto di interrogare un fantasma». Documenti spariti, testimoni reticenti, lettere riservate sconvolgenti come quella della Montedison del 16 ottobre 1974: «La relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile era stata già osservata in studi di tossicità condotti da alcune fra le stesse società chimiche produttrici (prof. P.L. Viola - Solvay italiana), ma era stata tenuta segreta e nessun provvedimento era stato adottato ». Per non dire di Sir Richard Doll («baronetto e quasi premio Nobel, ci tengono a precisare i legali delle società») del quale le difese annunciano per mesi l'imminente testimonianza che «dovrebbe confermare la non pericolosità del CVM» ma che non verrà fatto testimoniare mai perché salta fuori una vecchia relazione che diceva l'esatto contrario.
O della sconcertante decisione di Roberto Castelli, ministro della Giustizia, di aprire un procedimento contro Casson (cestinato prima dal Csm, poi dalla Cassazione) con l'accusa d'aver detto la sua («La sentenza si commenta da sola. Io sto cogli operai e con la gente») sul primo verdetto d'assoluzione. O della lettera anonima che cerca di far saltare l'Appello gettando letame sul giudice Francesco Aliprandi, lettera firmata (dettaglio infame) col nome proprio di Bortolozzo, l'operaio che aveva dedicato la vita a smascherare i veleni ed era morto travolto da un camion. Insomma, una grande avventura d'impegno civile e giudiziario. Di quelle che faranno arrabbiare qualche leguleio ma venir voglia a qualche ragazzo di fare il magistrato. Un'avventura ricca di viaggi e urticanti rogatorie internazionali e colpi di scena come la scoperta a Lake Charles, in Louisiana, di un avvocato (William «Billy » Baggett Jr) che aveva messo da parte quintali di documenti sugli operai morti a causa del cloruro di vinile monomero negli Usa tra i quali la prova che uno scienziato sovietico, S.L. Tribuk, aveva già denunciato tutti i rischi nel 1959.
Un percorso ricco di misteri, come la rocciosa opposizione delle difese a uno dei due giudici a latere dell'Appello, Daniela Perdibon, cui veniva rinfacciato d'aver dato ragione anni prima a un operaio di Marghera, posizione identica a quella di Ivano Nelson Salvarani (il presidente della Corte d'Assise, mai nominato in 352 pagine) e rovesciata rispetto a quella di Antonio Liguori (lui pure mai nominato), giudice a latere della prima sentenza, che alle difese andava bene forse perché anni prima aveva archiviato la denuncia di Bortolozzo. La condanna confermata in Cassazione di un gruppetto di dirigenti ritenuti colpevoli della morte di alcuni operai è stata il lieto fine col trionfo della giustizia? C'è chi dirà di no, chi alzerà il sopracciglio, chi solleverà dubbi. Ma certo gela il sangue, ricordando gli operai morti e rileggendo certi documenti segreti, ripensare a certe osservazioni maligne dei periti della difesa: e se tutti questi operai non fossero stati colpiti dal cancro per colpa dei prodotti chimici ma del fumo? Si sa che gli operai fumano. E se fosse perché bevevano? Si sa che gli operai bevono...
Gian Antonio Stella
11 settembre 2007
Messaggio del 10-09-2007 alle ore 19:48:53
Messaggio del 10-09-2007 alle ore 16:05:33
Messaggio del 10-09-2007 alle ore 12:30:39
Messaggio del 08-09-2007 alle ore 19:13:41
gusto meno male che c'è stato l tuo intervento tecnico scientifico altrimenti non avremmo saputo come andare avanti in questo post.
gusto meno male che c'è stato l tuo intervento tecnico scientifico altrimenti non avremmo saputo come andare avanti in questo post.
Messaggio del 08-09-2007 alle ore 18:42:03
la sinistra sta cercando di bloccarlo come tutto in qs. paese...sono dei ridicoli...ma perchè nn se ne vanno a casa a fare danno ???
la sinistra sta cercando di bloccarlo come tutto in qs. paese...sono dei ridicoli...ma perchè nn se ne vanno a casa a fare danno ???
Messaggio del 07-09-2007 alle ore 21:28:42
Crasso ma almeno lo sai quanto costa il Mose?
Costo preventivato:
3.440.000.000 di euro ovvero 6.630.118.400.000 di lire seimilaseicentrotrentamiliardi e rotti di vecchie lire.
ovvero lo stipendio 172.000 di lavoratori in un anno o di 172.000 per dieci anni!
più o meno, un paio di mesi di costi che sopportiamo per pagare i politici e gli infiniti di consigli di amministrazione inutili.
tutto sommato credo che il progetto sia a buon mercato.......
Crasso ma almeno lo sai quanto costa il Mose?
Costo preventivato:
3.440.000.000 di euro ovvero 6.630.118.400.000 di lire seimilaseicentrotrentamiliardi e rotti di vecchie lire.
ovvero lo stipendio 172.000 di lavoratori in un anno o di 172.000 per dieci anni!
più o meno, un paio di mesi di costi che sopportiamo per pagare i politici e gli infiniti di consigli di amministrazione inutili.
tutto sommato credo che il progetto sia a buon mercato.......
Messaggio del 07-09-2007 alle ore 16:55:11
ben vengano buone idee, questo è cio che ci vuole


ben vengano buone idee, questo è cio che ci vuole


Messaggio del 07-09-2007 alle ore 14:59:28






Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:38:08
Messaggio del 05-09-2007 alle ore 11:09:40
È sperimentale, graduale, reversibile, come vuole la legge, ma soprattutto è "stagionale": si mette d'inverno, quando serve, e d'estate si toglie. Costa dieci volte meno del Mose (450 milioni di euro contro 4700 milioni), e si realizza in due anni e non in otto, mettendo da subito Venezia al riparo dall'acqua alta; non abbisogna di milioni di metri cubi di cemento, né di migliaia di pali infissi nel fondale, né di sbancamenti delle bocche di porto, ma solamente di spalle autoaffondanti in calcestruzzo (removibili), e della posa di un materasso antierosione di georete; infine può fronteggiare qualsiasi innalzamento del livello medio del mare che i lidi e la costa possano reggere, semplicemente aumentando lo spessore del materasso antierosione.
Stiamo parlando di Arca (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta), l'anti Mose che stamane verrà presentato anche con animazioni dalle 10 nella Sala del Piovego di Palazzo Ducale, con interventi di Paolo Pirazzoli (ricercatore del Cnr francese) sugli scenari futuri dell'eustatismo e di George Umgiesser (Cnr Venezia) sui problemi idrodinamici. Seguirà un dibattito moderato dal prof. Bruno Rosada.
Arca è stato ideato da Antonio Ieno, un Carneade, accusano gli oppositori, ma dalla grande e lucida determinazione, la cui intuizione è stata poi tradotta in un progetto dall'aria assai solida dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere Marittime all'Università di Padova e componente dello staff che realizzò Voltabarozzo, e dagli ingegneri Giorgio La Valle (Strutture navali) e Filippo Valenti (Relazioni tecniche), con la collaborazione di Pirazzoli e Umgiesser. La progettazione delle automazioni è della Siemens Spa.
«In sostanza - ha spiegato ieri De Santis - si tratta di vere e proprie navi autoaffondanti di 120 metri, trainabili, in acciaio al carbonio». Esse andranno portate alle bocche di porto, il cui fondale dovrà essere preventivamente regolato portandolo a 9.50 metri al Lido, a 12 metri a Malamocco, a 8.50 a Chioggia, e lì verranno allineate tra di loro e incernierate su piloni che altro non sono che scafi autoaffondanti più piccoli. In condizioni normali, le navi stanno alla fonda lasciando ad esempio al Lido tre varchi di 190 metri ciascuno, poi al crescere della marea vengono ruotate di 90 gradi grazie a due eliche intubate trasversali ciascuna, e affondate con acqua, come i sommergibili. Una volta posate sul fondale, sul quale saranno state sagomate, le navi diverranno delle vere dighe contro la marea (vedi foto), potendo servire per acque alte fino a 2.50 metri. «E le eliche trasversali, pompando fuori ciascuna 30 metri cubi al secondo, possono ridurre di 6 millimetri all'ora il livello dell'acqua in laguna, tanta quanta ne piovve il 4 novembre del '66», ha sottolineato Pirazzoli.
«Il sistema - ha spiegato Ieno - consente chiusure parzializzate, a seconda dei livelli di marea». La navigazione resta garantita su tutte le bocche fino a 125 centimetri, chiudendo solo alcuni varchi, poi oltre i 125 centimetri resta garantita solo a Malamocco, mentre a 128 centimetri si chiudono tutte le bocche. «Sulla base delle statistiche di marea dal 1983 al 2002 - ha sottolineato Ieno - le chiusure totali sarebbero state solo 9»
Il progetto è stato presentato anche al Magistrato alle Acque. «Nessuna risposta - ha polemizzato Ieno, e scarsa attenzione è venuta anche dal Comune».
Davide contro Golia
23 gennaio 2004
Davide contro Golia. Ovvero Arca contro il Mose. Potrebbe riassumersi così il senso della presentazione alla città, ieri nella sala del Piovego di Palazzo Ducale, del progetto di chiusure mobili alle bocche di porto alternativo al Mose, ideato da Antonio Ieno e tradotto in forma progettuale da uno staff coordinato dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere marittime all'Università di Padova. Del tutto assenti le istituzioni, anche se Gianfranco Bettin e Flavio Dal Corso (Verdi) hanno poi chiesto di fermare il Mose e di sperimentare Arca .
Arca 2005 (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta) è l'evoluzione del progetto già presentato quattro anni fa, raffinato e perfezionato. L'idea di fondo è sempre la stessa: l'utilizzo per chiudere le bocche di porto di cassoni autoaffondanti, che nell'ipotesi originaria erano in calcestruzzo, ma che nelle successive stesure del progetto sono diventati delle vere navi in acciaio al carbonio, trainabili. D'estate se ne stanno da qualche parte alla fonda, in manutenzione, ma d'inverno vengono collocate al loro posto, per fermare l'acqua alta.
Non richiedono strutture fisse, milioni di metri cubi di cemento, migliaia di pali di fondazione, ma solo delle spalle di ancoraggio fatte però anch'esse di scafi autoaffondanti, e la stesura di un materasso antierosione dello spessore di circa 30 centimetri sul fondale delle bocche di porto, che può essere sagomato alla profondità che si crede. «Noi abbiamo scelto i limiti attualmente necessari alla navigazione», ha spiegato De Santis, ovvero 9.50 metri al Lido, 12 a Malamocco, 8.50 a Chioggia.
Le navi, alte dai 6 ai 15 metri, vengono trainate al loro posto, e incernierate su dei piloni (anch'essi scafi autoaffondanti, più piccoli) in modo da lasciare dei varchi di 190 metri: 3 al Lido; uno a Chioggia e a Malamocco più un secondo varco da 90 metri. In ogni bocca di porto, sempre con scafi autoaffondanti, vengono realizzate delle conche di navigazione per il naviglio minore. Al crescere della marea, le navi vengono ruotate di 90 gradi (come porte sui cardini) grazie a eliche trasversali intubate, e affondate come i sommergibili, imbarca ndo acqua, fino a posarsi sul fondo, diventando delle dighe. Il sistema è modulare, perché permette anche chiusure parziali. «Il tutto - ha sottolineato Ieno - entra in esercizio in 15 minuti». Il progetto, è stato spiegato, può essere realizzato in due anni, e non in 8 come il Mose, mettendo da subito al sicuro Venezia dall'acqua alta, e costa "solo" 450 milioni di euro, cioé dieci volte meno del progetto ufficiale.
impara a leggere....
È sperimentale, graduale, reversibile, come vuole la legge, ma soprattutto è "stagionale": si mette d'inverno, quando serve, e d'estate si toglie. Costa dieci volte meno del Mose (450 milioni di euro contro 4700 milioni), e si realizza in due anni e non in otto, mettendo da subito Venezia al riparo dall'acqua alta; non abbisogna di milioni di metri cubi di cemento, né di migliaia di pali infissi nel fondale, né di sbancamenti delle bocche di porto, ma solamente di spalle autoaffondanti in calcestruzzo (removibili), e della posa di un materasso antierosione di georete; infine può fronteggiare qualsiasi innalzamento del livello medio del mare che i lidi e la costa possano reggere, semplicemente aumentando lo spessore del materasso antierosione.
Stiamo parlando di Arca (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta), l'anti Mose che stamane verrà presentato anche con animazioni dalle 10 nella Sala del Piovego di Palazzo Ducale, con interventi di Paolo Pirazzoli (ricercatore del Cnr francese) sugli scenari futuri dell'eustatismo e di George Umgiesser (Cnr Venezia) sui problemi idrodinamici. Seguirà un dibattito moderato dal prof. Bruno Rosada.
Arca è stato ideato da Antonio Ieno, un Carneade, accusano gli oppositori, ma dalla grande e lucida determinazione, la cui intuizione è stata poi tradotta in un progetto dall'aria assai solida dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere Marittime all'Università di Padova e componente dello staff che realizzò Voltabarozzo, e dagli ingegneri Giorgio La Valle (Strutture navali) e Filippo Valenti (Relazioni tecniche), con la collaborazione di Pirazzoli e Umgiesser. La progettazione delle automazioni è della Siemens Spa.
«In sostanza - ha spiegato ieri De Santis - si tratta di vere e proprie navi autoaffondanti di 120 metri, trainabili, in acciaio al carbonio». Esse andranno portate alle bocche di porto, il cui fondale dovrà essere preventivamente regolato portandolo a 9.50 metri al Lido, a 12 metri a Malamocco, a 8.50 a Chioggia, e lì verranno allineate tra di loro e incernierate su piloni che altro non sono che scafi autoaffondanti più piccoli. In condizioni normali, le navi stanno alla fonda lasciando ad esempio al Lido tre varchi di 190 metri ciascuno, poi al crescere della marea vengono ruotate di 90 gradi grazie a due eliche intubate trasversali ciascuna, e affondate con acqua, come i sommergibili. Una volta posate sul fondale, sul quale saranno state sagomate, le navi diverranno delle vere dighe contro la marea (vedi foto), potendo servire per acque alte fino a 2.50 metri. «E le eliche trasversali, pompando fuori ciascuna 30 metri cubi al secondo, possono ridurre di 6 millimetri all'ora il livello dell'acqua in laguna, tanta quanta ne piovve il 4 novembre del '66», ha sottolineato Pirazzoli.
«Il sistema - ha spiegato Ieno - consente chiusure parzializzate, a seconda dei livelli di marea». La navigazione resta garantita su tutte le bocche fino a 125 centimetri, chiudendo solo alcuni varchi, poi oltre i 125 centimetri resta garantita solo a Malamocco, mentre a 128 centimetri si chiudono tutte le bocche. «Sulla base delle statistiche di marea dal 1983 al 2002 - ha sottolineato Ieno - le chiusure totali sarebbero state solo 9»
Il progetto è stato presentato anche al Magistrato alle Acque. «Nessuna risposta - ha polemizzato Ieno, e scarsa attenzione è venuta anche dal Comune».
Davide contro Golia
23 gennaio 2004
Davide contro Golia. Ovvero Arca contro il Mose. Potrebbe riassumersi così il senso della presentazione alla città, ieri nella sala del Piovego di Palazzo Ducale, del progetto di chiusure mobili alle bocche di porto alternativo al Mose, ideato da Antonio Ieno e tradotto in forma progettuale da uno staff coordinato dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere marittime all'Università di Padova. Del tutto assenti le istituzioni, anche se Gianfranco Bettin e Flavio Dal Corso (Verdi) hanno poi chiesto di fermare il Mose e di sperimentare Arca .
Arca 2005 (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta) è l'evoluzione del progetto già presentato quattro anni fa, raffinato e perfezionato. L'idea di fondo è sempre la stessa: l'utilizzo per chiudere le bocche di porto di cassoni autoaffondanti, che nell'ipotesi originaria erano in calcestruzzo, ma che nelle successive stesure del progetto sono diventati delle vere navi in acciaio al carbonio, trainabili. D'estate se ne stanno da qualche parte alla fonda, in manutenzione, ma d'inverno vengono collocate al loro posto, per fermare l'acqua alta.
Non richiedono strutture fisse, milioni di metri cubi di cemento, migliaia di pali di fondazione, ma solo delle spalle di ancoraggio fatte però anch'esse di scafi autoaffondanti, e la stesura di un materasso antierosione dello spessore di circa 30 centimetri sul fondale delle bocche di porto, che può essere sagomato alla profondità che si crede. «Noi abbiamo scelto i limiti attualmente necessari alla navigazione», ha spiegato De Santis, ovvero 9.50 metri al Lido, 12 a Malamocco, 8.50 a Chioggia.
Le navi, alte dai 6 ai 15 metri, vengono trainate al loro posto, e incernierate su dei piloni (anch'essi scafi autoaffondanti, più piccoli) in modo da lasciare dei varchi di 190 metri: 3 al Lido; uno a Chioggia e a Malamocco più un secondo varco da 90 metri. In ogni bocca di porto, sempre con scafi autoaffondanti, vengono realizzate delle conche di navigazione per il naviglio minore. Al crescere della marea, le navi vengono ruotate di 90 gradi (come porte sui cardini) grazie a eliche trasversali intubate, e affondate come i sommergibili, imbarca ndo acqua, fino a posarsi sul fondo, diventando delle dighe. Il sistema è modulare, perché permette anche chiusure parziali. «Il tutto - ha sottolineato Ieno - entra in esercizio in 15 minuti». Il progetto, è stato spiegato, può essere realizzato in due anni, e non in 8 come il Mose, mettendo da subito al sicuro Venezia dall'acqua alta, e costa "solo" 450 milioni di euro, cioé dieci volte meno del progetto ufficiale.
impara a leggere....
Messaggio del 05-09-2007 alle ore 11:07:06
sto ancora aspettando di sapere quali sono queste controindicazioni al progetto mose e le alternative.
sto ancora aspettando di sapere quali sono queste controindicazioni al progetto mose e le alternative.
Messaggio del 05-09-2007 alle ore 10:34:41
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 15:05:56
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Messaggio del 03-09-2007 alle ore 15:49:18
Follia? Ma cosa dici mai Bruce, è sicuramente la soluzione migliore per far arricchire ancora di più tutti quei gran figli di puttana a discapito della collettività... In questi casi non si bada a spese, anzi, più costa, meglio è, tanto il portafoglio di questi figli di puttana2 non verranno mai toccati... Bonanott...
Follia? Ma cosa dici mai Bruce, è sicuramente la soluzione migliore per far arricchire ancora di più tutti quei gran figli di puttana a discapito della collettività... In questi casi non si bada a spese, anzi, più costa, meglio è, tanto il portafoglio di questi figli di puttana2 non verranno mai toccati... Bonanott...
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 15:45:06
all'epoca mi sono schierato a favore di questo progetto e contro il ponte sullo stretto perchè ritengo questa una opera necessaria mentre quella del ponte no.
all'epoca mi sono schierato a favore di questo progetto e contro il ponte sullo stretto perchè ritengo questa una opera necessaria mentre quella del ponte no.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 15:43:26
si ma cosa fare?
si ma cosa fare?
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 15:40:14
Costo preventivato:
3.440.000.000 di euro ovvero 6.630.118.400.000 di lire seimilaseicentrotrentamiliardi e rotti di vecchie lire.
ovvero lo stipendio 172.000 di lavoratori in un anno o di 172.000 per dieci anni!
Abbastanza per dire che la cosa puzza.
Cmq il punto debole del progetto sono le cerniere sulle quali si devono muovere le barriere "mobili" sono state progettate per essere affogate nel calcestruzzo!
Ti invito a vedere come seno stati brillantemente risolti casi simili nel resto d'Europa!
La nostra è l'unica nazione dove sia stato possibile concepire, e finanziare, una follia simile!
Costo preventivato:
3.440.000.000 di euro ovvero 6.630.118.400.000 di lire seimilaseicentrotrentamiliardi e rotti di vecchie lire.
ovvero lo stipendio 172.000 di lavoratori in un anno o di 172.000 per dieci anni!
Abbastanza per dire che la cosa puzza.
Cmq il punto debole del progetto sono le cerniere sulle quali si devono muovere le barriere "mobili" sono state progettate per essere affogate nel calcestruzzo!
Ti invito a vedere come seno stati brillantemente risolti casi simili nel resto d'Europa!
La nostra è l'unica nazione dove sia stato possibile concepire, e finanziare, una follia simile!
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 15:28:48
la questione non è solo dei ghiacci, è che le precipitazioni diminuiscono oppure sono catastrofiche ma soprattutto è in pericolo il piccolo ecosistema lagunare che è delicato e basato sui riflussi delle maree.
Come sappiamo le maree ci sono ogni sei ore quindi più volte al giorno avviene il ricambio di acqua e l'acqua è un miscuglio di acqua marina e acqua dolce. Se si facessero delle barriere fisse e semifisse questo ecosistema morirebbe subito.
la questione non è solo dei ghiacci, è che le precipitazioni diminuiscono oppure sono catastrofiche ma soprattutto è in pericolo il piccolo ecosistema lagunare che è delicato e basato sui riflussi delle maree.
Come sappiamo le maree ci sono ogni sei ore quindi più volte al giorno avviene il ricambio di acqua e l'acqua è un miscuglio di acqua marina e acqua dolce. Se si facessero delle barriere fisse e semifisse questo ecosistema morirebbe subito.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 14:15:42
Il problema è che se continuano a sciogliersi i ghiacciai il livello dell'acqua non salirà di qualche centimetro.
Io però la casa al mare non ce l'ho.
Il problema è che se continuano a sciogliersi i ghiacciai il livello dell'acqua non salirà di qualche centimetro.

Io però la casa al mare non ce l'ho.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:44:00
vabbo cacche centinaio di migliaio di milione di euro.
dimmi?
vabbo cacche centinaio di migliaio di milione di euro.
dimmi?
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:41:45
Dai cerca quanto costa!
Poi io ti spiego perchè è una cazzata!
Dai cerca quanto costa!
Poi io ti spiego perchè è una cazzata!
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:40:07
mo o mose o altro bisogna fare qualcosa
costa na freca ma a passat pure na freca di tempo
mo o mose o altro bisogna fare qualcosa
costa na freca ma a passat pure na freca di tempo
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:21:02
Crasso ma almeno lo sai quanto costa il Mose?
Crasso ma almeno lo sai quanto costa il Mose?
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:08:13
ho visto un programma televisivo domenica mattina che mostrava interviste ai più noti e affermati tecnici della materia, tra cui colui che ha progettato le dighe olandesi, che definirono miopi quei verdi che vedevano e vedono come unica soluzione per salvare venezia quella di allagare gli allevamenti di pesce e le saline, di cui non ricordo i nomi, perché abbasserebbero, secondo i loro calcoli, di soli due centimetri l'acqua alta contro i centocinquanta previsti.
Bisogna intervenire ora, domani è tardi.
Ben vengano proposte e progetti ma l'Italia non può rinunciare a Venezia.
ho visto un programma televisivo domenica mattina che mostrava interviste ai più noti e affermati tecnici della materia, tra cui colui che ha progettato le dighe olandesi, che definirono miopi quei verdi che vedevano e vedono come unica soluzione per salvare venezia quella di allagare gli allevamenti di pesce e le saline, di cui non ricordo i nomi, perché abbasserebbero, secondo i loro calcoli, di soli due centimetri l'acqua alta contro i centocinquanta previsti.
Bisogna intervenire ora, domani è tardi.
Ben vengano proposte e progetti ma l'Italia non può rinunciare a Venezia.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 11:50:40
Sarebbe davvero interessante conoscere il nome di chi ha pensato quella sigla "biblica", ma di certo il sistema MoSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), non passerà alla storia per aver salvato Venezia e i veneziani separando le acque.
Questo progetto, partito nel 2003 dopo almeno un ventennio di controversi studi per risolvere il problema delle acque alte a Venezia, prevede l'installazione e l'impiego di ben 79 paratoie mobili d'acciaio sottomarine di circa 350 tonnellate l'una che, teoricamente, dovrebbero arginare la marea chiudendo la laguna. Oltre che il comune di Venezia tale super progetto coinvolge anche quelli lagunari di Cavallino, Chioggia, Mira e Jesolo.
Fin dall'inizio l'impatto del progetto era apparso distruttivo per l'ambiente, sia nella fase di costruzione che in quella futura di impiego, anche in considerazione del già delicatissimo e compromesso ecosistema lagunare che, invece, necessiterebbe di un più complessivo, diffuso ed organico, riequilibrio idrogeologico e morfologico, a partire da una consistente riduzione della profondità dei fondali dei canali marittimi portuali, attualmente utilizzati da grandi petroliere, porta-container e mega navi da crociera. Questi canali hanno l'effetto di vere pompe idrauliche capaci di far entrare il mare in laguna, accrescendone la forza, e di trascinare fuori, ad ogni marea calante, migliaia di metri cubi di sedimenti lagunari.
Le conseguenze devastanti della costruzione del Mose sono connesse all'installazione di oltre 12 mila pali di cemento piantati sul fondo della laguna, al dragaggio di circa 5 milioni di metri cubi di materiale dal fondo e l'utilizzo di circa 8,5 milioni di tonnellate di pietrame necessario per le fondamenta; nonché alla creazione di un'isoletta artificiale al centro della bocca di porto del Lido e alcune barriere.
Questo in sintesi il, sempre teorico, funzionamento del sistema di dighe mobili (tecnicamente definite "paratoie a spinta di sollevamento"), ciascuna dell'altezza di circa 30 metri e dello spessore di circa cinque, incernierate e cementificate davanti alle tre principali bocche della laguna veneziana: le paratoie dovrebbero rimanere sul fondo della laguna in condizioni normali, ma tramite un sistema idraulico ad aria compressa verrebbero sollevate, come un ponte levatoio, in caso di maree particolarmente alte, creando così una barriera artificiale contro le acque e impedendo l'allagamento della città. Ed è proprio la chiusura della laguna e quindi l'interruzione del ricambio delle sue acque una delle principali cause di allarme ambientale, con prevedibili gravi conseguenze sull'ecosistema ed anche sulla struttura urbana di Venezia, notoriamente costruita e sviluppata in modo del tutto particolare, tra palafitte e canali.
Tanto più che, tale mastodontica e costosissima "grande opera" (preventivati 4 - 5 miliardi di euro per la costruzione e 30 milioni di euro annui per la manutenzione, quasi totalmente subacquea a 15 metri di profondità), dopo un decennio di tempo per essere completata, non metterebbe al riparo gran parte di Venezia - Piazza San Marco compresa - dalle maree superiori a 80 cm e inferiori a 110 cm, ossia quelle normalmente frequenti. In altre parole, un'opera spropositata per tenere all'asciutto calli e botteghe solo per qualche mezza giornata all'anno.
Tra l'altro, secondo l'opinione di molti studiosi ed esperti, il progetto Mose è già tecnologicamente obsoleto, in quanto fondato su un principio di funzionamento vecchio di trent'anni, comprendente un'architettura di sistema che implica gravi rischi di guasti, anche catastrofici, e altresì componenti critici mai sperimentati in precedenza, la cui affidabilità e manutenibilità risultano sconosciute. In alternativa al progetto del Mose, sono stati presentati altri sette progetti concorrenti per opere a salvaguardia della laguna, oltre a numerosi studi, tutti bocciati in sede di governo, pur essendo compatibili e integrabili con le strutture già ultimate del Mose, nonché rapidamente realizzabili e assai meno dispendiosi in termini economici.
Eppure, nonostante un primo parere negativo di compatibilità ambientale espresso nel dicembre 1998 da due ministeri, nel 2003 la realizzazione di questa "grande opera" è stata avviata dopo una cerimonia d'inaugurazione "di regime" alla presenza di Berlusconi, all'epoca capo del governo, del tronfio presidente della Regione Veneto, Galan, e dell'allora sindaco di Venezia, Costa. Concessione unica dei lavori a un consorzio di imprese private, il Consorzio Venezia Nuova, contestata da più parti e sanzionata anche dall'Unione Europea, ma mai messa in discussione dalla Regione Veneto (governata dal centrodestra), né dalla Provincia di Venezia (di centrosinistra), né dal Comune di Venezia (di centrosinistra), né dal Comune di Chioggia (prima in mano al centrodestra e poi al centrosinistra) .
Da parte sua, l'illuminato sindaco Massimo Cacciari, dopo aver criticato il progetto e fatta sua la bandiera del No al Mose durante la propria campagna elettorale, si è guardato bene dal far inserire lo stop al "mostro della laguna" nel programma di governo dell'Unione, così come è stato fatto per il Ponte sullo Stretto. Responsabilità questa che, comunque, ricade anche su Rifondazione Comunista e Verdi, facenti parte dell'esecutivo; segno evidente che l'accordo tra le diverse componenti del centrosinistra, nonché tra il centrosinistra stesso e il centrodestra, si può sintetizzare così: No al Ponte di Messina, Sì al Mose e ai rigassificatori, mentre per il Tav sembra prevalere la tattica del "prendere tempo".
Nonostante le numerose richieste di sospensione almeno temporanea, il Consorzio Venezia Nuova, concessionario dello Stato per la salvaguardia, ed il Magistrato alle acque, braccio operativo del ministero dei lavori pubblici, sono andati avanti a ritmo sostenuto coi lavori, giungendo ormai ad un 30% dell'opera, mentre il ministro delle Infrastrutture Di Pietro ha sbrigativamente bocciato le proposte alternative.
Dei 4.271 milioni di euro, previsti quale costo complessivo del sistema Mose, mancano ancora finanziamenti per circa 2.800 milioni. La prosecuzione dei lavori è stata definitivamente confermata il 22 novembre scorso sia dal Consiglio dei ministri che dal Comitato di indirizzo di coordinamento e controllo per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna (il cosiddetto Comitatone), presieduta da Romano Prodi, coadiuvato dal sottosegretario di Stato alla presidenza, Enrico Letta. Contro la proposta di sospensiva si sono scontatamente pronunciati il "governatore" veneto Galan, il sindaco Calzavara di Jesolo (anch'esso di Forza Italia), mentre i sindaci DS di Chioggia e Mira si sono astenuti. Il governo da parte sua, con la nuova Finanziaria, ha intanto deciso ulteriori stanziamenti: per la "Salvaguardia di Venezia" (art. 1, comma 944) è stata autorizzata la spesa di 85 milioni di euro per il 2007 e di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009, per la prosecuzione degli interventi.
I giochi politici a questo punto sembrerebbero compiuti e le diverse componenti (partiti di sinistra, associazioni, centri sociali…) dell'opposizione locale al Mose appaiono con le spalle… alla diga, scontando sia un'eccessiva fiducia riposta nei ricorsi giuridici e nelle prese di posizione a livello istituzionale (in particolare del sindaco "amico" Cacciari), sia la difficoltà nell'essere un credibile punto di riferimento per un autonomo sviluppo dell'avversione popolare a tale progetto. Infatti, per tutti coloro che hanno la memoria corta, rimane scritto nei verbali del Comitatone che l'avvio del Mose venne dato durante la precedente amministrazione comunale, col sindaco Costa, quando in giunta sedeva anche il polo-rossoverde di Paolo Cacciari e del prosindaco Gianfranco Bettin. Allora, Verdi e Rifondazione Comunista si guardarono bene dall'aprire una crisi politica all'interno della giunta stessa sulla questione del Mose, pur ritenendolo un "disastro" (definizione testuale di Bettin), e ottennero rispettivamente gli assessorati alle Politiche Sociali affidato al verde Beppe Caccia, vicino all'area disobbediente, e all'Ambiente assunto dallo stesso Paolo Cacciari.
Inoltre, la mobilitazione No Mose ha preferito puntare su iniziative e manifestazioni spettacolari, piuttosto che su un adeguato lavoro di controinformazione nel territorio, appena iniziato con una petizione popolare che raccolse 12.500 firme. Innegabile, d'altra parte, che la stessa dislocazione dell'opera, quasi totalmente acquatica, rende problematica l'attivazione di presidi permanenti in grado di bloccare i cantieri, così come in altre situazioni; mentre invece richiederebbe azioni - anche a livello internazionale - di pressione e boicottaggio nei confronti delle imprese e degli interessi coinvolti, così come contro i partiti e gli amministratori pubblici corresponsabili.
Speranza questa ormai affidata ad un risveglio collettivo della volontà dei veneziani, prima che loro stessi debbano fare i conti con l'inevitabile insorgenza del mare.
Sarebbe davvero interessante conoscere il nome di chi ha pensato quella sigla "biblica", ma di certo il sistema MoSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), non passerà alla storia per aver salvato Venezia e i veneziani separando le acque.
Questo progetto, partito nel 2003 dopo almeno un ventennio di controversi studi per risolvere il problema delle acque alte a Venezia, prevede l'installazione e l'impiego di ben 79 paratoie mobili d'acciaio sottomarine di circa 350 tonnellate l'una che, teoricamente, dovrebbero arginare la marea chiudendo la laguna. Oltre che il comune di Venezia tale super progetto coinvolge anche quelli lagunari di Cavallino, Chioggia, Mira e Jesolo.
Fin dall'inizio l'impatto del progetto era apparso distruttivo per l'ambiente, sia nella fase di costruzione che in quella futura di impiego, anche in considerazione del già delicatissimo e compromesso ecosistema lagunare che, invece, necessiterebbe di un più complessivo, diffuso ed organico, riequilibrio idrogeologico e morfologico, a partire da una consistente riduzione della profondità dei fondali dei canali marittimi portuali, attualmente utilizzati da grandi petroliere, porta-container e mega navi da crociera. Questi canali hanno l'effetto di vere pompe idrauliche capaci di far entrare il mare in laguna, accrescendone la forza, e di trascinare fuori, ad ogni marea calante, migliaia di metri cubi di sedimenti lagunari.
Le conseguenze devastanti della costruzione del Mose sono connesse all'installazione di oltre 12 mila pali di cemento piantati sul fondo della laguna, al dragaggio di circa 5 milioni di metri cubi di materiale dal fondo e l'utilizzo di circa 8,5 milioni di tonnellate di pietrame necessario per le fondamenta; nonché alla creazione di un'isoletta artificiale al centro della bocca di porto del Lido e alcune barriere.
Questo in sintesi il, sempre teorico, funzionamento del sistema di dighe mobili (tecnicamente definite "paratoie a spinta di sollevamento"), ciascuna dell'altezza di circa 30 metri e dello spessore di circa cinque, incernierate e cementificate davanti alle tre principali bocche della laguna veneziana: le paratoie dovrebbero rimanere sul fondo della laguna in condizioni normali, ma tramite un sistema idraulico ad aria compressa verrebbero sollevate, come un ponte levatoio, in caso di maree particolarmente alte, creando così una barriera artificiale contro le acque e impedendo l'allagamento della città. Ed è proprio la chiusura della laguna e quindi l'interruzione del ricambio delle sue acque una delle principali cause di allarme ambientale, con prevedibili gravi conseguenze sull'ecosistema ed anche sulla struttura urbana di Venezia, notoriamente costruita e sviluppata in modo del tutto particolare, tra palafitte e canali.
Tanto più che, tale mastodontica e costosissima "grande opera" (preventivati 4 - 5 miliardi di euro per la costruzione e 30 milioni di euro annui per la manutenzione, quasi totalmente subacquea a 15 metri di profondità), dopo un decennio di tempo per essere completata, non metterebbe al riparo gran parte di Venezia - Piazza San Marco compresa - dalle maree superiori a 80 cm e inferiori a 110 cm, ossia quelle normalmente frequenti. In altre parole, un'opera spropositata per tenere all'asciutto calli e botteghe solo per qualche mezza giornata all'anno.
Tra l'altro, secondo l'opinione di molti studiosi ed esperti, il progetto Mose è già tecnologicamente obsoleto, in quanto fondato su un principio di funzionamento vecchio di trent'anni, comprendente un'architettura di sistema che implica gravi rischi di guasti, anche catastrofici, e altresì componenti critici mai sperimentati in precedenza, la cui affidabilità e manutenibilità risultano sconosciute. In alternativa al progetto del Mose, sono stati presentati altri sette progetti concorrenti per opere a salvaguardia della laguna, oltre a numerosi studi, tutti bocciati in sede di governo, pur essendo compatibili e integrabili con le strutture già ultimate del Mose, nonché rapidamente realizzabili e assai meno dispendiosi in termini economici.
Eppure, nonostante un primo parere negativo di compatibilità ambientale espresso nel dicembre 1998 da due ministeri, nel 2003 la realizzazione di questa "grande opera" è stata avviata dopo una cerimonia d'inaugurazione "di regime" alla presenza di Berlusconi, all'epoca capo del governo, del tronfio presidente della Regione Veneto, Galan, e dell'allora sindaco di Venezia, Costa. Concessione unica dei lavori a un consorzio di imprese private, il Consorzio Venezia Nuova, contestata da più parti e sanzionata anche dall'Unione Europea, ma mai messa in discussione dalla Regione Veneto (governata dal centrodestra), né dalla Provincia di Venezia (di centrosinistra), né dal Comune di Venezia (di centrosinistra), né dal Comune di Chioggia (prima in mano al centrodestra e poi al centrosinistra) .
Da parte sua, l'illuminato sindaco Massimo Cacciari, dopo aver criticato il progetto e fatta sua la bandiera del No al Mose durante la propria campagna elettorale, si è guardato bene dal far inserire lo stop al "mostro della laguna" nel programma di governo dell'Unione, così come è stato fatto per il Ponte sullo Stretto. Responsabilità questa che, comunque, ricade anche su Rifondazione Comunista e Verdi, facenti parte dell'esecutivo; segno evidente che l'accordo tra le diverse componenti del centrosinistra, nonché tra il centrosinistra stesso e il centrodestra, si può sintetizzare così: No al Ponte di Messina, Sì al Mose e ai rigassificatori, mentre per il Tav sembra prevalere la tattica del "prendere tempo".
Nonostante le numerose richieste di sospensione almeno temporanea, il Consorzio Venezia Nuova, concessionario dello Stato per la salvaguardia, ed il Magistrato alle acque, braccio operativo del ministero dei lavori pubblici, sono andati avanti a ritmo sostenuto coi lavori, giungendo ormai ad un 30% dell'opera, mentre il ministro delle Infrastrutture Di Pietro ha sbrigativamente bocciato le proposte alternative.
Dei 4.271 milioni di euro, previsti quale costo complessivo del sistema Mose, mancano ancora finanziamenti per circa 2.800 milioni. La prosecuzione dei lavori è stata definitivamente confermata il 22 novembre scorso sia dal Consiglio dei ministri che dal Comitato di indirizzo di coordinamento e controllo per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna (il cosiddetto Comitatone), presieduta da Romano Prodi, coadiuvato dal sottosegretario di Stato alla presidenza, Enrico Letta. Contro la proposta di sospensiva si sono scontatamente pronunciati il "governatore" veneto Galan, il sindaco Calzavara di Jesolo (anch'esso di Forza Italia), mentre i sindaci DS di Chioggia e Mira si sono astenuti. Il governo da parte sua, con la nuova Finanziaria, ha intanto deciso ulteriori stanziamenti: per la "Salvaguardia di Venezia" (art. 1, comma 944) è stata autorizzata la spesa di 85 milioni di euro per il 2007 e di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009, per la prosecuzione degli interventi.
I giochi politici a questo punto sembrerebbero compiuti e le diverse componenti (partiti di sinistra, associazioni, centri sociali…) dell'opposizione locale al Mose appaiono con le spalle… alla diga, scontando sia un'eccessiva fiducia riposta nei ricorsi giuridici e nelle prese di posizione a livello istituzionale (in particolare del sindaco "amico" Cacciari), sia la difficoltà nell'essere un credibile punto di riferimento per un autonomo sviluppo dell'avversione popolare a tale progetto. Infatti, per tutti coloro che hanno la memoria corta, rimane scritto nei verbali del Comitatone che l'avvio del Mose venne dato durante la precedente amministrazione comunale, col sindaco Costa, quando in giunta sedeva anche il polo-rossoverde di Paolo Cacciari e del prosindaco Gianfranco Bettin. Allora, Verdi e Rifondazione Comunista si guardarono bene dall'aprire una crisi politica all'interno della giunta stessa sulla questione del Mose, pur ritenendolo un "disastro" (definizione testuale di Bettin), e ottennero rispettivamente gli assessorati alle Politiche Sociali affidato al verde Beppe Caccia, vicino all'area disobbediente, e all'Ambiente assunto dallo stesso Paolo Cacciari.
Inoltre, la mobilitazione No Mose ha preferito puntare su iniziative e manifestazioni spettacolari, piuttosto che su un adeguato lavoro di controinformazione nel territorio, appena iniziato con una petizione popolare che raccolse 12.500 firme. Innegabile, d'altra parte, che la stessa dislocazione dell'opera, quasi totalmente acquatica, rende problematica l'attivazione di presidi permanenti in grado di bloccare i cantieri, così come in altre situazioni; mentre invece richiederebbe azioni - anche a livello internazionale - di pressione e boicottaggio nei confronti delle imprese e degli interessi coinvolti, così come contro i partiti e gli amministratori pubblici corresponsabili.
Speranza questa ormai affidata ad un risveglio collettivo della volontà dei veneziani, prima che loro stessi debbano fare i conti con l'inevitabile insorgenza del mare.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 11:46:31
Il progetto risale agli anni 70, è stato avviato nel 2001 ma è stata la commissione europea(altro che qualche verde cieco
) ad avviare la "procedura di infrazione per inquinamento dell'habitat naturale". Ma la finite di fare i quaqquaraqua?
Il progetto risale agli anni 70, è stato avviato nel 2001 ma è stata la commissione europea(altro che qualche verde cieco

) ad avviare la "procedura di infrazione per inquinamento dell'habitat naturale". Ma la finite di fare i quaqquaraqua?
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 11:45:52
E' sperimentale, graduale, reversibile
22 gennaio 2005
È sperimentale, graduale, reversibile, come vuole la legge, ma soprattutto è "stagionale": si mette d'inverno, quando serve, e d'estate si toglie. Costa dieci volte meno del Mose (450 milioni di euro contro 4700 milioni), e si realizza in due anni e non in otto, mettendo da subito Venezia al riparo dall'acqua alta; non abbisogna di milioni di metri cubi di cemento, né di migliaia di pali infissi nel fondale, né di sbancamenti delle bocche di porto, ma solamente di spalle autoaffondanti in calcestruzzo (removibili), e della posa di un materasso antierosione di georete; infine può fronteggiare qualsiasi innalzamento del livello medio del mare che i lidi e la costa possano reggere, semplicemente aumentando lo spessore del materasso antierosione.
Stiamo parlando di Arca (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta), l'anti Mose che stamane verrà presentato anche con animazioni dalle 10 nella Sala del Piovego di Palazzo Ducale, con interventi di Paolo Pirazzoli (ricercatore del Cnr francese) sugli scenari futuri dell'eustatismo e di George Umgiesser (Cnr Venezia) sui problemi idrodinamici. Seguirà un dibattito moderato dal prof. Bruno Rosada.
Arca è stato ideato da Antonio Ieno, un Carneade, accusano gli oppositori, ma dalla grande e lucida determinazione, la cui intuizione è stata poi tradotta in un progetto dall'aria assai solida dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere Marittime all'Università di Padova e componente dello staff che realizzò Voltabarozzo, e dagli ingegneri Giorgio La Valle (Strutture navali) e Filippo Valenti (Relazioni tecniche), con la collaborazione di Pirazzoli e Umgiesser. La progettazione delle automazioni è della Siemens Spa.
«In sostanza - ha spiegato ieri De Santis - si tratta di vere e proprie navi autoaffondanti di 120 metri, trainabili, in acciaio al carbonio». Esse andranno portate alle bocche di porto, il cui fondale dovrà essere preventivamente regolato portandolo a 9.50 metri al Lido, a 12 metri a Malamocco, a 8.50 a Chioggia, e lì verranno allineate tra di loro e incernierate su piloni che altro non sono che scafi autoaffondanti più piccoli. In condizioni normali, le navi stanno alla fonda lasciando ad esempio al Lido tre varchi di 190 metri ciascuno, poi al crescere della marea vengono ruotate di 90 gradi grazie a due eliche intubate trasversali ciascuna, e affondate con acqua, come i sommergibili. Una volta posate sul fondale, sul quale saranno state sagomate, le navi diverranno delle vere dighe contro la marea (vedi foto), potendo servire per acque alte fino a 2.50 metri. «E le eliche trasversali, pompando fuori ciascuna 30 metri cubi al secondo, possono ridurre di 6 millimetri all'ora il livello dell'acqua in laguna, tanta quanta ne piovve il 4 novembre del '66», ha sottolineato Pirazzoli.
«Il sistema - ha spiegato Ieno - consente chiusure parzializzate, a seconda dei livelli di marea». La navigazione resta garantita su tutte le bocche fino a 125 centimetri, chiudendo solo alcuni varchi, poi oltre i 125 centimetri resta garantita solo a Malamocco, mentre a 128 centimetri si chiudono tutte le bocche. «Sulla base delle statistiche di marea dal 1983 al 2002 - ha sottolineato Ieno - le chiusure totali sarebbero state solo 9»
Il progetto è stato presentato anche al Magistrato alle Acque. «Nessuna risposta - ha polemizzato Ieno, e scarsa attenzione è venuta anche dal Comune».
Davide contro Golia
23 gennaio 2004
Davide contro Golia. Ovvero Arca contro il Mose. Potrebbe riassumersi così il senso della presentazione alla città, ieri nella sala del Piovego di Palazzo Ducale, del progetto di chiusure mobili alle bocche di porto alternativo al Mose, ideato da Antonio Ieno e tradotto in forma progettuale da uno staff coordinato dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere marittime all'Università di Padova. Del tutto assenti le istituzioni, anche se Gianfranco Bettin e Flavio Dal Corso (Verdi) hanno poi chiesto di fermare il Mose e di sperimentare Arca .
Arca 2005 (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta) è l'evoluzione del progetto già presentato quattro anni fa, raffinato e perfezionato. L'idea di fondo è sempre la stessa: l'utilizzo per chiudere le bocche di porto di cassoni autoaffondanti, che nell'ipotesi originaria erano in calcestruzzo, ma che nelle successive stesure del progetto sono diventati delle vere navi in acciaio al carbonio, trainabili. D'estate se ne stanno da qualche parte alla fonda, in manutenzione, ma d'inverno vengono collocate al loro posto, per fermare l'acqua alta.
Non richiedono strutture fisse, milioni di metri cubi di cemento, migliaia di pali di fondazione, ma solo delle spalle di ancoraggio fatte però anch'esse di scafi autoaffondanti, e la stesura di un materasso antierosione dello spessore di circa 30 centimetri sul fondale delle bocche di porto, che può essere sagomato alla profondità che si crede. «Noi abbiamo scelto i limiti attualmente necessari alla navigazione», ha spiegato De Santis, ovvero 9.50 metri al Lido, 12 a Malamocco, 8.50 a Chioggia.
Le navi, alte dai 6 ai 15 metri, vengono trainate al loro posto, e incernierate su dei piloni (anch'essi scafi autoaffondanti, più piccoli) in modo da lasciare dei varchi di 190 metri: 3 al Lido; uno a Chioggia e a Malamocco più un secondo varco da 90 metri. In ogni bocca di porto, sempre con scafi autoaffondanti, vengono realizzate delle conche di navigazione per il naviglio minore. Al crescere della marea, le navi vengono ruotate di 90 gradi (come porte sui cardini) grazie a eliche trasversali intubate, e affondate come i sommergibili, imbarca ndo acqua, fino a posarsi sul fondo, diventando delle dighe. Il sistema è modulare, perché permette anche chiusure parziali. «Il tutto - ha sottolineato Ieno - entra in esercizio in 15 minuti». Il progetto, è stato spiegato, può essere realizzato in due anni, e non in 8 come il Mose, mettendo da subito al sicuro Venezia dall'acqua alta, e costa "solo" 450 milioni di euro, cioé dieci volte meno del progetto ufficiale.
Arca e Mose sono stati messi a confronto da Paolo Pirazzoli, direttore di ricerca del Cnr francese, e da George Umgiesser, modellista del Cnr veneziano. Pirazzoli ha paragonato i risultati dei due sistemi nello scenario del 4 novembre 1966, corretto secondo le previsioni degli esperti dell'Ipcc (Intergovernamental panel on Cimate change) per i quali il livello del mare potrebbe crescere di 30 cm entro il 2050, e di mezzo metro entro il 2100.
Nel '66, ha ricordato Pirazzoli la marea toccò i 194 cm, rimase per 22 ore sopra i 110, la laguna crebbe di 7 millimetri all'ora solo per la pioggia. «Col Mose - ha sostenuto ricordando la tracimazione dell'acqua tra i portelloni -, si sarebbero superati i 110 cm in laguna, con Arca non si sarebbero toccati i 90». Addirittura i 60 se con le eliche si fosse pompata l'acqua fuori dalla laguna. Col mare cresciuto di 30 cm il Mose non avrebbe garantito i 140 cm, Arca sarebbe rimasto sotto il metro; col mare cresciuto di mezzo metro, il Mose non avrebbe impedito una marea di 170 cm, Arca avrebbe tenuto a 110.
Umgiesser ha invece paragonato gli effetti dissipativi di Arca rispetto a quelli proposti nel '99 dal Comune, e poi dal Consorzio Venezia Nuova, da De Piccoli (progetto Perla), dagli 11 punti. «Tranne le lunate del Consorzio - ha detto - assolutamente inutili, tutte le proposte sono efficaci per ridurre i picchi di marea tra i 10 e i 30 centimetri, ma con Arca si può scegliere la riduzione, continuando a permettere la navigazione. Arca - ha concluso - è l'unico progetto che unisce la possibilità della chiusura totale con le opere alternative».
E' sperimentale, graduale, reversibile
22 gennaio 2005
È sperimentale, graduale, reversibile, come vuole la legge, ma soprattutto è "stagionale": si mette d'inverno, quando serve, e d'estate si toglie. Costa dieci volte meno del Mose (450 milioni di euro contro 4700 milioni), e si realizza in due anni e non in otto, mettendo da subito Venezia al riparo dall'acqua alta; non abbisogna di milioni di metri cubi di cemento, né di migliaia di pali infissi nel fondale, né di sbancamenti delle bocche di porto, ma solamente di spalle autoaffondanti in calcestruzzo (removibili), e della posa di un materasso antierosione di georete; infine può fronteggiare qualsiasi innalzamento del livello medio del mare che i lidi e la costa possano reggere, semplicemente aumentando lo spessore del materasso antierosione.
Stiamo parlando di Arca (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta), l'anti Mose che stamane verrà presentato anche con animazioni dalle 10 nella Sala del Piovego di Palazzo Ducale, con interventi di Paolo Pirazzoli (ricercatore del Cnr francese) sugli scenari futuri dell'eustatismo e di George Umgiesser (Cnr Venezia) sui problemi idrodinamici. Seguirà un dibattito moderato dal prof. Bruno Rosada.
Arca è stato ideato da Antonio Ieno, un Carneade, accusano gli oppositori, ma dalla grande e lucida determinazione, la cui intuizione è stata poi tradotta in un progetto dall'aria assai solida dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere Marittime all'Università di Padova e componente dello staff che realizzò Voltabarozzo, e dagli ingegneri Giorgio La Valle (Strutture navali) e Filippo Valenti (Relazioni tecniche), con la collaborazione di Pirazzoli e Umgiesser. La progettazione delle automazioni è della Siemens Spa.
«In sostanza - ha spiegato ieri De Santis - si tratta di vere e proprie navi autoaffondanti di 120 metri, trainabili, in acciaio al carbonio». Esse andranno portate alle bocche di porto, il cui fondale dovrà essere preventivamente regolato portandolo a 9.50 metri al Lido, a 12 metri a Malamocco, a 8.50 a Chioggia, e lì verranno allineate tra di loro e incernierate su piloni che altro non sono che scafi autoaffondanti più piccoli. In condizioni normali, le navi stanno alla fonda lasciando ad esempio al Lido tre varchi di 190 metri ciascuno, poi al crescere della marea vengono ruotate di 90 gradi grazie a due eliche intubate trasversali ciascuna, e affondate con acqua, come i sommergibili. Una volta posate sul fondale, sul quale saranno state sagomate, le navi diverranno delle vere dighe contro la marea (vedi foto), potendo servire per acque alte fino a 2.50 metri. «E le eliche trasversali, pompando fuori ciascuna 30 metri cubi al secondo, possono ridurre di 6 millimetri all'ora il livello dell'acqua in laguna, tanta quanta ne piovve il 4 novembre del '66», ha sottolineato Pirazzoli.
«Il sistema - ha spiegato Ieno - consente chiusure parzializzate, a seconda dei livelli di marea». La navigazione resta garantita su tutte le bocche fino a 125 centimetri, chiudendo solo alcuni varchi, poi oltre i 125 centimetri resta garantita solo a Malamocco, mentre a 128 centimetri si chiudono tutte le bocche. «Sulla base delle statistiche di marea dal 1983 al 2002 - ha sottolineato Ieno - le chiusure totali sarebbero state solo 9»
Il progetto è stato presentato anche al Magistrato alle Acque. «Nessuna risposta - ha polemizzato Ieno, e scarsa attenzione è venuta anche dal Comune».
Davide contro Golia
23 gennaio 2004
Davide contro Golia. Ovvero Arca contro il Mose. Potrebbe riassumersi così il senso della presentazione alla città, ieri nella sala del Piovego di Palazzo Ducale, del progetto di chiusure mobili alle bocche di porto alternativo al Mose, ideato da Antonio Ieno e tradotto in forma progettuale da uno staff coordinato dal prof. Maurizio De Santis, docente di Opere marittime all'Università di Padova. Del tutto assenti le istituzioni, anche se Gianfranco Bettin e Flavio Dal Corso (Verdi) hanno poi chiesto di fermare il Mose e di sperimentare Arca .
Arca 2005 (Apparecchiature rimovibili contro l'acqua alta) è l'evoluzione del progetto già presentato quattro anni fa, raffinato e perfezionato. L'idea di fondo è sempre la stessa: l'utilizzo per chiudere le bocche di porto di cassoni autoaffondanti, che nell'ipotesi originaria erano in calcestruzzo, ma che nelle successive stesure del progetto sono diventati delle vere navi in acciaio al carbonio, trainabili. D'estate se ne stanno da qualche parte alla fonda, in manutenzione, ma d'inverno vengono collocate al loro posto, per fermare l'acqua alta.
Non richiedono strutture fisse, milioni di metri cubi di cemento, migliaia di pali di fondazione, ma solo delle spalle di ancoraggio fatte però anch'esse di scafi autoaffondanti, e la stesura di un materasso antierosione dello spessore di circa 30 centimetri sul fondale delle bocche di porto, che può essere sagomato alla profondità che si crede. «Noi abbiamo scelto i limiti attualmente necessari alla navigazione», ha spiegato De Santis, ovvero 9.50 metri al Lido, 12 a Malamocco, 8.50 a Chioggia.
Le navi, alte dai 6 ai 15 metri, vengono trainate al loro posto, e incernierate su dei piloni (anch'essi scafi autoaffondanti, più piccoli) in modo da lasciare dei varchi di 190 metri: 3 al Lido; uno a Chioggia e a Malamocco più un secondo varco da 90 metri. In ogni bocca di porto, sempre con scafi autoaffondanti, vengono realizzate delle conche di navigazione per il naviglio minore. Al crescere della marea, le navi vengono ruotate di 90 gradi (come porte sui cardini) grazie a eliche trasversali intubate, e affondate come i sommergibili, imbarca ndo acqua, fino a posarsi sul fondo, diventando delle dighe. Il sistema è modulare, perché permette anche chiusure parziali. «Il tutto - ha sottolineato Ieno - entra in esercizio in 15 minuti». Il progetto, è stato spiegato, può essere realizzato in due anni, e non in 8 come il Mose, mettendo da subito al sicuro Venezia dall'acqua alta, e costa "solo" 450 milioni di euro, cioé dieci volte meno del progetto ufficiale.
Arca e Mose sono stati messi a confronto da Paolo Pirazzoli, direttore di ricerca del Cnr francese, e da George Umgiesser, modellista del Cnr veneziano. Pirazzoli ha paragonato i risultati dei due sistemi nello scenario del 4 novembre 1966, corretto secondo le previsioni degli esperti dell'Ipcc (Intergovernamental panel on Cimate change) per i quali il livello del mare potrebbe crescere di 30 cm entro il 2050, e di mezzo metro entro il 2100.
Nel '66, ha ricordato Pirazzoli la marea toccò i 194 cm, rimase per 22 ore sopra i 110, la laguna crebbe di 7 millimetri all'ora solo per la pioggia. «Col Mose - ha sostenuto ricordando la tracimazione dell'acqua tra i portelloni -, si sarebbero superati i 110 cm in laguna, con Arca non si sarebbero toccati i 90». Addirittura i 60 se con le eliche si fosse pompata l'acqua fuori dalla laguna. Col mare cresciuto di 30 cm il Mose non avrebbe garantito i 140 cm, Arca sarebbe rimasto sotto il metro; col mare cresciuto di mezzo metro, il Mose non avrebbe impedito una marea di 170 cm, Arca avrebbe tenuto a 110.
Umgiesser ha invece paragonato gli effetti dissipativi di Arca rispetto a quelli proposti nel '99 dal Comune, e poi dal Consorzio Venezia Nuova, da De Piccoli (progetto Perla), dagli 11 punti. «Tranne le lunate del Consorzio - ha detto - assolutamente inutili, tutte le proposte sono efficaci per ridurre i picchi di marea tra i 10 e i 30 centimetri, ma con Arca si può scegliere la riduzione, continuando a permettere la navigazione. Arca - ha concluso - è l'unico progetto che unisce la possibilità della chiusura totale con le opere alternative».
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 11:32:48
ma no.
E' l'unico progetto valido (almeno a breve termine), non ci sono alternative per salvare Venezia e la laguna.
Qualcuno lo ha definito un intervento per i primi 50 anni in attesa di interventi migliori.
Una cosa è sicura, bisogna intervenire in qualche modo altrimenti perdiamo ciò che ci invidiano da tutto il mondo.
ma no.
E' l'unico progetto valido (almeno a breve termine), non ci sono alternative per salvare Venezia e la laguna.
Qualcuno lo ha definito un intervento per i primi 50 anni in attesa di interventi migliori.
Una cosa è sicura, bisogna intervenire in qualche modo altrimenti perdiamo ciò che ci invidiano da tutto il mondo.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 11:22:28
naturale fenomeno delle acque alte a Venezia aumentato, in frequenza ed altezza, nel corso del novecento, per una serie di concause tutte dovute agli interventi dell’uomo nell’ecosistema:
1. l’aumento del livello dei mari (eustatismo) per effetto del riscaldamento dovuto all’effetto serra;
2. l’abbassamento del suolo; anche se dal 1973 la subsidenza di origine antropica si è fermata, dopo il divieto di utilizzare l’acqua delle falde freatiche per i cicli produttivi di P. Marghera;
3. gli interramenti di aree lagunari effettuati per insediare il polo di Marghera ed altre infrastrutture, assieme con la chiusura delle valli da pesca al flusso di marea: ben un terzo dell’intero bacino lagunare è stato imbonito;
4. lo scavo di canali navigabili, vere e proprie autostrade per l’onda di marea, per le superpetroliere ed ora le mega navi da crociera, assieme con lo scavo dei fondali alle bocche di porto (i varchi che uniscono il mare alla laguna).
Il risultato è stato che più mare entra, e più velocemente, in laguna, un bacino ridotto di superficie, trasformatosi - appunto in età industriale in un vero e proprio braccio di mare.
Il buon senso direbbe di ripristinare l’equilibrio idrogeologico per limitare il fenomeno delle acque alte. Ed infatti la legislazione speciale per Venezia prevedeva tutta una serie di interventi mai effettuati come la chiusura del Canale dei Petroli, l’estromissione del traffico petrolifero dalla laguna, l’apertura delle valli da pesca al flusso di marea, il restauro della morfologia lagunare, ecc..
Tutti interventi mai fatti. La stessa legislazione prevedeva dopo tutti gli altri interventi già citati e l’eventuale chiusura con opere mobili e/o fisse delle bocche di porto per regolare il flusso di marea. Le opere comunque devono avere la caratteristica della sperimentabilità, gradualità e reversibilità .
Il sistema MoSE invece non rispetta questi requisiti: non c’è nulla di reversibile in 8 milioni di metricubi di cemento armato, 12.000 pali in calcestruzzo di fondazione conficcati fin sotto i fondali delle bocche di porto. Se tutto va bene servirà a fermare solo le acque alte eccezionali (una due volte all’anno per una spesa di 4,3 miliardi di), non le medio alte, le più frequenti. Questo per non chiudere troppe volte le paratoie, impedendo il ricambio tra mare e laguna e danneggiando l’attività portuale. Senza contare che se dovesse alzarsi il livello degli oceani nei prossimi decenni, l’intera opera diverrebbe obsoleta, proprio perchè è un’opera irreversibile.
Il sistema MoSE non ha neppure un progetto esecutivo complessivo dell’opera, stanno lavorando per stralci. Il MoSE non ha neppure la Valutazione dell’Impatto Ambientale, quella negativa del 1998 è stata annullata dal Tar del Veneto per motivi formali e non di merito. Il MoSE - e qui sta l’anomalia non è stato dato con libera gara d’appalto al Consorzio Venezia Nuova, ma in concessione unica, in spregio a tutta la normativa europea e nazionale.
In pratica un unico soggetto è una vera e propria corporation che fa lobby trasversalmente con tutte le compagini governative - ha il monopolio sia degli studi, delle sperimentazioni, della progettazione e della realizzazione di una delle grandi opere più controverse, e senza alcun controllo terzo.
Il MoSE non serve a fermare le acque alte, serve solo a chi lo fa.
naturale fenomeno delle acque alte a Venezia aumentato, in frequenza ed altezza, nel corso del novecento, per una serie di concause tutte dovute agli interventi dell’uomo nell’ecosistema:
1. l’aumento del livello dei mari (eustatismo) per effetto del riscaldamento dovuto all’effetto serra;
2. l’abbassamento del suolo; anche se dal 1973 la subsidenza di origine antropica si è fermata, dopo il divieto di utilizzare l’acqua delle falde freatiche per i cicli produttivi di P. Marghera;
3. gli interramenti di aree lagunari effettuati per insediare il polo di Marghera ed altre infrastrutture, assieme con la chiusura delle valli da pesca al flusso di marea: ben un terzo dell’intero bacino lagunare è stato imbonito;
4. lo scavo di canali navigabili, vere e proprie autostrade per l’onda di marea, per le superpetroliere ed ora le mega navi da crociera, assieme con lo scavo dei fondali alle bocche di porto (i varchi che uniscono il mare alla laguna).
Il risultato è stato che più mare entra, e più velocemente, in laguna, un bacino ridotto di superficie, trasformatosi - appunto in età industriale in un vero e proprio braccio di mare.
Il buon senso direbbe di ripristinare l’equilibrio idrogeologico per limitare il fenomeno delle acque alte. Ed infatti la legislazione speciale per Venezia prevedeva tutta una serie di interventi mai effettuati come la chiusura del Canale dei Petroli, l’estromissione del traffico petrolifero dalla laguna, l’apertura delle valli da pesca al flusso di marea, il restauro della morfologia lagunare, ecc..
Tutti interventi mai fatti. La stessa legislazione prevedeva dopo tutti gli altri interventi già citati e l’eventuale chiusura con opere mobili e/o fisse delle bocche di porto per regolare il flusso di marea. Le opere comunque devono avere la caratteristica della sperimentabilità, gradualità e reversibilità .
Il sistema MoSE invece non rispetta questi requisiti: non c’è nulla di reversibile in 8 milioni di metricubi di cemento armato, 12.000 pali in calcestruzzo di fondazione conficcati fin sotto i fondali delle bocche di porto. Se tutto va bene servirà a fermare solo le acque alte eccezionali (una due volte all’anno per una spesa di 4,3 miliardi di), non le medio alte, le più frequenti. Questo per non chiudere troppe volte le paratoie, impedendo il ricambio tra mare e laguna e danneggiando l’attività portuale. Senza contare che se dovesse alzarsi il livello degli oceani nei prossimi decenni, l’intera opera diverrebbe obsoleta, proprio perchè è un’opera irreversibile.
Il sistema MoSE non ha neppure un progetto esecutivo complessivo dell’opera, stanno lavorando per stralci. Il MoSE non ha neppure la Valutazione dell’Impatto Ambientale, quella negativa del 1998 è stata annullata dal Tar del Veneto per motivi formali e non di merito. Il MoSE - e qui sta l’anomalia non è stato dato con libera gara d’appalto al Consorzio Venezia Nuova, ma in concessione unica, in spregio a tutta la normativa europea e nazionale.
In pratica un unico soggetto è una vera e propria corporation che fa lobby trasversalmente con tutte le compagini governative - ha il monopolio sia degli studi, delle sperimentazioni, della progettazione e della realizzazione di una delle grandi opere più controverse, e senza alcun controllo terzo.
Il MoSE non serve a fermare le acque alte, serve solo a chi lo fa.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 10:39:18
se non si fa la laguna morirà presto.
chiaramente da solo non serve, bisogna trasferire la zona industriale di marghera, continuare ad aiutare la flora con i trapianti (come già si fa), limitare il traffico delle barche (che naturalmente avverrà solo traferendo parte o tutta la zona industriale).
il costo è superiore agli interventi fatti in olanda ed in inghilterra perché è più complesso e meno impattante degli altri.
se non si fa la laguna morirà presto.
chiaramente da solo non serve, bisogna trasferire la zona industriale di marghera, continuare ad aiutare la flora con i trapianti (come già si fa), limitare il traffico delle barche (che naturalmente avverrà solo traferendo parte o tutta la zona industriale).
il costo è superiore agli interventi fatti in olanda ed in inghilterra perché è più complesso e meno impattante degli altri.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 10:37:41
Non credo sia stato bloccato
Non credo sia stato bloccato
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 10:30:15
Spero che il progetto vada avanti!
'sti cazzi di ambientalisti
Spero che il progetto vada avanti!
'sti cazzi di ambientalisti

Messaggio del 03-09-2007 alle ore 10:00:37
[ versione per la stampa ]
In occasione dell’iniziativa di domenica 5 agosto - Una quarantina di attivisti NOMOSE, a bordo di sette imbarcazioni, sono andati in bocca di porto del Lido e hanno fatto diverse scritte sui cassoni di spalla del MOSE che in queste ultime settimane stanno per essere posizionati sul lato della diga di San Nicolò.
E’ stato scritto: “Cantieri illegittimi; Il Consorzio Venezia Nuova devasta laguna; NOMOSE; Fermiamo il MOSE per salvare la laguna dal Mare e dagli uomini; etc. etc.”
Subito dopo l’iniziativa si è svolta una conferenza stampa per rilanciare la mobilitazione cittadina da settembre in poi.
Questo il testo del comunicato distribuito:
Il Governo Prodi procede pervicacemente, ormai incurante di ogni evidenza e prova, nel finanziare la prosecuzione dei lavori del progetto MOSE.
Un Progetto del tutto inutile che ha già iniziato a produrre danni al fragilissimo ambiente lagunare e con la sua prosecuzione produrrà un impatto devastante! Nel programma elettorale il centrosinistra aveva promesso che sulle grandi opere avrebbero cercato in consenso delle comunità locali!
Hanno tradito la fiducia degli elettori!
Procedono incurantemente nella stessa direzione dell’ex governo Berlusconi!
Garantiscono gli interessi delle lobby affaristiche dei cartelli di imprese che hanno messo le mani nei business miliardari delle grandi opere.
Sono ancora le lobby affaristiche del Consorzio Venezia Nuova a dettar legge e a condizionare le scelte del mondo della politica! Un Consorzio del tutto illegale dal 1993, da quando il parlamento italiano con la legge 527 recepiva una direttiva europea che vietava il sistema del “Concessionario Unico”.
Le comunità locali avevano chiaramente espresso la loro contrarietà :
a. con il voto dei Consigli del Comune e della Provincia di Venezia;
b. 12500 cittadini avevano sottoscritto una petizione popolare contro il progetto Mose;
c. le Commissioni Ambiente di Camera e Senato avevano chiesto la sospensione dei lavori e la verifica dei progetti alternativi;
Sono state presentate dal Ministero dell’Ambiente e dal Comune di Venezia documenti ultra dettagliati su irregolarità ed illegittimità procedurali, mancanza di permessi ed autorizzazioni, su falle e lacune tecniche del progetto.
Il parlamento Europeo ha avviato due procedure di infrazione nei confronti del Governo italiano per non aver rispettato le direttive europee per le aree di interesse comunitario.
Il Comune di Venezia tramite l’Osservatorio della Laguna a maggio del 2007 ha presentato un documento sui danni già prodotti dai cantieri e su quelli che si produrranno se si procederà con i lavori.
I lavori in corso hanno già irrimediabilmente compromesso vaste aree di siti di interesse comunitario e zone di protezione speciale:
Alla bocca di porto del Lido sono stati irrimediabilmente compromessi 19,9 ettari con la costruzione del porto rifugio, dell’isola nuovissima del Baccan e con il rinforzo delle dighe.
Alla bocca di porto di Malamocco sono stati irrimediabilmente compromessi 16 ettari con la costruzione senza autorizzazioni della piattaforma per la costruzione dei cassoni.
Alla bocca di porto di Chioggia sono stati irrimediabilmente compromessi 9,5 ettari con la costruzione del porto rifugio e dell’area per la costruzione dei cassoni.
Questi lavori hanno mutato la velocità delle correnti in entrata ed uscita creando seri problemi di erosione delle barene, canali e dell’habitat e modificazioni nelle sedimentazioni.
Ma questi erano solo i danni provocati dalle opere preliminari e complementari del progetto MOSE. Il Governo ha deciso con un nuovo finanziamento di 243 milioni di euro di procedere con quei lavori che avranno un effetto ancora più devastante per la laguna di Venezia.
Solo per citare uno dei tanti disastri che faranno tra pochi mesi: Alle tre bocche di porto per fare gli alloggiamenti sul fondo al quale verranno incernierate le paratie, si dovranno scavare cinque milioni di metri cubi di fanghi, che verranno utilizzati per costruire delle oscene e finte barene/discariche in aree dove non sono mai esistite.
Contro tutto questo rilanciamo la mobilitazione cittadina da settembre in poi.
Il MOSE serve solo a chi lo fa!
Fermiamo i lavori del MOSE!
Le opere finora realizzate possono essere riconvertite ad altri usi!
Assemblea Permanente No Mose
[ versione per la stampa ]
In occasione dell’iniziativa di domenica 5 agosto - Una quarantina di attivisti NOMOSE, a bordo di sette imbarcazioni, sono andati in bocca di porto del Lido e hanno fatto diverse scritte sui cassoni di spalla del MOSE che in queste ultime settimane stanno per essere posizionati sul lato della diga di San Nicolò.
E’ stato scritto: “Cantieri illegittimi; Il Consorzio Venezia Nuova devasta laguna; NOMOSE; Fermiamo il MOSE per salvare la laguna dal Mare e dagli uomini; etc. etc.”
Subito dopo l’iniziativa si è svolta una conferenza stampa per rilanciare la mobilitazione cittadina da settembre in poi.
Questo il testo del comunicato distribuito:
Il Governo Prodi procede pervicacemente, ormai incurante di ogni evidenza e prova, nel finanziare la prosecuzione dei lavori del progetto MOSE.
Un Progetto del tutto inutile che ha già iniziato a produrre danni al fragilissimo ambiente lagunare e con la sua prosecuzione produrrà un impatto devastante! Nel programma elettorale il centrosinistra aveva promesso che sulle grandi opere avrebbero cercato in consenso delle comunità locali!
Hanno tradito la fiducia degli elettori!
Procedono incurantemente nella stessa direzione dell’ex governo Berlusconi!
Garantiscono gli interessi delle lobby affaristiche dei cartelli di imprese che hanno messo le mani nei business miliardari delle grandi opere.
Sono ancora le lobby affaristiche del Consorzio Venezia Nuova a dettar legge e a condizionare le scelte del mondo della politica! Un Consorzio del tutto illegale dal 1993, da quando il parlamento italiano con la legge 527 recepiva una direttiva europea che vietava il sistema del “Concessionario Unico”.
Le comunità locali avevano chiaramente espresso la loro contrarietà :
a. con il voto dei Consigli del Comune e della Provincia di Venezia;
b. 12500 cittadini avevano sottoscritto una petizione popolare contro il progetto Mose;
c. le Commissioni Ambiente di Camera e Senato avevano chiesto la sospensione dei lavori e la verifica dei progetti alternativi;
Sono state presentate dal Ministero dell’Ambiente e dal Comune di Venezia documenti ultra dettagliati su irregolarità ed illegittimità procedurali, mancanza di permessi ed autorizzazioni, su falle e lacune tecniche del progetto.
Il parlamento Europeo ha avviato due procedure di infrazione nei confronti del Governo italiano per non aver rispettato le direttive europee per le aree di interesse comunitario.
Il Comune di Venezia tramite l’Osservatorio della Laguna a maggio del 2007 ha presentato un documento sui danni già prodotti dai cantieri e su quelli che si produrranno se si procederà con i lavori.
I lavori in corso hanno già irrimediabilmente compromesso vaste aree di siti di interesse comunitario e zone di protezione speciale:
Alla bocca di porto del Lido sono stati irrimediabilmente compromessi 19,9 ettari con la costruzione del porto rifugio, dell’isola nuovissima del Baccan e con il rinforzo delle dighe.
Alla bocca di porto di Malamocco sono stati irrimediabilmente compromessi 16 ettari con la costruzione senza autorizzazioni della piattaforma per la costruzione dei cassoni.
Alla bocca di porto di Chioggia sono stati irrimediabilmente compromessi 9,5 ettari con la costruzione del porto rifugio e dell’area per la costruzione dei cassoni.
Questi lavori hanno mutato la velocità delle correnti in entrata ed uscita creando seri problemi di erosione delle barene, canali e dell’habitat e modificazioni nelle sedimentazioni.
Ma questi erano solo i danni provocati dalle opere preliminari e complementari del progetto MOSE. Il Governo ha deciso con un nuovo finanziamento di 243 milioni di euro di procedere con quei lavori che avranno un effetto ancora più devastante per la laguna di Venezia.
Solo per citare uno dei tanti disastri che faranno tra pochi mesi: Alle tre bocche di porto per fare gli alloggiamenti sul fondo al quale verranno incernierate le paratie, si dovranno scavare cinque milioni di metri cubi di fanghi, che verranno utilizzati per costruire delle oscene e finte barene/discariche in aree dove non sono mai esistite.
Contro tutto questo rilanciamo la mobilitazione cittadina da settembre in poi.
Il MOSE serve solo a chi lo fa!
Fermiamo i lavori del MOSE!
Le opere finora realizzate possono essere riconvertite ad altri usi!
Assemblea Permanente No Mose
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 09:30:20
era nei progetti di Berlusconi, ha avuto i finanziamenti, sono iniziati i lavori ma non se ne parla più.
Sono tutti concordi sulla positività del progetto, tranne qualche verde cieco, ma si sta aspettando. Cosa?
non possiamo perdere venezia.
era nei progetti di Berlusconi, ha avuto i finanziamenti, sono iniziati i lavori ma non se ne parla più.
Sono tutti concordi sulla positività del progetto, tranne qualche verde cieco, ma si sta aspettando. Cosa?
non possiamo perdere venezia.
Nuova reply all'argomento:
che fine ha fatto il progetto Mose?
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