Messaggio del 02-09-2007 alle ore 23:57:49
Ma in questo forum nessuno si ritiene marxista?
Perchè? Non è forse Carlo uno dei massimi pensatori contemporanei?
Mo' non cominciamo a sparare cazzate...però, eh?
Serietà e Rigore!
(non pensate a Italia-Francia)
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 10:06:00
« La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta. Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel Medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi».
[...]
La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. »
E concludono con la necessità della rivoluzione: «la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi:
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 10:15:17
Marx ha fotografato perfettamente la situazione al 1848, ma quando ha provato a trarne delle conclusioni non ci ha preso neanche per sbaglio, partendo dalla situazione delle aziende agricole inglesi ha parlato di concentrazione del capitale e 30 anni dopo in america è nato l'antitrust.
Parlava di lotta di classe e Ford ha risolto il problema imborghesendo i proletari.
La rivoluzione doveva scoppiare nel punto di massimo sviluppo del capitalismo, la Germania ed invece è scoppiata dove il capitalismo neanche c'era, la Russia e infatti Lenin si è dovuto inventare un'ideologia di sana pianta visto che il marxismo non era applicabile nella realtà pre industriale russa.
Può darsi che il capitalismo sia destinato ad autodistruggersi, anche perchè non ci sono, al momento altre forze in grado di farlo, ma ha la pellaccia molto più dura di quello che pensava il buon Karl, che tutto sommato mi è sempre stato simpatico.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 10:50:29
Fu Marx a riconoscere nel proletariato la classe rivoluzionaria che ha in sé le potenzialità di organizzazione di un nuovo modello sociale non più basato sulla proprietà privata dei mezzi produttivi, ma sulla libera associazione dei produttori. Socializzando così la produzione, il ruolo del proletariato diviene quello di classe sociale che rovescia il sistema capitalistico, superandolo con un rapporto tra cose e persone privo del valore di scambio che determina l'esistenza delle merci.
Rivoluzione.
Quando, nel corso dell’evoluzione, le differenze di classe saranno sparite e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere pubblico perderà il carattere politico. Il potere politico, nel senso proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra. Se il proletariato, nella lotta contro la borghesia, si costituisce necessariamente in classe, e per mezzo della rivoluzione trasforma se stesso in classe dominante e, come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di produzione, esso abolisce, insieme con questi rapporti di produzione, anche le condizioni d’esistenza dell’antagonismo di classe e le classi in generale, e quindi anche il suo proprio dominio di classe. Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 11:00:35
"Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria.[...] La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre il regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità".
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:44:37
[...]Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, [...] che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, [...] alla quale corrispondono determinate forme sociali della coscienza. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà [...] dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. [...]
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:49:29
Il Marx che mi piace non è quello dottrinario. Se tu ,tovasish Libertad, riduci il pensiero marxiano a ciò...stiamo freschi.
Ciò che mi interessa è l'universalità de "non "abbiamo" che da perdere le nostre catene".
La libertà...non lo stalinismo.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 12:51:30
Per comprendere realmente ciò che un uomo è in un determinato periodo della sua storia non si può poggiare quindi sulle opinioni che l'uomo ha di se stesso (che rappresentano la sovrastruttura ideologica) ma occorre capire in che momento dello sviluppo delle forze produttive si trova a vivere. In questo modo, per avere una conoscenza corretta dell'uomo, non si parte dall'opinabile contenuto della sua coscienza, inevitabilmente soggettivo, ma dall'oggettività dei dati di fatto, empirici e constatabili, che si esprimono nell'attività economica che lo stesso uomo, necessariamente, pone in essere.
Il destino dell'uomo nella storia è quello di vivere una contraddizione che nasce nella struttura economica. I rapporti di produzione in cui si è trovato l'uomo durante l'intero sviluppo della sua storia si manifestano palesemente nei rapporti di proprietà, ovvero nel modo in cui si possiedono i mezzi che servono a produrre le cose necessarie alla sua sussistenza. Nella struttura economica vengono a crearsi due classi di uomini: una che detiene i mezzi di produzione e una che rappresenta la forza lavoro, la classe che produce i beni utilizzando mezzi di produzione che non sono di loro proprietà.
Durante il corso della storia, nel periodo schiavistico dell'antichità, le classi egemoni, i cittadini e i patrizi rappresentavano la classe dominante, la classe che deteneva i mezzi di produzione, mentre gli schiavi, e in diversa misura i plebei, erano la forza lavoro. Nel periodo medioevale, allo stesso modo, i signori della nobiltà feudale detenevano la proprietà di quei mezzi che i servi della gleba utilizzavano per produrre i beni di cui non erano naturali possessori. Anche nel periodo contemporaneo a Marx, il periodo dello sviluppo industriale, si assiste alla divisione in classi: da un lato i capitalisti, coloro che detengono il capitale e le industrie, ovvero i mezzi di produzione, e dall'altro i proletari, gli operai che lavorano nella fabbrica producendo i beni con mezzi di produzione in possesso di altri.
Si assiste, dunque, e questa secondo Marx è una legge storica universale, ad uno scontro perenne tra due classi, quella che detiene in proprietà i mezzi di produzione e quella che produce beni utilizzando quegli stessi mezzi che non saranno mai di loro proprietà. La prima classe sarà destinata inevitabilmente a dominare sulla seconda.
Per rimuovere questa ingiustizia, vera e propria contraddizione interna al sistema economico di ogni epoca, secondo Marx e come si è già accennato nel primo capitolo, non è possibile intervenire per via puramente mentale, ma occorre intervenire nella struttura stessa del sistema economico in modo da rimuovere concretamente e materialmente le cause di tale contraddizione. Tale rimozione avviene nella storia nei periodi di rivoluzione, ovvero in quelle epoche in cui gli uomini delle classi sfruttate sono in grado di comprendere la loro situazione e di cambiare i rapporti di forza all'interno della struttura economica. Questa è la critica della prassi, ovvero il rivolgersi a una lettura critica dei fenomeni reali dell'esistenza (la prassi, la pratica) e non agli sviluppi della critica teorica, la quale, come si è visto, viene determinata dalla realtà pratica.
Dunque Marx critica Feuerbach in questo senso: una volta scoperto che la famiglia terrena (l'organizzazione sociale degli uomini) è il segreto della Sacra Famiglia (ovvero della religione), la stessa famiglia terrena è la prima che deve essere criticata e rivoltata in modo tale da cambiare quelle stesse ideologie (cultura e religione) che sono espressione dello stato corrente dei rapporti di produzione.
A un certo punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con l'organizzazione sociale del lavoro, cioè con i rapporti di produzione esistenti e quindi con i rapporti di proprietà." (K. Marx). Ciò significa che le forze produttive materiali, ovvero la forza lavoro, la classe che produce ma non detiene i mezzi di produzione, non si trovano più in accordo con il sistema socio-economico esistente. Ad un certo punto del divenire storico, le classi dominate non si riconoscono più in quel sistema di lavoro che all'inizio aveva permesso la loro stessa esistenza. Il sistema di lavoro e di produzione espressione della classe dominante tende a conservare lo stato di cose, un cambiamento, infatti, comporterebbe uno sconvolgimento sociale tale che i dominanti non sarebbero più sicuri di trovarsi nella posizione di dominio.
Queste fasi di rivoluzione, in cui una classe preme sull'altra per il cambiamento, si riscontrano in tutti i periodi di passaggio da un modello di produzione all'altro: così fu nel passaggio dalla società schiavista a quella feudale, e da quella feudale a quella industriale-capitalista. Nel sistema capitalista i borghesi che detengono la proprietà dei mezzi di produzione sono l'ultima forma che ha preso la classe dominante, la classe che intende impedire lo sviluppo della storia conservando la struttura socio-economica esistente. Il mutamento, nel sistema capitalistico, è rappresentato dai proletari, la forza lavoro delle fabbriche, che, essendo in posizione di svantaggio, premono per un cambiamento dello stato di cose esistente.
Sono i proletari che nel sistema di produzione moderno garantiscono la dialettica del processo storico e tendono a distruggere il sistema di produzione borghese. Per Marx il successivo sviluppo della società borghese porta a una forma socio-economica nuova e definitiva, in cui la rivolta della classe dominata porterà alla definitiva eliminazione delle classi e della stessa lotta di classe, annullando di fatto anche la proprietà privata (la proprietà privata dei mezzi di produzione è infatti connaturata alla classe dominante). Questo movimento reale e necessario della storia verso una società non più classista e quindi egualitaria porta a quel nuovo sistema di vita e di produzione dei beni che Marx chiama comunismo.
L'iniquità che si viene a creare nel sistema capitalista presenta una necessità economica, determinata quindi da aspetti pratici ed empirici.
Nel sistema capitalista l'obiettivo di chi detiene i mezzi di produzione (fabbrica, macchinari e operai) è quello di ridurre al minimo i costi in modo tale da avere un maggiore plusvalore. Cosa significa? In sostanza, il valore di un bene prodotto è determinato in varia misura da due tipi di costi: una parte è il costo dei macchinari (il capitale costante), l'altra parte il costo dei salari (il capitale variabile).
Per ottenere un guadagno reale, l'imprenditore deve aggiungere quanto più plusvalore possibile al bene prodotto sempre restando però nell'ambito di un prezzo determinato dal gioco della domanda e dell'offerta. Quando il prezzo determinato da questo gioco raggiunge un tetto limite oltre al quale rimane fuori dal mercato, l'unica soluzione per aumentare il plusvalore è abbassare i costi variabili (ovvero la forza lavoro, gli operai). L'imprenditore cercherà allora di abbassare i salari e sostituire gli operai con nuovi macchinari, dato che il progresso scientifico rende le macchine sempre più efficienti rispetto agli uomini, e questo impone all'industriale di investire in capitale costante.
Vista dalla parte dell'operaio la situazione è questa: egli vede ridurre sempre di più il suo mercato e il suo salario, è costretto quindi a lavorare per aumentare sempre di più un plusvalore di cui non sarà mai il beneficiario.
E' su questa contraddizione che si fonda la crisi del capitalismo: chi detiene i mezzi di produzione esaspera sempre di più la ricerca del plusvalore così da minimizzare i salari e massimizzare il profitto. Questa corsa al profitto ha come conseguenza un impoverimento del proletariato a fronte di un aumento incessante delle quantità di merci prodotte. Ma a fronte di una riduzione infinita dei salari viene a mancare fatalmente anche la domanda, e il mercato va in crisi di sovrapproduzione: si produce di più senza avere la possibilità di vendere. In sostanza, a fronte di una veloce crescita della forza produttiva, del ritmo di produzione, non corrisponde un'eguale velocità della diffusione del benessere, della redistribuzione del profitto.
Inoltre la continua competitività del mercato esaspererà la lotta tra le varie industrie, le quali tenderanno a monopolizzare i rispettivi mercati a scapito dei concorrenti: tutto ciò porterà, secondo Marx, ad una situazione sociale in cui vi saranno pochi capitalisti e un'enorme massa di proletari sfruttati potenzialmente distruttiva. Ecco perché la storia porterà il capitalismo ad annullarsi nel comunismo, la forma di società che rappresenta il culmine dello sviluppo storico umano.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 13:07:07
Il settarismo è l'Idra putrescente che si annida nel corpo del grande partito internazionalista dei proletari.
Morte agli agenti provocatori, morte alle spie dei nemici di Classe
AVANTI PER LA COSTITUZIONE DELLA PATRIA DEL SOCIALISMO
FEDELI ALLA LINEA DEL GLORIOSO PARTITO E DEL SUO GRANDE CAPO!!!
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 13:11:26
Caro Corso, non potrai mai capire il perchè della barbarie della "New Economy" liberista, dalla crescita distruttiva senza alcuna forma di sviluppo sociale e di civiltà...se non ti levi il paraocchi cavallino.
Non mi diverto per niente nel constatarlo.
Mi incazzo.
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 13:38:00
Certo che un comunista che parla di paraocchi è il colmo, prima o poi aspetto il contrordine compagni il liberismo è cosa buona e giusti e tutti sugli attenti
Messaggio del 03-09-2007 alle ore 16:11:28
La contraddizione esposta in termini generali è questa: il capitale è esso stesso la contraddizione in processo. Il capitale si manifesta sempre più come una potenza sociale – di cui il capitalista è l’agente – che ha ormai perduto qualsiasi rapporto proporzionale con quello che può produrre il lavoro di un singolo individuo; ma come una potenza sociale, estranea, indipendente, che si contrappone alla società come entità materiale e come potenza dei capitalisti attraverso questa entità materiale. La contraddizione, tra questa potenza generale sociale alla quale si eleva il capitale e il potere privato del capitalista sulle condizioni sociali della produzione, si va facendo sempre più stridente e deve portare alla dissoluzione di questo rapporto ed alla trasformazione delle condizioni di produzione in condizioni di produzione sociali, comuni, generali. Questa trasformazione è il risultato dello sviluppo delle forze produttive nel modo capitalistico di produzione e della maniera in cui questo sviluppo si compie. La produzione capitalistica racchiude una tendenza verso lo sviluppo assoluto delle forze produttive, indipendentemente dal valore e dal plusvalore in esse contenuto, indipendentemente anche dalle condizioni sociali nelle quali essa funziona; ma nello stesso tempo tale produzione ha come scopo la conservazione del valore-capitale esistente e la sua massima valorizzazione. Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono. Ogni determinata forma storica del processo lavorativo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali. Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un'altra più elevata. Si riconosce che è giunto il momento di una tale crisi quando guadagnano in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di distribuzione e quindi anche la forma storica determinata dei rapporti di produzione ad essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive, capacità produttiva e sviluppo dei loro fattori, dall'altro. Subentra allora un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale.
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 10:20:19
Passiamo dunque alla prima questione: Che cosa è il salario? Come viene esso determinato?
Se domandiamo agli operai: “Qual’è l’importo del vostro salario?”, essi risponderanno, l’uno: “Io ricevo un franco [22] al giorno dal mio borghese”, l’altro: “Io ricevo due franchi”, ecc. Secondo le varie branche di lavoro alle quali appartengono, essi indicheranno diverse somme che ricevono dal loro rispettivo padrone per un determinato tempo di lavoro [23] o per fare un determinato lavoro, ad esempio per tessere un braccio di lino, o per comporre un foglio di stampa. Malgrado la diversità delle loro risposte essi concordano tutti su un punto: il salario è la somma di denaro che il borghese [24] paga per un determinato tempo di lavoro o per una determinata prestazione di lavoro.
Il borghese [25] compera, dunque, il loro lavoro con del denaro. Per denaro essi gli vendono il loro lavoro [26]. Con la stessa somma di denaro con la quale il borghese ha comperato il loro lavoro [27], per esempio con due franchi, avrebbe potuto comperare due libbre di zucchero o una determinata quantità di qualsiasi altra merce. I due franchi con i quali egli ha comperato le due libbre di zucchero sono il prezzo delle due libbre di zucchero. I due franchi con i quali egli ha comperato dodici ore di lavoro [28], sono il prezzo del lavoro di dodici ore. Il lavoro [29], dunque, è una merce, né più né meno che lo zucchero. La prima si misura con l’orologio, la seconda con la bilancia.
Gli operai scambiano la loro merce, il lavoro [29], con la merce del capitalista, il denaro, e questo scambio si effettua secondo un rapporto determinato. Tanto denaro per tanto lavoro [30]. Per tessere dodici ore, due franchi. E i due franchi, non rappresentano essi forse tutte le altre merci che posso comperare per due franchi? Di fatto, quindi, l’operaio ha scambiato la sua merce, il lavoro [29], contro altre merci di ogni genere, e secondo un rapporto determinato. Dandogli due franchi il capitalista gli ha dato, in cambio della sua giornata di lavoro, tanto di carne, tanto di abiti, tanto di legna, di luce, ecc. I due franchi esprimono dunque il rapporto in cui il lavoro si scambia con altre merci, il valore di scambio del suo lavoro. Il valore di scambio di una merce, valutato in denaro, si chiama appunto il suo prezzo. Il salario non è quindi che un nome speciale dato al prezzo del lavoro [31]; non è che un nome speciale dato al prezzo di questa merce speciale, che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo.
Prendiamo un operaio qualsiasi, per esempio un tessitore. Il borghese [32] gli fornisce il telaio e il filo. Il tessitore si pone al lavoro e il filo si fa tela. Il borghese s’impadronisce della tela e la vende, poniamo, a venti franchi. È il salario del tessitore una parte della tela, dei venti franchi, del prodotto del proprio lavoro? Niente affatto. Il tessitore ha ricevuto il suo salario molto tempo prima che la tela sia venduta, forse molto tempo prima che essa sia tessuta. Il capitalista, dunque, paga questo salario non con il denaro che egli ricaverà dalla tela, ma con denaro d’anticipo. Come il telaio e il filo non sono prodotti del tessitore, al quale vengono forniti dal borghese, così non lo sono le merci che egli riceve in cambio della sua merce, il lavoro [29]. È possibile che il borghese non trovi nessun compratore per la sua tela. È possibile che dalla vendita di essa egli non ricavi neppure il salario. È possibile che egli la venda in modo molto vantaggioso in confronto col salario del tessitore. Tutto ciò non è affare del tessitore. Il capitalista compera con una parte del suo patrimonio preesistente, del suo capitale, il lavoro [29] del tessitore, allo stesso modo che con un’altra parte del suo patrimonio ha comperato la materia prima, il filo, e lo strumento di lavoro, il telaio. Dopo aver fatto queste compere — e in queste compere è compreso il lavoro29 necessario per la produzione della tela — egli produce soltanto con materie prime e strumenti di lavoro che gli appartengono. Tra questi ultimi è naturalmente compreso anche il nostro bravo tessitore, che partecipa al prodotto o al prezzo di esso non più di quello che vi partecipi il telaio!
Il salario non è, dunque, una partecipazione dell’operaio alla merce da lui prodotta. Il salario è quella parte di merce, già preesistente, con la quale il capitalista si compera una determinata quantità di lavoro [29] produttivo [33].
Il lavoro [29] è dunque una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere.
Il lavoro [29], è però l’attività vitale propria dell’operaio, è la manifestazione della sua propria vita. Ed egli vende ad un terzo questa attività vitale per assicurarsi i mezzi di sussistenza necessari. La sua attività vitale è dunque per lui soltanto un mezzo per poter vivere. Egli lavora per vivere. Egli non calcola il lavoro come parte della sua vita: esso è piuttosto un sacrificio della sua vita. Esso è una merce che egli ha aggiudicato a un terzo. Perciò anche il prodotto della sua attività non è lo scopo della sua attività. Ciò che egli produce per sé non è la seta che egli tesse, non è l’oro che egli estrae dalla miniera, non è il palazzo che egli costruisce. Ciò che egli produce per sé è il salario; e seta, e oro, e palazzo si risolvono per lui in una determinata quantità di mezzi di sussistenza, forse in una giacca di cotone, in una moneta di rame e in un tugurio. E l’operaio che per dodici ore tesse, fila, tornisce, trapana, costruisce, scava, spacca le pietre, le trasporta, ecc., considera egli forse questo tessere, filare, trapanare, tornire, costruire, scavare, spaccar pietre per dodici ore come manifestazione della sua vita, come vita? Al contrario. La vita incomincia per lui dal momento in cui cessa questa attività, a tavola, al banco dell’osteria, nel letto [34]. Il significato delle dodici ore di lavoro non sta per lui nel tessere, filare, trapanare, ecc., ma soltanto nel guadagnare ciò che gli permette di andare a tavola, al banco dell’osteria, a letto. Se il baco da seta dovesse tessere per campare la sua esistenza come bruco, sarebbe un perfetto salariato.
Il lavoro [29] non è sempre stata una merce. Il lavoro non è sempre stato lavoro salariato, cioè lavoro libero. Lo schiavo non vendeva il suo lavoro [29] al padrone di schiavi, come il bue non vende al contadino la propria opera. Lo schiavo, insieme con il suo lavoro [29], è venduto una volta per sempre al suo padrone. Egli è una merce che può passare dalle mani di un proprietario a quelle di un altro. Egli stesso è una merce, ma il lavoro [29] non è merce sua. Il servo della gleba vende soltanto una parte del suo lavoro [29]. Non è lui che riceve un salario dal proprietario della terra; è piuttosto il proprietario della terra che riceve da lui un tributo. Il servo della gleba appartiene alla terra e porta frutti al signore della terra.
L’operaio libero invece vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più da lui nessun utile o non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita del lavoro [29], non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel borghese [35], ma alla borghesia [36], alla classe borghese; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe borghese [36] un compratore [37].
Prima di esaminare ora più da vicino il rapporto fra capitale e lavoro salariato, esporremo brevemente i fattori più generali che intervengono nella determinazione del salario.
Come abbiamo visto, il salario è il prezzo di una merce determinata, del lavoro [29]. Il salario è dunque determinato dalle stesse leggi che determinano il prezzo di qualsiasi altra merce [38].
Si chiede dunque: come viene determinato il prezzo di una merce?
Colonia, 5 aprile. Da che cosa è determinato il prezzo di una merce?
Dalla concorrenza fra compratori e venditori, dal rapporto tra la domanda e la disponibilità, tra l’offerta e la richiesta. La concorrenza, da cui viene determinato il prezzo di una merce, ha tre aspetti.
La stessa merce è offerta da diversi venditori. Colui che vende merci della stessa qualità più a buon mercato è sicuro di eliminare gli altri venditori e di assicurarsi lo smercio maggiore. I venditori si disputano dunque reciprocamente le possibilità di vendita, il mercato. Ognuno di essi vuol vendere, vendere il più possibile, e possibilmente vendere solo, escludendo tutti gli altri venditori. L’uno, quindi, vende più a buon mercato dell’altro. Esiste perciò una concorrenza tra i venditori, che ribassa i prezzi delle merci che essi offrono.
Esiste però anche una concorrenza tra i compratori, che a sua volta fa salire il prezzo delle merci offerte.
Esiste, infine, anche una concorrenza tra i compratori e i venditori; gli uni vogliono comperare il più che sia possibile a buon mercato, gli altri vogliono vendere il più caro possibile. Il risultato di questa concorrenza tra compratori e venditori dipenderà dal modo come si comportano gli altri due aspetti della concorrenza che abbiamo indicato, cioè dal fatto che la concorrenza sia più forte nel campo dei compratori o in quello dei venditori. L’industria mette in campo l’un contro l’altro due eserciti, ognuno dei quali sostiene una lotta nelle proprie file, fra le proprie truppe. L’esercito nei cui ranghi hanno luogo gli scontri più lievi, riporta vittoria sull’avversario.
Supponiamo che si trovino sul mercato 100 balle di cotone, e in pari tempo dei compratori per 1.000 balle. In questo caso la domanda è dunque dieci volte maggiore della disponibilità. La concorrenza fra i compratori sarà dunque molto forte; ognuno di essi vorrà accaparrarsi almeno una e possibilmente tutte le 100 balle. Questo esempio non è un’ipotesi arbitraria. Nella storia del commercio abbiamo conosciuto periodi di cattivi raccolti di cotone, nei quali alcuni capitalisti, associati fra loro, tentarono di accaparrarsi non 100 balle, ma tutta la disponibilità di cotone del mondo. Nel caso citato, dunque, un compratore cercherà di eliminare l’altro offrendo per le balle di cotone un prezzo relativamente superiore. I venditori di cotone, i quali vedono che le truppe nemiche si battono accanitamente fra loro, e sono completamente sicuri di vendere tutte le loro 100 balle, si guarderanno bene dal prendersi per i capelli per abbassare i prezzi del cotone in un momento in cui i loro avversari vanno a gara per spingerli in alto. Nell’esercito dei venditori si stabilisce quindi improvvisamente la pace. Essi stanno come un sol uomo di fronte ai compratori, incrociano filosoficamente le braccia, e le loro richieste non avrebbero alcun limite se le offerte dei compratori, anche dei più insistenti, non avessero i loro limiti ben determinati.
Dunque, se la disponibilità di una merce è inferiore alla domanda, la concorrenza fra i venditori è minima o nulla. Nella stessa proporzione in cui questa concorrenza diminuisce, aumenta quella fra i compratori. Risultato: aumento più o meno notevole dei prezzi della merce.
È noto che il caso contrario, che porta a risultati contrari, si verifica più spesso. Disponibilità di merci notevolmente superiore alla domanda: concorrenza disperata fra i venditori; mancanza di compratori: liquidazione delle merci a prezzi irrisori [39].
Ma che cosa significa aumento, diminuzione dei prezzi, prezzo alto e prezzo basso? Un granello di sabbia è alto se lo si guarda al microscopio, e una torre è bassa in confronto con una montagna. E se il prezzo è determinato dal rapporto tra la domanda e la disponibilità, da che cosa è determinato a sua volta quest’ultimo rapporto?
Rivolgiamoci a un qualsiasi borghese. Egli non esiterà un momento, e, come un secondo Alessandro il Grande, taglierà questo nodo metafisico con l’aiuto della tavola pitagorica. Se la produzione della merce che io vendo mi è costata 100 franchi, ci dirà, e dalla vendita di essa ricavo 110 franchi, entro lo spazio di un anno, s’intende, questo è un guadagno civile, onesto, legittimo. Ma se ricevo in cambio 120, 130 franchi, il guadagno è forte; se poi ne ricavo 200 franchi, il guadagno sarebbe straordinario, enorme. Che cosa serve dunque al borghese come misura del guadagno? I costi di produzione della sua merce. Se in cambio di questa merce egli riceve una somma di altre merci la cui produzione è costata di meno, ha perduto. Se in cambio della sua merce egli riceve una somma di altre merci la cui produzione è costata di più, ha guadagnato. La diminuzione o l’aumento del guadagno egli li misura dai gradi che il valore di scambio della sua merce si trova sopra o sotto lo zero, cioè sopra o sotto i costi di produzione [40].
Abbiamo visto come il rapporto mutevole tra la domanda e la disponibilità provoca ora un ribasso, ora un rialzo dei prezzi, ora prezzi alti, ora prezzi bassi.
Se il prezzo di una merce aumenta notevolmente in seguito alla scarsità della disponibilità o ad un aumento sproporzionato della domanda, necessariamente ribassa, in proporzione, il prezzo di qualsiasi altra merce; poiché in ultima analisi il prezzo di una merce esprime soltanto in denaro il rapporto in cui altre merci vengono date in cambio di essa. Se per esempio il prezzo di un braccio di tessuto di seta aumenta da cinque a sei franchi, il prezzo dell’argento, in rapporto al tessuto di seta, cade, e cadono pure, nei confronti del tessuto di seta, i prezzi di tutte le altre merci che sono rimaste ferme al loro prezzo primitivo. Per ricevere la stessa quantità di tessuto di seta bisogna dare in cambio una maggiore quantità di queste merci.
Quali conseguenze avrà l’aumento del prezzo di una merce? Una massa di capitali si getterà nel ramo di industria fiorente, e questa immigrazione di capitali nel campo dell’industria favorita durerà fino a tanto che essa tornerà ai guadagni abituali, o, piuttosto, fino a tanto che il prezzo dei suoi prodotti cadrà, in seguito a sovrapproduzione, al di sotto dei costi di produzione.
Viceversa, se il prezzo di una merce cade al di sotto dei suoi costi di produzione, i capitali si ritrarranno dalla produzione di questa merce. Eccettuato il caso in cui un ramo di industria non è più adatto al suo tempo, e quindi deve decadere, la produzione di tale merce, cioè la disponibilità di essa, diminuirà, in seguito a questa fuga dei capitali, fino a tanto che essa corrisponda alla domanda, fino a tanto, cioè, che il suo prezzo si porti nuovamente al livello dei suoi costi di produzione, o meglio, fino a tanto che la disponibilità sarà caduta al di sotto della domanda, cioè fino a tanto che il suo prezzo abbia nuovamente superato i suoi costi di produzione, poiché il prezzo corrente di mercato di una merce sta sempre al di sopra o al di sotto dei suoi costi di produzione.
Così vediamo come i capitali emigrano e immigrano costantemente dal campo di un’industria a quello di un’altra. Il prezzo alto provoca una immigrazione eccessiva e il prezzo basso una eccessiva emigrazione [41].
Ponendoci da un altro punto di vista potremmo mostrare che non soltanto la disponibilità, ma anche la domanda è determinata dai costi di produzione; ma questa dimostrazione ci condurrebbe troppo lontano dal nostro argomento.
Abbiamo visto testè che le oscillazioni della domanda e della disponibilità riconducono sempre il prezzo di una merce ai costi di produzione. In realtà il prezzo di una merce è sempre al di sopra o al di sotto dei costi di produzione; ma il rialzo e il ribasso si integrano a vicenda, di modo che, entro un determinato limite di tempo, e tenuto conto degli alti e bassi dell’industria, le merci vengono scambiate l’una con l’altra a seconda dei loro costi di produzione; il loro prezzo, dunque, viene determinato dai loro costi di produzione.
Questa determinazione del prezzo sulla base dei costi di produzione non deve essere intesa nel senso in cui la intendono gli economisti. Gli economisti dicono che il prezzo medio delle merci è uguale ai costi di produzione; che tale è la legge. Il movimento anarchico, per cui il rialzo viene compensato dal ribasso e il ribasso dal rialzo, lo considerano come un fatto occasionale. Con lo stesso diritto, come hanno fatto altri economisti, si potrebbero considerare le oscillazioni come legge e la determinazione sulla base dei costi di produzione come fatto occasionale. Ma solo queste oscillazioni che, considerate più da vicino, portano con sé le più terribili devastazioni e scuotono la società borghese dalle fondamenta come terremoti, solo queste oscillazioni determinano nel loro corso il prezzo secondo i costi di produzione. Il movimento complessivo di questo disordine è il suo ordine. Nel corso di questa anarchia industriale, in questo movimento ciclico la concorrenza compensa, per così dire, una stravaganza con l’altra [42].
Noi dunque vediamo che il prezzo di una merce è determinato dai suoi costi di produzione, in modo che i periodi in cui il prezzo della merce supera i costi di produzione sono compensati dai periodi in cui esso scende sotto i costi di produzione e viceversa. Naturalmente, ciò non vale per un singolo prodotto industriale determinato, ma soltanto per l’intero ramo dell’industria, allo stesso modo che non vale per il singolo industriale, ma soltanto per la classe degli industriali nel suo complesso.
La determinazione del prezzo secondo i costi di produzione è uguale alla determinazione del prezzo sulla base della durata del lavoro che si richiede per la produzione di una merce, poiché i costi di produzione consistono: 1) in materie prime e strumenti di lavoro [43], cioè in prodotti industriali la cui produzione è costata una certa quantità di giornate di lavoro, e che rappresentano perciò una certa quantità di giornate di lavoro, e che rappresentano perciò una certa quantità di tempo di lavoro e 2) in lavoro immediato, la cui misura è appunto il tempo.
Le stesse leggi generali che regolano in generale il prezzo delle merci, regolano naturalmente anche il salario, il prezzo del lavoro.
Il salario ora aumenterà, ora diminuirà, a seconda del rapporto tra domanda e disponibilità, a seconda del modo come si configura la concorrenza fra i compratori di lavoro [29], i capitalisti, e i venditori di lavoro [29], gli operai. Alle oscillazioni dei prezzi delle merci in generale corrispondono le oscillazioni del salario. Nei limiti di queste oscillazioni, però, il prezzo del lavoro sarà determinato dai costi di produzione, dal tempo di lavoro che si richiede per produrre questa merce, il lavoro [29].
Ma quali sono i costi di produzione del lavoro [29]?
Sono i costi necessari per conservare l’operaio come operaio e per formarlo come operaio [44].
Quanto meno tempo si richiede per apprendere un lavoro, tanto minori sono i costi di produzione dell’operaio, tanto più basso è il prezzo del suo lavoro, il suo salario [45]. Nei rami industriali dove non si richiede nessun apprendistato e basta la semplice esistenza fisica dell’operaio, i costi di produzione richiesti per la sua formazione si riducono quasi esclusivamente alle merci necessarie per mantenerlo in vita [46]. Il prezzo del suo lavoro sarà dunque determinato dal prezzo dei mezzi di sussistenza necessari.
Ma bisogna fare ancora una considerazione. Il fabbricante, che calcola i costi di produzione e, a seconda di essi, il prezzo dei prodotti, tiene conto del logorio degli strumenti di lavoro. Se una macchina gli costa, per esempio, 1.000 franchi e si logora in dieci anni, egli conteggia 100 franchi all’anno nel prezzo della merce, per potere, dopo dieci anni, sostituire la macchina vecchia con una nuova. Allo stesso modo, nei costi di produzione del semplice lavoro46 devono essere conteggiati i costi di riproduzione, per cui la razza degli operai viene posta in condizione di moltiplicarsi e di sostituire gli operai logorati dal lavoro con nuovi operai. Il logorio dell’operaio viene dunque conteggiato allo stesso modo del logorio della macchina.
I costi di produzione del semplice lavoro [47] ammontano quindi ai costi di esistenza e di riproduzione dell’operaio. Il prezzo di questi costi di esistenza e di riproduzione costituisce il salario. Il salario così determinato si chiama salario minimo [48]. Questo salario minimo, come, in generale, la determinazione del prezzo delle merci secondo i costi di produzione, vale non per il singolo individuo, ma per la specie. Singoli operai, milioni di operai non ricevono abbastanza per vivere e riprodursi; ma il salario dell’intera classe operaia, entro i limiti delle sue oscillazioni, è uguale a questo minimo [49].
Ora che ci siamo intesi sulle leggi più generali che regolano il salario, come regolano il prezzo di ogni altra merce, possiamo passare all’esame del nostro argomento più in particolare [50].
III
Colonia, 6 aprile. Il capitale consta di materie prime, di strumenti di lavoro e di mezzi di sussistenza d’ogni genere, che vengono impiegati per la produzione di nuove materie prime, di nuovi strumenti di lavoro, di nuovi mezzi di sussistenza. Tutte queste sue parti costitutive sono creazioni del lavoro, prodotti del lavoro, lavoro accumulato. Il capitale è lavoro accumulato che serve come mezzo per una nuova produzione.
Così dicono gli economisti.
Che cos’è uno schiavo negro? Un uomo di razza nera. Una spiegazione vale l’altra.
Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo. Una macchina filatrice di cotone è una macchina per filare il cotone. Soltanto in determinate condizioni essa diventa capitale. Sottratta a queste condizioni essa non è capitale, allo stesso modo che l’oro in sé e per sé non è denaro e lo zucchero non è il prezzo dello zucchero [51].
Nella produzione gli uomini non hanno rapporto soltanto con la natura [52]. Essi producono soltanto in quanto collaborano in un determinato modo e scambiano reciprocamente le proprie attività. Per produrre, essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti, e il loro rapporto con la natura [53], la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di questi legami e rapporti sociali.
Questi rapporti sociali che legano i produttori gli uni agli altri, le condizioni nelle quali essi scambiano le loro attività e partecipano all’atto complessivo della produzione, sono naturalmente diversi a seconda del carattere dei mezzi di produzione. Con l’invenzione di un nuovo strumento di guerra, dell’arma da fuoco, tutta l’organizzazione interna dell’esercito necessariamente si modificò, si modificarono i rapporti sulla base dei quali i singoli costituiscono un esercito e possono operare come esercito, e si modificò pure il rapporto dei diversi eserciti tra di loro.
I rapporti sociali entro i quali gli individui producono, i rapporti sociali di produzione, si modificano, dunque, si trasformano con la trasformazione e con lo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, delle forze produttive. I rapporti di produzione costituiscono nel loro assieme ciò che riceve il nome di rapporti sociali, di società, e precisamente una società a un grado di sviluppo storico determinato, una società con un carattere particolare che la distingue. La società antica, la società feudale, la società borghese sono simili complessi di rapporti di produzione, e ognuno di questi complessi caratterizza, nello stesso tempo, un particolare stadio di sviluppo nella storia dell’umanità [54].
Anche il capitale è un rapporto sociale di produzione. Esso è un rapporto borghese di produzione, un rapporto di produzione della società borghese. I mezzi di sussistenza, gli strumenti di lavoro, le materie prime di cui il capitale è costituito, non furono essi prodotti e accumulati in determinate condizioni sociali, in determinati rapporti sociali? Non vengono essi impiegati per una nuova produzione in determinate condizioni sociali, in determinati rapporti sociali? E non è proprio questo carattere sociale determinato che fa diventare capitale i prodotti che servono per una nuova produzione? [55]
Il capitale non consta soltanto di mezzi di sussistenza, di strumenti di lavoro e di materie prime, non consta soltanto di prodotti materiali; esso consta pure di valori di scambio. Tutti i prodotti di cui esso consta sono merci. Il capitale non è dunque soltanto una somma di prodotti materiali; esso è una somma di merci, di valori di scambio, di grandezze sociali.
Il capitale rimane lo stesso se mettiamo cotone al posto di lana, riso al posto di frumento, piroscafi al posto di ferrovie, alla sola condizione che il cotone, il riso, i piroscafi — il corpo del capitale — abbiano lo stesso valore di scambio, lo stesso prezzo della lana, del frumento, delle ferrovie, in cui esso prima era incorporato. Il corpo del capitale può trasformarsi continuamente senza che il capitale subisca il minimo cambiamento.
Ma se ogni capitale è una somma di merci, cioè di valori di scambio, non ogni somma di merci, di valori di scambio, è capitale.
Ogni somma di valori di scambio è un valore di scambio. Ogni singolo valore di scambio è una somma di valori di scambio. Per esempio, una casa che vale 1.000 franchi, è un valore di scambio di 1.000 franchi. Un pezzo di carta che vale un centesimo [56] è una somma di valori di scambio di 100/100 di centesimo. Prodotti che si possono scambiare con altri prodotti, sono merci. Il rapporto determinato, secondo il quale esse possono venir scambiate, costituisce il loro valore di scambio, o, espresso in denaro, il loro prezzo. La quantità di questi prodotti non può cambiare nulla della loro destinazione di essere merce, o di costituire un valore di scambio, o di avere un prezzo determinato. Un albero, sia esso grande o piccolo, resta sempre un albero. Se scambiamo il ferro in once, o se lo scambiamo in quintali contro altri prodotti, cambia forse il suo carattere di essere una merce, un valore di scambio? A seconda della sua quantità, esso è una merce di maggiore o di minor valore, di prezzo più alto o più basso.
Come dunque una somma di merci, di valori di scambio, diventa capitale?
Per il fatto che essa, come forza sociale indipendente, cioè come forza di una parte della società, si conserva e si accresce attraverso lo scambio con il lavoro [29] vivente, immediata [57]. L’esistenza di una classe che non possiede null’altro che la capacità di lavorare, è una premessa necessaria del capitale.
Soltanto il dominio del lavoro accumulato, passato, materializzato, sul lavoro immediato, vivente, fa del lavoro accumulato capitale.
Il capitale non consiste nel fatto che il lavoro accumulato serve al lavoro vivente come mezzo per una nuova produzione. Esso consiste nel fatto che il lavoro vivente serve al lavoro accumulato come mezzo per conservare e per accrescere il suo valore di scambio [58].
Che cosa avviene nello scambio fra capitale e lavoro [59] salariato? [60]
L’operaio riceve in cambio del suo lavoro [29] dei mezzi di sussistenza, ma il capitalista, in cambio dei suoi mezzi di sussistenza, riceve del lavoro, l’attività produttiva dell’operaio, la forza creatrice con la quale l’operaio non soltanto ricostituisce ciò che consuma, ma conferisce al lavoro accumulato un valore maggiore di quanto aveva prima. L’operaio riceve dal capitalista una parte dei mezzi di sussistenza esistenti. A che gli servono questi mezzi di sussistenza? Al consumo immediato. Ma non appena io consumo mezzi di sussistenza essi sono per me irrimediabilmente perduti, nel caso in cui io non utilizzi il tempo durante il quale essi mi tengono in vita per produrre nuovi mezzi di sussistenza, per creare, cioè, con il mio lavoro, durante il consumo, nuovi valori al posto dei valori perduti nel consumo stesso. Ma è appunto questa nobile forza riproduttiva che l’operaio cede al capitale in cambio dei mezzi di sussistenza ricevuti. Per se stesso quindi egli l’ha perduta.
Prendiamo un esempio: un fittavolo dà al suo giornaliero cinque groschen d’argento al giorno. Per questi cinque groschen d’argento il salariato lavora sul campo del fittavolo per tutta la giornata, assicurandogli in tal modo un’entrata di dieci groschen d’argento. Il fittavolo non riceve soltanto, ricostituiti, i valori ch’egli ha dato al salariato, ma li raddoppia. Quindi, egli ha impiegato, consumato in modo profittevole, produttivo, i cinque groschen d’argento ch’egli ha dato al salariato. Per cinque groschen d’argento egli ha comprato il lavoro e la forza del salariato i quali rendono prodotti del suolo per un valore doppio, e di cinque groschen d’argento ne fanno dieci. Il salariato, invece, al posto della sua forza produttiva, i cui effetti egli ha ceduto al fittavolo, riceve cinque groschen d’argento che egli scambia contro mezzi di sussistenza, che consuma più o meno rapidamente. I cinque groschen d’argento sono stati dunque consumati in due modi: in modo riproduttivo per il capitale, poiché essi sono stati scambiati con una forza-lavoro che ha prodotto dieci groschen d’argento; in modo improduttivo per l’operaio, poiché essi sono stati scambiati con mezzi di sussistenza, che sono scomparsi per sempre e il cui valore egli potrà riavere soltanto ripetendo il medesimo scambio con il fittavolo. Il capitale presuppone dunque il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; essi si generano a vicenda [61].
Un operaio in un cotonificio produce egli soltanto tessuti di cotone? No, egli produce capitale. Egli produce valori che serviranno nuovamente a comandare il suo lavoro, per creare a mezzo di essi nuovi valori.
Il capitale può accrescersi soltanto se si scambia con il lavoro29, soltanto se produce lavoro salariato. Il lavoro salariato [62] si può scambiare con capitale soltanto a condizione di accrescere il capitale, di rafforzare il potere di cui è schiavo. Aumento del capitale è quindi aumento del proletariato, cioè della classe lavoratrice.
L’interesse del capitalista e dell’operaio è quindi lo stesso, sostengono i borghesi e i loro economisti. E infatti! L’operaio va in malora se il capitale non lo occupa. Il capitale va in malora se non sfrutta il lavoro [29], e per sfruttarlo deve comperarlo. Quanto più rapidamente si accresce il capitale destinato alla produzione, il capitale produttivo, tanto più fiorente è l’industria; quanto più la borghesia si arricchisce, quanto più gli affari vanno bene, tanto più il capitalista ha bisogno di operai, tanto più caro si vende l’operaio.
La condizione indispensabile per una situazione sopportabile dell’operaio è dunque l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo.
Ma che cosa vuol dire accrescimento del capitale produttivo? Accrescimento del potere del lavoro accumulato sul lavoro vivente. Accrescimento del dominio della borghesia sulla classe operaia. Quando il lavoro salariato produce la ricchezza estranea che lo domina, il potere che gli è nemico, il capitale, i mezzi di occupazione, cioè i mezzi di sussistenza, rifluiscono nuovamente verso di lui, a condizione ch’esso si trasformi di nuovo in una parte del capitale, in una leva che imprima di nuovo al capitale un accelerato movimento di sviluppo.
Dire che gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro [63] sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore.
Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi fra operaio e capitalista.
IV
Colonia, 7 aprile. Se cresce il capitale, cresce la massa del lavoro salariato, cresce il numero dei salariati; in una parola, il dominio del capitale si estende sopra una massa più grande di individui. E supponiamo pure il caso più favorevole: se cresce il capitale produttivo, cresce la domanda di lavoro, e sale perciò il prezzo del lavoro, il salario.
Una casa, per quanto sia piccola, fino a tanto che le case che la circondano sono ugualmente piccole, soddisfa a tutto ciò che socialmente si esige da una casa. Ma se, a fianco della piccola casa, si erge un palazzo, la casetta si ridurrà a una capanna. La casetta dimostra ora che il suo proprietario non può far valere nessuna pretesa, o solamente pretese minime; e per quanto ci si spinga in alto nel corso della civiltà, se il palazzo che le sta vicino si eleva in ugual misura e anche più, l’abitante della casa relativamente piccola si troverà sempre più a disagio, sempre più scontento, sempre più oppresso fra le sue quattro mura.
Un aumento sensibile del salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo. Il rapido aumento del capitale produttivo provoca un aumento ugualmente rapido della ricchezza, del lusso, dei bisogni sociali e dei godimenti sociali. Benché dunque i godimenti dell’operaio siano aumentati, la soddisfazione sociale che essi procurano è diminuita in confronto con gli accresciuti godimenti del capitalista, che sono inaccessibili all’operaio, in confronto con il grado di sviluppo della società in generale. I nostri bisogni e i nostri godimenti sorgono dalla società; noi li misuriamo quindi sulla base della società, e non li misuriamo sulla base dei mezzi materiali per la loro soddisfazione. Poiché sono di natura sociale, essi sono di natura relativa [64].
Il salario non è in generale determinato soltanto dalla massa di merci che posso ottenere in cambio di esso. Esso contiene parecchi rapporti.
Ciò che gli operai, anzitutto, ricevono in cambio del loro lavoro [29], è una determinata somma di denaro. È il salario determinato soltanto da questo prezzo in denaro [65]?
Nel secolo XVI, in seguito alla scoperta dell’America [66], l’oro e l’argento circolanti in Europa aumentarono. Il valore dell’oro e dell’argento cadde quindi, in rapporto alle altre merci. Gli operai continuarono a ricevere per il loro lavoro la stessa quantità di argento monetato. Il prezzo in denaro del loro lavoro rimase lo stesso, eppure il loro salario era diminuito, poiché, nello scambio, con la stessa quantità di argento essi ricevevano una quantità minore di altre merci. Questa fu una delle circostanze che favorirono l’accrescimento del capitale, lo sviluppo della borghesia nel secolo XVI.
Prendiamo un altro caso. Nell’inverno del 1847, in seguito a un cattivo raccolto, i generi alimentari di prima necessità, frumento, carne, burro, formaggi, ecc., aumentarono notevolmente di prezzo. Supposto che gli operai avessero continuato a ricevere per il loro lavoro la stessa somma di denaro, il loro salario non sarebbe forse diminuito? Senza dubbio. Per lo stesso denaro essi ricevevano in cambio meno pane, meno carne, ecc. Il loro salario era diminuito, non perché fosse diminuito il valore dell’argento, ma perché era aumentato il valore dei mezzi di sussistenza.
Supponiamo infine che il prezzo in denaro del lavoro non muti, mentre tutti i prodotti agricoli e industriali, in seguito all’introduzione di nuove macchine, ad annate più favorevoli, ecc., siano diminuiti di prezzo. Con lo stesso denaro gli operai possono ora comperare più merci di ogni sorta. Il loro salario è dunque aumentato, appunto perché il suo valore in denaro non è cambiato.
Il prezzo in denaro del lavoro, il salario nominale, non coincide quindi con il salario reale, cioè con la quantità di merci che vengono realmente date in cambio del salario. Quando parliamo, dunque, di aumento o diminuzione del salario, non dobbiamo tener presente soltanto il prezzo del lavoro in denaro, il salario nominale.
Ma né il salario nominale, cioè la somma di denaro per la quale l’operaio si vende al capitalista, né il salario reale, cioè la quantità di merci ch’egli può comperare con questo denaro, esauriscono i rapporti contenuti nel salario.
Innanzi tutto il salario è determinato anche dal suo rapporto col guadagno, col profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo.
Il salario reale esprime il prezzo del lavoro in rapporto col prezzo delle altre merci [67], il salario relativo, invece, il prezzo del lavoro immediato, in rapporto col prezzo del lavoro accumulato, il valore relativo di lavoro salariato e capitale, il valore reciproco di capitalisti e operai [68].
Il salario reale può restare immutato, anzi può anche aumentare, e ciononostante il salario relativo può diminuire. Supponiamo, per esempio, che il prezzo di tutti i mezzi di sussistenza sia caduto di due terzi, mentre il salario giornaliero non è caduto che di un terzo, poniamo da tre a due franchi. Quantunque l’operaio con questi due franchi disponga di una maggiore quantità di merci, che non prima con tre, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista. Il profitto del capitalista (del fabbricante, per esempio) è aumentato di un franco, il che vuol dire che per una minore quantità di valori di scambio ch’egli paga all’operaio, l’operaio deve produrre una quantità di valori di scambio maggiore di prima. La parte che va al capitale, in rapporto alla parte che va al lavoro, è cresciuta [69]. La distribuzione della ricchezza sociale fra capitale e lavoro è diventata ancora più disuguale. Il capitalista, con lo stesso capitale, comanda una maggiore quantità di lavoro. Il potere della classe capitalista sulla classe operaia è aumentato; la posizione sociale del lavoratore è peggiorata, è stata sospinta un gradino più in basso al di sotto di quella del capitalista [70].
Qual è dunque la legge generale che determina l’aumento e la diminuzione del salario e del profitto nel loro rapporto reciproco?
Essi stanno in rapporto inverso. Il valore di scambio del capitale [71], il profitto, aumenta nella stessa proporzione in cui diminuisce il valore di scambio del lavoro [72], il salario giornaliero, e viceversa. Il profitto sale nella misura in cui il salario diminuisce, e diminuisce nella misura in cui il salario sale.
Ci si obietterà, forse, che il capitalista può guadagnare per uno scambio vantaggioso dei suoi prodotti con altri capitalisti, per un aumento della domanda della sua merce, sia in seguito all’apertura di nuovi mercati, sia in seguito a un aumento momentaneo dei bisogni dei vecchi mercati, ecc.; che il profitto del capitalista, quindi, può aumentare a scapito di terzi capitalisti, indipendentemente dall’aumento o dalla diminuzione del salario, del valore di scambio del lavoro29; oppure, che il profitto del capitalista può aumentare anche in seguito a un perfezionamento degli strumenti di lavoro, a un nuovo impiego di forze naturali, ecc.
Innanzi tutto, si ammetterà che il risultato resta lo stesso, benché raggiunto per via opposta. Il profitto, infatti, non è aumentato perché il salario è diminuito, ma il salario è diminuito perché il profitto è aumentato. Il capitalista, con la stessa somma di lavoro [73], ha comperato una maggiore somma di valori di scambio, senza per questo aver pagato di più il lavoro; cioè il lavoro viene pagato di meno in rapporto al beneficio netto che esso procura al capitalista.
Ricordiamo inoltre che, nonostante le oscillazioni dei prezzi delle merci, il prezzo medio di ogni merce, il rapporto secondo il quale essa si scambia con altre merci, è determinato dai suoi costi di produzione. Perciò nel seno della classe capitalista i guadagni straordinari si compensano necessariamente. Il perfezionamento delle macchine, il nuovo impiego di forze naturali al servizio della produzione rendono possibile creare in un dato tempo di lavoro, con la stessa somma di lavoro e di capitale, una maggiore quantità di prodotti, ma non una maggiore quantità di valori di scambio. Se con l’impiego della filatrice posso produrre in un’ora il doppio di filato di quanto non ne producessi prima, per esempio cento libbre invece di cinquanta, in cambio di queste cento libbre non riceverò [74] più merci di quante ne ricevevo prima per cinquanta, perché i costi di produzione sono caduti della metà, oppure perché con gli stessi costi posso produrre il doppio.
Infine, qualunque sia la produzione nella quale la classe capitalista, la borghesia, sia essa di un solo paese o dell’intero mercato mondiale, si ripartisce il beneficio netto della produzione, la somma totale di questo beneficio netto non è altro, in ogni circostanza, che la somma di cui il lavoro accumulato è stato accresciuto, grosso modo, dal lavoro vivo [75]. Questa somma totale aumenta dunque nella proporzione in cui il lavoro accresce il capitale, cioè nella proporzione in cui il profitto aumenta rispetto al salario.
Noi vediamo dunque che, anche se rimaniamo nel quadro dei rapporti fra capitale e lavoro salariato, gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro salariato sono diametralmente opposti [76].
Un rapido aumento del capitale significa un rapido aumento del profitto. Il profitto può aumentare rapidamente soltanto quando il valore di scambio [77] del lavoro, quando il salario relativo diminuisce con la stessa rapidità. Il salario relativo può diminuire anche se il salario reale sale assieme salario nominale cioè assieme al valore monetario del lavoro, a condizione che esso non salga nella stessa proporzione che il profitto. Se, per esempio, in epoche di buoni affari il salario aumenta del 5 per cento mentre il profitto aumenta del 30 per cento, il salario proporzionale, relativo, non è aumentato, ma diminuito.
Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale.
Dire che l’operaio ha interesse al rapido aumento del capitale significa soltanto che, quanto più rapidamente l’operaio accresce la ricchezza altrui, tanto più grasse sono le briciole che gli sono riservate, tanto più numerosi sono gli operai che possono essere impiegati e messi al mondo, tanto più può essere aumentata la massa degli schiavi alle dipendenze del capitale.
Abbiamo dunque visto:
Anche la situazione più favorevole per la classe operaia, un aumento quanto più possibile rapido del capitale, per quanto possa migliorare la vita materiale dell’operaio non elimina il contrasto fra i suoi interessi e gli interessi del capitalista. Profitto e salario stanno, dopo come prima, in proporzione inversa.
Se il capitale aumenta rapidamente, per quanto il salario possa aumentare, il profitto del capitale aumenta in modo sproporzionatamente più rapido. La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale.
Infine:
Dire che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è un aumento il più rapido possibile del capitale produttivo, significa soltanto che, quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare a un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiare essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé.
V
Colonia, 10 aprile. L’accrescimento del capitale produttivo e l’aumento del salario sono però davvero così inseparabilmente uniti come pretendono gli economisti borghesi? Non dobbiamo creder loro sulla parola. Non dobbiamo nemmeno creder loro che, quanto più florido è il capitale, tanto meglio viene ingrassato il suo schiavo. La borghesia è troppo intelligente, essa sa fare i conti troppo bene, per condividere i pregiudizi dei signori feudali, i quali si vantavano dello sfarzo della loro servitù. Le condizioni di esistenza della borghesia la costringono a calcolare.
Dobbiamo quindi esaminare più da vicino la questione seguente:
Quale influenza esercita sul salario l’accrescimento del capitale produttivo?
Se il capitale produttivo della società borghese si accresce nel suo insieme, ha luogo una accumulazione di lavoro più vasta. I capitalisti crescono di numero, i loro capitali crescono di dimensione. L’aumento del numero dei capitali aumenta la concorrenza fra i capitalisti. La crescente dimensione dei capitali fornisce i mezzi per portare sul campo di battaglia dell’industria eserciti sempre più potenti di operai, con strumenti di guerra sempre più giganteschi.
Un capitalista può cacciare l’altro dal campo e conquistare il suo capitale solamente vendendo più a buon mercato. Per poter vendere più a buon mercato senza rovinarsi, deve produrre più a buon mercato, cioè aumentare quanto più è possibile la forza produttiva del lavoro. La forza produttiva del lavoro viene però aumentata, innanzi tutto, con una maggiore divisione del lavoro, con un’introduzione generale e un perfezionamento costante del macchinario. Quanto più grande è l’esercito degli operai fra i quali il lavoro viene diviso, quanto più gigantesca è la scala in cui vengono introdotte le macchine, tanto più diminuiscono proporzionalmente i costi di produzione, tanto più fruttuoso diventa il lavoro. Sorge quindi una gara generale fra i capitalisti per accrescere la divisione del lavoro e il macchinario e per sfruttarli sulla scala più grande che sia possibile [78].
Se ora un capitalista, con una più grande divisione del lavoro, con l’impiego e col perfezionamento di nuove macchine, con uno sfruttamento più vantaggioso e più grandioso delle forze naturali, ha trovato il modo di produrre con la stessa quantità di lavoro o di lavoro accumulato una maggiore quantità di prodotti, di merci, che i suoi concorrenti; se, per esempio, nello stesso tempo di lavoro in cui i suoi concorrenti tessono un mezzo braccio di tela, egli può produrne un braccio, come si comporterà?
Egli potrebbe continuare a vendere mezzo braccio di tela al precedente prezzo di mercato; ma questo non sarebbe un mezzo per eliminare i suoi avversari e aumentare il proprio smercio. Ma nella stessa misura in cui si è estesa la sua produzione, si è esteso il suo bisogno di smercio. I mezzi di produzione più potenti e più costosi ch’egli ha messo in azione gli danno la capacità di vendere le sue merci più a buon mercato, ma lo costringono in pari tempo a vendere più merci, a conquistare un mercato incomparabilmente più vasto per le sue merci. Il nostro capitalista venderà dunque il mezzo braccio di tela più a buon mercato dei suoi concorrenti.
Ma il capitalista non venderà l’intero braccio di tela allo stesso prezzo a cui i suoi concorrenti vendono il mezzo braccio, quantunque la produzione di un intero braccio a lui non costi più di quanto costi agli altri la produzione di mezzo braccio. Se facesse così, non realizzerebbe dei guadagni straordinari, non farebbe che riavere in cambio i costi di produzione. La sua eventuale maggiore entrata dipenderebbe in tal caso soltanto dal fatto che egli ha messo in movimento un capitale più grande, e non dal fatto di aver valorizzato il suo capitale in misura maggiore degli altri. Inoltre, se fissa il prezzo della sua merce soltanto di qualche unità percentuale più in basso dei suoi concorrenti, egli raggiunge lo scopo che vuol raggiungere. Egli li elimina, egli strappa loro almeno una parte del loro smercio, vendendo a un prezzo inferiore. E infine, ricordiamo che il prezzo corrente sta sempre al di sopra o al di sotto dei costi di produzione, a seconda che la vendita di una merce cade nella stagione favorevole o sfavorevole all’industria. A seconda che il prezzo di mercato della tela sta al di sopra o al di sotto dei costi di produzione che prima le erano abituali, varia la percentuale con cui il capitalista, che ha impiegato mezzi di produzione nuovi e più fruttuosi, vende al di sopra dei suoi costi di produzione reali.
Ma il privilegio del nostro capitalista non è di lunga durata; altri capitalisti concorrenti introducono le stesse macchine, la stessa divisione del lavoro, lo fanno su una stessa scala o su una scala più grande, e così questa introduzione diventa generale, fino a che il prezzo della tela cade non soltanto al di sotto dei suoi vecchi costi di produzione, ma al di sotto dei nuovi.
I capitalisti si trovano dunque, reciprocamente, nella stessa situazione in cui si trovavano prima dell’introduzione dei nuovi mezzi di produzione; e se essi possono, con questi mezzi, portare al mercato agli stessi prezzi una quantità doppia di prodotti, sono però costretti ora a vendere questo doppio prodotto al di sotto del vecchio prezzo. Sulla base di questi nuovi costi di produzione ricomincia lo stesso giuoco. Maggiore divisione del lavoro, più macchinario, una scala più grande su cui vengono sfruttati la divisione del lavoro e il macchinario. E la concorrenza produce nuovamente la stessa reazione a questo risultato [79].
Vediamo dunque che così il modo di produzione, i mezzi di produzione, sono costantemente sconvolti, rivoluzionati, che la divisione del lavoro porta con sé necessariamente una maggiore divisione del lavoro; l’impiego di macchine, un maggior impiego di macchine; il lavoro su vasta scala, un lavoro su scala ancora più vasta.
È questa la legge che di continuo getta la produzione borghese fuori del suo vecchio binario e costringe il capitale a intensificare sempre più le forze produttive del lavoro, perché esso le ha intensificate una prima volta; la legge che non gli concede nessuna tregua e gli mormora senza interruzione: Avanti! Avanti!
Questa legge non è altro che la legge la quale, entro i limiti delle oscillazioni dei cicli commerciali, riconduce necessariamente il prezzo di una merce ai suoi costi di produzione.
Per quanto potenti siano i mezzi di produzione che un capitalista mette in campo, la concorrenza generalizzerà questi mezzi di produzione, e, a partire dal momento che essa li ha generalizzati, l’unico vantaggio della maggiore produttività del suo capitale è che egli ora dovrà fornire al mercato per lo stesso prezzo, dieci, venti, cento volte più merci di prima. Ma poiché egli dovrà forse vendere mille volte di più per compensare con una maggiore massa di prodotti venduti il prezzo di vendita più basso; poiché una vendita molto più larga è ora necessaria non soltanto per guadagnare, ma per reintegrare i costi di produzione, lo strumento di produzione stesso diventa, come abbiamo visto, sempre più caro, poiché questa vendita così larga è divenuta una questione di vita o di morte non solo per lui, ma anche per i suoi rivali; per questo la vecchia lotta ricomincia tanto più aspra, quanto più fruttuosi sono i mezzi di produzione già scoperti. La divisione del lavoro e l’impiego del macchinario proseguiranno dunque a svilupparsi sempre più, in misura sempre più grande.
Qualunque sia la potenza dei mezzi di produzione impiegati, la concorrenza cerca di rapire al capitale i frutti dorati di questa potenza, riconducendo il prezzo della merce ai costi di produzione; facendo sì che, nella misura in cui si può produrre di più a buon mercato, cioè nella misura in cui si può produrre di più con la stessa somma di lavoro, la produzione più a buon mercato, la fornitura di masse sempre maggiori di prodotti per lo stesso prezzo diventi una legge inesorabile. In tal modo con i suoi sforzi il capitalista non avrebbe guadagnato nient’altro che l’obbligo di produrre di più nello stesso tempo di lavoro, in una parola, nient’altro che condizioni più difficili di valorizzazione del suo capitale. Mentre la concorrenza lo perseguita senza tregua con la sua legge dei costi di produzione e ogni arma che egli forgia contro i suoi rivali si ritorce contro lui stesso, il capitalista cerca continuamente di superare la concorrenza sostituendo senza tregua al vecchio macchinario e alla vecchia divisione del lavoro macchinari nuovi e nuove divisioni del lavoro, più costose, ma che producono più a buon mercato, e ciò senza attendere che la concorrenza abbia rese vecchie anche le nuove.
Se ci rappresentiamo questa agitazione febbrile contemporaneamente su tutto il mercato mondiale, comprenderemo come l’aumento, l’accumulazione e la concentrazione del capitale hanno come conseguenza una divisione del lavoro ininterrotta, che travolge se stessa e viene introdotta su una scala sempre più gigantesca, un ininterrotto impiego di nuovo macchinario e il perfezionamento del vecchio.
Ma come agiscono queste circostanze, le quali sono inseparabili dall’aumento del capitale produttivo, sulla determinazione del salario?
La maggiore divisione del lavoro rende capace un operaio di fare il lavoro di cinque, di dieci, di venti; essa aumenta quindi di cinque, di dieci, di venti volte la concorrenza fra gli operai. Gli operai si fanno concorrenza non soltanto vedendosi più a buon mercato l’uno dell’altro; essi si fanno concorrenza nella misura in cui uno fa il lavoro di cinque, di dieci, di venti, e la divisione del lavoro, introdotta dal capitale e sempre accresciuta, costringe gli operai a farsi questo genere di concorrenza.
Inoltre, nella stessa misura in cui la divisione del lavoro aumenta, il lavoro si semplifica. L’abilità particolare dell’operaio perde il suo valore. Egli viene trasformato in una forza produttiva semplice, monotona, che non deve più far ricorso a nessuno sforzo fisico e mentale. Il suo lavoro diventa lavoro accessibile a tutti. Perciò da ogni parte si precipitano su di lui dei concorrenti; e ricordiamo inoltre che quanto più il lavoro è semplice, quanto più facilmente lo si impara, quanto minori costi di produzione occorrono per rendersene padroni, tanto più in basso cade il salario, perché, come il prezzo di qualsiasi altra merce, esso è determinato dai costi di produzione.
Nella misura, dunque, in cui il lavoro diventa tedioso e privo di soddisfazioni, nella stessa misura aumenta la concorrenza e diminuisce il salario. L’operaio cerca di conservare la massa del suo salario lavorando di più, sia lavorando più ore, sia producendo di più nella stessa ora. Spinto dal bisogno, egli rende ancora più gravi gli effetti malefici della divisione del lavoro. Il risultato è il seguente: più egli lavora, meno salario riceve, e ciò per la semplice ragione che nella stessa misura in cui egli fa concorrenza ai suoi compagni di lavoro, egli si fa di questi compagni di lavoro altrettanti concorrenti, che si offrono alle stesse cattive condizioni alle quali egli si offre, perché, in ultima analisi, egli fa concorrenza a se stesso, a se stesso in quanto membro della classe operaia [81].
Le macchine portano agli stessi risultati su una scala molto più vasta, perché sostituiscono operai qualificati con operai non qualificati, uomini con donne, adulti con ragazzi, perché le macchine là dove vengono introdotte per la prima volta gettano sul lastrico masse enormi di operai manuali, e dove vengono migliorate e perfezionate, sostituite ad altre più redditizie, provocano il licenziamento degli operai a gruppi più piccoli. Abbiamo già tracciato a grandi tratti il quadro della guerra industriale fra capitalisti; questa guerra ha come carattere specifico che le battaglie in essa vengono vinte meno con l’arruolamento di nuove armate di operai che con il loro licenziamento. I comandanti, i capitalisti, fanno a gara a chi può licenziare il maggior numero di soldati dell’industria.
È vero che gli economisti ci raccontano che gli operai resi superflui dalle macchine trovano lavoro in nuove branche dell’industria.
Essi non osano sostenere direttamente che gli stessi operai che vengono licenziati trovino un rifugio in nuovi rami di lavoro. I fatti gridano troppo forte contro questa menzogna. Essi si limitano ad affermare che per altre parti costitutive della classe operaia, per esempio per quella parte della giovane generazione operaia che era già pronta a entrare nel ramo dell’industria rovinato, si apriranno nuovi campi di impiego [82]. Ciò costituisce, evidentemente, una grande soddisfazione per gli operai colpiti. Ai signori capitalisti non mancheranno carne e sangue freschi da sfruttare; si lascerà che i morti seppelliscano i loro morti [83]. È questo un conforto che i borghesi concedono più a se stessi che agli operai. Se tutta la classe dei salariati fosse distrutta dalle macchine, che cosa terribile per il capitale, il quale senza lavoro salariato cessa di essere capitale!
Ma supponiamo pure che gli operai, che le macchine hanno eliminato dal lavoro direttamente, e tutta quella parte della nuova generazione, la quale già era in attesa di essere assunta in quel ramo, trovino una nuova occupazione. Credete voi che tale occupazione sarà retribuita come quella che è andata perduta? Ciò sarebbe in contraddizione con tutte le leggi dell’economia. Abbiamo visto come l’industria moderna tenda sempre a sostituire a una occupazione complessa, superiore, una occupazione più semplice, di ordine inferiore.
Come potrebbe dunque una massa di operai, che le macchine hanno espulso da una branca dell’industria, trovare rifugio in un’altra, a meno che non sia pagata peggio, con un salario inferiore?
Sono stati citati come eccezione gli operai che lavorano alla fabbricazione delle macchine stesse. Non appena nell’industria si richiedono e consumano più macchine, le macchine devono necessariamente aumentare, quindi anche la fabbricazione di macchine, quindi anche l’occupazione degli operai che lavorano alla fabbricazione di macchine; e gli operai occupati in questa branca d’industria sarebbero operai qualificati, anzi operai specializzati.
A partire dal 1840 questa affermazione, già prima vera soltanto per metà, ha perduto ogni parvenza di verità, in quanto per la fabbricazione delle macchine si impiegano in modo sempre più generale le macchine, né più né meno che per la fabbricazione del filo di cotone, e gli operai occupati nelle fabbriche di macchine tengono soltanto più il posto di macchine estremamente imperfette di fronte a macchine estremamente perfezionate [84].
Ma al posto dell’uomo che la macchina ha eliminato, la fabbrica occupa forse ora tre ragazzi e una donna. Il salario dell’uomo non avrebbe dovuto bastare per tre bambini e una donna? Il salario minimo non avrebbe dovuto bastare per conservare e accrescere la razza? Che cosa prova dunque questa affermazione così cara ai borghesi? Essa non prova altro, se non che ora vengono consumate quattro volte più vite operaie di prima, per guadagnare il sostentamento di una sola famiglia operaia.
Riassumendo: quanto più il capitale produttivo cresce, tanto più si estendono la divisione del lavoro e l’impiego della macchine. Quanto più la divisione del lavoro e l’impiego della macchine si estendono, tanto più si estende la concorrenza fra gli operai, tanto più si contrae il loro salario.
Per di più, la classe operaia si recluta anche fra gli strati più alti della società; in essa va a finire una massa di piccoli industriali e di gente che viveva di una piccola rendita, che non ha nulla di più urgente da fare che il levare le braccia accanto alle braccia degli operai. Così la foresta delle braccia tese in alto e imploranti lavoro si fa sempre più folta, e le braccia stesse si fanno sempre più scarne.
Il fatto che il piccolo industriale non può sopravvivere a questa guerra [85], in cui una delle prime condizioni è di produrre su una scala sempre più vasta, cioè di essere appunto un grande e non un piccolo industriale, si comprende da sé.
Il fatto che l’interesse del capitale diminuisce nella stessa misura in cui la massa e il numero dei capitali aumentano, nella misura in cui il capitale cresce, e che perciò colui che vive di una piccola rendita non può più vivere della sua rendita e deve buttarsi nell’industria, contribuendo con ciò a ingrossare le file dei piccoli industriali, e quindi dei candidati al proletariato, tutto questo non ha bisogno di essere maggiormente chiarito [86].
Infine, nella misura in cui i capitalisti sono costretti, dal movimento che abbiamo descritto, a sfruttare su una scala più grande i mezzi di produzione giganteschi già esistenti, e a mettere in moto per questo scopo tutte le leve del credito [87], nella stessa misura aumentano i terremoti [88], in cui il mondo del commercio si mantiene soltanto sacrificando agli dèi inferi una parte della ricchezza, dei prodotti e persino delle forze produttive: in una parola, nella stessa misura aumentano le crisi. Esse diventano più frequenti e più forti per il solo fatto che, nella misura in cui la massa della produzione, cioè il bisogno di estesi mercati, diventa più grande, il mercato mondiale sempre più si contrae, i nuovi mercati da sfruttare si fanno sempre più rari, poiché ogni crisi precedente ha già conquistato al commercio mondiale un mercato fino ad allora non conquistato o sfruttato dal commercio soltanto in modo superficiale [89]. Ma il capitale non vive soltanto del lavoro. Signore ad un tempo barbaro e grandioso, esso trascina con sé nell’abisso i cadaveri dei suoi schiavi, intere ecatombe di operai che periscono nelle crisi. Noi vediamo dunque che, se il capitale cresce rapidamente, cresce in modo incomparabilmente più rapido la concorrenza fra gli operai, cioè sempre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupazione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia e ad onta di ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più favorevole per il lavoro salariato.
1 Resta uno schema manoscritto di sedici pagine, relativo alle conferenze tenute a Bruxelles, pubblicato postumo per la prima volta nel 1925 sulla rivista Unter dem banner des Marxismus, riportato nelle opere complete con il titolo di Salario, il cui testo è a pag. 59 del presente volume.
2 Nella “Prefazione” a Per la critica dell'economia politica Marx accenna specificamente al suo progetto di una pubblicazione tratta dai suoi appunti del 1847: “La pubblicazione d'una dissertazione, scritta in lingua tedesca, sul Lavoro salariato, in cui raccoglievo le conferenze tenute da me su questo argomento nella Associazione degli operai tedeschi di Bruxelles, venne interrotta dalla rivoluzione di febbraio e dalla mia espulsione dal Belgio che ne seguì”.
3 Nel 1881, all'insaputa di tutti (probabilmente dello stesso Marx), era stata realizzata a Breslavia una edizione di 24 pagine dell'opuscolo. Nel 1884, dopo la morte di Marx, Engels aveva ripubblicato gli articoli apparsi sulla “Neue Reinische Zeitung” con il titolo di Lohnarbeit und Kapital.
4 In questa sua notazione, e in quelle successive, Engels si riferisce naturalmente alla sua redazione del 1891. Come sottolineato nella “Nota editoriale” introduttiva a pag. 5 di questo volume, il testo riportato nella presente edizione è, invece, quello originario pubblicato sulla “Neue Reinische Zeitung” nel 1849. Le modificazioni apportate da Engels nell'edizione del 1891 sono tutte riportate in nota.
5 Cfr.: K.Marx, Il Capitale, vol.I, Cap.I: “... Per economia politica classica io intendo tutta l'economia, da W.Petty in poi, che indaga il nesso interno dei rapporti di produzione capitalistici”. I maggiori rappresentanti dell'economia politica classica in Inghilterra furono A.Smith e D.Ricardo.
6 Cfr.: F.Engels, Antidüring, Sez.II, Cap.I: “L'economia politica, pur essendo sorta in alcune menti geniali verso la fine del secolo XVII, nella sua forma positiva è però stata creata dai fisiocratici e da Adam Smith; essa è dunque essenzialmente figlia del secolo XVIII”.
7 Cfr. anche: K.Marx, Salario, prezzo e profitto, pubblicato per la prima volta nel 1898, dopo la morte di Marx, e che costituisce una esposizione popolare di questo stesso problema.
8 Val la pena di sottolineare ulteriormente che fin qui Marx non ha “inventato” né “scoperto” niente: egli si è limitato ad evidenziare impietosamente la contraddizione irrisolvibile a cui era approdata l'economia politica classica. Merito di Marx — come sottolinea Engels — è di aver indicato la via per uscirne in modo rigoroso e di aver individuato il plus-lavoro e il plu-valore.
9 Cfr.: K.Marx, Il Capitale, Vol.I.
10 Con estrema lucidità e semplicità Engels fornisce una chiave di lettura attualissima dell'applicazione del progresso scientifico e tecnologico al processo produttivo all'interno dei rapporti di produzione capitalistici: ad ogni scoperta scientifica applicata alla produzione, ad ogni innovazione tecnologica inserita nel ciclo produttivo aumenta la quantità di lavoro non retribuita all'operaio, aumenta il plus-lavoro di cui si appropria il capitalista sotto forma di plus-valore, aumenta — quindi — lo sfruttamento. Il progresso scientifico e tecnologico, dunque, conferma — non contraddice — l'analisi marxista, poiché moltiplica e ingigantisce gli effetti iniqui del sistema capitalistico di produzione.
11 Dopo oltre un secolo la constatazione di Engels è ancora più vera ed attuale, malgrado le conquiste parziali strappate dai lavoratori, e nonostante che il capitalismo liberoscambista abbia ceduto il passo al capitalismo monopolista e imperialista. Proprio la mondializzazione dei mercati ha generalizzato su scala planetaria quel tipo di società che “soffoca nella sua stessa abbondanza”, in cui cresce incessantemente la divaricazione tra “una piccola classe smisuratamente ricca” e una “grande classe di salariati nullatenenti”. E lo sviluppo storico ha confermato come “questo stato di cose diventa di giorno in giorno più assurdo e più inutile”. Cfr. anche: Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo.
12 La politica di piano è irrinunciabile nella società socialista, ma non è di per sé sufficiente e non ne costituisce elemento esclusivo e caratterizzante. Necessaria per coordinare e finalizzare le “immense forze produttive di tutti i membri della società” e per evitare che si riproponga l'anarchia tipica dell'economia capitalistica, trova i suoi presupposti in valori, obbiettivi e meccanismi del tutto opposti a quelli del modo di produzione e di distribuzione del capitalismo. È in questa differenza che risiede l'inutilità degli sforzi di pianificazione che la borghesia va compiendo e, probabilmente, anche di molti errori e distorsioni nelle esperienze del socialismo “realizzato”. Non va, infine, dimenticato che anche tutti gli opportunisti fanno ricorso alla pianificazione come mezzo per superare il caos dell'economia capitalistica, o come traguardo di un “supercapitalismo” che, padrone incontrastato del mondo e privo (!) di contraddizioni interne, potrebbe finalmente programmare lo sviluppo e il benessere dell'intera società (!).
13 Engels delinea con rapidissimi tratti lo straordinario orizzonte che si apre per l'umanità con il “nuovo ordine sociale” in cui, finalmente, l'immenso potenziale di forze e di creatività della società avrà la possibilità di dispiegare tutte le proprie capacità di progresso. E — oggi più di ieri — il grande sviluppo scientifico e tecnologico, la crescita straordinaria di tutte le forze produttive — che il sistema capitalistico distorto oggi soffoca e distrugge e che debbono essere liberate — rendono più che mai possibile e necessario questo nuovo punto di partenza per l'umanità, un diverso e straordinario sviluppo (“in misura crescente” e “a disposizione di tutti”) quale la storia non ha mai conosciuto.
14 Il 1° Maggio fu proclamato giornata di lotta e di festa della classe operaia nel 1889 con una risoluzione del I° Congresso operaio internazionale (con cui fu fondata la II Internazionale) tenutosi a Parigi. Le Trade Unions inglesi decisero di celebrare questa giornata di solidarietà la prima domenica del mese che, nel 1891, cadeva il giorno 3.
15 Marx, nella lettera del 1° agosto 1849 all'amico Joseph Weydemeyer indica questo lavoro con il titolo di Il salario. La suddivisione in capitoli qui riportata corrisponde alla sequenza di pubblicazione dei cinque editoriali sulla Neue Rheinisce Zeitung rispettivamente dei 5, 6, 7, 8 e 11 aprile 1849.
16 È il concetto fondamentale che sta alla base della concezione materialistica della storia elaborata da Marx: ogni società è divisa in classi e i loro rapporti politici poggiano sulle rispettive condizioni materiali e, cioè, sui loro reciproci rapporti economici. Così, nella società borghese, le lotte tra la classe dei capitalisti e quella dei proletari si basano sulle condizioni materiali insite nei rapporti capitalistici di produzione e di scambio che vedono queste due classi proprietarie l'una di tutti i mezzi di produzione (e, quindi dei prodotti e del loro valore di scambio), e l'altra esclusivamente della propria forza-lavoro.
Quanto alle lotte “nazionali” occorre sottolineare come la lotta del proletariato, pur essendo senza frontiere, è in ciascun paese diretta in primo luogo necessariamente contro la borghesia organizzata come classe dominante (economicamente e politicamente) su base nazionale.
17 Si tratta delle rivoluzioni del 23 e 24 febbraio 1848 a Parigi, del 13 marzo a Vienna e del 18 marzo a Berlino.
18 “1848” è aggiunto nella edizione del 1891 da Engels.
19 Marx si riferisce agli avvenimenti più importanti del biennio 1848-49: l'insurrezione del proletariato di Parigi dei 23-26 giugno 1848; la repressione dell'insurrezione popolare dell'ottobre dello stesso anno a Vienna, culminata con la conquista della città il 1° novembre da parte delle truppe di Windischgrätz; il colpo di Stato controrivoluzionario in Prussia del novembre 1848 con lo scioglimento dell'Assemblea nazionale prussiana il 5 dicembre successivo; le lotte di liberazione e di indipendenza nazionale in Polonia, Italia e Ungheria. Infine l'Irlanda, dove negli anni tra il 1845 e il 1847 si ebbe una terribile carestia seguita al ripetersi di pessimi raccolti di patate.
20 Engels, edizione del 1891: “del cosiddetto ceto inurbato”.
21 Questo opuscolo è, appunto, il primo dei tre capitoli previsti da Marx, l'unico che fu possibile pubblicare prima che la “Neue Rheinische Zeitung” fosse soppressa nel maggio 1849 dalle autorità, in seguito al precipitare della situazione politica. Come sottolinea Engels nella Introduzione del 1891 “il manoscritto del seguito non è stato trovato tra le carte lasciate da Marx” (cfr. pag. 9 e nota n.1).
22 Engels, nell'edizione del 1891, sostituisce sempre “franco” con “marco”.
23 Engels, 1891: le parole “per un determinato tempo di lavoro o” sono omesse.
24 Engels, 1891: “capitalista” invece di “borghese”.
25 Engels, 1891: “Il capitalista, sembra,”.
26 Engels nell'edizione del 1891 ha aggiunto: “Ma ciò non è che l'apparenza. Ciò che essi in realtà vendono al capitalista per denaro è la loro forza-lavoro. Il capitalista compera per un giorno questa forza-lavoro, una settimana, un mese, ecc. E dopo averla comperata, egli la usa facendo lavorare gli operai per il tempo pattuito”.
La differenza tra lavoro e forza-lavoro è decisiva in tutta la elaborazione marxista sul salario e sul plus-valore: è alla base della spiegazione scientifica data da Marx della determinazione del salario e della natura dello sfruttamento capitalistico. La forza-lavoro è la capacità lavorativa (energia muscolare, capacità mentale, abilità, etc.) che l'operaio possiede, che deve essere continuamente riprodotta e che consente all’operaio di effettuare un lavoro concreto (ad esempio, di fabbricare un determinato oggetto). È del tutto evidente che tale lavoro concreto è cosa del tutto diversa dalla capacità di lavoro (o forza-lavoro) che l’operaio possiede.
27 Engels, 1891: “il capitalista ha comperato la loro forza-lavoro”.
28 Engels, 1891: invece di “lavoro”, “uso di forza-lavoro”.
29 Engels, 1891: “forza-lavoro” invece di “lavoro”.
30 Engels, 1891: “per tanto uso di forza-lavoro”.
31 Engels, 1891: “prezzo della forza-lavoro, che d'abitudine si chiama il prezzo del lavoro”.
32 Nell'edizione del 1891 Engels sostituisce, qui e di seguito “borghese” con “capitalista”.
33 Dunque: anche per Marx, come per gli economisti classici, l'acquisto di forza-lavoro produttiva da parte del capitalista costituisce un investimento di capitale al pari dell'acquisto degli impianti, degli strumenti di lavoro, delle materie prime, etc.
34 Qui Marx accenna ad un altro suo concetto fondamentale, quello del “lavoro estraniato” e, quindi, dell’alienazione dell’operaio nella società capitalistica. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 Marx aveva scritto: “L’espropriazione dell’operaio nel suo prodotto non ha solo il significato che il suo lavoro diventa un oggetto, un’esterna esistenza, bensì che esso esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e che la vita, da lui data all’oggetto lo confronta estranea e nemica”. “In che cosa consiste ora l’espropriazione del lavoro? Primieramente in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica o spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro. Come a casa sua è solo quando non lavora e quando lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno bensì è soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni a esso”. Il lavoro in cui l’operaio si aliena è, dunque, un sacrificio, una mortificazione; la sua attività non appartiene più a lui ma ad un altro. “Il risultato è che l’uomo (il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare [....] e che nelle sue funzioni umane si sente solo più che una bestia. Il bestiale diventa l’umano e l’umano il bestiale”.
35 Engels, 1891: “a questo o quel capitalista, ma alla classe dei capitalisti”.
36 Engels, 1891: “classe dei capitalisti”.
37 L'ordinamento giuridico borghese considera — sotto il profilo formale — il proletario “libero”, mentre il sistema economico borghese ne fa — di fatto — una sorta di schiavo. Il lavoratore salariato è, per così dire, “libero di essere schiavo”. E, del resto, questa sua condizione di completa subordinazione economica è sancita da quello stesso ordinamento giuridico borghese che, mentre tutela solo formalmente la “libertà” e la “uguaglianza” dei cittadini, disciplina, nella sostanza, attraverso la tutela della proprietà privata, la disuguaglianza e due ben diversi concetti di libertà. Da questa evidente contraddizione tra rapporti giuridici formali e rapporti economici reali scaturisce il rifiuto marxista della democrazia liberale borghese.
38 Nel manoscritto copiato dall'amico di Marx, Weydemeyer, si legge qui di seguito: “... secondo le leggi della concorrenza. Ed esse, come ho già spiegato, riconducono sempre il prezzo della merce al suo costo di produzione. Ciò però non avviene in modo tale che le merci si vendano e si comprino sempre ugualmente ai prezzi indicati, ma in modo che ai costi di produzione si uguaglia il prezzo medio, che si ottiene come risultato di grandi oscillazioni della domanda e dell'offerta”.
39 Il lettore tenga conto che Marx, ovviamente, analizza il fenomeno all'interno della realtà del suo tempo, l'unica che egli conosca e possa studiare, quella di un capitalismo ancora basato sulla libera concorrenza. L'avvento dei monopoli, intorno alla fine del secolo scorso, ha spesso notevolmente modificato il meccanismo studiato da Marx, portando anche a fenomeni paradossali apparentemente opposti, proprio per la capacità delle concentrazioni monopolistiche di assumere, entro certi limiti, decisioni e comportamenti che un sistema concorrenziale non permetterebbe.
40 Marx, in linea con l'economia classica, sostiene che per comprendere effettivamente le ragioni delle oscillazioni dei prezzi occorre superare la “banalità” della legge della domanda e dell'offerta ed elaborare una teoria dei costi che si basi sul valore delle merci in termini di lavoro. La quantità, cioè, di forza-lavoro necessaria alla produzione individua il costo di produzione intorno a cui i prezzi oscillano. L'economia politica borghese moderna ha creduto di poter superare questa teoria sostituendovi quella della cosiddetta “utilità marginale” che, in realtà ha ben poco di scientifico poiché sostituisce al criterio oggettivo dei costi di produzione quello soggettivo della valutazione, da parte dei singoli individui, del grado di utilità — da ciascuno attribuibile arbitrariamente — per definire il valore delle merci.
41 La formazione dei monopoli ha evidentemente modificato questo meccanismo descritto da Marx: la mobilità assoluta dei capitali è possibile soltanto in un sistema di piena concorrenza. Il regime monopolistico ostacola o impedisce l'immigrazione di capitali e la formazione di nuove aziende in un determinato settore produttivo. Il regime dei prezzi, di conseguenza, non subisce l'influenza di questa mobilità dei capitali e delle conseguenti variazioni della produzione. Cfr. anche: Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo.
42 Vale a dire che in regime di libera concorrenza la formazione del prezzo delle merci si spiega con la variazione complessiva della produzione e della circolazione delle merci: i prezzi sono spinti ciclicamente ora in alto ora in basso a seconda delle fasi alterne di queste variazioni. La formazione dei prezzi, cioè, si determina, sì, sulla base dei costi di produzione delle merci, ma attraverso il meccanismo della concorrenza. Ne Il capitale Marx spiegherà che i prezzi di vendita delle merci oscillano intorno ai “prezzi di produzione” (costi di produzione + profitto medio). Cfr.: Marx, Il Capitale, II, sez. I-IV).
43 Engels, 1891: “logorio degli strumenti di lavoro”.
44 Nel manoscritto ricopiato da Weydemeyer si legge qui di seguito: “Ancora una volta abbiamo stabilito che il prezzo di una merce è determinato dai costi di produzione, e i costi di produzione del lavoro sono i costi che si esigono per conservare l'operaio come operaio e fare di lui un operaio”.
45 Marx tiene in debito conto che il valore della forza-lavoro può avere grandezze diverse, vuoi per motivi storici, vuoi per il maggior costo della formazione e dell'apprendimento. Non per caso, ed anche per questo motivo, il salario di un lavoratore qualificato o specializzato è superiore a quello di un lavoratore generico. E poiché il valore della forza-lavoro può essere diverso Marx ha sempre polemizzato con la tesi ingenua del “livellamento dei salari”, ritenuta da lui priva di qualsiasi fondamento. Cfr.: Marx, Critica al programma di Gotha.
46 Engels, 1891, aggiunto: “e capace di lavorare”.
47 Engels, 1891: “della semplice forza-lavoro”.
48 In Miseria della filosofia Marx fa una affermazione simile. A quel brano Engels annota: “La tesi secondo la quale il prezzo ”naturale”, cioè, normale, della forza-lavoro coincide col minimo del salario, cioè con l’equivalente del valore dei mezzi di sussistenza assolutamente necessari per la vita e per la riproduzione dell’operaio, questa tesi venne stabilita la prima volta da me, nello Schizzo di una critica dell’economia politica (Deutschfranzösische Jahrbücher, Parigi, 1844) e nella Situazione della classe operaia in Inghilterra. Come si vede da questo passo, Marx aveva allora accettato questa tesi. Da noi due la prese Lassalle. Ma sebbene in realtà il salario abbia continuamente la tendenza ad avvicinarsi a questo minimo, la tesi suddetta è falsa. Il fatto che la forza-lavoro viene pagata in media e di regola al di sotto del suo valore, non può mutare il valore di essa. Nel Capitale Marx ha ad un tempo rettificato quella tesi (cap. “Compera e vendita della forza-lavoro”) e inoltre (capitolo XXIII, “La legge generale dell’accumulazione capitalista”) mostrato quali sono le circostanze che permettono alla produzione capitalistica di ridurre il prezzo della forza-lavoro al disotto del suo valore”.
49 In Salario, prezzo e profitto Marx spiega che il valore della forza-lavoro è costituito di due elementi “di cui l’uno è unicamente fisico, l’altro è storico o sociale. Il suo limite minimo è determinato dall’elemento fisico; il che vuoI dire che la classe operaia, per conservarsi e per rinnovarsi, per perpetuare la propria esistenza fisica, deve ricevere gli oggetti d’uso assolutamente necessari per la sua vita e la sua riproduzione. Il valore di questi oggetti d’uso assolu tamente necessari costituisce quindi il limite minimo del valore del lavoro... Oltre che da questo elemento puramente fisico il valore del lavoro è determinato dal tenore di vita tradizionale in ogni paese. Esso non consiste soltanto nella vita fisica, ma nel soddisfacimento di determinati bisogni, che nascono dalle condizioni sociali in cui gli uomini vivono e sono stati educati”. Cfr. anche: Marx, Il Capitale, I, cap. “Compera e vendita della forza-lavoro”, e sezione VI “Il salario”.
50 Nel manoscritto copiato da Weydemeyer vi è aggiunto: “Prima di considerare il capitale nelle sue relazioni reciproche con il lavoro, dobbiamo determinare in modo più esatto il concetto di capitale”.
51 Marx intende sottolineare che il capitale non è soltanto lavoro accumulato, ma lo è in modo storicamente determinato, all'interno di un determinato rapporto di produzione, quello della società borghese, che è fondato sullo sfruttamento della forza lavoro del proletariato da parte della classe dei capitalisti. Questa natura sociale del capitale viene, ovviamente, ignorata nelle elaborazioni economiche borghesi.
Nel manoscritto copiato da Weydemeyer si legge di seguito: “... ponete la macchina in condizione tale che non sia accessibile al lavoro umano, ed essa non sarà più capitale, così come non lo è uno scoglio del mare, il quale, benché possa distruggere del valore, non ne può creare. Vedete dunque che il concetto di capitale non si può assolutamente ridurre al concetto di lavoro accumulato. Il concetto di capitale significa in pari tempo un determinato rapporto sociale, e precisamente il rapporto di produzione della società borghese”.
52 Engels, 1891: “non agiscono soltanto sulla natura, ma anche gli uni sugli altri”
53 Engels, 1891: “la loro azione sulla natura”.
54 Per un ulteriore approccio alla concezione materialistica della storia, cfr., tra l'altro: Marx, “Prefazione” a Per la critica dell'economia politica; Marx, Tesi su Feuerbach; Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca; Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza; Marx-Engels, L'ideologia tedesca.
55 Marx esplicita in modo inequivocabile che “il capitale è un rapporto sociale di produzione”, anzi “è un rapporto borghese di produzione, un rapporto di produzione della società borghese”. Vedi anche nota n.51. Si noti come Marx indichi anche i mezzi di sussistenza tra gli elementi costitutivi del capitale.
56 Engels, 1891: qui e oltre: “pfenning” invece di “centesimo”
57 Invece dei quattro capoversi precedenti, nel manoscritto copiato da Weydemeyer si legge: “Come ho già detto, il concetto di capitale significa un rapporto sociale determinato, il rapporto di produzione della società borghese”.
58 Il capitale, cioè, esiste in quanto tale escusivamente grazie alla forza-lavoro “vivente” e alla possibilità di sfruttarla “come mezzo per conservare e per accrescere il valore di scambio”. Senza l'uso della forza-lavoro — all'interno di ben determinati rapporti di produzione — da parte del capitalista, non esisterebbe il capitale. A differenza di ogni altra merce, inoltre, la forza-lavoro è l'unica che accresce il valore di scambio.
59 Engels, 1891: “tra capitalista e lavoratori salariati”.
60 Nel manoscritto copiato da Weydemeyer, invece di questa frase, si legge: “Consideriamo più da vicino lo scambio tra capitale e lavoro”.
61 Ma con una differenza che emerge chiarissima dal testo di Marx: il rapporto si risolve in modo improduttivo per il lavoratore salariato (che ha ricevuto e consumato mezzi di sussistenza), e in modo riproduttivo e produttivo per il capitalista (che ha reintegrato e accresciuto il capitale anticipato). È questa la contraddizione reale e ineliminabile insita nel rapporto capitalistico di produzione.
62 Engels, 1891: “la forza-lavoro del salariato”.
63 Engels, 1891: “dei lavoratori”.
64 L'aumento della ricchezza prodotta dalla forza-lavoro salariata porta ad una crescita del capitale ed anche (ma non necessariamente) dei salari. Tuttavia, poiché i frutti del lavoro sociale non sono equamente distribuiti (in massima parte al capitale, in minima parte, e non sempre, al salario), il divario sociale tra la classe dei capitalisti e la classe dei proletari aumenta. Ben vero che l'operaio può soddisfare con il salario aumentato un numero maggiore di bisogni, ma è altrettanto vero che la crescita economica ne crea di nuovi che l'operaio non potrà soddisfare o potrà soddisfare solo in piccola parte. Ciò che Marx evidenzia è che i bisogni dei lavoratori salariati non sono soltanto quelli assoluti, legati alla mera sopravvivenza naturale, ma anche e soprattutto quelli relativi, legati alla società in cui il lavoratore salariato vive. Essi, quindi, crescono sia con la crescita della società nel suo complesso, sia con la crescita del divario sociale (ed oggi, dovremmo aggiungere, con la crescita dei bisogni indotti aritificiosamente per creare nuovi spazi di mercato). Occorre tener conto di questo essenziale passaggio dell'elaborazione marxiana per poter comprendere come la condizione operaia in regime capitalistico è destinata — a causa del divario sociale inevitabilmente crescente — a peggiorare in termini relativi.
65 Nel manoscritto copiato da Weydemeyer, in luogo dell'ultima frase interrogativa, si legge: “Il salario non viene soltanto determinato da questo prezzo in denaro”.
66 Engels, 1891: “alla scoperta in America di miniere più ricche e più facili a essere sfruttate”.
67 È la modificazione più consistente apportata da Engels nell'edizione del 1891 che, da questo punto e fino alla fine del capoverso sopprime lo scritto originario e lo sostituisce con questo lungo brano: “... il salario relativo, invece, esprime la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale.
“Dicevamo sopra, p.14 [cfr. pag.25 del presente volume]:“Il salario non è una partecipazione dell’operaio alla merce da lui prodotta. Il salario è quella parte di merce, già preesistente, con la quale il capitalista si compera una determinata quantità di forza-lavoro produttiva”. Ma questo salario il capitalista deve reintegrarlo dal prezzo al quale egli vende il prodotto creato dall'operaio; e lo deve reintegrare in modo tale che, di regola, gli resti ancora un'eccedenza sui costi di produzione anticipati, un profitto. Il prezzo di vendita della merce prodotta dall'operaio si suddivide, per il capitalista, in tre parti: primo, la reintegrazione del prezzo delle materie prime da lui anticipate e il logorio degli strumenti, macchine e altri mezzi di lavoro ugualmente anticipati da lui; secondo, la reintegrazione del salario da lui anticipato, e, terzo, un'eccedenza, il profitto del capitalista. Mentre la prima parte reintegra soltanto dei valori preesistenti, è evidente che tanto la reintegrazione del salario quanto l'eccedenza di profitto del capitalista vengono tratti, grosso modo, dal nuovo valore creato dal lavoro dell'operaio, e aggiunto alle materie prime. In questo senso, per confrontarli tra di loro, possiamo considerare tanto il salario quanto il profitto come partecipazione al prodotto dell'operaio”.
68 Se non lo si considera come anticipazione del capitale (al pari delle materie prime, dei macchinari, etc.), ma come derivazione del nuovo valore creato con la propria forza-lavoro dall'operaio, il salario è una parte del valore aggiunto dalla forza-lavoro, una parte del prodotto dell'operaio. Esattamente come lo è il profitto che è ciò che resta del valore aggiunto, una volta detratto il salario. Salario e profitto sono, dunque, relativi l'uno all'altro.
69 Engels, 1891, sostituisce l'intera frase: “La parte di capitale in rapporto alla parte del lavoro è cresciuta”.
70 È il concetto di “plus-valore relativo” (complementare a quello di “salario relativo”), con cui Marx dimostra come l'aumento della ricchezza prodotta dalla forza-lavoro dell'operaio, sia pure con un incremento dei salari non solo nominali ma reali, porta ad un peggioramento della posizione sociale del lavoratore rispetto a quella del capitalista, ad un suo impoverimento relativo, perché è maggiore la parte di prodotto (vale a dire del valore aggiunto dalla forza-lavoro operaia) che va al profitto del capitalista rispetto a quella che va al salario dell'operaio. Cfr. anche: Marx, Salario, prezzo e profitto; Marx, Il Capitale, I, cap.XXIII, “La legge generale dell'accumulazione capitalistica”.
71 Engels, 1891: “Il valore di scambio del capitale” è sostituita da “La parte che spetta al capitale”.
72 Engels, 1891: “il valore di scambio del lavoro” è sostituita da “la parte che spetta al lavoro”.
73 Engels, 1891 aggiunge: “altrui”.
74 Engels, 1891 aggiunge: “a lungo andare”.
75 Engels, 1891 sostituisce “lavoro vivo” con “lavoro immediato”.
76 È la conclusione assolutamente rigorosa della elaborazione fin qui sviluppata da Marx. Ma questa contraddizione assoluta tra capitale e lavoro è anche la premessa di tutta l'elaborazione politica marxiana, basata sulla irriconciliabilità degli opposti interessi di classe tra capitalisti e lavoratori. E quel che occorre sottolineare a questo punto è che lo scontro tra borghesia e proletariato non è un dato superabile volontaristicamente, ma irriducibile perché è basato sulle leggi oggettive che sovraintendono in modo ferreo ai meccanismi del modo di produzione capitalistico. Anzi, quanto più lo sviluppo della società — che si realizza attraverso l'aumento della produzione sociale — accresce il divario tra la classe che produce nuova ricchezza e la classe che se ne appropria, in misura per di più crescente, tanto più la contraddizione si fa irriconciliabile.
77 Engels, 1891 sostituisce “valore di scambio” con “prezzo”.
78 Tutto lo sviluppo capitalistico dall'epoca in cui Marx scriveva si è basato sulla crescente divisione del lavoro e sull’introduzione sempre più gigantesca di macchine via via più perfezionate tecnicamente. Questi fattori hanno consentito ai capitalisti di ridurre i costi di produzione, di accrescere enormemente i profitti e, quindi, di far divenire “tanto più fruttuoso” lo sfruttamento del lavoro. In regime di libera concorrenza questi potenti stimoli alla crescita hanno svolto in pieno il loro ruolo. E quando sono intervenuti i monopoli leffetto è stato rinnovato con l'impiego ancora più massiccio di macchinari ormai in grado di incorporare una quantità straordinaria di lavoro “diviso”. Cfr.: Il Capitale, III, cap. X.
79 Si tenga sempre presente che Marx ha analizzato il processo dell'aumento di produttività del lavoro, dello sfruttamento crescente della forza-lavoro, dell’accumulazione del capitale e dell’ampliamento del mercato nelle condizioni della libera concorrenza. Con l'avvento dei monopoli molti effetti si determinano in modo diverso: la rigidità dei prezzi, ad esempio, consente ai monopolisti di aumentare i profitti riducendo i costi, e di mantenere quei profitti straordinari che in condizioni di concorrenza sono temporanei.
80 Engels, 1891 aggiunge: “di più”.
81 Naturalmente qui Marx non tiene volutamente conto dell'azione delle organizzazioni di classe dei lavoratori che agiscono proprio in senso opposto. Cfr., ad esempio: Marx, Salario, prezzo e profitto.
82 È un'analisi quanto mai rigorosa e che l'avvento dei monopoli ha reso ancora più attuale. Così come la critica agli economisti borghesi che continuano a raccontare sciocchezze di compensazione tra posti di lavoro andati perduti e quelli nuovi creati. Cfr.: Marx: Il Capitale, I “Macchine e grande industria”, in cui viene dimostrato come “l'effetto “temporaneo” delle macchine è permanente, invece, quando si impadronisce di sempre nuovi campi di produzione”, vale a dire che la quantità finale di forza-lavoro “liberata” dall'introduzione delle macchine è superiore a quella che può nel frattempo complessivamente essere riassorbita.
83 Anche per quello che riguarda la sostituzione dei lavoratori espulsi dalla produzione con le nuove generazioni operaie l'elaborazione di Marx mantiene tutta la sua freschezza e attualità. Quel che Marx non poteva immaginare è che i capitalisti sono riusciti — senza una consistente opposizione delle organizzazioni operaie — a trarne ulteriore vantaggio abbassando con artifici giuridici il prezzo della forza-lavoro giovanile sostitutiva.
84 Lo sviluppo dell'industria pesante e, ancor di più, del settore della produzione delle macchine utensili, in cui il rapporto tra capitale e forza-lavoro è più alto, ha confermato l'analisi di Marx
85 Engels, 1891: “lotta” invece di “guerra”.
86 Cfr.: Marx, Il Capitale, III).
87 Cfr.: Marx, Il Capitale, cap.XXVII, “La funzione del credito nella produzione capitalistica”).
88 Engels, 1891 aggiunge: “industriali”.
89 Anche questo passo è di estrema attualità. Anzi, l'avvento dei monopoli e la mondializzazione dei mercati ha ulteriormente aggravato la contraddizione del capitalismo costituita dalle crisi. Di più: nell'epoca dell'imperialismo lo stato di crisi è la condizione di normalità e, perfino, di ulteriore “crescita” del capitalismo.
Per una trattazione più sistematica del problema da parte di Marx, cfr. Il Capitale, II, “Le crisi”?
90. Il 20 aprile 1848 la “Neue Reinische Zeitung” annunciava l'imminente ripresa delle pubblicazioni: “L'assenza momentanea dell'autore ci obbliga a interrompere l'analisi dei rapporti tra lavoro salariato e capitale. La riprenderemo tuttavia tra poco e la condurremo a termine senza interruzione”. La stampa di Lavoro salariato e capitale, invece, restò incompiuta. Cfr. anche l'“Introduzione” di Engels all'edizione del 1891 contenuta in questo volume.
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 10:51:50
LIBERTAD, non serve che ci copi e incolli tutto il capitale!...credo che tutti più o meno l'abbiano letto....
...qui la questione è un'altra...secondo me Marx è uno dei più grandi pensatori della storia, e magari ( e dico magari ) arriverebbero tutti a capire quello che ha scritto!...anzi, credo che tutti l'abbiano capito, ma non si vuole mettere in pratica il suo pensiero...hanno paura di non contare "più degli altri"...hanno paura di perdere il "potere", hanno paura di non essere più "oppressori", hanno paura di essere gente comune, e per questo, per via degli "interessi", che non arriveremo MAI ad essere LIBERI!....riflettete gente, meditate!!.....
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 12:28:43
Trattate Marx come Brian di Nazareth! un profeta inventato dai disperati! Poi accusate lu pesant di essere nostalgico ma Libertad caro, tu sei medioevale... Ma figliolo fatti un'idea tua della vita... perchè ti hanno fatto taglia-incolla con il cervello di un criceto?!
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 13:05:50
E per quale motivo dovremmo mettere in pratica il suo pensiero? Io non voglio essere uguale a nessuno e non voglio che nessuno pensi per me.
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 13:46:54
anvedi, ecco come la pensa la maggiorparte delle persone, ed è proprio per questo che la sua "politica" non è attuabile!
tu non saresti uguale a nessun'altro, sei unico e inconfondibile.....solo che avresti le stesse possibilità che hanno TUTTI....poi sta a te!
...faresti soltanto parte della stessa "classe" di tutti....in pratica non ci sarebbero le classi!
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 13:49:03
voi siete fuori! come cazzo pretendete che io legga tutto so papiro.............basta co sa cazzo di politica del cazzo!
Messaggio del 04-09-2007 alle ore 14:55:13
KARL MARX
L'uomo che per primo diede al socialismo, e con esso a tutto il movimento operaio dei nostri giorni, una base scientifica, Karl Marx, nacque nel 1818 a Treviri. A Bonn e a Berlino studiò dapprima giurisprudenza ma si dedicò presto esclusivamente allo studio della storia della filosofia ed era nel 1842 in procinto di prendere la libera docenza in filosofia, quando il movimento politico, sorto dopo la morte di Federico Guglielmo III, lo spinse verso un'altra carriera. In collaborazione con lui, i capi della borghesia liberale renana, i Camphausen, Hansemann, eccetera, avevano fondato a Colonia la "Rheinische Zeitung", e Marx, la cui critica dei dibattimenti alla dieta provinciale renana aveva suscitato grandissima sensazione, venne chiamato nell'autunno del 1842 alla direzione del giornale. La pubblicazione della "Rheinische Zeitung" era naturalmente sottoposta alla censura, ma la censura non era all'altezza del compito [*1]. La "Rheinische Zeitung" riusciva quasi sempre a far passare gli articoli che importava pubblicare; dapprima si davano in pasto al censore cose di minore importanza da cancellare, finchè cedeva di propria iniziativa o veniva costretto a cedere con la minaccia: allora domani il giornale non esce. Dieci giornali che avessero avuto lo stesso coraggio della "Rheinische Zeitung" e per cui i redattori avessero sacrificato qualche centinaio di talleri per maggiori spese di composizione, e già fin dal 1843 la censura non avrebbe potuto funzionare in Germania, Ma i proprietari dei giornali in Germania erano piccoli borghesi gretti e pavidi, e la "Rheinische Zeitung" lottava da sola. Logorò un censore dopo l'altro: finalmente fu sottoposta a doppia censura, in modo che dopo la prima censura il prefetto la doveva censurare di nuovo, definitivamente. Anche questo espediente non giovò a nulla. All'inizio del 1843 il governo dichiarò che con quel giornale non c'era nulla da fare e lo soppresse senz'altro.
Marx, che nel fratternpo aveva sposato la sorella del futuro ministro della reazione von Westphalen, si trasferì a Parigi e vi pubblicò con A. Ruge gli " Annali franco-tedeschi" in cui iniziò la serie dei suoi scritti socialisti con una critica della filosofia del diritto di Hegel. Inoltre con F. Engels: La sacra famiglia. Contro Bruno Bauer e consorti, critica satirica di una delle ultime forme in cui si era smarrito l'idealismo filosofico tedesco di allora.
Lo studio dell'economia politica e della storia della Grande Rivoluzione francese lasciavano a Marx sempre quel tanto di tempo per attacchi occasionali contro il governo prussiano: questo si vendicò riuscendo nella primavera del 1845 ad ottenere dal ministero Guizot - si dice che il signor Alexander von Humboldt abbia agito da intermediario - la sua espulsione dalla Francia. Marx trasferì la sua dimora a Bruxelles e vi pubblicò in lingua francese, nel 1847, la Miseria della filosofia, una critica della Filosofia della miseria di Proudhon e, nel 1848, il suo Discorso sul libero scambio. Allo stesso tempo colse l'occasione per fondare a Bruxelles un'Associazione operaia tedesca, iniziando con ciò l'agitazione pratica. Questa assunse per lui ancora maggiore importanza, da quando, assieme ai suoi amici politici, entrò nel 1847 nella clandestina "Lega dei Cornunisti", già esistente da parecchi anni. Ora tutto l'ordinamento venne trasformato; l'unione sino allora più o meno cospirativa si trasformò in una semplice organizzazione di propaganda comunista, clandestina soltanto per forza maggiore, prima organizzazione del partito socialdemocratico tedesco. La Lega esisteva ovunque esistevano associazioni operaie tedesche: in quasi tutte queste associazioni della Germania i membri dirigenti appartenevano alla Lega, e notevolissima fu la parte che la Lega ebbe nel nascente movimento operaio tedesco. Inoltre la nostra Lega fu la prima a sostenere e a mettere in pratica il carattere internazionale di tutto il movimento operaio, ad avere, tra i membri, inglesi, belgi, ungheresi, polacchi, eccetera, e a organizzare, specialmente a Londra, assemblee internazionali di operai.
La trasformazione della Lega si compì in due congressi tenuti nel 1847; il secondo decise la compilazione e la pubblicazione dei principi fondamentali del partito, in un manifesto che Marx ed Engels dovevano redigere. Così nacque il Manifesto del Partito Comunista, che apparve per la prima volta nel 1848, poco prima della rivoluzione di febbraio, e fu tradotto in seguito in quasi tutte le lingue europee.
La pubblicazione della "Gazzetta tedesca di Bruxelles" [1], di cui Marx era collaboratore e in cui veniva messo a nudo senza riguardi il patrio paradiso poliziesco, aveva nuovamente indotto il governo prussiano a promuovere l'espulsione di Marx, ma invano. Però quando la rivoluzione di febbraio suscitò movimenti popolari anche a Bruxelles, e parve imminente in Belgio un rivolgimento, il governo belga arrestò Marx senza complimenti e lo espulse. Nel frattempo il governo provvisorio francese lo aveva invitato attraverso Flocon a ritornare a Parigi, ed egli accolse l'invito.
A Parigi si oppose soprattutto all'impostura che aveva preso piede tra i tedeschi ivi residenti e che consisteva nel voler inquadrare gli operai tedeschi in Francia in legioni armate per importare con queste la rivoluzione e la repubblica in Germania. Da un lato spettava alla Germania stessa fare la propria rivoluzione e dall'altro ogni legione rivoluzionaria straniera che si fosse formata in Francia sarebbe senz'altro stata denunciata dai diversi Lamartine del governo provvisorio al governo che si voleva rovesciare, come avvenne appunto in Belgio e nel Baden.
Dopo la rivoluzione di marzo Marx andò a Colonia e vi fondò la "Neue Rheinische Zeitung", che visse dal 1° giugno 1848 al 19 maggio 1849 e fu l'unico giornale che nell'ambito del movimento democratico di allora sostenesse il punto di vista del proletariato, sin dalla sua incondizionata presa di posizione in favore degli insorti parigini del giugno 1848, che fece perdere al giornale quasi tutti i suoi azionisti. Invano la "Kreuzzeitung" additava la "sfacciataggine, colossale come il Chimborazo [2]" con cui la "Neue Rheinische Zeitung" attentava ad ogni cosa sacra, dal re e vicario dell'impero fino al gendarme, e questo in una fortezza prussiana presidiata allora da ottomila uomini; invano i filistei liberali renani, fattisi reazionari d'un tratto, si indispettivano, invano lo stato d'assedio nell'autunno del 1848 fece sospendere il giornale per parecchio tempo, invano l'imperiale ministero della giustizia di Francoforte denunciava al procuratore generale di Colonia articolo su articolo per la procedura legale; il foglio veniva redatto e stampato tranquillamente sotto gli occhi del corpo di guardia, la diffusione e la fama del giornale aumentavano di pari passo con la violenza dei suoi attacchi contro il governo e la borghesia. Allorquando avvenne il colpo di Stato prussiano nel novembre 1848, la "Neue Rheinische Zeitung" esortava il popolo, sulla prima facciata di ogni numero, a non pagare le tasse e a rispondere con la violenza alla violenza. Per questo e per un altro articolo, nella primavera del 1849 fu citata in tribunale dinnanzi a una corte di giurati; ma entrambe le volte venne assolta. Finalmente, quando le insurrezioni di maggio a Dresda e nella provincia renana erano state soffocate ed ebbe inizio la campagna prussiana contro l'insurrezione del Baden e del Palatinato con il concentramento e la mobilitazione di ingenti truppe, il governo si credette abbastanza forte per sopprimere con la violenza la "Neue Rheiniche Zeitung". L'ultimo numero, stampato in rosso, apparve il 19 maggio.
Marx ritornò a Parigi, ma già poche settimane dopo la dimostrazione del 13 giugno 1849 il governo francese gli pose l'alternativa di trasferire il suo domicilio in Bretagna o di abbandonare la Francia. Preferì quest'ultima alternativa e si trasferì a Londra, dove da allora in poi visse ininterrottamente.
Un tentativo di continuare la pubblicazione (1850) della "Neue Rheinische Zeitung" in veste di rivista (ad Amburgo) dovette essere abbandonato dopo qualche tempo di fronte alla reazione che procedeva con violenza ognora crescente. Subito dopo il colpo di Stato in Francia, nel dicembre 1851, Marx pubblicò Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (Boston, 1852, seconda edizione, Amburgo 1869, poco prima della guerra). Nel 1853 scrisse le Rivelazioni sul Processo dei Comunisti a Colonia (stampate dapprima a Basilea, più tardi a Boston, recentemente di nuovo a Lipsia).
Dopo la condanna dei membri della Lega dei Comunisti a Colonia, Marx si ritirò dall'agitazione politica e per dieci anni si dedicò in parte allo studio dei ricchi tesori offerti dalla biblioteca del British Museum nel campo dell'economia politica, in parte alla collaborazione alla "New York Tribune" la quale, fino allo scoppio della guerra civile americana, pubblicò non solo le corrispondenze da lui firmate, ma anche numerosi articoli di fondo su questioni europee e asiatiche usciti dalla sua penna. I suoi attacchi contro Lord Palmerston fondati sullo studio profondo degli atti ufficiali inglesi vennero ristampati a Londra come opuscoli.
Come primo frutto dei suoi lunghi studi economici apparve nel 1859 Per la critica dell'economia politica, primo fascicolo (Berlino, Dunker). Quest'opera contiene la prima esposizione coerente della teoria del valore di Marx, compresa la teoria del denaro. Durante la guerra d'Italia Marx combattè nel giornale tedesco "Das Volk", pubblicato a Londra, il bonapartismo che allora si spacciava da liberale e da liberatore delle nazionalità oppresse, nonchè la politica prussiana di allora che, sotto il mantello della neutralità, tentava di pescare nel torbido. In questa occasione occorreva attaccare anche il signor Karl Vogt il quale, per incarico del principe Napoleone (Plon-Plon) e al soldo di Luigi Napoleone, faceva allora propaganda per guadagnargli la neutralità, anzi la simpatia della Germania. Coperto da Vogt con le più infami calunnie, deliberatamente menzognere, Marx replicò nel Signor Vogt, Londra, 1860, in cui Vogt e gli altri signori della banda imperialistica dei falsi democratici venivano smascherati e Vogt provato colpevole di essere al soldo dell'impero di dicembre, sia per ragioni esterne che interne. Esattamente dieci anni dopo venne la conferma: nella lista dei mercenari bonapartisti, trovata nelle Tuileries nel 1870 e pubblicata dal governo di settembre, sotto la lettera V fu trovato: "Vogt - nell'agosto 1859 gli sono stati trasmessi... fr.40.000.".
Finalmente nel 1867 apparve ad Amburgo Il Capitale. Critica dell'economia politica, primo volume, l'opera principale di Marx che espone i fondamenti della sua concezione economico-socialista e i tratti essenziali della sua critica della società esistente, del modo di produzione capitalistico e delle sue conseguenze. La seconda edizione di quest'opera sensazionale apparve nel 1872; ora l'autore è impegnato nell'elaborazione del secondo volume.
Nel frattempo, in diversi paesi d'Europa, il movimento operaio aveva ripreso forza al punto da permettere a Marx di pensare alla realizzazione di un desiderio da tempo accarezzato: la fondazione di una associazione operaia che abbracciasse i paesi più progrediti dell'Europa e dell'America e che dimostrasse, per così dire fisicamente, il carattere internazionale del movimento socialista sia agli stessi operai che ai borghesi e ai governi, che fosse un incoraggiamento e un rafforzamento per il proletariato, un terrore per i suoi nemici. Una assemblea popolare in favore della Polonia, proprio allora nuovamente schiacciata dalla Russia, che ebbe luogo il 28 settembre 1864 in St. Martin's Hall a Londra, diede lo spunto per avanzare la proposta che venne accolta con entusiasrno. L'Associazione internazionale degli operai fu fondata; venne eletto nell'Assemblea un Consiglio Generale provvisorio con sede a Londra, e l'animatore di questo Consiglio Generale, come di tutti i susseguenti fino al Congresso dell'Aja, fu Marx. Quasi tutti i documenti emanati dal Consiglio Generale dell'Internazionale sono redatti da lui, a partire dall'Indirizzo inaugurale del 1864 fino all'Indirizzo sulla guerra civile in Francia del 1870. Illustrare l'attività di Marx nell'Internazionale significherebbe scrivere la storia di questa stessa Associazione che del resto è ancora viva nella memoria degli operai d'Europa.
La caduta della Comune di Parigi mise l'Internazionale in una situazione impossibile. Essa veniva sospinta al primo piano della storia europea in un momento in cui ovunque le era tolta ogni possibilità di un'azione pratica efficace. Gli avvenimenti che ne facevano la settima grande potenza le vietavano allo stesso ternpo di mobilitare e attivizzare le sue forze militanti, pena la immancabile sconfitta del movimento operaio e il suo arginamento per decenni. Inoltre da diverse parti si facevano avanti elementi che tentavano di sfruttare la fama improvvisamente accresciuta dell'Associazione a scopi di orgoglio o di ambizione personali, senza alcuna comprensione per la reale situazione dell'Internazionale e senza riguardo per essa. Occorreva prendere una decisione eroica, e fu di nuovo Marx che la prese e la portò a compimento al Congresso dell'Aja. Con una solenne risoluzione l'Internazionale declinò ogni responsabilità per le mene dei bakuninisti cui facevano capo quegli elementi irresponsabili e loschi: poi, vista l'impossibilità, di fronte alla generale reazione, di soddisfare le accresciute esigenze che le venivano poste e di mantenersi in piena attività se non a costo di una serie di sacrifici i quali avrebbero necessariamente dissanguato il movimento operaio, l'Internazionale, vista questa situazione, si ritirò per ora dalla scena trasferendo in America il Consiglio Generale. Gli eventi successivi hanno dimostrato la giustezza di questa decisione, tanto biasimata in quel momento e anche in seguito. Da un lato venne frustrato ogni tentativo di ordire in nome dell'Internazionale inutili rivolte, dall'altro lato il perdurare degli stretti rapporti tra i Partiti socialisti operai dei diversi paesi dimostrò che la coscienza della comunanza di interessi e della solidarietà del proletariato di tutti i Paesi, svegliati dall'Internazionale, è capace di farsi valere anche senza il legame di una formale associazione internazionale diventata d'ostacolo in quel momento.
Dopo il Congresso dell'Aja, Marx ritrovò finalmente la tranquillità e il tempo per riprendere i suoi lavori in campo teorico, e c'è da sperare che tra non molto potrà dare alla stampa il secondo volume del Capitale.
Tra le numerose, importanti scoperte con cui Marx ha scolpito il suo nome nella storia della scienza, non possiamo qui rilevarne che due.
La prima è il rivolgimento operato da lui nell'intera concezione della storia universale. Fino a quel momento il concetto della storia era fondato unicamente sull'opinione che le cause prime di ogni mutamento storico fossero da ricercarsi nei mutamenti delle idee degli uomini e che, tra tutti i mutamenti storici, quelli politici fossero a loro volta i più importanti e dominassero tutta la storia. Nessuno si era chiesto però donde venissero agli uomini le idee e quali fossero le cause che danno l'impulso ai mutamenti politici. Solo alla più recente scuola degli storici francesi e, in parte, anche di quelli inglesi, si era imposta la convinzione che almeno dal Medioevo in poi la forza motrice nella storia europea fosse la lotta tra la borghesia in sviluppo e la nobiltà feudale per la conquista del dominio sociale e politico. Ora Marx ha dimostrato che tutta la storia svoltasi fino ad oggi è una storia di lotte di classi, che in tutte le molteplici e complicate lotte politiche si tratta soltanto del dominio politico di classi sociali, del mantenimento del dominio da parte di classi più antiche, della conquista del potere da parte di nuove classi nascenti. Ma qual è la causa del sorgere e del persistere di queste classi? Ne sono causa di volta in volta le condizioni materiali tangibili in cui, in un dato periodo, la società produce e scambia i suoi mezzi di sussistenza. Il regime feudale del Medioevo si basava sull'economia autosufficiente di piccole comunità contadine che producevano quasi tutto ciò che ad esse occorreva, facendo quasi a meno di ogni scambio, e a cui la nobiltà agguerrita offriva protezione verso l'esterno e una coesione nazionale o per lo meno politica; quando sorsero le città, e con esse una particolare industria artigiana e un traffico commerciale dapprima interno e poi internazionale, la borghesia cittadina si sviluppò e si conquistò, lottando contro la nobiltà, ancora nel Medioevo, l'immissione nell'ordinamento feudale come stato anch'esso privilegiato. Ma con la scoperta del mondo extraeuropeo, a partire dalla metà del XV secolo, questa borghesia ebbe un territorio commerciale più esteso e con ciò un nuovo impulso per la sua industria; l'artigianato venne soppiantato nei suoi rami più importanti dalla manifattura che assumeva già carattere di fabbrica, e questa a sua volta dalla grande industria, resa possibile con le invenzioni del secolo passato, particolarmente con quella della macchina a vapore; la grande industria ebbe a sua volta delle ripercussioni sul commercio soppiantando nei Paesi arretrati il lavoro manuale d'una volta e creando in quelli più progrediti gli attuali mezzi di comunicazione, la macchina a vapore, le ferrovie, il telegrafo elettrico. In tal modo la borghesia concentrò sempre più nelle proprie mani le ricchezze sociali e il potere sociale, mentre per lungo tempo ancora rimase esclusa dal potere politico, il quale si trovava in mano alla nobiltà e alla monarchia che si appoggiava alla nobiltà. Ma arrivata a un certo punto - in Francia dopo la Grande Rivoluzione - essa conquistò anche il potere politico e divenne ora a sua volta classe dominante di fronte al proletariato e ai piccoli contadini. Da questo punto di vista è possibile spiegare nel modo più semplice tutti i fenomeni storici - purchè si abbia una sufficiente conoscenza delle condizioni economiche della società di un dato periodo, conoscenza che certo manca totalmente ai nostri storici di professione -, e con altrettanta semplicità si spiegano i concetti e le idee di ogni singolo periodo storico considerando le condizioni economiche della vita e i rapporti sociali e politici che esse hanno determinato in quel periodo. Per la prima volta la storia fu posta sulla sua base reale; il fatto palese, ma finora totalmente ignorato, che cioè gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, abitare e vestirsi e dunque lavorare, prima di ingaggiare la lotta per il potere e prima di essere in grado di occuparsi di politica, di religione, di filosofia, eccetera. questo fatto evidente ebbe ora finalmente il suo dovuto posto nella storia.
Per la concezione socialista questa nuova interpretazione della storia fu della massima importanza. Essa dimostrò che tutta la storia fino ad oggi si muove in contrasti e lotte di classi, che sono sempre esistite classi dominanti e classi oppresse, classi sfruttatrici e classi sfruttate, e che la grande maggioranza degli uomini è sempre stata condannata a duro lavoro e scarso godimento. Perchè tutto ciò? Semplicemente perchè in tutte le precedenti fasi di sviluppo dell'umanità, la produzione era ancora così poco sviluppata che lo sviluppo storico non poteva avvenire se non in questa forma di contrasti e che il progresso storico era in linea di massima affidato all'attività di una piccola minoranza privilegiata, mentre le grandi masse erano condannate a procurare col lavoro i mezzi per il loro misero sostentamento e inoltre quelli sempre più abbondanti per i privilegiati. Ma la stessa analisi della storia, che in questa maniera spiega in modo ragionevole e naturale il dominio di classe, mentre sinora era spiegabile soltanto con la cattiveria umana, porta anche alla convinzione che in seguito ai mezzi di produzione attualmente aumentati in misura così colossale è sparito fin l'ultimo pretesto per una divisione degli uomini in dominatori e dominati, in sfruttatori e sfruttati, per lo meno nei Paesi più progrediti; essa porta pure alla convinzione che la grande borghesia dominante ha compiuto la sua missione storica e non è più in grado di dirigere la società, ma è anzi diventata un ostacolo per lo sviluppo della produzione, ciò che è provato dalle crisi commerciali e particolarmente dall'ultimo grande crollo e dalla depressione industriale in tutti i Paesi; essa porta alla convinzione che la direzione storica è passata al proletariato, una classe che in virtù della sua posizione sociale può liberarsi unicamente abolendo una volta per tutte qualsiasi dominio di classe, qualsiasi servitù e sfruttamento; e che le forze produttive della società, sfuggite al controllo della borghesia, attendono soltanto che il proletariato unito se ne impadronisca per creare una situazione in cui ad ogni membro della società sia possibile partecipare non solo alla produzione, ma anche alla distribuzione e all'amministrazione delle ricchezze sociali e in cui le forze produttive sociali e il loro rendimento vengano talmente accresciute, attraverso la pianificazione dell'intera produzione, da assicurare ad ognuno in misura sempre crescente il soddisfacimento di tutti i bisogni ragionevoli.
La seconda scoperta importante di Marx sta nel fatto di avere finalmente chiarito il rapporto tra capitale e lavoro, di avere provato in altre parole come si compie nell'ambito dell'attuale società, nell'attuale modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento dell'operaio per opera dei capitalisti. Da quando l'economia politica aveva stabilito che il lavoro è la fonte di ogni ricchezza e di ogni valore, era diventato inevitabile il chiedersi come mai fosse possibile conciliare con ciò il fatto che il lavoratore salariato non riceveva l'intero valore prodotto dal suo lavoro, ma doveva cederne una parte ai capitalisti. Tanto gli economisti borghesi quanto i socialisti si sforzavano di dare a questa domanda una risposta scientificamente attendibile, ma invano, fino al momento in cui Marx ne presentò infine la soluzione.
Ecco la soluzione: l'odierno sistema di produzione capitalistico ha per presupposto l'esistenza di due classi sociali: da una parte i capitalisti che posseggono i mezzi di produzione e di sussistenza, dall'altra i proletari che sono esclusi da questo possesso, non hanno che un'unica merce da vendere, la loro forza-lavoro, e devono perciò vendere questa loro forza-lavoro per venire in possesso di mezzi di sussistenza. Il valore di una merce viene però determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessaria incorporata nella sua produzione e dunque anche nella sua riproduzione, il valore della forza-lavoro di un uomo normale durante un giorno, un mese, un anno viene dunque determinato dalla quantità di lavoro incorporata nella quantità dei mezzi di sussistenza necessari per il mantenimento di questa forza-lavoro durante un giorno, un mese, un anno. Supponiamo che i mezzi di sussistenza dell'operaio per un giorno abbiano richiesto sei ore di lavoro per la loro produzione ovvero, ciò che è lo stesso, il lavoro contenuto in essi rappresenti una quantità di lavoro di sei ore; in questo caso il valore della forza-lavoro per un giorno si esprimerà in una somma di denaro la quale incorpora in sé pure sei ore di lavoro. Supponiamo inoltre che il capitalista che impiega il nostro operaio gli paghi per il suo lavoro questa somma, l'intero valore dunque della sua forza-lavoro. Se ora l'operaio lavora sei ore del giorno per il capitalista, egli lo ha interamente risarcito delle sue spese: sei ore di lavoro, per sei ore di lavoro. E' vero che in questo modo al capitalista non rimarrebbe nulla e perciò questi considera la cosa in un modo del tutto diverso: Io, dice, ho comperato la forza-lavoro di questo operaio non per sei ore, bensì per un'intera giornata, e per conseguenza egli fa lavorare l'operaio, secondo le circostanze, otto, dieci, dodici, quattordici e più ore, così che il prodotto della settima, dell'ottava e delle successive ore è un prodotto di un lavoro non pagato e passa intanto nelle tasche del capitalista. In questo modo l'operaio riproduce al servizio del capitalista non soltanto il valore della sua forza-lavoro che gli viene pagato, ma egli produce oltre a questo anche un plusvalore, di cui in un primo momento il capitalista si appropria e che in seguito viene ripartito in base a determinate leggi economiche tra l'intera classe capitalista e forma il nucleo fondamentale dal quale scaturiscono la rendita fondiaria, il profitto, l'accumulazione del capitale, in breve tutte le ricchezze consumate o accumulate dalle classi non lavoratrici. Con ciò era stato dimostrato che l'arricchimento dei capitalisti odierni consiste nell'appropriazione del lavoro altrui non pagato, esattamente come avveniva con l'arricchimento dei proprietari di schiavi o dei signori feudali che sfruttavano il lavoro servile, e che tutte queste forme di sfruttamento si distinguono unicamente per la diversa maniera con cui avviene l'appropriazione del lavoro non pagato. Ma con ciò veniva tolta anche l'ultima base a tutte le ipocrite frasi delle classi possidenti, che affermavano esservi nell'attuale ordinamento sociale diritto e giustizia, uguaglianza dei diritti e dei doveri e una generale armonia degli interessi, e veniva smascherata l'attuale società borghese non meno di quelle precedenti, come una istituzione grandiosa per lo sfruttamento dell'enorme maggioranza del popolo ad opera di una piccola minoranza sempre decrescente.
Su questi due importanti fatti si basa il socialismo scientifico moderno. Nel secondo volume del Capitale vengono ulteriormente sviluppate queste e altre scoperte scientifiche, non meno importanti, sul sistema sociale capitalistico, e con ciò vengono sottoposti ad un rivolgimento anche gli aspetti dell'economia politica non ancora toccati nel primo volume. Ci auguriamo sia concesso a Marx di poterlo passare presto alle stampe.
Dal programma della terza assemblea nazionale dei lavoratori
1. Assistiamo alla bancarotta di un sistema di produzione. I padroni fuggono dalle fabbriche dimostrando ora più che mai l’incapacità della classe capitalista di farsi carico della produzione. La loro funzione sociale e economica è esaurita. Ciò pone all’ordine del giorno la necessità di una trasformazione sociale nella quale i lavoratori sono chiamati a giocare un ruolo da protagonisti. Il principale ostacolo alla produzione è proprio il capitale. I costi del lavoro sono ridotti al minimo, mentre lo sfruttamento è stato innalzato al massimo. La politica di flessibilità del lavoro, tuttavia, non è servita a far sì che le imprese restassero a galla. Il problema non è, pertanto, il costo del lavoro, quanto il costo dell’impresa. Grissinopoli, Chilavert, Ghelco, Brukman, Zanon, così come le decine di altri impianti nelle stesse condizioni, sono “vitali”. Ciò che li rende “non vitali” è la voracità e il parassitismo padronali. La migliore dimostrazione di ciò è data dai numerosi esempi di produzione sotto controllo operaio.
2. Chiamiamo a sviluppare la gestione operaia delle fabbriche mediante l’esproprio dei macchinari, degli edifici, del capitale delle imprese e la loro consegna ai lavoratori. Non si tratta di fabbriche autogestite, in cui l’operaio recita la parte del padrone, mette alla prova la fortuna e finisce distrutto dalla concorrenza capitalistica. Non propugnamo neppure la statalizzazione capitalistica. La mera statalizzazione non solo è una misura economica di riscatto del capitale privato, ma è anche un intervento politico dello Stato capitalistico in difesa del sistema di sfruttamento dei lavoratori.
3. Denunciamo e combattiamo tutti gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo di una gestione operaia. Il primo consiste nella pretesa che noi operai ci facciamo carico dei debiti dell’impresa – trasformati in un’ipoteca inestinguibile – e che per di più aggiungiamo nostro denaro, rinunciando ai nostri indennizzi o ai crediti salariali che il padronato ci addebita come arretrati e differenze salariali.
Un secondo ostacolo è rappresentato dal fatto che come lavoratori possiamo contare a malapena su un “uso provvisorio” degli impianti, per i quali dobbiamo pagare l’affitto. Siamo sottoposti così all’arbitrio del padrone o del giudice che possono decidere in qualunque momento lo sgombero dello stabilimento. Gli espropri approvati fino ad ora dalle assemblee legislative [a livello provinciale, ndr] non sono altro che “dichiarazioni” senza valore legale: il potere esecutivo può bloccare l’esproprio entro la scadenza autorizzata in modo tale che gli operai siano costretti ad assumersi l’onere di acquistare gli attivi se vogliono evitare la chiusura.
In terzo luogo la mancanza di capitale di lavoro (per le materie prime, i servizi, i salari) riduce i lavoratori ad ostaggi del proprio padrone o di un altro gruppo economico, il quale anticipa i fondi per il pagamento di tutto il necessario.
Di fronte alla situazione esposta, occorre predisporre una serie di misure indispensabili per garantire il futuro alla gestione operaia:
• esproprio degli attivi e loro trasferimento gratuito ai lavoratori, entro un massimo di 30 giorni;
• assunzione dei debiti da parte dei padroni, che devono farvi fronte con i loro beni e il loro patrimonio personale;
• concessione di un sussidio non reintegrabile (a fondo perduto) che permetta ai lavoratori di contare sul capitale di lavoro necessario per riattivare il processo produttivo;
• trasformazione di tutte le fabbriche in mano ai lavoratori in fornitori privilegiati dello Stato, in modo che i loro prodotti servano a soddisfare le necessità di ospedali, scuole, assistenza sociale, abitazioni e altri settori pubblici.
4. Chiamiamo ad occupare ogni fabbrica che licenzi o che sospenda o che sia in fase di “svuotamento” e a metterla nuovamente in produzione. Dobbiamo anticipare gli avvenimenti. Quando viene dichiarato il fallimento o viene chiesto l’intervento dei creditori, la distruzione dell’impresa è già iniziata o si è già totalmente compiuta. Dobbiamo intervenire al primo sintomo per impedire che tale processo di svuotamento avanzi. Esigiamo l’apertura dei libri, dei conti e degli inventari di tutte le imprese e la loro supervisione da parte dei lavoratori. Ogni ritardo nel pagamento dei salari o degli oneri sociali è causa sufficiente per estendere questa supervisione operaia al movimento giornaliero dei fondi dell’impresa. La supervisione operaia ha come scopo principale quello di garantire che le entrate siano utilizzate in primo luogo per il pagamento dei salari operai. Quando il ritardo nel pagamento di stipendi, pensioni o opera sociale supera i due mesi o sia discontinuo per due volte in un anno, si sospenda o licenzi, o vi siano manovre irregolari che facciano sospettare uno svuotamento (trasferimento di macchinari, mancanza di approvvigionamento di materie prime, ecc.), questi fatti devono essere letti come indicatori dell’incapacità dell’imprenditore di portare avanti l’impresa. Il padrone dev’essere sostituito nelle sue funzioni e la gestione dell’impresa assunta dai lavoratori, come punto di partenza e di passaggio nella lotta per l’esproprio.
5. La lotta per la riapertura delle fabbriche deve estendersi fino ad includere gli impianti chiusi. L’incontro invita a preparare un elenco degli stabilimenti inattivi e a chiedere l’intervento dello Stato per metterli di nuovo in funzione, ciò che (insieme ad un piano di opere pubbliche) permetterà di assorbire la mano d’opera disoccupata. Questa richiesta permette di unificare lavoratori occupati e disoccupati in un movimento comune di lotta per la difesa e il recupero di posti reali di lavoro.
6. Invitiamo a rafforzare i fondi di sciopero delle fabbriche in lotta. Non si tratta solamente di uno strumento tradizionale per garantire la sussistenza ai lavoratori in lotta. La raccolta di risorse è fondamentale per sostenere l’avvio dell’impresa operaia e per impedire che lo strangolamento economico finisca per soffocare la nuova esperienza avviata dai lavoratori.
7. La recente approvazione, da parte della commissione per lo sviluppo economico della assemblea legislativa di Buenos Aires dei progetti di Chilavert e Ghelco è un passo avanti per il rafforzamento della lotta per la loro approvazione definitiva, insieme con i progetti di Brukman e Grissinopoli, i quali “impostano” l’esproprio facendo carico del fallimento agli azionisti e non ai lavoratori e ponendo l’impresa sotto controllo operaio. Le sei ore di lavoro per i dipendenti della metropolitana, approvate dalla stessa assemblea legislativa nel corso di una grande mobilitazione degli operai della Metrovias sono una conquista per tutta la classe operaia in quanto ciò crea possibilità di successo per la lotta per veri posti di lavoro.
8. Va messo in evidenza il ruolo delle assemblee popolari che sono chiamate a formare una rete sociale di appoggio alle fabbriche in lotta. Un ruolo che diverse assemblee già stanno giocando come si dimostra nei casi Brukman, Chilavert e Grissinopoli. Le assemblee contribuiscono alla sussistenza dei lavoratori chiedendo forniture di cibo alla Stato, tessendo reti di solidarietà e, più importante di tutto, dando corpo e guidando le mobilitazioni di quartiere contro i tentativi di sgombero. Lo stesso ruolo è stato giocato congiuntamente dal movimento classista, piquetero, studentesco e popolare a Neuquen intorno alla Zanon, e in modo particolare dalle organizzazioni piquetere più combattive in tutto il paese, come la mobilitazione massiccia del Bloque piquetero nacional nei casi di Brukman e el Grafico.
9. La commercializzazione dei prodotti delle imprese sotto controllo operaio è un altro terreno di lotta per le fabbriche occupate, per le assemblee popolari, per i sindacati e le organizzazioni piquetere, volto ad affrontare la concorrenza capitalistica e a fare del compra control obrero una grande causa politica di tutti gli sfruttati e del popolo.
10. Facciamo appello alla creazione di una centrale unica delle imprese occupate o sotto gestione operaia. Intendiamo adoperarci perché le fabbriche in mano ai lavoratori si federino, si uniscano al movimento piquetero e ai sindacati di classe ed elaborino un piano di lotta comune per promuovere l’occupazione di ogni fabbrica in fase di svuotamento, che non paghi i salari o che sospenda l’attività o che licenzi, per creare in tal modo un polo centralizzato dell’azione dei lavoratori contro il capitale e contro lo Stato capitalistico. Una federazione delle fabbriche occupate e in lotta permetterà di portare su una altro piano la lotta contro la pressione capitalista e di dare una dimensione nazionale alla lotta per il sostegno economico dello Stato alle fabbriche sotto gestione operaia. Questa è la premessa per la nazionalizzazione delle banche e la creazione di una banca statale unica, capace di facilitare l’accesso al credito per le fabbriche autogestite, nel cui gruppo dirigente devono entrare i rappresentanti di tali fabbriche, eleggibili e revocabili in ogni momento dal collettivo dei lavoratori.
11. Di fronte all’abbandono e alla fuga dei capitalisti, la classe operaia appare nella pratica come la classe in grado di farsi carico della riorganizzazione del paese su nuove basi sociali. Il controllo delle fabbriche è la premessa del controllo del paese. La questione del potere è posta all’ordine del giorno. La crisi che è ormai giunta a uno stadio terminale, esige la rimozione della classe capitalista: Che se ne vadano tutti e che governino i lavoratori!
Messaggio del 05-09-2007 alle ore 01:19:53
Finalmente Carminuccio, vuoi fare una tesi su Carletto?
Ti aiuto volentieri...così ti spicci una volta per tutte
Messaggio del 05-09-2007 alle ore 01:39:40
Carminuccio, Carminuccio ...io ti vogghio tanto benu e tu sei indifferente, non mi attacchi più, non mi dici tutte quelle cattiverie.
Ho nostalgia de tutte le strunzate tue.
Mi snobbi? Sviocco! (accento whitiano).
Messaggio del 05-09-2007 alle ore 12:43:40
INCHIESTA OPERAIA
Nessun governo (monarchico o repubblicano borghese) ha osato intraprendere una inchiesta seria sulla situazione della classe operaia francese. Ma, in cambio quante inchieste sulle crisi agricole, finanziarie, industriali, commerciali, politiche!
Le infamie dello sfruttamento capitalistico rivelate dall'inchiesta ufficiale del governo inglese, e le conseguenze legali che queste rivelazioni hanno prodotto (limitazione della giornata legale di lavoro a dieci ore, legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, ecc.), hanno reso la borghesia francese ancora più timorosa dei pericoli che potrebbe presentare un'inchiesta imparziale e sistematica.
In attesa di poter portare il governo repubblicano a imitare il governo monarchico dell'lnghilterra, ad aprire una vasta inchiesta sui fatti e misfatti dello sfruttamento capitalistico, noi tenteremo, con i deboli mezzi di cui disponiamo, di cominciarne una. Speriamo di essere sostenuti, nella nostra opera, da tutti i lavoratori delle città e delle campagne, i quali comprendono che essi soli possono descrivere con piena cognizione di causa, i mali che li colpiscono; che essi soli, e non dei salvatori provvidenziali, possono applicare energicamente rimedi alle miserie sociali di cui soffrono; contiamo anche sui socialisti di tutte le scuole che, volendo una riforma sociale, devono volere una conoscenza esatta e positiva delle condizioni in cui lavora e si muove la classe operaia, la classe a cui appartiene l'avvenire.
Questi Quaderni del lavoro sono la prima opera che s'impone alla democrazia socialista per preparare il rinnovamento sociale.
Le cento domande che seguono sono le più importanti.
Le risposte devono portare il numero d'ordine della domanda. Non è necessario rispondere a tutte le domande, ma raccomandiamo di dare le risposte nel maggior numero e nel modo più dettagliato possibile. Il nome dell'operaia e dell'operaio che risponde non sarà pubblicato, a meno di autorizzazione speciale; ma esso deve essere dato, insieme al proprio indirizzo, perché se necessario si possa comunicare con loro.
I
1. Qual'è il suo lavoro?
2. La fabbrica nella quale lavora appartiene a un capitalista o a una società per azioni? Indichi i nomi dei capitalisti datori di lavoro o dei dirigenti della società.
3. Indichi il numero delle persone occupate.
4. Indichi la loro età e il loro sesso.
5. Qual'è l'età minima alla quale sono ammessi i fanciulli (maschi o femmine)?
6. Indichi il numero dei sorveglianti e degli altri impiegati che non sono salariati semplici.
7. Vi sono apprendisti? Quanti?
8. Oltre agli operai occupati normalmente e regolarmente, ve ne sono altri che vengono da fuori e in certe stagioni?
9. L'industria del suo padrone lavora esclusivamente o principalmente per i compratori abituali, per il mercato interno o per l'esportazione?
10. La fabbrica è situata in campagna o in città? Indichi la località.
11. Se la sua fabbrica è situata in campagna, il suo lavoro industriale le è sufficiente per vivere, o deve abbinarlo con un lavoro agricolo?
12. Il suo lavoro è fatto a mano o con l'aiuto di macchine?
13. Fornisca alcuni dettagli sulla divisione del lavoro nella sua industria.
14. Viene impiegato il vapore come forza motrice?
15. Enumeri i locali in cui sono praticate le diverse attività dell'industria. Descriva la specializzazione nella quale lei è occupato; parli non soltanto della parte tecnica ma anche della fatica muscolare e nervosa che essa impone e dei suoi effetti generali sulla salute degli operai.
16. Descriva le condizioni della fabbrica: dimensione dei locali, posto assegnato a ciascun operaio; ventilazione, temperatura, imbiancamento dei muri con la calce, gabinetti, pulizia generale, rumore delle macchine, polveri metalliche, umidità, ecc.
17. Esiste una sorveglianza municipale o governativa sulle condizioni igieniche della fabbrica?
18. Nella sua industria vi sono particolari emanazioni nocive che generano specifiche malattie fra gli operai?
19. La fabbrica è ingombra di macchine?
20. La forza motrice, gli apparecchi di trasmissione e le macchine sono protetti in modo da prevenire ogni incidente?
21. Enumeri gli incidenti accaduti durante la sua esperienza personale.
22. Se lei lavora in una miniera enumeri le misure preventive prese dal suo datore di lavoro per assicurare la ventilazione e impedire le esplosioni e altri incidenti pericolosi.
23. Se lei lavora in una fabbrica di prodotti chimici, in una officina, in una manifattura di oggetti metallici o in qualsiasi altra industria che presenti particolari pericoli, enumeri le misure di precauzione prese dal suo datore di lavoro.
24. Quali sono i mezzi di illuminazione della sua fabbrica (gas, petrolio, ecc.)?
25. In caso di incendi, i mezzi di fuga sono sufficienti?
26. In caso di incidente, il datore di lavoro è obbligato legalmente a indennizzare l'operaio o la sua famiglia?
27. Se no, egli ha mai indennizzato coloro ai quali è accaduto un infortunio, mentre lavoravano per arricchirlo?
28. Vi è un servizio medico nella sua fabbrica?
29. Se lei lavora al suo domicilio, descriva lo stato del suo locale di lavoro . Si serve soltanto di utensili o di piccole macchine? Si fa aiutare dai suoi figli o da altre persone (adulti o fanciulli, maschi o femmine)? Lavora per clienti particolari o per un imprenditore? Tratta direttamente con lui o attraverso un intermediario?
II
30. Enumeri le ore quotidiane di lavoro e i giorni di lavoro durante la settimana.
31. Enumeri i giorni di festa durante l'anno.
32. Quali sono le interruzioni della giornata di lavoro?
33. I pasti sono presi a intervalli determinati o irregolarmente? Sono presi dentro o fuori la fabbrica?
34. Si lavora durante le ore dei pasti?
35. Se si impiega il vapore, quando lo si dà e quando lo si arresta?
36. Vi è lavoro notturno?
37. Enumeri le ore di lavoro dei fanciulli e dei giovani al di sotto dei 16 anni.
38. Vi sono squadre di fanciulli e di giovani che si danno il turno mutuamente durante le ore di lavoro?
39. Le leggi sul lavoro dei fanciulli sono emanate dal governo o dai comuni? I datori di lavoro le rispettano?
40. Esistono scuole per i fanciulli e i giovani occupati nella sua categoria di lavoro? Se vi sono, quali sono le ore di scuola? Chi le dirige? Chi vi insegna?
41. Quando il lavoro è notturno e diurno, qual'è il sistema dei turni (il turno si fa in modo che un gruppo di operai dia il cambio a un altro)?
42. Qual'è il prolungamento abituale delle ore di lavoro durante i periodi di grande attività industriale?
43. Le macchine sono pulite da operai assunti specificamente per questo lavoro; o lo sono gratuitamente dagli operai occupati alle macchine durante la loro giornata di lavoro?
44. Quali sono i regolamenti e le multe per i ritardi? Quando comincia la giornata di lavoro e quando ricomincia dopo i pasti?
45. Quanto tempo perde per andare in fabbrica e per tornare a casa?
III
46. Quale è il contratto che lei ha con il suo datore di lavoro? È assunto a giornata, a settimana, a mese, ecc.?
47. Quali sono le condizioni stipulate per licenziarsi o essere licenziato?
48. In caso di rottura del contratto, quando è in colpa il datore di lavoro, qual'è la sua penalità?
49. E quando è in colpa l'operaio, qual'è la sua penalità?
50. Se vi sono apprendisti, quali sono i termini del loro contratto?
51. Il suo lavoro è regolare o irregolare?
52. Nella sua categoria si lavora soltanto durante certe stagioni, o il lavoro, in tempi normali, è distribuito in modo più o meno uguale durante tutto l'anno? Se lei lavora soltanto in certe stagioni, come vive nell'intervallo?
53. Lei è pagato a tempo o a cottimo?
54. Se è pagato a tempo è pagato a ora o giornata?
55. Vi sono salari extra per lavori extra? Quali sono?
56. Se il suo salario è a cottimo, come è fissato? Se lei è occupato in industrie dove il lavoro eseguito è misurato dalla quantità o dal peso, come è il caso delle miniere, il suo datore di lavoro o i suoi incaricati sono ricorsi a inganni per defraudarla di una parte dei suoi guadagni?
57. Se lei è pagato a cottimo, si prende a pretesto la qualità del prodotto per deduzioni fraudolente dal suo salario?
58. Che lei sia pagato a cottimo o a tempo, quand'è che e pagato, in altre parole quant'è lungo il credito che fa al suo padrone prima di ricevere il prezzo del lavoro eseguito? È pagato dopo una settimana, un mese, ecc.?
59. Ha osservato che il ritardo nel pagamento del suo salario la obblighi a ricorrere frequentemente ai monti di pietà, pagandovi un alto tasso di interesse, privandola di cose di cui ha bisogno; di fare debiti presso i bottegai diventando loro preda in quanto loro debitore? È a conoscenza di casi in cui operai abbiano perduto i loro salari per fallimento o bancarotta dei loro padroni?
60. I salari sono pagati direttamente dal padrone o attraverso intermediari, (appaltatori, ecc.)?
61. Se i salari sono pagati attraverso appaltatori o altri intermediari, quali sono i termini del suo contratto?
62. Quant'è il suo salario in denaro al giorno e alla settimana?
63. Quali sono i salari delle donne e dei fanciulli che cooperano con lei nella stessa fabbrica?
64. Qual'è stato nella sua fabbrica il salario a giornata più elevato durante l'ultimo mese?
65. Qual'è stato il salario a cottimo più elevato durante l'ultimo mese?
66. Qual'è stato il suo salario durante il medesimo periodo e, se ha una famiglia, quali sono i salari di sua moglie e dei suoi figli?
67. I salari sono pagati interamente in denaro o in altro modo?
68. Se è il suo datore di lavoro che le affitta la casa, quali sono le condizioni? Deduce la pigione dal suo salario?
69. Quali sono i prezzi degli oggetti necessari, come:
a) pigione della sua abitazione; condizioni di affitto; numero dei locali che la compongono, delle persone che vi abitano; riparazioni, assicurazioni; acquisto e manutenzione del mobilio, riscaldamento, illuminazione, acqua, ecc.
b) Alimentazione: pane, carne, verdure, patate, ecc. latticini, uova, pesce, burro, olio, strutto, zucchero, sale, spezie, caffè, cicoria, birra, sidro, vino, ecc., tabacco.
c) Abbigliamento per i genitori e per i figli, bucato, pulizie, bagni, saponi, ecc.
d) Spese varie: postali, prestiti e depositi ai monti di pietà, spese di scuola per i figli, di apprendistato, acquisto di giornali, libri, ecc., contributi a società di mutuo soccorso, per gli scioperi, per le leghe, per società di resistenza, ecc.
e) Spese, se ve ne sono, connesse con il suo tipo di lavoro.
f) Imposte.
70. Provi a formulare un bilancio settimanale e annuale dei suoi redditi e di quelli della sua famiglia, delle sue spese settimanali e annuali!
71. Lei ha osservato, nella sua esperienza personale, un aumento maggiore rispetto al salario, del prezzo degli oggetti necessari per vivere, come l'abitazione, l'alimentazione, ecc.?
72. Enunci le variazioni del livello dei salari che le sono note.
73. Menzioni le diminuzioni dei salari in tempi di ristagno e di crisi industriale.
74. Menzioni l'aumento dei salari in tempi di pretesa prosperità.
75. Menzioni le interruzioni del lavoro dovute al cambiamento delle mode e alle crisi particolari e generali. Parli della sua disoccupazione involontaria.
76. Confronti i prezzi degli articoli che lei produce o dei servizi che lei fornisce con il prezzo del suo lavoro.
77. Citi i casi che le sono noti di operai licenziati a causa dell'introduzione di macchine o di altri perfezionamenti.
78. Con lo sviluppo delle macchine e della produttività del lavoro, l'intensità e la durata del lavoro sono aumentate o diminuite?
79. È a conoscenza di qualche aumento di salario come conseguenza dei progressi della produzione?
80. Lei ha mai conosciuto operai semplici che abbiano potuto ritirarsi all'età di 50 anni e vivere con il denaro guadagnato nella loro qualità di salariati?
81. Qual'è nella sua categoria il numero di anni durante il quale può continuare a lavorare un operaio di salute media?
IV
82. Esistono società di resistenza nella sua categoria e come sono gestite? Invii i loro statuti e regolamenti.
83. Quanti scioperi della sua categoria sono stati organizzati nel corso della sua esperienza?
84. Quanto tempo sono durati questi scioperi?
85. Erano generali o parziali?
86. Avevano come obiettivo un aumento dei salari o erano fatti per resistere a una riduzione dei salari; o si riferivano alla lunghezza della giornata di lavoro, o erano dovuti ad altri motivi?
87. Quali sono stati i loro risultati?
88. Parli delle azioni del Tribunale del Lavoro.
89. La sua categoria è stata sostenuta dagli scioperi di operai appartenenti ad altre categorie?
90. Parli dei regolamenti e delle penalità stabilite dal suo datore di lavoro per la gestione dei suoi salariati.
91. Vi sono state coalizioni di datori di lavoro per imporre riduzioni di salari, aumenti di lavoro, per impedire gli scioperi e in genere per imporre le loro volontà?
92. Lei è a conoscenza di casi in cui il governo abbia abusato della forza pubblica per metterla al servizio dei datori di lavoro contro i loro dipendenti?
93. Lei è a conoscenza di casi in cui il governo sia intervenuto per proteggere gli operai contro il ricatto dei padroni e le loro coalizioni illegali?
94. Il governo fa applicare contro i padroni le leggi esistenti sul lavoro? E i suoi ispettori fanno il loro dovere?
95. Esistono nella sua fabbrica o nella sua categoria società di mutuo soccorso, in caso di incidenti, di malattia, di morte, d'incapacità temporanea al lavoro, di vecchiaia, ecc.? Invii i loro statuti e regolamenti.
96. L'iscrizione a queste società è volontaria o obbligatoria? I fondi sono esclusivamente sotto il controllo degli operai?
97. Se i contributi sono obbligatori e sotto il controllo dei padroni, essi li trattengono sui salari? Essi pagano interessi per queste trattenute? Queste sono restituite all'operaio quando si licenzia o è licenziato? Lei è a conoscenza di casi in cui operai abbiano beneficiato dei cosiddetti fondi pensione controllati dai padroni, ma il cui capitale costitutivo è prelevato dai salari degli operai?
98. Vi sono società cooperative nella sua categoria? Come sono dirette? Impiegano operai esterni come fanno i capitalisti? Invii i loro statuti e regolamenti.
99. Esistono nella sua categoria fabbriche in cui le retribuzioni degli operai sono pagate in parte sotto forma di salario e in parte sotto forma di pretesa partecipazione ai profitti? Confronti le somme ricevute da questi operai e quelle ricevute da altri operai dove non esiste alcuna pretesa partecipazione ai profitti. Enumeri gli obblighi degli operai sottoposti a questo regime. Possono fare scioperi, ecc., o è permesso loro soltanto di essere gli umili servitori dei loro padroni?
100. Quali sono le condizioni generali, fisiche, intellettuali, morali degli operai e delle operaie occupati nella sua stessa categoria di lavoro?
La proposta originaria di una "inchiesta statistica sulla situazione delle classi lavoratrici" fu formulata per la prima volta da Marx nelle Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio dell'associazione internazionale dei lavoratori, nel 1867, poi ripresa nel 1880. L'intento era di portare alla luce quei "fatti e misfatti", relativi all'organizzazione del lavoro e al processo di produzione e di vita, che il potere borghese deliberatamente occulta o quanto meno mistifica. È significativo che i temi dell'inchiesta siano connessi alla riduzione del tempo di lavoro e all'intensità del lavoro, al lavoro a domicilio, al lavoro in appalto e al cottimo, al lavoro minorile e all'istruzione di massa, alla pretesa partecipazione dei lavoratori ai profitti e alla gestione padronale dei fondi contributivi, alla mancata applicazione delle leggi sul lavoro e all'abuso della polizia.
Messaggio del 05-09-2007 alle ore 14:05:24
Certamente, per come intendi tu l'economia (homo homini lupus)...non era un buon "economista".
Vedi, è proprio per questo motivo che è considerato un grandissimo TEORICO DELL'ECONOMIA.
Non dagli obsoleti teorici della disumana economia liberalista.
Molto meglio così.
Messaggio del 10-09-2007 alle ore 12:27:39
inizia con qualche considerazione sullo “stato dell’arte” della teoria economica marxista in Italia. Un problema che ci si pone riguarda il ridotto investimento di energie intellettuali, da parte dei marxisti anche italiani, nella spiegazione del capitalismo contemporaneo, relativamente all’impegno profuso sui temi del valore, dei prezzi relativi e della distribuzione del reddito. I paragrafi centrali del testo sono dedicati alla ricostruzione di due tra le poche e più originali riflessioni sul funzionamento degli odierni sistemi socio-economici: quelle di Gianfranco La Grassa e di Ernesto Screpanti. Nella conclusione, vengono discussi alcuni spunti di risposta al problema prima sollevato.
1. Cosa rimane della teoria economica marxista?
La teoria economica marxista conta in Italia su una tradizione intellettuale vivace, che vuole capire per proprio conto quali basi razionali abbiano le teorie di Marx, e possano ricevere oltre Marx. Questo tratto è stato ben colto, quasi un secolo fa, da Roberto Michels: «Ognuno tra [i marxisti italiani] crede che il Marx come critico analitico della società capitalistica sia insuperato, ma nessuno che egli sia insuperabile. Nessuno altresì si azzarda a dire che il Marx abbia creato una dottrina così esaurientemente completa per spiegare tutti i fenomeni sociali, in qualunque campo si manifestino. Perciò uno dei maggiori compiti dei marxisti italiani consiste nella ricerca di una teoria complementare al Marx».[1] Questa “teoria complementare” non intende unicamente integrare o aggiornare Marx. Si propone anche, e forse soprattutto, di conferire alle sue dottrine principali una sistemazione razionale che esse, per gli autori in oggetto, non possiedono appieno.[2]
Anche a livello internazionale, sembra negli ultimi anni prevalere, nella teoria economica marxista, un atteggiamento di aperta discussione così di importanti contributi di altre impostazioni critiche, come dei fondamenti stessi del proprio approccio.[3] Come osserva, con notevole slancio di ottimismo, Fabio Petri, «negli ultimi decenni l’economia marxista ha riacquistato piena cittadinanza nella scienza ufficiale, ma perdendo una sua unitarietà e distintività rispetto a un più generale approccio critico, classico-keynesiano, non marginalista. Ormai le differenze tra gli studiosi che si dichiarano marxisti sono spesso non inferiori alle loro differenze da altri studiosi che, pur senza dichiararsi esplicitamente tali, accettano numerose tesi caratteristiche della tradizione marxista, ad esempio il ruolo centrale del conflitto di classe, il rifiuto dell’impostazione marginalista, la tendenza delle economie di mercato non regolate a generare crisi, talvolta anche l’interesse delle classi dominanti a non eliminare la disoccupazione; e gli studiosi di quest’ultimo tipo stanno aumentando, per via dell’attrattiva sempre minore esercitata dall’impostazione marginalista. I criteri in base ai quali distinguere un approccio chiaramente marxista alla spiegazione dei fatti economici da un più generale approccio classico-keynesiano diventano dunque sempre più sfuggenti e meno validi scientificamente».[4]
Tutto bene, dunque? Affatto. Se consideriamo quali e quanti studi sistematici sono stati dedicati dai marxisti viventi, in Italia e non, alla dinamica strutturale del capitalismo coevo, dobbiamo fermarci a pochi titoli. La quota largamente maggioritaria delle ricerche continua ad occuparsi delle tematiche del valore-lavoro, dei prezzi di produzione e della distribuzione del reddito. Si tratta, ovviamente, di tematiche cruciali nell’indagine della natura riproduttiva del capitalismo. Esse non si traducono però automaticamente in disamine del funzionamento diacronico del medesimo capitalismo, laddove pare indubbio che queste disamine dovrebbero rappresentare l’autentico fine conoscitivo di un marxismo che desideri capire e cambiare lo status quo. Non basta. La prevalenza di queste ultime tematiche appare addirittura strabordante se abbracciamo l’intera letteratura storica del marxismo internazionale: quante opere come Il capitale finanziario di Hilferding o La crisi fiscale dello Stato di O'Connor sono state scritte? Sembra pertanto esistere una propensione radicata e poco sradicabile, da parte dei marxisti che studiano la teoria economica, a privilegiare l’asse valore-prezzi-ripartizione, a scapito dell’asse moneta-crisi-ciclo-dinamica strutturale e, ancor più, a scapito dell’asse di analisi economica dei sistemi capitalistici concreti.
Possiamo chiederci come mai ciò sia avvenuto e continui ad accadere quasi senza soluzioni di continuità. La risposta più immediata consisterebbe nell’ipotizzare che il marxismo abbia poco di significativo da aggiungere alle altre analisi economiche critiche, alle quali allude Petri nel suo brano. Se così fosse, la “nicchia intellettuale” dei marxisti rimarrebbe davvero unicamente il dibattito su temi quali la sostanza del valore e la trasformazione dei valori in prezzi. Iniziamo dunque con lo smentire, almeno parzialmente, questa linea di spiegazione. Presentiamo l’elaborazione di due tra i pochi e più originali marxisti italiani che si sono concentrati sulla dinamica interna del capitalismo: Gianfranco La Grassa (§2) ed Ernesto Screpanti (§3).[5] Nel §4 riprenderemo il quesito qui formulato, azzardando qualche diverso spunto di risposta.
2. La teoria del capitalismo di Gianfranco La Grassa
«I marxisti hanno finora preteso di trasformare il mondo; è ormai tempo che tentino di comprenderlo» (G.La Grassa)
2.1 Dal lavoro vivo al processo di lavoro
Il problema del nesso, nel marxismo, tra categorie universali e concetti storicamente determinati viene rivisitato da La Grassa in maniera assai stimolante. Egli ricorda che, quando Marx parla del circolo metodico concreto-astratto-concreto, distingue due vie. L’una, seguita dagli economisti del XVII secolo, consiste nel passare dal concreto empirico, caotico e indifferenziato, ad alcune relazioni più elementari e generali. L’altra, propria degli economisti classici, risale altresì da quelle astrazioni ad una nuova totalità concreta, della quale adesso si conoscono le specifiche combinazioni interne. Marx definisce corretta la seconda via nell’ambito della scienza economica; ma nella sua prassi scientifica, sostiene La Grassa, ne offre la critica. L’astrazione introduce infatti per Marx al nesso strutturale interno dell’oggetto studiato; essa è dunque un’istanza complessa e peculiare, non semplice e universale. In altri termini, Marx non procede astraendo dalle caratteristiche che individuano la particolarità di concreti empirici diversi, bensì astrae dai fenomeni di “superficie” che impediscono di cogliere la dinamica “profonda” di una realtà.[6]
Le implicazioni di una simile interpretazione sono notevoli. La teoria marxiana non muove da alcuno schema sovrastorico di “produzione in generale”, per giungere alla specificità della produzione capitalistica attraverso l’approssimazione intermedia della società a scambio generalizzato (o “produzione mercantile semplice”). Piuttosto, Marx presenta nel primo libro de Il Capitale la “discesa” dal livello fenomenico della merce (I sezione) al livello dell’autoriproduzione del capitale (VII sezione). Ultimata questa “discesa”, l’oggetto specifico di analisi che ne risulta distillato è la forma che i rapporti tra gli uomini assumono nel processo sociale di produzione.[7] Nell’odierna società questa forma è la relazione tra proprietario-non-lavoratore e lavoratore-non-proprietario.[8] L’uno ha il potere di disporre dell’intero processo di lavoro, composto dai momenti dell’attività lavorativa, dello strumento e del prodotto: e infatti controlla la forza-lavoro ridotta a merce, i mezzi di produzione impiegati e il prodotto ottenuto.[9] L’altro viene anzitutto separato dalle condizioni oggettive del suo lavoro.[10]
Il non-produttore comanda quindi il produttore espropriato e vive del suo lavoro. Si distingue però dagli sfruttatori delle società precapitalistiche, poiché mentre in queste il comando era esterno al processo lavorativo, adesso è penetrato in esso.[11] Ciò ha decisiva importanza. È infatti il modo di funzionamento del processo di lavoro - la sua articolazione tecnico-produttiva - che riproduce la forma del nesso appropriatore-espropriato.[12] Affinché questo avvenga, occorre rendere completa la sottomissione del lavoratore, separandolo anche dalle condizioni soggettive del suo lavoro. Ogni abilità specifica, preparazione professionale o capacità di comprendere e governare le interconnessioni del ciclo di fabbricazione di un certo bene (o di sue parti importanti) vengono sottratte al produttore. Il suo lavoro viene suddiviso nei movimenti più elementari, per il compimento di ognuno dei quali quasi non occorre alcun apprendimento, mentre il coordinamento delle operazioni parcellizzate spetta al lavoro di direzione tecnica-scientifica del processo di lavoro.[13] Si realizza così il passaggio dalla divisione sociale del lavoro (la distribuzione sociale di compiti, mestieri e specializzazioni; d’ora in poi DSL) alla divisione tecnica o parcellare o “manifatturiera” del lavoro (che suddivide le mansioni all’interno di una fabbrica o di un ufficio; d’ora in avanti DTL). L’ipotesi teorica cruciale suggerisce che è il progredire della DTL che “comanda” l’articolarsi della DSL.[14]
All’interno del processo di lavoro, la DTL scinde il lavoro manuale da quello intellettuale e, più in generale, le prestazioni esecutive da quelle ideative e direttive.[15] Essa quindi separa le “potenze mentali” del lavoro cooperativo dalla grande massa dei produttori, accentrandole in ruoli ricoperti o da capitalisti o da loro funzionari. Inoltre la scomposizione di ogni mansione in una rete di subspecializzazioni determina non solo un’ovvia segmentazione, ma anche una stratificazione dei nuovi compiti, rendendo assai più complessa la gerarchia produttiva. La DTL spinge infatti il capitalista a autonomizzare sia il proprio stesso ruolo, che i ruoli a lui sottoposti: «la direzione, nel suo porsi al di sopra di una serie di processi lavorativi interconnessi, si “autonomizza” rispetto ad essi e, quando i suoi compiti di strategia e di coordinamento d’insieme si sono complicati oltre certi limiti, si articola in un nuovo processo di lavoro sovraordinato agli altri. Dato che il processo “ascensionale” considerato può ripetersi più volte nel corso del movimento che conduce all’aumento delle dimensioni dell’entità formalmente unitaria - e perciò durante la centralizzazione (monopolizzazione) dei capitali - vengono a prodursi una serie di stratificazioni successive».[16] Oltre dunque a scomporre in orizzontale, dentro e fuori l’impresa, i ruoli dell’attività lavorativa, la DTL li scompone anche verticalmente: essa costituisce il motore precipuo delle stratificazioni di gerarchia e di potere specifiche del capitalismo.
All’esterno del processo lavorativo, la DTL innesca la frammentazione della produzione sociale in una miriade di “unità produttive di base”,[17] poiché ciascuna parte di una mansione divisa può a sua volta diventare l’oggetto di un peculiare processo lavorativo, moltiplicando così le branche produttive come le unità di valorizzazione entro le varie branche. Oltre che nello spazio delle imprese, la DTL dovrebbe proiettare il proprio movimento parcellizzante - orizzontale così come gerarchico - nello spazio degli apparati della connessione sociale, o, in ampia accezione, della circolazione capitalistica: mercantili, finanziari, politici, ideologici, informativi, scientifici. La Grassa e i suoi collaboratori non si dedicano tuttavia a disamine dettagliate di questi condizionamenti, confermando le tradizionali difficoltà del marxismo a documentare i canali effettivi coi quali i nessi strutturali orientano quelli sovrastrutturali.[18]
La DTL non concerne unicamente l’attività lavorativa, bensì plasma tutti gli elementi necessari al processo di lavoro - ossia le marxiane “forze produttive”. Anzitutto essa coinvolge in maniera essenziale nella produzione il capitalista. Infatti il mercato esiste per i beni finali, non per le parti di essi: per gli spilli, non per le teste di spillo. Ecco dunque che il capitalista costringe i lavoratori a dipendere da lui per riunire in un prodotto commerciabile le componenti separate che essi stessi producono. In secondo luogo, il generico strumento di produzione diventa un sistema di macchine, che coordina le frazioni produttive nel modo con cui esse sono state scomposte e riorganizzate proprio dalla DTL. Infine il prodotto diventa una ricchezza astratta, che si scambia e consuma al fine di valorizzare il capitale e dunque per perpetuare l’assetto dei rapporti di produzione. Pensando con rigore questa impostazione, ne deriva, secondo La Grassa, l’obsolescenza della teoria del valore-lavoro. Un’indagine della struttura economica odierna non può infatti più scaturire dalla nozione di lavoro astratto salariato quale (unico) elemento valorificante. Non ha senso chiedersi se il lavoratore subordinato singolo è produttivo o improduttivo, in quanto questi compie sempre un’operazione monca: occorre piuttosto considerare il “lavoratore complessivo”, che include, oltre agli esecutori manuali dei vari reparti dell’impresa, i tecnici, i consulenti e i dirigenti.[19] È inoltre il sistema delle macchine che fissa la cooperazione dei diversi lavori nella fabbrica capitalistica, senza cui nessun lavoro diviso produrrebbe alcunché.[20] Infine i valori d’uso, o prodotti, escono dai, e rientrano nei, processi lavorativi in quanto supporti materiali della riproduzione del nesso di capitale.[21] In breve, «il lavoro vivo, in sé stesso considerato, è solo la vuota (e astratta) estrinsecazione della forza-lavoro del singolo produttore espropriato, vuota perché priva di risultato concreto senza la sintesi compiuta dalla direzione capitalistica».[22]
2.2 Il modello delle transizioni capitalistiche
Nella lettura lagrassiana di Marx, insomma, i capitalisti hanno il potere di disposizione sulle condizioni oggettive e soggettive del lavoro. Del processo lavorativo essi non detengono soltanto la proprietà giuridico-economica, ma il possesso, che consente loro di conformarlo al fine della riproduzione del rapporto di sfruttamento. Proprio questo intervento nel processo di lavoro, peraltro, evita che i capitalisti siano relegati nel ruolo di non-produttori; essi sono funzionari o agenti della produzione, in quanto massimi esponenti del lavoro di direzione e di coordinamento.[23] Con lo svolgersi della DTL, la scissione, nel corpo stesso dell’unità produttiva (del “lavoratore collettivo”), tra governo capitalistico, da una parte, e lavoro di esecuzione, dall’altra, diventa sempre più recisa. Le innovazioni tecnologico-organizzative del modo di produzione attuale realizzano tutte uno spossessamento crescente dei produttori dalle condizioni del loro lavoro.[24] In tal senso, la riproduzione del nesso di capitale avviene non soltanto in forma allargata (se si genera un plusvalore), ma altresì in forma approfondita (se si articola la DTL).[25]
Questo “approfondimento” del comando capitalistico nel processo di lavoro procede secondo un andamento ciclico, scandito da stadi di riorganizzazione e da periodi di assestamento. Più ravvicinatamente, i momenti logici dell’analisi sono indicati dalle categorie marxiane di cooperazione, DTL e macchinismo.[26] La fase iniziale è costituita dall’imporsi della disciplina dispotica e gerarchica del capitale sul lavoro cooperativo. La tecnologia è data. Intorno ad essa si dispongono metodi di estrazione del plusvalore basati sulla coercizione, sulla sorveglianza e sull’allungamento del tempo di lavoro. Tali metodi - in senso lato chiamati del “plusvalore assoluto” o della “sussunzione formale” del lavoro al capitale - possono diffondersi nelle diverse branche produttive, poiché non dipendono dalla presenza o meno di specifiche innovazioni. Il saggio del plusvalore tende dunque a livellarsi.
Il secondo stadio rende riproducibile il dominio sull’attività collettiva tramite la DTL, che connette i lavoratori nel mentre li espropria soggettivamente. La cooperazione conduce perciò, nel capitalismo, al processo del lavoro diviso. La configurazione tecnica è ancora data. Ma, stavolta, si tratta di scomporre e riorganizzare le mansioni conformemente al fine del massimo risparmio di tempo, aumentando il ritmo del lavoro e riducendo i tempi morti. Così, la manifattura modifica durante l’800 le modalità di erogazione della forza-lavoro frantumando in operazioni parziali la base tecnica del mestiere artigiano. Così, la “rivoluzione taylorista” svuota all’inizio del secolo le categorie operaie professionali con la riduzione di tutte le operazioni manuali a “movimenti semplici” governati dalla direzione. Così gli impiegati d’ufficio, specialmente dagli anni ‘60, passano da funzioni di natura semidirigenziale e compiti standardizzati e razionalizzati gerarchicamente. La circostanza che il metodo di sfruttamento sia ora del “plusvalore relativo” - poiché si basa sull’intensificazione del lavoro - comporta la “sussunzione reale” del lavoro al capitale, ed inoltre genera una forte differenziazione dei saggi del plusvalore.[27]
Infine l’intervento della macchina incardina in un sistema meccanico la parcellizzazione delle mansioni, conferendole l’oggettività di una nuova tecnologia. Le funzioni di controllo e di coordinamento vengono trasferite al sistema delle macchine, che fa dei lavoratori delle proprie appendici e crea schiere di operatori dequalificati. Così i filatoi e i telai meccanici per l’industria tessile del XIX secolo. Così la catena di montaggio di Ford per l’”organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor. Così la microelettronica anzitutto per il settore terziario. Il metodo di estrazione del “plusvalore relativo”, a causa della maggiore efficienza dei mezzi di produzione utilizzati, si basa adesso, a ritmi di lavoro invariati, principalmente su incrementi della produttività del lavoro. Tali incrementi, poiché le innovazioni attecchiscono con tempi e radicalità differenti nell’uno o nell’altro settore,[28] rendono diseguali le quantità di capitale variabile impiegate, mentre esigono quantità diverse di capitale costante. Ne discende che tanto il saggio dello sfruttamento quanto la composizione tecnica del capitale risultano per nulla livellati.
Questi tre momenti logici ripercorrono dunque, durante ogni ciclo strutturale di “approfondimento”, il passaggio dal mero dominio sul processo di lavoro, al potere entro quel processo.[29] Una tale transizione capitalistica s’impernia attorno alla DTL, la quale non è soltanto lo stadio intermedio del ciclo, ma ne rappresenta il tratto caratterizzante: è essa che consente al lavoro cooperativo di riprodursi, traducendolo in lavoro parcellizzato; ed è ancora essa che si incorpora in una nuova conformazione tecnica, rendendola, come scrive la Turchetto, una «macchina divisa». Ma vi è di più. La centralità della DTL significa che la dinamica del capitalismo scaturisce in via preliminare dall’intervento di soggettività che frantumano e ricompongono; procedendo poi contro l’azione di altre soggettività, che resistono e si oppongono. In particolare, al termine di una fase di ristrutturazione, l’organizzazione del lavoro tende ad ossificare una nuova articolazione delle qualifiche produttive, favorendo l’aggregazione e le rivendicazioni di segmenti del “lavoratore collettivo”. È (anche) per smembrare simili processi che subentra la tappa iniziale di un ulteriore ciclo, in cui acquista considerevole importanza il potere disciplinare capitalistico direttamente coercitivo, prima di disporre un salto qualitativo nella DTL.[30]
Ma non basta ancora. L’inquadramento della DTL in una dinamica ciclica, permette di riesaminare alla radice la nozione stessa di sfruttamento. Sappiamo dal precedente paragrafo che per La Grassa la metodologia marxiana andrebbe resa del tutto indipendente dalle categorie generali. Ciò condurrebbe, di conseguenza, al rigetto di qualsiasi concetto-ponte tra epoche storiche.[31] La teoria marxista indagherebbe cioè una singola fase della strutturazione sociale; «soltanto all’interno di questa “fase” [sarebbe lecito] parlare di generalità delle leggi individuate».[32] La Grassa, nondimeno, si accorge della difficoltà implicata da questo approccio: una volta privi di categorie che abbraccino più periodi, restiamo «disorientati non appena la trasformazione delle strutture sociali abbia superato una data soglia».[33] L’uscita dal dilemma sta proprio nello schema dei grandi cicli strutturali. Essi costituiscono «una successione di modi di produzione pur entro la forma capitalistica della riproduzione dei rapporti sociali».[34] Dall’organizzazione manifatturiera del lavoro a quella informatizzata, si attuano delle vere e proprie transizioni capitalistiche entro le quali l’apparato analitico del precedente paragrafo dovrebbe riuscire a distinguere ciò che appartiene a quel certo ciclo da ciò che li attraversa tutti. Si compone così un ordinamento di concetti che, sebbene riferentisi esclusivamente al capitalismo, sono provvisti di gradi difformi di generalità. Sulla loro base, sorge una chance logica che non apparteneva all’orizzonte di Marx: elaborare un’indagine in cui perfino l’utilizzo di nozioni sovrastoriche sia interno alle epoche capitalistiche.
Si consideri l’attività lavorativa. Il suo rendimento, risultante dalla somma dei progressi nell’intensificazione e nella produttività del lavoro,[35] cambia col mutare ciclico delle articolazioni tecnico-organizzative che i processi di lavoro assumono. Si ridefinisce inoltre, entro una data unità di analisi, il lavoro semplice e la scala di quelli complessi o qualificati. Modificata è infine la composizione del “lavoratore collettivo”, a cui spetta la producibilità dei valori d’uso. Non soltanto quindi varia ciclicamente il contenuto quantitativo del valore (il “tempo di lavoro socialmente normale”), ma essendo diverse le strutture del processo di lavoro da cui derivano, in ogni fase, le grandezze di lavoro, risultano qualitativamente differenti i valori medesimi.[36] A sua volta, ciò implica che i plusvalori delle epoche capitalistiche non siano, nemmeno essi, riducibili ad una comune unità di misura; ossia che l’effettuarsi dello sfruttamento non avvenga da un ciclo all’altro nello stesso modo (di estrazione). Ormai non si tratta più di mettere a raffronto il lavoratore espropriato e quello che non lo è, bensì (poniamo) il lavoratore della fabbrica taylorista-fordista con quello dell’ufficio microelettronico.[37]
2.3 Dalla fabbrica all’impresa
Tiriamo un primo bilancio. L’attività teorica di La Grassa tra il 1973 ed il 1980 perviene ad alcuni notevoli spostamenti concettuali entro la tradizione interpretativa marxista. Traendo ispirazione da Althusser, Bettelheim e Panzieri, ma con sostanziale originalità, essa coglie nell’introduzione del potere di sfruttamento all’interno del processo di lavoro la specificità della struttura economica capitalistica. Mostra come questo potere, per riprodursi, deve parcellizzare sempre più finemente le mansioni del lavoratore entro un’unità produttiva, dando luogo alla DTL. Sostiene che, posti i primi due passaggi, i rapporti di produzione rappresentano la forma dello sviluppo delle forze produttive. Propugna di ancorare l’astrazione del lavoro non già al generalizzarsi dello scambio mercantile, bensì allo spossessamento/livellamento del lavoro vivo che avviene nel processo di produzione. Infine, oltre i testi marxiani, tenta di concettualizzare non un mero allargamento del rapporto di capitale, ma pure una sua dinamica ciclica di approfondimento. Questo ambizioso programma di ricerca ruota intorno ad un’assunzione cruciale: che, mentre è possibile ricostruire le forme della circolazione (mercantile e politica, sopra tutte) a partire dal processo di lavoro sussunto al capitale, l’itinerario inverso risulta non percorribile o, quantomeno, concettualmente meno fecondo.[38] Il decisivo banco di prova della sua impostazione sta dunque nel riuscire a mostrare come le articolazioni della DSL si dipartano dalla dinamica specifica della DTL. Soltanto riuscendo a provvedersi di una strumentazione efficace e coerente con cui accostarsi alla DSL, l’approccio diventerebbe capace di dare luogo a indagini ravvicinate di una concreta totalità sociale capitalistica. Dalla metà degli anni 1990, tuttavia, La Grassa riconosce lucidamente che il suo programma di ricerca ha subito un’impasse e articola una diagnosi teorica costruttiva.[39] Ripercorriamo molto in breve i termini dell’autocritica e della rinnovata elaborazione.
La relazione intersoggettiva che dà forma al capitalismo è la separazione delle potenze mentali della produzione dal lavoro meramente manuale ed esecutivo. Grazie a tale scissione, il potere della classe dominante si radica nel processo di produzione e, in generale, nella sfera economica.[40] A sua volta, le “potenze mentali” sono per un verso costituite da saperi tecnico-organizzativi e, per l’altro verso, da capacità politiche di direzione strategica. Gli uni si concretizzano nelle figure dei dirigenti tecnici, mentre le altre danno luogo a gruppi di imprenditori-manager. I dirigenti gesticono le “fabbriche”, quali unità di trasformazione di certi input in certi output. Gli imprenditori si dedicano alle “imprese”. Una “impresa” può includere varie “fabbriche”, coordinandole tra loro; ma, soprattutto, essa esplica strategie di conquista del potere che si estendono su ogni sfera della società.[41] La distinzione risalta meglio se consideriamo le innovazioni. Finché guardiamo - nell’ottica tipica del capitalismo concorrenziale, e propria ad esempio della teoria schumpeteriana - all’imprenditore come al dominus della “fabbrica”, le innovazioni principali riguardano i processi lavorativi (la tecnologia utilizzata e l’organizzazione del loro svolgimento; la scoperta di nuovi prodotti e di nuovi mercati). Quando esaminiamo il capitalismo del XX e del XXI secolo, dobbiamo piuttosto riconoscere che l’imprenditore introduce in ampia misura innovazioni non economiche: l’accesso ad un network di relazioni sociali può far entrare in un mercato noto ma chiuso; il finanziamento, o addirittura la diretta creazione, di un partito politico può promuovere o salvare molte “fabbriche”; il legame con un ceto burocratico può far ottenere commesse industriali e risorse creditizie; la ricerca dell’avvallo di professionisti dell’ideologia (scienziati, religiosi, trasmettitori di cultura) può rendere leciti e addirittura legittimi comportamenti altrimenti proibiti, e così avanti.[42] Si tratta di fenomeni non tutti nuovi e che - è bene rimarcare - non manifestano alcun “patologico intreccio” tra Economico, Politico e Ideologico, bensì che esplicano nella maniera più coerente e compiuta il meccanismo sistemico della riproduzione capitalistica. Questo meccanismo si basa sulla dinamica della DTL - considerata nei paragrafi precedenti -, la quale divide, gerarchizza e contrappone tra loro sia i processi di lavoro che le attività circolatorie. L’espressione di superficie del meccanismo è anzitutto la competizione tra chi governa le “fabbriche” e, al livello superiore, tra chi governa le “imprese”. Mentre però le “fabbriche” gareggiano tra loro secondo una razionalità strumentale avente quale scopo la massimizzazione del profitto dati certi vincoli (di costi e di contesto istituzionale), le “imprese” ingaggiano una competizione a tutto campo che riflette una razionalità strategica o politica, per la quale sono proprio i vincoli a essere oggetto di modifica. Questa seconda razionalità, focalizzandosi sulle possibilità di aggirare e ridefinire le regole d’azione date, si realizza così col comando imperativo come con la flessibilità della mediazione.[43]
La scissione tra le potenze mentali ed il lavoro manuale non ha dunque condotto - come aveva ipotizzato Marx - all’opporsi antagonistico di un “lavoratore collettivo produttivo” (in cui confluiscono dirigenti, quadri e operatori subalterni) ad una proprietà parassitaria sempre più estranea alla formazione della ricchezza. Piuttosto, la prima separazione tra direzione ed esecuzione ha in seguito, approfondendosi, dato forma alla seconda separazione: quella tra direzione manageriale e direzione tecnica. La connessa distinzione dei due apparati definiti “fabbrica” e “impresa”, ha radicato il potere nei luoghi lavorativi (con la “fabbrica”), ma lo ha rafforzato attraversando ogni altra sfera sociale (con l’”impresa” e la sua razionalità politica).[44] La scissione interna alle potenze mentali, ossia dei ruoli direttivi della società, da parte della DTL non si arresta, peraltro, alla coppia “fabbrica”-”impresa”. Essa si compie, più o meno conseguentemente, dentro ogni apparato della circolazione, a cominciare dallo stato, in cui occorre distinguere tra gli agenti politici investiti di mansioni strategiche, che rappresentano la frazione dominante, e gli agenti politici che governano i mezzi coi quali l’apparato statuale si riproduce. Come si vede, La Grassa propone un’impostazione teoricamente parsimoniosa e coesa, la quale, evocando unicamente la doppia scissione operata dalla DTL dalle e nelle attività intellettuali, riesce a orientare la ricerca sia a livello strutturale che sovrastrutturale. Con questa impostazione, inoltre, il nostro autore effettua un radicale distacco dall’economicismo. Recuperando e criticando importanti tesi althusseriane, La Grassa sostiene che la riproduzione dei rapporti umani nel capitalismo è centrata sul conflitto dispiegato per il potere: anche nel capitalismo «l’economia è al servizio della politica».[45] La sfera economica rappresenta il sottosistema sociale in cui, durante la nostra epoca, prioritariamente vengono tratti i mezzi per svolgere tale conflitto. Il fine del profitto è dunque al servizio di un fine ulteriore: la riproduzione dei rapporti sociali capitalistici.[46] «Nella formazione sociale capitalistica, la sequenza causale [decisiva] è: ottenimento di crescenti risultati nella sfera economica per utilizzarli quali mezzi al fine di conquistare, tramite strategie appropriate, il maggior potere possibile nella società nel suo complesso. […] Logicamente, il potere poi conquistato nell’ambito della società tutta serve a conseguire ulteriori miglioramenti nell’ottenimento dei mezzi economici utilizzati nella lotta per il dominio».[47]
Avviamoci a concludere. L’impasse dell’impostazione lagrassiana, al termine della prima fase della sua riflessione, sembra in larga parte dovuta al residuo di determinismo e di economicismo di cui s’imbeveva. Il compito di “dedurre” le articolazioni complesse degli apparati della DSL, ovvero delle forme della circolazione sociale, dalla dinamica profonda della DTL appariva difficilmente esaudibile, e generò in effetti modesti risultati.[48] Dopo una fase nella quale il nostro autore tentò di affrontare lo stallo radicalizzando ancor più il suo strutturalismo,[49] nell’ultimo periodo stiamo assistendo ad un’interessante rivalutazione delle istanze politiche e soggettive.[50] È anzitutto il gruppo degli imprenditori-manager, generato dalle pulsioni della DTL nei processi lavorativi, ad attraversare i territori della circolazione, influenzando gli apparati politici e ideologici coi mezzi economico-finanziari, e reciprocamente condizionando le attività economico-finanziarie coi mezzi tratti dalle sfere della circolazione. I movimenti di questo gruppo, retti da una razionalità strumentale non riducibile alla canonica razionalità strumentale statica, comportano un intreccio vicendevole sistematico tra le principali sfere istituzionali, rendendo poco trasparente la fondazione dell’odierno dominio nell’ambito produttivo. In maniera isomorfica, anche i maggiori apparati circolativi (stato, mercato, sistemi ideologici) si riproducono mediante la scissione tra ruoli strategici e ruoli amministrativi. Al centro della scena capitalistica stanno pertanto quei gruppi di agenti che - provenendo da vari ambiti, plasmati tutti dalla dinamica frammentante e gerarchizzante della DTL -, confliggono tra loro per perseguire il potere, alterando regole e vincoli, impiegando i mezzi tratti dalla loro sfera per raggiungere il potere e, circolarmente, usando il potere per migliorare i mezzi nella propria sfera. Questi gruppi di agenti costituiscono l’odierna classe dominante. Siamo davanti all’abbozzo di una sintesi teorica che documenta le potenzialità ancora vive di un marxismo (o post-marxismo) rigorosamente pensato.
3. La teoria del capitalismo di Ernesto Screpanti
«I marxisti hanno solo variamente riletto Marx; il problema è però di riscriverlo» (E.Screpanti)
3.1 Le onde lunghe
Come possiamo abbandonare le marxiane “leggi di movimento” del capitalismo, senza rinunciare ad un’analisi dinamica di lungo periodo? Una risposta consiste nell’interpretare quelle “leggi” in maniera radicalmente antideterministica. «La mia opinione - suggerisce Sraffa - è che la legge di Marx [della caduta del saggio del profitto] sia metodologica e non storica e quindi non verificabile statisticamente. Da quel che si sa, sembra che in ogni data società capitalistica sia il saggio del plusvalore che quello del profitto siano straordinariamente stabili nel tempo. Questo non contraddice la legge di Marx, quando ‘tendenziale’ sia inteso relativamente ad una particolare astrazione, cioè essa sia il risultato dell’azione di un gruppo di forze (accumulazione) supponendo che altre forze (progresso tecnico, invenzioni e scoperte) non operino. Il risultato è che la caduta tendenziale costringe i capitalisti a continue rivoluzioni tecniche per evitare la caduta del saggio del profitto».[51] Si tratta dunque di immaginare che la clausola di ceteris paribus - con la quale siamo abituati a congelare un coacervo di forze, per concentrarci sulla variazione di una o di poche -, non rifletta comode ed arbitrarie assunzioni del teorico, bensì sia espressione diretta dell’operare di processi storici reali. Il teorico “chiude in un sacco” le stesse forze che il capitalista cerca di liberare. Ciò fa sì che l’agente storico si comporta così da falsificare lo schema del teorico: s’impegna per contrastare l’esito che il modello, sotto le sue premesse, predice. Qui sembra annidarsi una concezione “empiristica” dell’impresa scientifica, secondo cui può esistere una sostanziale corrispondenza tra gli schemi astratti e la realtà storica: gli uni e l’altra convergono asintoticamente verso una medesima verità; talché la seconda può confutare i primi operando proprio e soltanto sui fattori che i primi hanno individuato. Se l’esigenza di abbandonare le “leggi” marxiane si lega allo scetticismo sul loro statuto legale, nonché sulla loro ridotta presa esplicativa, una linea di risposta che dia credibilità a quelle leggi in nome di “controtendenze” esse stesse economiche, e perciò in grado di annullare sistematicamente l’influenza delle leggi enunciate, appare poco convincente.
Dove si colloca, allora, lo spazio concettuale del lungo periodo? «Si pensi a decisioni d’investimento di dimensioni grandi rispetto all’intero sistema, o di contenuto fortemente innovativo, spiegabili più convincentemente in termini di capacità e percezioni imprenditoriali piuttosto che di massimizzazione di qualche funzione di valore atteso sotto vincoli parametrici; o ancora, si pensi a comportamenti indotti da esternalità così potenti da apparire come il risultato di decisioni di soggetti collettivi, quali lo stabilirsi o il trasformarsi di patterns di consumo, di atteggiamenti di classe o corporativi, di consuetudini e regole istituzionali. Il lungo periodo è lo spazio adeguato a isolare fatti di questo genere e a ragionare sulla loro genesi ed evoluzione».[52] Tale evoluzione presenta discontinuità tali da giustificare l’ipotesi che il sistema capitalistico «attraversi ricorrentemente periodi di stabilità e instabilità strutturale».[53] Nei primi si prendono decisioni sulla base di pochi segnali espressi dai valori effettivi (o dalle loro variazioni) assunti dalle variabili interne a ciascuna sfera istituzionale. Nei secondi, mancando soluzioni d’equilibrio stabili, sulle decisioni influiscono le variabili esterne ad ogni sfera. L’alternanza sistematica tra lunghi periodi di intensa crescita e lunghi periodi di tendenziale depressione, non richiede peraltro che si riscontri una regolarità periodale delle onde lunghe, intese quali ampie fluttuazioni dell’economia-mondo capitalistica. La non-regolarità aiuta anzi ad escludere che un medesimo complesso causale possa governare più onde lunghe, e che dall’onda si passi al ciclo, quale (eterno) ritorno delle onde passate. L’alternarsi delle onde lunghe, per cui disponiamo ormai di seri riscontri statistici,[54] scaturisce, secondo Screpanti, almeno altrettanto da specifiche circostanze politico-istituzionali, che da svolte tecnologiche, non consentendo quindi una spiegazione teorica unitaria: ciascun ciclo lungo «è un fenomeno in cui gli shocks casuali giocano il ruolo maggiore; così una spiegazione probabilistica basata su vari differenti processi appare la più opportuna. La periodicità quasi regolare di 50-60 anni che sembra ricorrere nei quattro cicli di Kondratieff storicamente documentati, può essere l’effetto della fortunata sinergia di fenomeni differenti quali baby-booms, cicli generazionali, cicli di mutamento delle élites, lags generazionali, che sono stati intrecciati e rafforzati da qualche grosso impatto come le quattro rivoluzioni e guerre europee».[55] Dato questo scetticismo di fondo, si può procedere all’analisi delle traiettorie di singoli fattori endogeni di cambiamento. In particolare Screpanti elabora una modellizzazione della centralità, nelle fasi di drastici cambiamenti qualitativi, delle decisioni d’investimento; sulle quali incidono specialmente le variabili della sfera socio-politica, e in particolare le esplosioni, attuali e previste, di conflittualità.[56]
Tirando le fila, se uno spazio concettuale per l’analisi della dinamica strutturale di lungo periodo esiste; se in esso i fattori causali coinvolti oltrepassano la sfera economica, al punto che «ci sarebbe bisogno di un modello generale dell’azione sociale in grado di dar conto al contempo della dinamica delle cose economiche e di quella» dei ruoli sociali, delle norme e delle opinioni;[57] se infine in quello spazio ripudiamo gli asserti nomici a favore di modelli specifici di onde lunghe specifiche; se ammettiamo tutto ciò, non possiamo stupirci della vaghezza degli esiti scientifici di quest’impostazione. Nel suo scritto epistemologicamente più raffinato sul tema, Screpanti giunge con lucidità ad assimilare il confronto tra un’onda lunga e le altre alle analogie di cui si nutre il mestiere dello storiografo: discorrere ad esempio di periodi di “guerra” e di “pace” non indica che questi posseggano le stesse ricorrenti caratteristiche; significa soltanto paragonare fasi nelle quali il potere politico si riveste di forme differenti, al fine di orientare la ricerca dentro ciascuna fase.[58] Una tale conclusione non appaia deludente. Al contrario: essa ha il pregio di giustificare ed esaltare quanto il marxismo sa fare di meglio: la disamina storico-economica di congiunture. L’approccio alle onde lunge, così inteso, è insomma un antidoto alla scarsità delle analisi concrete di capitalismi concreti, che nel §1 abbiamo evocato e problematizzato.
3.2 Il comunismo nel capitalismo
La maggiore difficoltà della concezione marxista della transizione dal capitalismo a differenti modi di produzione può essere così enunciata: «La via seguita dai borghesi per scalzare il mondo feudale fu quella della ricerca di una propria area autonoma di produzione e di distribuzione della ricchezza, e dalla possibilità o meno di realizzare tale disegno dipendeva alla fine anche il progetto politico. Nulla dice che il proletariato debba percorrere il medesimo cammino con un fine analogo; tuttavia, l’avere affidato al solo ambito politico l’ipotesi di mutamento radicale del modo di produrre la ricchezza potrebbe anche rivelarsi un mito, perché gli antagonismi vengono proiettati con un salto ben oltre la loro vera radice originaria, che resta per sempre circoscritta alla natura dello spazio economico».[59] Come le esperienze storiche testimoniano, sembra illusorio ritenere che uno spazio economico nuovo - il quale elimini lo sfruttamento e/o riduca la mercatizzazione universale del mondo - possa edificarsi semplicemente a mezzo ed in conseguenza di sconvolgimenti politici (la famigerata “dittatura del proletariato”). Screpanti riconduce questa difficoltà a un errore teorico del marxismo: l’idea che il capitalismo sia, o possa diventare, un modo di produzione puro. Invece, proprio come dentro l’involucro istituzionale feudale si svilupparono, fin dal Trecento, aree di economia capitalistica, così oggi assistiamo all’avvento di processi economici non-capitalistici nell’ambito istituzionale dominante. Il principale tra questi processi è rappresentato, a suo avviso, dall’offerta e fornitura di beni sociali, ossia «di beni allocati fuori dal mercato e sottratti alla logica del profitto, che è possibile offrire a tutti i cittadini senza esclusione e senza far pagare il prezzo, e la cui fruizione non genera rivalità tra i consumatori. Le politiche ambientali, ad esempio, producono un bene – diciamo, aria pulita – che viene distribuito a tutti i cittadini gratis e il cui consumo da parte di un individuo non riduce la quantità disponibile per gli altri. Alcuni importanti beni sociali (o che possono essere forniti come sociali) sono la sanità, l’istruzione, la giustizia, la scienza, l’arte, la cultura, la prevenzione infortuni, la previdenza, le assicurazioni sociali, il web. Ma la lista si potrebbe allungare. Il criterio di allocazione di questi beni è “a ognuno secondo i suoi bisogni”. Non solo, ma essi possono essere finanziati in tutto o in parte con la fiscalità generale. Ne consegue che, in un sistema fiscale improntato al principio della progressività delle imposte, i beni sociali possono essere finanziati in base al criterio “da ognuno secondo la sua capacità” (contributiva)».[60]
La linea di ragionamento è interessante ma sembra pretendere troppo. Si può infatti dubitare che i beni sociali soddisfino la celebre condizione che Marx attribuiva all’economia comunista (a ognuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità). Essi, in effetti, vengono definiti mediante le stesse caratteristiche dei “beni pubblici”,[61] ossia che per essi il razionamento non è possibile e non è desiderabile. L’impossibilità di attuare un razionamento del bene mediante il sistema dei prezzi, discende dal fatto che quel bene esprime una particolare esternalità del consumo: quella in cui ciascuno deve consumare la stessa quantità del bene. Si pensi alla difesa nazionale, o al fumo passivo in un appartamento: vi è un solo livello di difesa nazionale per tutti gli abitanti di un dato territorio, e un solo livello di inquinamento da fumo per tutti i coinquilini. La non desiderabilità del razionamento deriva invece dalla circostanza che il consumo di un individuo nulla sottrae alla quantità disponibile per essere consumata dagli altri, ossia che nessuno può acquistare una frazione del bene pubblico: tutti debbono in qualche modo concordare su una qualche quantità comune. Secondo questo significato di “bene pubblico”, appare inesatto che ognuno fruisca del bene sociale secondo i suoi bisogni: ciascuno deve fruirne la stessa quantità degli altri. Consapevole di questa difficoltà, Screpanti adotta una concezione più ampia che colloca in un'unica categoria i beni pubblici e i “beni meritori”. Questi ultimi sono quei beni privati che la collettività giudica appunto meritevoli di essere forniti pubblicamente. «In quest'ottica è sufficiente una decisione politica per fare di un prodotto un bene sociale. […] Se la collettività ritiene che le patate debbano essere offerte a tutti i cittadini gratis, le patate diventano un bene sociale».[62] Come chiarisce Musgrave, i beni meritori presentano tuttavia il solo requisito della non-rivalità: le patate restano un bene privato, nel senso che se sono consumate da A non possono esserlo da B, e viceversa. Non basta: perfino la non-rivalità vale unicamente «per particolari consumatori»,[63] in quanto altrimenti il suo onere non sarebbe sostenibile,[64] e dunque «avvantaggia segmenti ristretti della popolazione».[65]
Appare altresì inesatto che ciascun cittadino contribuisca al finanziamento dei beni sociali (come definiti da Screpanti) secondo le sue capacità: anzi ognuno, sapendo di non poter essere escluso dalla fruizione del bene, è incentivato a non sopportarne il costo. Affinché vengano offerte quantità positive del bene, occorre un accordo vincolante, o addirittura una coercizione, sulla ripartizione degli oneri, che in generale non riguarda soltanto l’imposizione, posto che numerosi beni sociali sono finanziati da altre forme di fiscalità oppure in deficit. Anche in presenza di una progressività dell’imposta, la contribuzione riflette dunque il criterio “da ciascuno secondo le sue capacità” unicamente in circostanze speciali.[66]
L’insistenza di Screpanti sui beni sociali è nondimeno importante. Per intenderne la ragione, conviene ricorrere alla contrapposizione tra i beni pubblici ed i beni posizionali. Consideriamo per semplicità un sistema economico composto da due soli individui. In esso abbiamo la compresenza di tre principali tipi puri di beni (cui si aggiungono, ovviamente, tanti casi intermedi): i beni privati, tali che se un soggetto ne consuma una certa quantità, l’altro soggetto non ne consuma affatto; i beni pubblici, tali che, come si è visto, ognuno ne consuma la medesima quantità; e i beni posizionali, tali che se un soggetto ne consuma una certa quantità, l’altro soggetto deve consumarne un’eguale quantità negativa. Pensiamo a beni come il prestigio o il potere: è impossibile che un soggetto ne fruisca, se non a detrimento dell’altro; se vi è un dominatore, abbiamo un dominato; se vi è qualcuno dallo status sociale superiore, abbiamo qualcun altro dallo status inferiore.[67] Tanto i beni pubblici quanto quelli posizionali esprimono esternalità del consumo, definite in unità del bene stesso e da cui nessuno può venire escluso; sia gli uni che gli altri richiedono da tutti una pari quantità di consumo del bene; mentre però gli uni erogano quantità positive per tutti, gli altri o danno o tolgono lo stesso ammontare. Nel capitalismo sono insomma offerti, accanto ai beni privati, due classi di beni che, nei termini dello scambio volontario, mai esisterebbero: i beni pubblici, in quanto solo un obbligo spinge a finanziarli; i beni posizionali, in quanto solo un obbligo può stabilire che qualcuno li consumi “in negativo”. Con una differenza, però: mentre l’obbligo che presiede ai beni posizionali è sempre asimmetrico (il prestigio e il potere, in effetti, o si impongono o vengono imposti), quello che statuisce i beni pubblici può non esserlo (anzi, da Wicksell in avanti si è addirittura immaginato che possa essere deliberato unanimisticamente).
Ma cosa accade quando un bene pubblico viene richiesto da una parte della popolazione contro l’altra? Accade che l’obbligo di contribuzione ha natura asimmetrica, ossia nasce dal potere di un gruppo su un altro. Abbiamo stavolta un bene pubblico che è nel contempo un bene posizionale. Il caso principale, ma per nulla unico, è costituito dalla «riduzione dell’orario lavorativo, a parità di salario, imposta per legge. È distribuita senza escludibilità perché, essendo determinata dalla legge, ne godono tutti i lavoratori. È fruita senza rivalità perché l’ora in meno di lavoro di cui gode un operaio non aumenta le ore lavorate dagli altri lavoratori».[68] Siamo davanti a un bene pubblico puro, del quale non solo qualunque salariato, ma qualunque cittadino, in linea di principio, fruisce in eguale misura. Nel contempo siamo davanti a un bene posizionale puro, in quanto un gruppo sociale può goderne soltanto perché un altro gruppo può goderne meno (in pari misura): i capitalisti possono controllare una quota della giornata lavorativa di tanto minore, di quanto maggiore è il tempo libero (o liberato). Nella mia rilettura dell’approccio suggerito da Screpanti, insomma, il comunismo può entrare nel capitalismo all’intersezione dei beni pubblici coi beni posizionali.
3.3 Il contratto di lavoro
Screpanti, in pagine che per acume analitico sono tra le migliori della recente letteratura neomarxista internazionale, sostiene che l’istituzione fondamentale del capitalismo non è l’assetto privatistico dei diritti di proprietà, bensì il contratto di lavoro. Quest’ultimo ha per oggetto una relazione sociale asimmetrica: qualcuno aliena la propria libertà a qualche altro per un certo numero di ore al giorno. Secondo l’autore, unicamente dentro questa relazione può determinarsi lo sfruttamento. Per argomentare la sua tesi, egli inizia togliendo di mezzo tutte le ipotesi che, nei contributi neoistituzionalistici, giustificano il contratto di lavoro.[69] Assume inoltre che gli scambi siano tali che «il prezzo di ogni merce coincide col valore attuale dei suoi rendimenti attesi e col costo sostenuto per produrla».[70] Grazie a queste premesse elimina ogni fattore distorsivo che possa comportare guadagni occasionali e/o asimmetrici di uno scambista a danno di altri. È proprio in un simile mondo trasparente, efficiente, privo di potere e di arbitrio, che dobbiamo riuscire a spiegare l’insorgere di un profitto sistematico. Dopo aver mostrato che altri tipi di contratto non generano alcun profitto,[71] il nostro autore si concentra sul contratto di lavoro, col quale qualcuno sottrae la libertà a qualche altro per un tempo prestabilito. Questo “qualche altro” sono i lavoratori, che stipulano un accordo in cui ignorano quali attività dovranno eseguire, nell’arco dell’orario lavorativo prefissato, sotto il comando della controparte. La retribuzione che essi percepiscono non è pertanto il prezzo dei servizi erogati, dato che il valore nominale del loro salario è stabilito ex ante indipendentemente dalla produttività del lavoro, mentre l’entità e la natura dei servizi vengono stabiliti durante il processo di produzione immediato. La loro remunerazione è null’altro che un compenso per l’impegno all’obbedienza. In ciò il contratto di lavoro è unico. Tutte le restanti forme contrattuali pretendono di pagare il lavoro come se fosse una merce, ossia in base ai servizi che esso eroga. Perfino Marx concesse che ciò avvenisse sul “libero mercato”, per poi collocare la dimostrazione dello sfruttamento nei processi produttivi. Perfino Marx è stato influenzato da «un’ideologia economica potentissima e onnipervasiva che accomuna economisti appartenenti tutte le scuole di pensiero, escluso forse qualche istituzionalista e qualche seguace di Polanyi, e che ha attraversato inalterata la storia delle dottrine economiche dai tomisti ai nuovi keynesiani: l’ideologia e il lavoro merce. È basata sull’idea che i lavoratori siano in possesso di uno stock di capitale umano di cui possono vendere dei flussi che si configurano come merci. Secondo questa ideologia il contratto di lavoro sarebbe un contratto di scambio, un contratto con il quale una delle controparti, il lavoratore, cede la merce lavoro, mentre l’altra, il capitalista, ne paga il prezzo, cioè il salario. È perché è una merce che il lavoro ha unprezzo. Ed è perché è una merce riproducibile che quel prezzo converge al suo valore lavoro. Il valore della forza lavoro corrisponde al “salario naturale” dei classici e si configura come un prezzo di equilibrio di riproduzione».[72] Piuttosto, nota Screpanti, istituendo il contratto di lavoro non si scambia una merce: si istituisce l’obbligo del lavoratore a svolgere una generica attività sotto il comando della controparte.[73] Tale obbligo può generare un profitto sistematico, quando riesce a ottenere dall’attività lavorativa a sua disposizione un valore aggiunto che, al netto degli interessi, supera quello pagato ai lavoratori. E ci riesce per un verso se l’abilità manageriale del capitalista eleva adeguatamente la produttività del lavoro; per l’altro verso, se i rapporti di forza tra le classi non fissano troppo in alto i livelli salariali.[74]
Occorre osservare che la teoria di Screpanti non nasce dall’esigenza privata dell’autore di approntare uno schema “nuovo”, bensì da una questione di fondo che attraversa l’intera riflessione marxista: cosa si vende quando si vende “lavoro”? Se la marxiana forza-lavoro è una merce, si vendono i suoi servizi produttivi. «Il punto è che non esiste alcun rapporto tra la quantità di lavoro oggettivato nella forza-lavoro e la quantità di lavoro che da questa forza-lavoro può essere estratta; queste sono due quantità di lavoro che non hanno niente a che fare l’una con l’altra; questo è il punto essenziale della spiegazione marxiana del profitto. Cioè, se io dico che i mezzi di sussistenza consumati dall’operaio in un giorno contengono quattro ore di lavoro, perché ci son volute quattro ore di lavoro per produrli, questo non significa che l’operaio, la cui forza-lavoro è stata comprata e messa in funzione per un giorno, possa dare quattro ore di lavoro. Se la giornata lavorativa è di otto ore, da quella forza-lavoro si trarranno otto ore di lavoro vivo. […] Questa è appunto la spiegazione del plusvalore data da Marx. Il plusvalore, come ogni altro valore, è lavoro; e quale lavoro? La differenza tra il lavoro erogato e il lavoro contenuto nella forza-lavoro».[75] Dunque, per Marx, la genesi del plusvalore sta in una peculiare circostanza istituzionale: l’oggetto di scambio tra il capitalista e l’operaio non è direttamente il lavoro vivo, bensì la mera capacità di lavoro. Viene comprata la capacità di lavoro, mentre è utilizzato il lavoro vivo.[76] Fin qui sembra chiarito come può accadere che siano compresenti uno scambio eguale sul mercato e uno diseguale nella produzione. Ma non sappiamo ancora perché il lavoro vivo esprime un’eccedenza di valore rispetto alla forza-lavoro. La risposta testuale di Marx, ripresa da Napoleoni nel brano citato, osserva che il tempo di lavoro necessario alla riproduzione semplice del salariato compone soltanto una parte del tempo contrattualmente a disposizione del capitalista. Una prima obiezione è però che non posso spremere dal soggetto più dell’energia lavorativa che costui ha incorporato: «la forza-lavoro è definita nel Capitale come energia trasmessa a un organismo umano dai mezzi di sussistenza».[77] Per fissare le idee, introduciamo il caso estremamente semplificato in cui l’operaio incorpora energia solo mangiando e bevendo, ed in cui il suo paniere salariale include solo beni alimentari. Egli mangia e beve il suo intero paniere di beni-salario, ma eroga un’energia lavorativa (diciamo) doppia. Come può succedere? Qui, ovviamente, l’ausilio di beni strumentali più o meno produttivi non è pertinente: esso spiega l’aumento della ricchezza, non quello del valore. Se quindi il salariato riceve l’energia che serve a riprodurlo come tale, da dove trae l’energia addizionale con cui crea plusvalore? [78] Una risposta consiste nel rilevare che i lavoratori non assumono energia dal mondo esterno solo attraverso il consumo dei beni salario prodotti capitalisticamente e scambiati con la forza-lavoro. Essi possono spendere più energia nel processo produttivo di quanta ne abbiano ricevuta mangiando e bevendo i beni del loro paniere-salario, in quanto sono uomini come tutti gli altri e acquisiscono energie anche respirando ossigeno, scaldandosi al sole o bevendo acqua da una sorgente naturale libera, e in genere interagendo con la natura, che non è (ancora) completamente assorbita dai meccanismi capitalistici.[79] Ma una tale risposta appare poco persuasiva. Le forze naturali contano ma, come Marx tante volte sottolinea, costituiscono meri presupposti dei processi produttivi storicamente determinati. Che conteggiando l’apporto di Madre Natura si ottenga spesso un surplus in termini fisici e/o energetici, è evidente: una tonnellata di grano, ad esempio, contiene ovviamente più energia di quella immessavi dal lavoro vivo dell’uomo. Ciò però, altrettanto ovviamente, non “fonda” una teoria del valore-energia naturale, da affiancare a quella del valore-lavoro, o ad altre riferentisi comunque a rapporti sociali di produzione. Dentro il sistema capitalistico di produzione, il lavoratore trae energia (alimenta la sua capacità-di-lavoro) soltanto dai beni-salario che riceve in quanto membro del “proletariato industriale di fabbrica” (come Marx, con grande esattezza, scriveva). Che poi, fuori dal nesso produttivo e di dominio, il proletario fruisca di vari commons, conta nulla.
Un’altra linea di risposta consiste nell’annotare che, essendo il surplus definito come ciò che avanza della produzione rispetto agli input e alla sussistenza, l’unica grandezza che rimane variabile, rispetto a questa stessa definizione, è la lunghezza della giornata lavorativa, la quale può crescere o diminuire anche restando costante il salario reale.[80] Abbiamo dunque che un certo paniere di mezzi di sussistenza trasmette un certo ammontare di energia a un certo organismo umano: si tratta di tre dati (il paniere, l’energia e l’organismo). Accanto ad essi abbiamo un’unica grandezza variabile, quella della giornata lavorativa. Ora, delle due l’una: o l’ammontare di energia non era stato totalmente impiegato nella situazione iniziale, cosicché, accrescendo la sottomissione del lavoro al capitale, il capitalista ottiene un surplus di valore dal lavoratore; oppure già nella situazione iniziale il capitale aveva realizzato il pieno comando sul lavoro, utilizzandone in toto l’energia. La seconda ipotesi appare in effetti la sola pertinente, riguardando un capitalismo del tutto realizzato o dispiegato. È rilevante supporre un capitalista che, per massimizzare i propri guadagni, massimizza il proprio potere sui subalterni, estraendo dunque da loro ogni goccia di energia (in termini di lunghezza come di intensità del lavoro). Procedendo da tale assunzione, scompare la fonte del profitto, perché svanisce l’idea di un input che produce più di quanto è necessario alla sua sostituzione: anche la grandezza della giornata lavorativa diventa un dato.[81] Riassumiamo la nostra tesi in due asserzioni distinte. A) Possiamo ammettere che i lavoratori eroghino più energia di quella incorporata nel loro paniere salariale; possiamo ammettere che ciò crei un surplus; ma si tratta di un surplus non specificamente capitalistico, e che dunque rimane fuori dalla nostra attenzione. B) Dobbiamo riconoscere che i lavoratori non possono dare meno energia di quanta non sia nei loro beni-salario. Siamo infatti qui davanti a una semplice regola di razionalità economica: se il capitalista, all’interno di un nesso asimmetrico, può ottenere di più, lo ottiene; in termini di lunghezza e d’intensità del lavoro vivo, egli estrae tutta la capacità-di-lavoro sorretta dai beni-salario.
Torniamo alla teoria di Screpanti. Essa ha il pregio di affrontare direttamente la domanda cruciale: cosa si vende quando si vende “lavoro”? Le linee marxiane di soluzione vengono sì abbandonate, ma quella che affiora è una spiegazione storicamente indeterminata. Così, la differenza tra l’istituzione schiavistica e quella del contratto di lavoro è minima: mentre l’una era «il contratto di compravendita della potestas sul lavoratore», l’altra è «il contratto di compravendita del comando sul lavoro».[82] Così, può accadere che una cooperativa socialista effettui uno sfruttamento, assumendo lavoratori mediante contratti di lavoro ed estraendo da loro un surplus «che verrà consumato dai soci cooperatori».[83] Soprattutto, la sua risposta - di sapore weberiano e commonsiano -[84] appare incompleta: abbiamo infatti argomentato che la variabilità (in lunghezza come in qualità) della giornata lavorativa, consentita dal “contratto di lavoro”, non riesce a “spremere” dal salariato altro che la sua energia lavorativa; e che, a rigore, la spiegazione del surplus inizia quando il salariato è stato “spremuto” in maniera capitalisticamente ottimale. Screpanti non chiarisce dunque perché mai il capitalista possa ottenere un profitto. Deve succedere “qualcosa” dentro il processo di produzione immediato che – privo di costo – aumenti l’energia lavorativa dei salariati. Screpanti si arresta alla costatazione che, essenzialmente nell’ambito del processo di produzione immediato, i lavoratori salariati vengono disciplinati e coordinati dal rapporto di capitale. Ciò è corretto, ma richiede un passo ulteriore: sussumendosi al capitale, i lavoratori apprendono qualità che prima non conoscevano. Tale apprendimento non figura nella matrice tecnica del sistema economico capitalistico. Esso infatti non incide sulle anticipazioni capitalistiche, essendo un semplice by-product gratuito della sottomissione del lavoro al capitale. Il capitalista, versando il salario, copre il costo diretto del mantenimento della forza-lavoro degli operai e delle loro famiglie; mentre è il learning-by-doing nel processo di produzione che crea uno scarto positivo: a parità di anticipazioni, alla produttività degli operai si addiziona la produttività del processo che riproduce gli operai, dentro cui questi apprendono.[85] Viene insomma pagato il lavoratore singolo e in-disciplinato, mentre ad essere utilizzato è il lavoratore collettivo disciplinato dal rapporto di capitale, ossia un input-che-apprende-come-sottoprodotto-dell’attività-di-lavoro.[86]
3.4 Lo sfruttamento controfattuale
Osserva Screpanti: «Sia che il saggio di sfruttamento venga misurato in valori-lavoro, sia che venga misurato in prezzi, resta vero che esiste sfruttamento perché la produttività del lavoro è maggiore del salario. Questo, in poche parole, dice la teoria marxiana: il salario è minore della produttività del lavoro».[87] Ma questa proposizione è in sé autoevidente e da tutti condivisa: «Se per produrre l’intera ricchezza netta annua è stato necessario, ad esempio, l’impiego contemporaneo di L quantità di lavoro e di C “quantità” di mezzi di produzione, è ovvio che per produrre solo la parte di ricchezza che va ai lavoratori sarebbero state sufficienti L’
Messaggio del 10-09-2007 alle ore 16:02:13
[88] Il passaggio da una mera costatazione ad un’idea di sfruttamento del lavoro, è però del tutto opinabile in quanto «si può affermare indifferentemente: a] che per produrre la parte di ricchezza che va ai lavoratori sarebbe sufficiente che questi erogassero L’ quantità di lavoro; la quantità (L-L’) di lavoro erogato in più è necessaria per produrre la parte che va ai capitalisti; b] per produrre la parte che va ai capitalisti sarebbe sufficiente che questi anticipassero (C-C’) “quantità” di mezzi di produzione; la “quantità” C’ di mezzi di produzione anticipata in più è necessaria per produrre la parte che va ai lavoratori; g] per produrre la parte che va ai lavoratori sono state impiegate L’ quantità di lavoro in più e C’ “quantità” di mezzi di produzione in più di quelle che sarebbero state necessarie per produrre solo la parte che va ai capitalisti; d] per produrre la parte che va ai capitalisti sono state impiegate (L-L’) quantità di lavoro in più e (C-C’) “quantità” di mezzi di produzione in più di quelle che sarebbero state necessarie per produrre solo la parte che va ai lavoratori. Proseguendo su questo tono, ha forse senso concludere che il profitto è dovuto a un pluslavoro, più di quanto ne abbia il concludere che il salario è dovuto a un pluscapitale?».[89]
Screpanti, nella consapevolezza della difficoltà, tenta di elaborare una spiegazione dello sfruttamento che sia disancorata dalla marxiana identità valore-lavoro, ossia dalla premessa che il valore non è altro che lavoro vivo astrattificato nel rapporto capitalistico di produzione. Egli procede mediante un ragionamento controfattuale: immaginiamo una società in cui i lavoratori si appropriano dell’intero prodotto netto; confrontandola con la società attuale, a parità delle tecniche impiegate, i lavoratori percepiranno l’ingiustizia di ottenere un reddito netto minore e si sentiranno sfruttati.[90] La debolezza di quest’impostazione può essere argomentata lungo tre tappe. Iniziamo considerando l’esempio di una società divisa in cacciatori e sacerdoti. Mentre i primi inseguono la selvaggina, i secondi pregano per il buon esito della caccia. La cacciagione viene poi ripartita tra i due gruppi. Se i cacciatori approvano le pretese dei sacerdoti sulla selvaggina, magari in quanto ritengono che l’attività della preghiera è necessaria al buon esito della caccia, come possiamo affermare che i sacerdoti sono sfruttatori? Per discorrere di sfruttamento, il generico trasferimento di surplus tra gruppi attivi e gruppi inattivi non è più sufficiente. Occorre aggiungere un criterio extraeconomico: nel caso citato, che i cacciatori non desiderino spartire la selvaggina coi sacerdoti, cioè rifiutino di riconoscerne il ruolo produttivo.[91] Alternativamente, occorre aggiungere un criterio teorico: quali attività umane sono produttive di neovalore, e quali no? Ma, in tal maniera, l’analisi dello sfruttamento torna a dipendere dalla teoria del valore.
Ammettiamo adesso che i cacciatori si sentano sfruttati. Ai sacerdoti essi, volontariamente, danno nulla. Ma come escludere che un cacciatore ne sfrutti un altro, in quanto la sua produttività del lavoro è inferiore al salario, mentre la produttività media dei cacciatori come gruppo eguaglia il monte-salari? Non possiamo sempre invocare la complementarità stretta, in nome della quale è necessario che i cacciatori operino in team. Ciò forse vale per la cattura del cinghiale, non per quella della lepre. L’unico modo per escludere una tale forma di sfruttamento è di trattare i lavoratori come una classe, assumendo che le differenze tra i membri della classe non alterino il loro fondamentale diritto alla ripartizione paritaria del prodotto netto. Siamo davanti ad un noto procedimento logico della filosofia morale: «Supponiamo che tre persone si stiano dividendo una tavoletta di cioccolata, e supponiamo che la cioccolata piaccia a tutti e tre in eguale misura. E supponiamo che nessun’altra considerazione, come età, sesso, proprietà della cioccolata, ecc., venga ritenuta rilevante. A noi pare ovvio che la maniera giusta di dividere la cioccolata sia di dividerla in parti uguali. E il principio di universalizzazione ci dà la logica di questa conclusione. Se si afferma infatti che uno dei tre deve avere una porzione più grande di quella degli altri, il suo caso deve presentare pur qualcosa che giustifichi questa differenza, poiché altrimenti esprimeremmo giudizi morali differenti intorno a casi simili. Ma ex hypothesi non vi è alcuna differenza che abbia rilevanza, e così quella conclusione consegue».[92] Dietro la “coscienza di classe” dei cacciatori sta dunque un loro concorde giudizio morale sul diritto di ciascun membro della classe ad acquisire pari reddito. Se intorno a quel criterio etico si scatena il dissenso, sorge l’idea - magari rafforzata da opportuni ragionamenti controfattuali - che qualche cacciatore sia uno sfruttatore.
La terza notazione riguarda proprio il ricorso ai controfattuali. C’è uso e uso. Possiamo chiederci: se Y si verificasse, quale W si verificherebbe? Si tratta fin qui di un mero esperimento intellettuale, che è “pane quotidiano” nella scienza. Come osserva Sen, «the use of counter-factuals is an essential part of any ‘marginalist’ analysis (what would have happened had the facts been different, e.g. if one more unit of labour had been applied?). Neoclassical equilibrium conditions use such counter-factuals displacements as important features».[93] E in riferimento a Marx afferma: «An important distinction is that between actual labour time and the ‘socially necessary’ labour time. The former is purely factual, while the latter involves ‘counter-factuals’: the labour that would have been ‘required to produce an article under the normal conditions...’».[94] Tuttavia, «counterfactual statements should always be understood in the contest of an implicit or explicit theory».[95] Ciò avviene, per dir così, a due livelli: su uno elaboriamo la teoria in base alla quale giustificare e costruire la pietra di paragone dell’analisi controfattuale; sull’altro livello svolgiamo l’analisi controfattuale in base a quello strumento di comparazione. Nei loro saggi metodologici, Max Weber e Raymond Aron illustrano a fondo questo procedimento.[96] Nell’interpretazione che ho difeso in altra sede,[97] il giovane Croce, pur tra tentennamenti e con un linguaggio ambiguo, attribuisce a Marx un simile procedimento. A suo avviso Marx confronta anzitutto capitalismo e non-capitalismo, individuando il connotato originale del capitalismo nella mercificazione della forza-lavoro. Paragona quindi il capitalismo effettivo con un capitalismo fittizio, deprivato proprio e soltanto del carattere essenziale, ossia della forza-lavoro. Tale capitalismo svuotato si presenta come una società di scambio generalizzato tra lavoratori indipendenti, proprietari dei mezzi di produzione: in esso i lavoratori s’appropriano dell’intero reddito netto, e dunque il valore prodotto non può che essere ricondotto al lavoro contenuto nelle merci. Nel capitalismo reale, invece, il reddito netto si scompone, oltre che in salario, anche in profitto, interesse e rendita. La differenza tra il valore appropriato dai lavoratori nel capitalismo “vuoto”, e il valore ottenuto nel capitalismo “pieno”, è definibile come plusvalore. Al primo livello, insomma, il Marx crociano formula il concetto di capitalismo [D], individuando ciò che lo distingue dalle altre formazioni storico-sociali: elabora un idealtipo, direbbero Weber e Aron. Da [D] estrae un sottoinsieme [D’], contenente tutti e soli i caratteri giudicati secondari: ottiene così la pietra di paragone. Al secondo livello, infine, usa la “pietra” per effettuare l’analisi controfattuale: poiché la mercificazione della forza-lavoro costituisce il carattere strutturale di [D], allora la “pietra” [D’] è un capitalismo-senza-forza-lavoro, ossia una società lavoratrice pura. In [D’] l’elemento non-merce, eppure riproducibile, è esclusivamente il lavoro vivo. [D’] rappresenta insomma la situazione controfattuale nei cui confronti si individua l’elemento non-merce, e dunque l’origine del plusvalore, e dunque il fenomeno dello sfruttamento (peculiarmente) capitalistico. Come si vede, questa ricostruzione non richiede alcun “essenzialismo metafisico”. Non si pretende di fondare l’identità valore-lavoro altro che su un “punto di vista”, ma non si tratta, come in Screpanti, del semplice giudizio di valore di una “classe sociale”, ossia di un senso comune etico socialmente diffuso, bensì di una giustificazione rigorosamente dedotta da un costrutto idealtipico del capitalismo. Possiamo, rispetto al Marx crociano, precisare e/o cambiare i connotati dell’idealtipo, e dunque della pietra di paragone, senza però tralasciare il primo livello dell’analisi controfattuale.[98]
4. In conclusione
Torniamo all'interrogativo formulato in apertura: perché la teoria economica marxista ha espresso pochissime opere come Il capitale finanziario o La crisi fiscale dello Stato? Erano quelle opere che, con rigore e originalità, prendevano le mosse dall'analisi di un sistema capitalistico concreto (tedesco o americano) per elaborare un quadro interpretativo di ampia portata. Libri come Lezioni sul capitalismo di La Grassa o The Fundamental Institutions di Screpanti si collocano solo in parte nel solco dei capolavori di Hilferding e O'Connor, se non altro nel senso che si occupano piuttosto poco di capitalismi concreti, ma procedono comunque nella stessa direzione: tentano di ripensare a fondo un apparato di analisi per adattarlo alla decifrazione del capitalismo contemporaneo. Anche quando dedicano scritti ai temi canonici del valore-lavoro, dei prezzi e della distribuzione del reddito, La Grassa e Screpanti hanno quale nitida finalità conoscitiva la comprensione del capitalismo. Perché studiosi come loro sono un’esigua minoranza tra i marxisti (o post-marxisti, basta intendersi)? La principale risposta sta, a mio avviso, nello “spirito di sistema” geneticamente proprio del marxismo. Claudio Napoleoni lo evocava col suo consueto vigore, scrivendo che «la teoria del valore non è una parte della scienza economica, ma è il principio da cui tutta la scienza si svolge».[99] Gli risponde circa venticinque anni dopo un suo allievo: «L’impostazione in termini di valore e di equilibrio ha visto via via scemare la propria importanza, per cedere spazio ad approcci molto più “mossi”, aperti e problematici, in cui la teoria non si articola in “leggi” ferree e deterministiche, non descrive risultati ed esiti prevedibili a priori, ma piuttosto disegna scenari, in cui il futuro non è iscritto nel passato ma dipende in modo che non può essere stabilito ex ante dalle scelte dei soggetti e dalle decisioni delle politiche. Certo, assieme alle grandi sintesi basate sulle teorie del valore e dell’equilibrio generale, si è indebolita anche la capacità di svolgere discorsi generali, sul capitalismo, sulle sue miserie e sui suoi splendori, sul suo significato per l’uomo e sulle sue prospettive. Gli sviluppi della teoria economica contemporanea consentono analisi più limitate, sicuramente meno “grandiose”; tuttavia, al contrario delle vecchie teorie, non chiudono lo spazio della politica, non indicano quale sarà il nostro futuro, ma ci consentono di provare a costruirlo».[100] L’epoca delle “grandi narrazioni” sembra tramontata.[101] Quel che resta è l’accertamento di una “compatibilità concettuale” tra teorie relative ad aspetti specifici: ciascuna teoria deve risultare congruente con la rappresentazione di base del funzionamento del sistema economico.[102] Se si adotta quest’impostazione, viene meno la pretesa di una sorta di sovramodello nel quale le varie elaborazioni rientrino, e perde rilievo l’insistita ricerca dei marxisti del “fondamento generale” che possa consentire di costruirlo (o di riaffermarne la validità).[103] Svincolando le energie intellettuali dei marxisti da quella vana aspirazione, sarà possibile reindirizzarle, come hanno fatto gli autori esaminati, verso direzioni d’indagine scottanti e rilevanti.
C'è un grande assente nel dibattito attuale, solitamente più utilizzato in veste iconografica o attraverso il filtro variegato degli autori, ortodossi o supposti tali, eretici o supposti tali, che a lui, in un modo o nell'altro, si sono rifatti…
Il grande assente, ovviamente è Marx, Karl Marx.
C'è inoltre una scarsa conoscenza dell'uso che le correnti rivoluzionarie del movimento operaio ne hanno fatto, opponendosi alle menzogne stalino-socialdemocratiche di questi ultimi cinquant'anni, mentre è sovrabbondante l’offerta della pletora di marxismi che non hanno mai fatto veramente i conti con il riformismo e le sue profonde radici storico-sociali.
Il processo di reciproca influenza e il lavoro comune portato avanti da i raggruppamenti che negli anni ’50 e ’60 si sono rifatti a Marx, all’anarchismo di classe e al sindacalismo di azione diretta, e che hanno fecondato queste correnti con il prodotto migliore della ricerca scientifica del tempo, non solo sociologica e umanistico-letteraria, ma delle scienze naturali, è ancora da scrivere.
Il portato dell’avanguardie artistiche, i risultati della ricerca sociale e il contributo delle rivoluzioni scientifiche, sono aspetti con cui, quel ristretto, ma fecondo, laboratorio di orientazione rivoluzionaria degli anni ’50 e ’60, ha dialogato dal punto di vista della critica radicale dell’esistente, naturalmente messo ai margini e poi in parte stravolto e recuperato dalla cultura di sinistra ufficiale e delle sue burocrazie dissidenti.
La dissoluzione della burocrazia partitocratrica PCista, la momentanea scomparsa dell'attenzione per questo autore da parte dei movimenti sociali e delle loro espressioni politiche che negli ultimi anni hanno preso forma, la scarsissima attenzione pubblicistica riservatagli, hanno fatto sì che le sue tracce siano state perse negli scafali impolverati di qualche biblioteca e nelle ceste di libri a metà prezzo delle bancarelle.
Tra tanti anniversari, riscoperte e renaissances…S’è riproposto e ripubblicato molto, tranne forse l’essenziale.
Una serie di fattori, tra cui quelli elencati, hanno fatto si che la critica erosiva dei topi fosse meno incisiva dell'oblio o della rimozione, della scarsa curiosità intellettuale e talvolta, della inabitudine all'ossigenazione celebrale, costante storica dei tanti pourparlers, tromboni e leaderini della miseria del riformismo quotidiano in salsa movimentista, e purtroppo di tanti più validi e onesti compagni impegnati nell’attività militante.
Eppur, come dice l'adagio, si muove… Qualcosa che non è solo il carrozzone della politica mediatica, del cieco attivismo sociale, dell'attenzione alle mode intellettuali del momento che hanno vita breve, come i ritornelli degli allegri tormentoni estivi trasmessi dalle radio e i colori sgargianti della moda pret-à-porter per la primavera-estate.
Un interesse sincero, una voglia di conoscere e di confrontasi, la vitalità di quella sana pazzia chiamata passione rivoluzionaria sta germogliando a causa, e sullo sfondo, di questa crisi montante del sistema di produzione capitalistico. La talpa, che non hai mai smesso di scavare, fa mancare terreno da sotto i piedi agli apologeti del presente, e a chi, con mille difficoltà, cerca di puntellare l’attuale ordine sociale.
Robin Good-fellow ha il volto dei generosi combattenti di strada in Argentina, dei lavoratori delle centrali elettriche in Corea, dei proletari del Nord-est della Cina, di quegli anonimi “dannati della terra” che prima di capodanno, scappati da un centro di accoglienza per immigrati in Francia, hanno sfondato le transenne, cercando di percorrere il tunnel sotto la manica e perché no, il volto di un giovane operaio metalmeccanico - non si arrabbino i chimici – in Italia che si chiami Giorgio o Mohamed, Yuri o Carlos, Cristina o Olga, Concetta…
Si abbozza qui una scarna presentazione dell'opera recentemente tradotta e arricchita dal Centro di Iniziativa Politica Luca Rossi e edita dalla Colibrì libri di Maximilian Rubel, che è una saggio di biografia intellettuale dell'autore del Capitale. Senza pretese di completezza in un work in progress che continua con le presentazioni delle varie città e con tutte le manifestazioni del cervello sociale ad essa legate, ed in generale al sogno-bisogno pratico di comunismo.
Maximilian Rubel è stato un militante rivoluzionario a cui durante il secondo conflitto bellico mondiale e specificatamente durante l'occupazione dell'esercito del Reich in Francia a Parigi fu chiesto di tradurre un volantino in tedesco…Qui comincia, più o meno, la sua avventura rivoluzionaria, sbocco della sua progressiva radicalizzazione politica. M.R. interpretò il conflitto in corso come scontro tra due blocchi imperialisti e agì, insieme ai suoi compagni del GRP, per una coerente politica disfattista rivoluzionaria, per la fraternizzazione delle truppe degli eserciti "occupanti" con i proletari dei paesi “occupati” contro il nemico comune: l’infame borghesia, le sue istituzioni e i suoi terminali di potere.
Quest’impostazione che maturò già prima del conflitto bellico mondiale all’interno delle minoranze di sinistra della seconda internazionale è una invariante dei comunisti di fronte ad ogni conflitto che non sia quello tra le classi…
Nel caso contrario ci si lega mani e piedi alle sorti della propria vigliacca borghesia nazionale ed alla coalizione imperialistica di cui fa parte.
Il milieu politico al quale si avvicinava è composto da esuli politici di diverse origini: Ungheria, Svizzera, Germania, Indocina, tra gli altri, di militanti rivoluzionari francesi passati attraverso l'esperienza dell’ occupazione delle fabbriche del '36 e dei conflitti operai successivi al Fronte Popolare, e che hanno vissuto direttamente o indirettamente la rivoluzione in Spagna. Compagni di differente estrazione politica, ma sostanzialmente affini nel ritenere contro-rivoluzionario il corso dell'esperienza storica della Russia post-rivoluzionaria e irrimediabilmente compromessa in tal senso come esperienza, cioè impossibilitata ad un cambiamento di rotta attraverso il solo cambiamento della direzione politica, ma drammaticamente necessitante di una rivoluzione sociale.
Proprio la necessità di una analisi approfondita dell’URSS e i suoi risultati, come il comportamento criminale dei partiti comunisti ovunque nel corso della fine degli anni venti e degli anni trenta dalla Cina, alla Spagna, passando per l’Indocina e le altre colonie europee, faranno maturare a questi compagni un distacco dalle tesi di Trotzcky e dai tergiversamenti tattici dei discepoli del profeta.
Questi compagni in Francia, sono parte integrante delle minoranze che hanno agito tra il fuoco della contro-rivoluzione democratica delle lotte di liberazione nazionale e lo spirito di difesa patriottica contro i “demoni” della potenza dell’asse e il fuoco degli eserciti dei occupazione. Sono parte di quell’arco di forze del “Terzo Campo”, cioè di quei raggruppamenti di rivoluzionari che, trovandosi ad operare in clandestinità o semi-clandestinità, con scarsi contatti e possibilità di comunicazione con l’estero, hanno mantenuto una chiara posizione internazionalista e di classe, intervenendo nella propria realtà con questi contenuti: a Detroit nelle fabbriche automobilistiche, come la minoranza del WP durante gli scioperi selvaggi nel periodo bellico, nei bacini minerari del Belgio come A.Leòn e il suo gruppo, sotto l’occupazione nazista anche con un bollettino in lingua tedesca Arbaiten und Soldaten, ad Atene durante gli assalti ai depositi di viveri come L’UCI di Aghis Stinas.
Forte era la convinzione che si sarebbe potuta riprodurre una situazione simile alla prima guerra mondiale, per il movimento sociale, e nella notte dell’umanità ogni fuoco di rivolta, ogni bagliore di risveglio proletario sembrava annunciare un nuovo assalto al cielo, la fine dell’epoca contro-rivoluzionaria e l’alba che avrebbe cancellato la mezzanotte del secolo.
M.R. partecipa, dopo la guerra, dopo la metà degli anni cinquanta, attivamente, al lavoro che le minoranze rivoluzionarie in Francia sviluppano durante gli anni quaranta e cinquanta. Quest’ attività comprende, e non si riduce a, il bilancio e la ricerca storica sulle correnti rivoluzionarie del movimento operaio, e una adeguata elaborazione teorica che sgomberi il campo dalle menzogne staliniste, cioè della trasformazione dell'opera e della vita di Marx nell'ideologia ufficiale del capitalismo di stato sovietico: pensiero “disarmato” e istituzionalizzato ad uso e consumo della propaganda dei vari PC nazionali.
Quest’opera filologica iniziata con la pubblicazione delle Pages e proseguita con la Bibliografie, e con continui interventi e traduzioni che ne segano il passo culmina nell’Essai.
Un ritorno a Marx, un rischiaramento del suo pensiero, un approccio filologico e scientifico alla sua vita e alla sua opera, tentato da qualche isolato pioniere dopo lo sforzo di Kautzky ed Engels successivo alla morte di Marx di cui tra l’altro Rubel fornisce un notevole sforzo di messa a punto.
Non si trattava allora, all’inizio dell’impresa Rubeliana, come oggi, di una battaglia di tipo accademico sull'interpretazione di un pensatore tedesco della seconda metà dell'ottocento, ma di una battaglia politica, non immune da alcune forzature in questo senso, condotta da un lato con un rigore scientifico nell'approccio filologico e documentario all'opera e alla vita di K.Marx e dall'altro con la medesima passione rivoluzionaria, la stessa partecipazione e lo spirito di parte dell'autore del Capitale.
Il Saggio di una biografia intellettuale è da collocarsi in questa prospettiva che sta nel tentativo di utilizzazione attiva della concezione materialistica della storia, applicata allo studio di Marx stesso e del suo tempo.
Questo tipo di approccio dovrebbe aiutarci nella comprensione dei limiti della visione di Marx stesso, nella franchezza del confronto con i rivoluzionari di ogni tempo, che è l’unico atteggiamento possibile e dovuto se si vuole continuare la critica radicale dell’esistente e dare dignità a questa “comunità degli affetti” a cui ci sentiamo particolarmente legati: i rivoluzionari di ogni tempo e luogo.
Una utile digressione.
Nel corso della presentazione del Libro a Torino, in Febbraio, sono emersi per esempio i limiti della valutazione marxiana dell’esperienza luddista ed il peso che il Cartismo “seconda fase” ha avuto in Marx nella valutazione sostanzialmente negativa di questo movimento contro il sistema della manifattura rurale. Tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni settanta, l’interesse della storiografia militante per questa esperienza di lotta e organizzazione dei proletari, e dei proletarizzandi, Inglesi agli albori della rivoluzione industriale, influenzata dalla pratica operaia del sabotaggio e dalla valorizzazione del suo contenuto positivo - come forma di lotta nel processo di emancipazione dell’umanità - è servita a ricollocare il rapporto uomo-macchina e il macchinismo in una corretta prospettiva di classe. Questa giusta angolatura ci può aiutare meglio a comprendere appieno il significato dialettico della contraddizione tra forze produttive e forme di produzione per lo sviluppo del processo rivoluzionario.
Va problematizzato l’atteggiamento tenuto da Marx nei confronti del Lumpen-proletaraiat, considerato in blocco massa di sradicati al soldo della reazione, una specie di sotto-classe che si poteva solo contrapporre opportunisticamente al progetto di emancipazione della classe lavoratrice. Questa visione è stata una forzatura tutta interna ad una logica militante, nel dibattito sulla natura del processo storico, le sue dinamiche e i suoi attori nel milieu rivoluzionario dell’epoca, Che polemizzasse contro le tesi blanquiste, il pugno di cospiratori che fa la rivoluzione senza la minima cognizione di cos’è un processo storico moderno, o contro le proposte di Weitling, l’esercito dei lumpen che è tout court la colonna vertebrale dell’esercito rivoluzionario, senza considerazione sullo stato del ciclo economico e il comportamento del proletariato. l’ assolutizzazione di questo atteggiamento non coglie la compenetrazione e la reciproca contaminazione tra proletari e Lumpen nelle lotte più radicali, di cui le esperienze nella Parigi di inizio secolo, della Spagna rivoluzionaria, si pensi alla Colonna di Ferro e dell’Italia, e degli USA negli anni settanta sono solo alcuni esempi.
Tornado a Rubel, nel suo Saggio c’è uno studio analitico del contesto storico, delle influenze ed dell'ambiente politico culturale, come del peso giocato all'interno del movimento operaio come pubblicista dell’autore del Capitale.
Non c’è un Marx super-partes nella sua torre d’avorio che fabbrica le pentole per i cuochi dell’avvenire, ma un autore che si fa le ossa nella sinistra hegeliana e nella pubblicistica inglese, francese, tedesca dell’epoca, che legge gli autori socialisti e divora opere scientifiche e di economia politica e con loro si confronta da Flora Tristan, a Saint-Simon, da Fourier a Proudhomme, come Smith, Riccardo, Say, ecc.
Un autore che impara il russo per studiare lo sviluppo della Russia e a cui dedicherà 10 anni studi…
Un uomo che si impegna senza indugi nell’attività militante cercando di portare a termine progetti di lavoro e idee brillanti, dovendo fare i conti con un tetto e una pagnotta da procurare a sé, a sua moglie e a i suoi figli, con processi giudiziari e fogli di via, con una malattia al fegato, le cui conseguenze, egli spera, debbano riverberarsi anche contro l’infame borghesia.
Un autore, che rispondeva ad un suo corrispondente, che gli chiedeva quando sarebbero state pubblicate le sue opere complete, rispose che prima, sarebbe stato necessario scriverle complete.
Questa comprensione della vita e dell’opera del Moro non ha una finalità in sé, come erudizione, ma è all’interno del processo di chiarificazione del pensiero di Marx, ha il preciso fine di trasformazione sociale, che fa della strumentazione analitica e della propensione militante dell'autore della Critica dell'Economia Politica un inestimabile contributo al movimento che abolisce lo stato di cose presenti.
Il Saggio, finito di scrivere nella metà degli anni cinquanta e fortemente caratterizzato dal dibattito dell'epoca, ha alcune preoccupazioni di fondo, ribadite continuamente nella trattazione, fino alla ridondanza, che portano l’autore, discutibilmente, a enfatizzare alcuni aspetti di Marx e a sottovalutarne altri.
La continuità del progetto di critica pratica dell’esistente sin dal suo fraterno abbraccio con il movimento rivoluzionario e con il comunismo, la parziale incompiutezza di questo progetto delineato nelle sue linee di fondo, la sua costante partecipazione a quel campo di pulsioni viscerali, che era l’ambiente rivoluzionario dell’epoca, non sempre in sintonia, talvolta in manifesta minoranza, ed in aspra polemica, con gli autori e le istanze più rappresentative e maggioritarie, sono aspetti che emergono continuamente dal testo.
L’auto-emancipazione del proletariato è un aspetto fecondo della peculiarità dell’apporto marxiano e non solo dell’epoca, scritto in calce, sugli statuti dell’Internazionale, e col sangue dell’insorgenze operaie dell’epoca moderna, come nella vita quotidiana di tutti i generosi militanti operai. Lo studio dei suoi passaggi storici dagli albori del movimento proletario è stato oggetto di studio di Rubel e dei suoi compagni, un tentativo impegnativo di ricostruzione storica dell’autonomia proletaria in parte riuscito, come lo studio sui consigli operai uscito a ridosso del Maggio francese. Il carattere genuino ed autonomo delle capacità politiche della classe operaia che asseconda e sedimenta il suo istinto sociale, il progetto di emancipazione umana che porta con sé il proletariato nel suo percorso di liberazione dalla schiavitù del capitale, cioè dall’alienazione del lavoro salariato, dalla reificazione dei rapporti sociali, dalla vigliacca e bastarda dimensione priva di senso della vita sotto il giogo del capitale, dalla infame borghesia e dalla sua cancrena poliziesca, è messo in luce da Rubel nel suo lavoro, in più di un passaggio.
Se oggi i macigni del Marxismo made in USSR e i vari marxismi che, gratta gratta, non hanno mai fatto davvero i conti in profondità con la storia di questo secolo, appaiono un cumulo di macerie fumanti, le sue nefaste conseguenze si fanno ancora sentire nel micro-mondo del movimento e si innestano su quel tronco social-democratico a cui il felice potatore della storia, proprio lui, il proletariato, non ha tagliato i rami.
È chiaro che noi non ci accontentiamo di una potatina che permetta al riformismo di crescere più rigoglioso, né di potenti colpi di accetta che preannuncino il tonfo pesante del tronco, che sarebbe già una bella storia, chiediamo che il proletariato neghi anche se stesso e che sradichi la pianta, si renda autonomo dalla sopravvivenza asfittica del capitalismo…
I bersagli teorici dell’autore sono fortunatamente patrimonio solo di qualche nostalgico dell’intelligenza stalinista d’oltralpe e mentre il senso della provocazione di Rubel sembra perdere di mordente, rimane utile ad un confronto fatto non a colpi di sonore zampognate dei mazzieri staliniani e dei suoi emuli di movimento, né di scomuniche dei maitre-à-penser del produttivismo nazional-sciovinista degli adoratori di Baffone e dei vari baffoni, e buffoni, che la storia ci ha regalato, per rinnovare il culto della personalità e rinverdire lo spirito di idolatria verso i tanti messia del socialismo.
Per Rubel, Marx è fondatore della sociologia moderna e il carattere di analisi sociale, più volte rimarcato, si colloca per noi, a posteriori, all’interno di quel dibattito, e di quelle intuizioni, con cui le minoranze rivoluzionarie cercarono di fecondare la pratica dell’indagine dell’esperienza proletaria per citare C.Lefort di Socialisme ou Barbarie e/o della Conricerca per citare Danilo Montali, come le esperienze statunitensi di Correspondaces e News and Letters.
Se poi si non considera la storia del movimento rivoluzionario per compartimenti stagni, ma una continua successione di incontri e di contaminazioni per contagio, di confronti teorici e non di scontri ideologici, molte cose ci appariranno meno strane del previsto.
La propensione etica - a noi, che abbiamo letto poco o niente Kant e Kirkegaard (scusate l’ignoranza) piace più il termine passione comunista, ad altri tendenza comunista, e così via - che per Marx secondo Rubel é il senso profondo dell'attività rivoluzionaria.
Messaggio del 24-09-2007 alle ore 10:16:55
Il primo presupposto di ogni esistenza umana,e dunque di ogni storia, il presupposto cioè che per poter «fare storia» gli uomini devono essere in grado di vivere. Ma il vivere implica prima di tutto il mangiare e il bere, l'abitazione, il vestire e altro ancora. La prima azione storica è dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni, la produzione della vita materiale stessa.
Messaggio del 24-09-2007 alle ore 10:18:37
Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale a determinare la loro coscienza.
A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l'equivalente giuridico di tale espressione) entro i quali queste forze fino ad allora si erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono nelle loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.
Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche, che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di sé stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che ha di sé stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione.
Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; i nuovi superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose da vicino, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.
A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese, possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana."