Cultura & Attualità
Mi chiedo se si vergognano quando guardano in faccia i propri figli

Tutti gli ONOREVOLI (SIC!) di AN presenti, in quei giorni, nel "garage olimpo" di Bolzaneto...dovrebbero essere accompagnati , con i ceppi ai piedi e alle mani, nelle patrie galere

E' stato peggio che nel Tibet!

e!
allora ti sei divertito
1 anno tra Diano Marina, Milano, Monza e L'Aquila...bersagliere...poi degradato a fante

Ma ho imparato l'uso del Garand e del FAL.
Ho mitragliato, quasi, un mio commilitone e ho buttato la SRCM oltre i sacchetti di sabbia...
tu invece sicuro a trento , 4 anni
un anno

ma a domanda rispondo

non me ne fotte
Quanti giorni di caramba hai fatto?
No...perchè ho un amico che ha fatto 6 giorni di militare e ci ha messo 30 anni per raccontarli
...non vorrei...
a me piacciono da morire

la sicilia la amo , ma a gela la divisa ti stà sempre stretta , anche se c'è pure tanta brava gente
sono stato in tutti e tre i posti
o a gela , o a catanilsetta

vai e poi raccontami
ti c'avesse fatt stà a te
vattela a fare una camminata a palermo
hahaha ora capisco...
gli scemi li mettono tutti nello stesso battaglione

ma come si chiamava?
Armata Brancaleone? dove il più sveglio è un coglione?

Adesso dirai che è stato tutto inventato dai 'comunisti', cattivi e sporcaccioni, e le Toghe Rosse hanno processato quei poveri poliziotti indifesi e coraggiosi (fondandosi su prove inesistenti)!!Vero?
veramente ho detto che probabilmente sono volati schiaffatoni , ma alle cose tipo :
La colonna sonora dell'orrore è una cantilena, i celerini la sanno a memoria. Adesso anch'io l'ho imparata, purtroppo: "un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove".
«Ci deridevano dicendoci che ci avrebbero usato come le sagome dei poligoni di tiro».
Qualcuno sarebbe stato costretto a gridare "viva il duce".
«Se non urlavamo viva il duce, venivamo picchiati», persone costrette a cantare canzonette oscene, come la tremenda «un due tre viva Pinochet» e ancora la «parata» cui erano costretti i ragazzi per uscire dalle celle: braccio teso e passo di marcia, sotto la minaccia di poliziotti e agenti penitenziari. Nell’aula del tribunale di Genova era piombato il silenzio, quando i testimoni sembravano ripetere quegli stessi, identici racconti. Per i pm le «costrizioni consistenti nell’obbligo imposto con violenza o minaccia alle parti offese di inneggiare con parole o gesti (saluto romano, passo dell’oca) al fascismo o al nazismo»,
non ci credo proprio!
e quello che ha sparato faceva servizio nel mio stesso battaglione , ma qualche anno dopo
veramente era nel battaglione , quindi svolgevo spesso servizio di ordine pubblico
Ma l'Oste ha fatto il carabiniere non il celerino!
anche io non ci credo.
(che Just è così coglione)
anzi no, scusate, ci credo eccome
L'on. gianfranco Fini era a conoscenza di ciò che stava accadendo, anzi lui stesso si trovava a Bolzaneto durante la "notte cilena".
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire!

Adesso dirai che è stato tutto inventato dai 'comunisti', cattivi e sporcaccioni, e le Toghe Rosse hanno processato quei poveri poliziotti indifesi e coraggiosi (fondandosi su prove inesistenti)!!Vero?
Ma informarsi prima di aprir bocca?
ma non prendere per oro colato tutte le minchiate che racconta la gente?
confermo

che pensavano di andare a farsi un giro in albergo?
che non hanno dormito , che hanno mangiato poco o che chi si ribellava ci prendeva 4 scaffatoni ci posso pure credere , sarebbe il minimo x tenere l'ordine in situazioni simili ,
ma le cacate tipo "w la polizia" o minchiate simili , proprio non ci credo.
la gente dice un mare di puttanate pur di fare notizia e dare in culo agli avversari .
poi si sa , il tossico è bugiardo
Ma informarsi prima di aprir bocca?
clicca qui
ripeto:
non nel senso che non voglio crederci , proprio nel senso che secondo me raccontano puttanate
medaglia medaglia medaglia
*sparGimenti, edit della malora
Just... ritenta. Sarai più fortunato.
giusto per metterne 3 e non tediare ulteriormente gente che vuole
"... che all'ora dell'aperitivo, non ci siano sparimenti di sangue nè di detersivo"
"CI HANNO tenuti quattro ore in piedi, davanti a un muro, senza poterci muovere, a gruppi di quattro o cinque persone. Quando ho provato a girarmi, mi sono preso un pugno nello stomaco, poi un altro, fino a non resistere". Inizia così il racconto di Enrico Sciaccaluga, uno studente di 19 anni che abita con la famiglia nel quartiere genovese di Sturla. Venerdì sera, dopo la morte di Carletto Giuliani, suo amico, dice di essere stato picchiato a sangue dai celerini, prima in corso Gastaldi, vicino al luogo della sparatoria, e poi dentro la caserma del IV Reparto Mobile di Bolzaneto.
Il giovane racconta che il centro della polizia è stato trasformato in un lager sudamericano, un luogo di tortura che gli ricorda soltanto i film sulle carceri turche. "Un agente che all'ospedale Galliera mi aveva sentito urlare "non voglio più vedere la polizia", mi ha riconosciuto a Bolzaneto, e più volte mi ha chiamato zecca, merdaccia; mi ha detto "sei ancora integro e sano" e mi ha tirato un pugno sul naso, mentre gli altri ragazzini in divisa mi sputavano addosso, mi davano calci".
Dalla caserma del reparto mobile sarebbero passati quasi tutti gli arrestati, che poi sono stati smistati nelle carceri di Pavia, Alessandria, Vercelli, Milano. Ma anche quelli finiti poi nella casa circondariale di Marassi, a Genova. "A Bolzaneto, chiuso il cancello scorrevole, ci hanno fatto scendere dalle camionette e ci hanno schierati nel cortile interno - dice il giovane genovese, che si è preso una manganellata in testa durante il corteo, chiusa con 22 punti di sutura all'ospedale Galliera. Qui, nella questura di Bolzaneto, siamo rimasti fino alle tre del mattino, senza alcun avvocato. Gli uomini in divisa picchiavano come se fossero sotto effetto di droghe. Confesso, io ho visto tante persone sotto effetto di sostanze stupefacenti, e questi poliziotti erano così. Sembravano drogati".
La madre di Enrico dice di essere sconcertata per quanto è accaduto: "Soprattutto, mi chiedo come possano avergli rubato anche il referto rilasciato dall'ospedale Galliera". Hanno paura nella casa di Sturla, tanto che la famiglia non ha ancora presentato denuncia. Il padre ha saputo che il figlio avrebbe insultato i poliziotti, dicendo "Non voglio più vederli, non fatemi più vedere la polizia". Ancora non ha deciso se presenterà denuncia.
(26 giugno 2001)
Anna Giulia Kutschkau, tedesca di 21 anni. Ha l'arcata dentale anteriore sfondata. Per tre giorni è stata cercata disperatamente dalla madre. Ieri è uscita dal carcere di Voghera. E' stata portata a Bolzaneto. I celerini le avrebbero detto di tutto: "Puttana, adesso ti sistemiamo noi". All'avvocato Riccardo Passeggi, del Genoa Social Forum, Anna Giulia ha detto che ad un certo punto ha avuto paura di essere stuprata. Anche a lei non sarebbero stati risparmiati calci e sputi. Ha dichiarato ai magistrati: "Ci hanno fatto attendere nel cortile e prima di prenderci le impronte digitali e i dati anagrafici, ci hanno massacrati".
La ragazza ha detto di essere stata catturata mentre tentava di scappare durante le cariche della polizia, ma di essere estranea agli scontri e agli atti di vandalismo. Racconta di essere stata portata in un posto di cui non conosce il nome. Ricorda però il cancello bianco scorrevole e il cortile interno.
Alla Diaz i giovani fermati, ritenuti responsabili dei disordini, venivano caricati sulle camionette con destinazione Bolzaneto: il "purgatorio". Stesso destino per i feriti, appena medicati e dimessi dal pronto soccorso dei tre ospedali cittadini (San Martino, Galliera e Sampierdarena) qualche giorno prima allestiti di tutto punto per affrontare l'emergenza.
Anche la ragazza tedesca ha rilasciato le stesse dichiarazioni agli avvocati del Gsf: "Nel cortile ci hanno tenuti in piedi per tantissime ore, insultandoci, gridandoci bastardi tedeschi". Qualcuno sarebbe stato costretto a gridare "viva il duce". Da indiscrezioni sembra che la giovane tedesca vestisse con una maglietta nera e sospettata di appartenere al gruppo dei black bloc, gli anarchici che hanno sfasciato la città, incendiato auto e banche, lanciato pietre e molotov contro i celerini.
(26 luglio 2001)
Alfonso De Munno, 26 anni, fotografo freelance di Roma. Capelli castano chiaro lunghi, occhi blu. Ha un piede fratturato, una costola incrinata. Il viso tumefatto, il corpo pieno di lividi. Il suo racconto è lucido e concitato. "Mi portano a Bolzaneto verso le 16.30 di sabato. Sono già stato pestato a sangue dalla guardia di finanza mentre scatto alcune foto dei black bloc. Arrivo alla caserma in camionetta, assieme a una ventina di fermati. Ho le mani legate, lacci neri di plastica, molto stretti. Il benvenuto: ci lanciano fuori dal pullman e iniziano manganellate e insulti. "Perché non provi a chiamare Bertinotti o il tuo amico Manu Chao?". La colonna sonora dell'orrore è una cantilena, i celerini la sanno a memoria. Adesso anch'io l'ho imparata, purtroppo: "un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove".
Finisco nell'ultimo stanzone della caserma. Mi tocca una nuova dose di calci e pugni. Rimango a terra, non posso più alzarmi: ho il piede fratturato, la costola dolorante. Vedo uno spettacolo dell'orrore: una ragazza svedese viene portata via per i capelli, i celerini spengono le sigarette sulle mani di un francese. Un ragazzo si fa la pipì addosso per la paura o perché non ce la fa più. Nessuno di noi si può muovere. Un agente corpulento entra nella stanza e inizia a massacrare un ragazzo perché "l'ho visto in piazza che mi insultava". Pochi minuti dopo passa un carabiniere che raccomanda ad altri due: "Quelli della celere è meglio non farli entrare".
Ma il peggio inizia quando arriva la polizia penitenziaria: non ho mai visto tanta violenza in vita mia. Si infilano i guanti neri imbottiti e per un'ora non smettono di menare. Continuo a sognare un tizio che viene sbattuto contro il muro e lascia sulla parete un rigagnolo di sangue. Finalmente, verso le 4 di mattina partiamo per il carcere di Alessandria. Ancora qualche botta. Poi la pace, se di pace dopo l'inferno si può parlare".
Alfonso è stato rilasciato lunedì sera. E' assistito dall'avvocato Simonetta Crisci. Adesso è a casa sua, non riesce a dormire, oggi andrà in ospedale. Né in caserm, né a Bolzaneto ha potuto avere un referto medico. Sporgerà denuncia per gravi lesioni volontarie. "Voglio un processo per ciò che è successo a Bolzaneto dice . Deve essere qualcosa di esemplare, di cui parlerà tutta l'Europa". Gli sono stati "sequestrati" i dodici rullini che aveva scattato prima del "lager". Ma i ricordi sono impressi nelle sue cellule, ormai. Dice: "Saprei riconoscere tra mille i miei torturatori".
(26 luglio 2001)
PER JUST E NON SOLO

tratto da repubblica.it
GENOVA - Un poliziotto che presta servizio al Reparto Mobile di Bolzaneto, e di cui Repubblica conosce il nome e il grado ma che non rivela per ragioni di riservatezza, racconta la "notte cilena" del G8. "Purtroppo è tutto vero. Anche di più. Ho ancora nel naso l'odore di quelle ore, quello delle feci degli arrestati ai quali non veniva permesso di andare in bagno. Ma quella notte è cominciata una settimana prima. Quando qui da noi a Bolzaneto sono arrivati un centinaio di agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria".
E' il primo di uno dei molti retroscena sconosciuti del drammatico sabato del G8. Il nostro interlocutore ammette che "nella polizia c'è ancora tanto fascismo, c'è la sottocultura di tanti giovani facilmente influenzabili, e di quelli di noi che quella sera hanno applaudito. Ma il macello lo hanno fatto gli altri, quelli del Gom della penitenziaria".
E il pestaggio sistematico nella scuola? "Quello è roba nostra. C'è chi dice sia stata una rappresaglia, chi invece che da Roma fosse arrivato un ordine preciso: fare degli arresti a qualunque costo. L'intervento lo hanno fatto i colleghi del Reparto Mobile di Roma, i celerini della capitale. E a dirigerlo c'erano i vertici dello Sco e dirigenti dei Nocs, altro che la questura di Genova che è stata esautorata. E' stata una follia. Sia per le vittime, che per la nostra immagine, che per i rischi di una sommossa popolare. Quella notte in questura c'era chi bestemmiava perché se la notizia fosse arrivata alle orecchie dei ventimila in partenza alla stazione di Brignole, si rischiava un'insurrezione".
La trasformazione della caserma di Bolzaneto in un "lager" comincia lunedì con l'arrivo dei Gom, reparto speciale istituito nel 1997 con a capo un ex generale del Sisde, e già protagonista di un durissimo intervento di repressione nel carcere di Opera. Appena arrivati - vestiti con le mimetiche grigio verde, il giubbotto senza maniche nero multitasche, il cinturone nero cui è agganciata la fondina con la pistola, alla cintola le manette e il manganello, e la radiotrasmittente fissata allo spallaccio - prendono possesso della parte di caserma che già alcune settimane prima del vertice era stata adattata a carcere, con annessa infermeria, per gli arrestati del G8.
La palestra è stata trasformata nel centro di primo arrivo e di identificazione. Tutti i manifestanti fermati vengono portati qui, chi ha i documenti li mostra, a tutti vengono prese le impronte. A fianco alla palestra, sulla sinistra, accanto al campo da tennis, c'è una palazzina che è stata appositamente ristrutturata per il vertice ed è stata trasformata nel carcere vero e proprio. All'ingresso ci sono due stanzoni aperti che fungono da anticamera. Qui, la notte di sabato, fino a mattina inoltrata di domenica, staziona il vicecapo della Digos genovese con alcuni poliziotti dell'ufficio e qualche carabiniere.
"Quello accaduto alla scuola e poi continuato qui a Bolzaneto è stata una sospensione dei diritti, un vuoto della Costituzione. Ho provato a parlarne con dei colleghi e loro sai che rispondono: che tanto non dobbiamo avere paura, perché siamo coperti".
Quella notte. "Il cancello si apriva in continuazione - racconta il poliziotto - dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all'interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei Gom la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli... insomma è inutile che ti racconto quello che ho già letto".
E voi, gli altri? "Di noi non c'era tanta gente. Il grosso era ancora a Genova a presidiare la zona rossa. Comunque c'è stato chi ha approvato, chi invece è intervenuto, come un ispettore che ha interrotto un pestaggio dicendo "questa non è casa vostra". E c'è stato chi come me ha fatto forse poco, e adesso ha vergogna". E se non ci fossero stati i Gom? "Non credo sarebbe accaduto quel macello. Il nostro comandante è un duro ma uno di quelli all'antica, che hanno il culto dell'onore e sanno educare gli uomini, noi lo chiamiamo Rommel".
Che fine hanno fatto i poliziotti democratici? "Siamo ancora molti - risponde il poliziotto - ma oggi abbiamo paura e vergogna".
(26 luglio 2001)
Tutti gli orrori di Bolzaneto 2001
Mercoledì 12 marzo 2008
Un processo che è scivolato via quasi ignorato dai media. E che invece ha raccontato una Guantanamo all’italiana. Dalle prime denunce dei giovani appena rilasciati alle testimonianze in aula. Un campionario di botte, minacce e inni fascisti. E la visita del ministro Castelli
«La Guantanamo italiana», la «Caserma degli Orrori», la «banalità del male». Così un piccolo comune alla periferia della Genova marinara e montuosa, in bilico tra antiche spiagge della vicina Sampierdarena, e piccole alture dopo Pontedecimo, è assurta a simbolo di qualcosa che i propri abitanti, fino al 2001, ignoravano. Quella caserma era così vicina, ma quasi sconosciuta. A Bolzaneto la vita delle persone è da tempo intenta, per lo più, ad osservare il passaggio tra una zona anticamente di campagna e la proliferazione di uscite autostradali, bretelle ecomostruose, nuovi insediamenti prefabbricati. La caserma, nel luglio 2001, ha reso noto all’Italia intera il piccolo centro abitato della Valpolcevera ligure. L’enormità di quanto accaduto tra le mura della caserma, ha trovato - a sprazzi - spazio nelle cronache giornalistiche con appellativi diversi, macabri e memori di tempi passati o quanto meno, supposti tali. Invece. Invece Bolzaneto ha rivelato alcuni tra gli anfratti più biechi di quanto accadde a Genova nel luglio del 2001. In tempi in cui la sicurezza è al primo posto nei programmi pre elettorali, né Bolzaneto, né la Diaz, appaiono come brevi, seppure intense, grida di attenzione per i politici italiani. E’ scivolato via, il processo di Bolzaneto, come se fosse un lato minore degli eventi di quei giorni. Perché, al contrario della Diaz, non ci sono alti papaveri delle forze dell’ordine imputati: sono solo banali uomini normali, in divisa. Medica o delle forze dell’ordine. Al contrario dei processi contro i no global, sui quali con allegria si suona sempre la grancassa, Bolzaneto era meno mediatica: troppa paura, forse, che qualcosa del genere potesse capitare ai propri lettori desiderosi di sicurezza e fiducia nella forze dell’ordine. Il processo trasparente, così straziante e silenzioso, è giunto però all’epilogo. Ieri le richieste dell’accusa hanno portato una prima parziale chiusura del lungo procedimento, in attesa che la macchina della giustizia, scriva la definitiva parola fine.
L’inizio invece, era arrivato da una denuncia pubblica. Dopo avere raccolto le testimonianze dei ragazzi arrestati, che lamentavano vessazioni a Bolzaneto, i giudici hanno ascoltato direttamente il giornalista di Panorama, Giacomo Amadori, già autore a suo tempo nell’agosto 2001, dell’articolo intitolato «C’è una crepa nel muro dei G.O.M.». Quest’ultimo, rinunciando al segreto professionale, fece i nomi delle proprie fonti, grazie alle quali era giunto a conoscenza delle violenze perpetrate ai danni delle ragazze e dei ragazzi che erano transitati a Bolzaneto. L’inchiesta partì e giunse a processo con 46 imputati tra personale di polizia, polizia penitenziaria, carabinieri e personale medico.
Emergono poi riconoscimenti e angoscianti racconti. Più di tutto, nelle mattinate d’aula bunker genovese, si ha la sensazione di entrare nelle traiettorie micidiali di quella caserma, stanza per stanza, metro per metro.
Il comitato d’accoglienza
Della caserma di Bolzaneto si conosce la piantina. Al contrario della Diaz si sanno anche i turni di entrata e di uscita di tutto il personale. Doveva essere un luogo di smistamento degli arrestati in piazza. Prima di entrare, gli arrestati venivano fatti scendere dai pullman in un piazzale antistante l’ingresso della caserma. Di fronte a loro persone delle forze dell’ordine, ricevevano, a modo loro, gli ospiti.
Prima di addentrarsi nei corridoi tra le celle e l’infermeria, una dose di sgambetti, calci, insulti e minacce si librava all’esterno. Come a fare intendere che in quel luogo, nessuno avrebbe potuto curarsi di quanto sarebbe accaduto. «Con Berlusconi, con quelli come voi, facciamo quanto vogliamo». Una tra le tanti frasi dette da un esponente delle forze dell’ordine e ricordate in aula da una delle vittime.
Ali di corvo
Nel campionario di termini militareschi ascoltati nei processi genovesi - qualcuno ha citato Zun Tzu, altri tecniche di guerriglia, altri minimizzato o celebrato (su tutti Francesco Gratteri quando sostenne che «le perquisizioni non si fanno con i guanti», riferendosi alla Diaz) - le «Ali di corvo» entrano tristemente agli atti del processo di Bolzaneto. E’ la descrizione dei primi passi all’interno della caserma: il corridoio verso le celle, percorso dai ragazzi tra le ali di poliziotti pronti a picchiare, ingiuriare, minacciare. «Ci deridevano dicendoci che ci avrebbero usato come le sagome dei poligoni di tiro».
Nelle celle. Nei corridoi. Cantando
Gambe larghe, in piedi, braccia alte al muro. E’ la posizione che tutti i testimoni di Bolzaneto hanno ricordato perfettamente. Costretti per ore, senza potersi muovere e sotto le minacce e le umiliazioni verbali. «Se non urlavamo viva il duce, venivamo picchiati», persone costrette a cantare canzonette oscene, come la tremenda «un due tre viva Pinochet» e ancora la «parata» cui erano costretti i ragazzi per uscire dalle celle: braccio teso e passo di marcia, sotto la minaccia di poliziotti e agenti penitenziari. Nell’aula del tribunale di Genova era piombato il silenzio, quando i testimoni sembravano ripetere quegli stessi, identici racconti. Per i pm le «costrizioni consistenti nell’obbligo imposto con violenza o minaccia alle parti offese di inneggiare con parole o gesti (saluto romano, passo dell’oca) al fascismo o al nazismo», costituiscono violenza privata, nella ricerca dei reati adatti. Perché in Italia, il reato di tortura, non c’è.
Sui cori fascisti, anche una deposizione sui generis. Di un ragazzo, romano, capitato nei disordini genovesi, ma di idee contrarie alla maggioranza della gente giunta a Genova per protestare. Lui si definiva di destra. Un suo compagno di cella racconterà l’episodio: «Allo stadio mi denunciano se canto faccetta nera, qui mi obbligano a cantarla», gli avrebbe infatti detto il romanista di destra.
Trattamenti inumani e degradanti
«Gli agenti, dalla finestra della cella, ci insultavano: "puttane", "troie", "ora vi scopiamo tutte"». A portare in aula per prima, gli insulti a sfondo sessuale è una genovese di 25 anni, arrestata nella tarda serata del venerdì 20 luglio 2001. La sua deposizione porta alla luce tutto il repertorio di insulti e umiliazioni sessiste subito dalle ragazze, e con esso il clima di becero machismo presente nella caserma. C’è chi si ricorda le parole precise, puntate dritte sulle ragazze inermi: «gli agenti dicevano che le avrebbero dovute stuprare come in Bosnia». Le minacce di stupro, subite da molte vittime, sono state ampiamente sottolineate dai pm: «come in ogni caso di tortura - avevano già scritto nella memoria - avvennero grazie all’impunità percepita, ovvero quel meccanismo fatto di omissioni per cui i responsabili non vengono puniti e le vittime terrorizzate hanno paura di denunciare i maltrattamenti subiti».
Il medico di Napoleone a Bolzaneto
«Al medico avevo raccontato che mi avevano rotto il labbro, ma lui disse che erano fatti miei, che me l’ero fatto da solo». Non furono da meno i membri del personale sanitario di Bolzaneto. Il loro capo, Giacomo Toccafondi, aveva ideato per l’occasione, un sistema di visite particolare: dapprima gli arrestati dovevano sottoporsi al triage. Una visita sommaria, un’invenzione dei medici napoleonici, come ha spiegato lo stesso Toccafondi in aula, con l’aria di raccontare l’ultima scampagnata sui piani di Praglia, sulle alte genovesi. «Era il metodo, ha detto, con il quale i medici di Napoleone decidevano chi andava curato e chi lasciato morire». Niente male. Poi c’era la visita più complessiva, quella durante la quale vennero picchiate le ferite, strappati i piercing, fatte spogliare le ragazze: lì si decideva se serviva il ricovero o l’arresto. In pratica, esito scontato.
Il ministro che non vede
Chi avrebbe potuto vedere, ma non ha visto, fu l’allora ministro della Gustizia Roberto Castelli, giunto a Bolzaneto per assicurarsi che tutto funzionasse. Evidentemente soddisfatto, il ministro se ne andò, senza notare nulla di strano.
In seguito Bolzaneto è venuta fuori, in tutta la sua drammatica realtà. Ieri la quantificazione giuridica degli abusi commessi, da parte dell’accusa. Un numero che conterà poco, sempre, se paragonato a quelle ore di botte e insulti, così difficili da ricordare, così impossibili da dimenticare.
n.b. "impossibile comprendere, necessario conoscere"
Nel silenzio assordante della politica e dell’informazione mainstream, sono arrivate le richieste di condanna per i 44 imputati nel processo per le torture avvenute nella caserma della polizia di Bolzaneto, durante il G8 del 2001 a Genova. Si tratta di ufficiali, funzionari, medici poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria - «servitori dello stato» - ritenuti responsabili dell’utilizzo di quattro delle cinque tecniche di tortura previste dalle convenzioni internazionali.
Il nostro paese, però, non ha recepito queste norme. Dilaniare una mano, strappare piercing, sbattere la testa dentro un cesso, umiliare una persona disabile, fracassare i denti di una ragazza, nel Belpaese, significare esercitare semplicemente un «abuso di ufficio».
Nessuno degli imputati passerà un solo giorno in carcere in quanto la maggior parte dei reati saranno prescritti nel 2009. In caso di condanna interverrà l’indulto che estinguerà le pene fino a tre anni. Allo stesso tempo, venticinque attivisti indagati per devastazione e saccheggio (reati contro cose) rischiano pene fino a undici anni di reclusione soltanto per aver esercitato il diritto di resistenza davanti alle aggressioni dei reparti speciali dei carabinieri.
Davanti a questo scempio, il circo elettorale non ha trovato di meglio che fare finta di niente, per paura di fare i conti con i fantasmi mai sopiti delle «notti cilene» della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. E per affondare nell’oblio le responsabilità del governo Prodi nella promozione di tutti i responsabili della catena di comando che gestì l’ordine pubblico a Genova. L’ultima promozione ha riguardato il responsabile medico di Bolzaneto, Giacomo Toccafondi (accusato di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata), che è stato inviato in missione nel Kosovo con la Croce rossa italiana.
Per queste ragioni, ieri sera, abbiamo deciso di occupare la sede nazionale del Pd per rinfrescare la memoria a questi signori che si candidano alla guida del paese, per sentire una parola sulla «più grande violazione dei diritti umani nel dopoguerra» (come disse Amnesty International), per capire se la tortura rientra nel programma di governo e se l’antifascismo è un optional elettorale utile solo contro Berlusconi, da dismettere davanti alla cultura e i metodi fascisti di polizia e carabinieri.
L’imbarazzo e il balbettio dei responsabili del Pd è stato emblematico e fa il paio con il silenzio della Sinistra Arcobaleno che, a parte qualche voce isolata, ha forse giudicato la questione poco spendibile nella caccia al voto. La verità e la giustizia su Genova sono scritte nelle nostre lotte e nei percorsi di liberazione quotidiani. Agli altri la scelta da che parte stare.
Con Carlo nel cuore,
libere tutti!
Non potrai mai crederci...eh?
Tanto ti sembra assurdo che possa succedere in un Paese democratico!
Eppure è la trascrizione degli atti del processo in corso a Genova e quelle sono le parole del Pubblico Ministero...
Ma se non ci credi ancora ...puoi chiedere a Fini!
Il ragazzo costretto a mettersi carponi per abbaiare come un cane e urlare a comando “viva la polizia”;
I pattuglioni che girano per le stanze ordinando di gridare “Che Guevara bastardo”, “viva il duce”;
Le minacce più pesanti erano per le donne:
“Entro stasera vi scoperemo tutte”
ma ddò l'hanno visto stò film?
non ci credo manco se lo vedo
una mia amica s'è lamentata perchè non hanno mantenuto la promessa, e lei è rimasta senza.
Cominciano a starmi simpatici sti poliziotti
Senza una baionetta puntata alle spalle del popolo,come potrebbero mantenere questa falsa democrazia....La miseria di molti minaccia la ricchezza di pochi.L'organizzazione ineguale del mondo potrbbe mantenersi un solo giorno di più se le nazioni privilegiate e le classi sociali abituate allo spreco non fossero armate fino ai denti?
Le parole possono fare male come bastonate.
Lo ha ricordato il pm Petruzziello.
Il ragazzo costretto a mettersi carponi per abbaiare come un cane e urlare a comando “viva la polizia”;
I pattuglioni che girano per le stanze ordinando di gridare “Che Guevara bastardo”, “viva il duce”;
Le minacce più pesanti erano per le donne:
“Entro stasera vi scoperemo tutte”
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