Musica
HAVOC
Messaggio del 10-01-2006 alle ore 22:16:59
Qualcuno disse che avrebbe colpito eternamente.
Di fronte a un disco del genere non posso che ringraziare umilmente gli Havoc per aver immesso nuova linfa venefica nel circuito agonizzante del punk tricolore, e per essere una delle migliori bands attualmente in deambulazione sul pianeta. Non sto scherzando, sono serissimo. In tre anni di Lamette ho ascoltato valanghe di dischi, ma la bellezza di questo pezzo di plastica è così rara da tracciare un confine profondo quanto un baratro tra il male così brutalmente vomitato dai suoi solchi e tutto il resto. Se di cose assolutamente imparagonabili a questa – da tutti i punti di vista – ho parlato più che bene, la minima sincerità mi impone ora il massimo realismo: siamo di fronte a un capolavoro.
L’influenza principale degli Havoc, così evidente da essere innegabile anche dopo tre secondi d’ascolto, è una sola, ed appartiene di diritto a loro, appartiene ai ragazzi di Torino: l’ombra nera dei Nerorgasmo. Dagli anni ’80 ad oggi, i Nerorgasmo sono stati probabilmente la realtà punk italica più crudele, più sincera, più coraggiosa e più avanguardistica che sia mai esistita, sia in senso linguistico che in senso musicale, e gli Havoc ne sono degnissimi eredi, al punto che sembrano posseduti dal medesimo spirito (auto)iconoclasta ed (auto)distruttivo. Tanto più che la somiglianza della voce di Luca, cantante degli Havoc, con quella del compianto Abort, è così spaventosa da rendere impressionante persino l’omonimia. Ascoltare la cover di “Passione nera” per credere, e per avere anche un po’ di paura.
11 brani, 11 cocci di vetro, con due chitarre dissonanti, darkeggianti e oscurissime, e una ritmica che spazia dal sostenuto al “core”. I testi, blasfeme sentenze mai dette.
Due ennesime cover, in irridente sintonia con il nefasto contesto, completano un quadro dipinto col sangue e incorniciato con mani sacrileghe: la meravigliosa “Voglio degenerare” degli Up to Date (1995), e la classica “Il segno dell’inizio, il segno della fine” dei Kollettivo, con tanto di S.dro di El Paso – per chi non lo sapesse, cantante originale degli storici hardcorers torinesi – che reinterpreta se stesso in qualità di guest star autoctona. Questo disco è bibbia.
Compratelo immediatamente e a qualsiasi costo, e capirete – se mai ve lo siete chiesto – cosa significa la parola punk per me.
Il fiore reietto è tornato.
Qualcuno disse che avrebbe colpito eternamente.
Di fronte a un disco del genere non posso che ringraziare umilmente gli Havoc per aver immesso nuova linfa venefica nel circuito agonizzante del punk tricolore, e per essere una delle migliori bands attualmente in deambulazione sul pianeta. Non sto scherzando, sono serissimo. In tre anni di Lamette ho ascoltato valanghe di dischi, ma la bellezza di questo pezzo di plastica è così rara da tracciare un confine profondo quanto un baratro tra il male così brutalmente vomitato dai suoi solchi e tutto il resto. Se di cose assolutamente imparagonabili a questa – da tutti i punti di vista – ho parlato più che bene, la minima sincerità mi impone ora il massimo realismo: siamo di fronte a un capolavoro.
L’influenza principale degli Havoc, così evidente da essere innegabile anche dopo tre secondi d’ascolto, è una sola, ed appartiene di diritto a loro, appartiene ai ragazzi di Torino: l’ombra nera dei Nerorgasmo. Dagli anni ’80 ad oggi, i Nerorgasmo sono stati probabilmente la realtà punk italica più crudele, più sincera, più coraggiosa e più avanguardistica che sia mai esistita, sia in senso linguistico che in senso musicale, e gli Havoc ne sono degnissimi eredi, al punto che sembrano posseduti dal medesimo spirito (auto)iconoclasta ed (auto)distruttivo. Tanto più che la somiglianza della voce di Luca, cantante degli Havoc, con quella del compianto Abort, è così spaventosa da rendere impressionante persino l’omonimia. Ascoltare la cover di “Passione nera” per credere, e per avere anche un po’ di paura.
11 brani, 11 cocci di vetro, con due chitarre dissonanti, darkeggianti e oscurissime, e una ritmica che spazia dal sostenuto al “core”. I testi, blasfeme sentenze mai dette.
Due ennesime cover, in irridente sintonia con il nefasto contesto, completano un quadro dipinto col sangue e incorniciato con mani sacrileghe: la meravigliosa “Voglio degenerare” degli Up to Date (1995), e la classica “Il segno dell’inizio, il segno della fine” dei Kollettivo, con tanto di S.dro di El Paso – per chi non lo sapesse, cantante originale degli storici hardcorers torinesi – che reinterpreta se stesso in qualità di guest star autoctona. Questo disco è bibbia.
Compratelo immediatamente e a qualsiasi costo, e capirete – se mai ve lo siete chiesto – cosa significa la parola punk per me.
Il fiore reietto è tornato.
Messaggio del 31-01-2006 alle ore 14:41:44
qualcuno ha gli spartiti d stò splendido gruppo tutto italiano?!
grazie!!
qualcuno ha gli spartiti d stò splendido gruppo tutto italiano?!
grazie!!
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