Musica

Giù il cappello...
Messaggio del 07-12-2005 alle ore 23:19:29
onore gloria e ammirazione per questo tipo:

Clicca

Riflettiamo.
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 10:07:58
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 10:52:01
perchè ?
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 16:33:29
VERAMENTE UN GRANDE!
tutto il mio rispetto!

Messaggio del 08-12-2005 alle ore 16:37:12
pensavo mi dovevi ridà il cappello
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 16:37:44
solo il cappello? AMEN

Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:21:18
consiglio vivamente la visione di qlche video del sig. Django Reinhardt-Taz-
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:25:49
Bravo taz

cmq un vero talento questo bassista.....


Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:29:35
Ma Django, la mano, anche se non tutta, ce l'aveva....
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:30:47
Qui non è importante la musica o la bravura o la tecnica...credo sia chiaro...è il fattore umano che conta.
Non importa quanto sia bravo o meno bravo, nè il fattore "circense" del filmato.
Quello che vedo è un uomo che dopo un grave incidente in cui ha perso molto, si è rimesso in gioco, dimostrando di non aver perso tutto in fondo, dimostrando di essere ancora un grande musicista, coi dovuti limiti, ma di essere anche un grande essere umano.
E' un esempio insomma.
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Editato da Micolao il 08/12/2005 alle 19:35:40
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:32:23
sci ma dopo che lo vedi ti chiedi come siano possibili certe cose... ecco io ho 5 dita e non so farmene niente (lasciamo perdere)

ahcmq non avevo espresso il mio apprezzamento x il tipo del video-Taz-
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:36:26
hai ragione micola' ma è x quello che volevo portare a conoscenza della storia di Django... cioè sottolineare il modo in cui il suo stile è cambiato a seguito di un'incidente al quale probabilmente molti altri avrebbero reagito con l'allontanamento dal mondo della musica (come da svariate altre attivita).
Django Reinhardt suonava il banjo; dopo l'incidente ha preso in mano una chitarra (xchè il banjo era troppo piccolo x la sua mano malconcia) e s'è inventato un nuovo Jazz. Complimenti vivissimi-Taz-
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:38:08
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:41:44
e visto che nn trovo nessun link da sito... beccatevi qstoe godetevi l'assolo

ed2k://|file|Django%20Reinhardt%20-%20Jazz%20Hot%20Complete.mpeg|34291716|31129AC105800FDB654F880D9F53D4C4|h=DAIBMGD3MYR3ALPTLDS73KOJKVC45DS2|/

-Taz-
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:43:20
In questo caso la tecnologia è andata incontro al tizio, adattandosi alla mancanza della mano.
Il basso è fretless, cioè senza tasti, per evitare lo sferragliamento delle corde colpite dalla mano; la tastiera è in resina fenolica o grafite, altrimenti una tastiera fretless in legno colpita di continuo si sarebbe rigata e ammaccata durando ben poco e pregiudicando il suono; il basso è accordato un tono e mezzo sotto, accorgimento utile per diminuire la tensione delle corde e facilitare la velocità e l'esecuzione; vicino la paletta una molla preme sulle corde, per evitare che quyeste suonino a vuoto.
piccolo accorgimenti che hanno reso possibile a Bill di continuare a fare ciò per cui vive;
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:43:51
Messaggio del 08-12-2005 alle ore 19:45:20
della molla non me ne ero accorto-Taz-
Messaggio del 09-12-2005 alle ore 15:58:30
Messaggio del 11-12-2005 alle ore 16:36:24
Ho appena visto il filmato (stupendo) su Django, una bella cosa da collezionare
Ricordiamoci inoltre, in questi tempi difficili che anche Django era uno zingaro....
Messaggio del 11-12-2005 alle ore 16:45:52
Django Reinhardt, eroe integro e integrato

Dannati vecchi tempi, tempi in cui integrazione, esotismo, multiculturalità erano una risorsa. Tempi in cui l’Europa e il mondo applaudivano l’extracomunitario della musica. Il più geniale. Il chitarrista Django Reinhardt (1910-1953), è stato lo zingaro più famoso del Novecento. E’ stato il musicista simbolo per la generazione degli zazou, i talebani dello swing, gli intellettuali parigini che si riunivano come carboneria nelle cave, i locali sotterranei dove potevi ascoltare Reinhardt e il suo quintetto, che si fregiava di un altro emigrante di lusso, Stephane Grappelli, violinista sublime e maestro di buone maniere per Django, che fino alla fine si ostinò a non voler scrivere, neanche la propria firma.

Incorrotto, il mito di Django non è mai stato macchiato dall’infamia del razzismo. Anche i nazisti ci hanno provato, ma Django è rimasto una monade musicale che non può essere disgiunta dalla sua gente, dalla sua tradizione, da tutto quello che la comunità manouche rappresenta. Manouche, zingari, gypsy. L’etimologia inglese è buffa: gipsy viene da Egypt, perché gli zingari vennero confusi per carnagione e tratti somatici con gli abitanti del Nilo, devoti ad Anubis e Cleopatra. E invece questo popolo indiano più vecchio del mondo portò dall’Asia un immane precipitato culturale, frutto di secoli di stratificazione.

Django aveva la faccia e i modi di un visir, baffi ben arrotati e una mano con due sole dita a potersi muovere sulla tastiera della chitarra. Il resto della mano era andata in fumo per motivi di casta, motivi zingari. La storia è strappalacrime, ed è degna del miglior Jacques Demy: Django era un banjoista giovane e scavezzacollo, passava le serate nelle bettole di Port de Clignancourt, tornava tardi, tardissimo, chiedeva ad un taxi di riportarlo nel suo campo, vicino allo sprofondo della cité zingara, un accampamento, una bidonville, roulotte e caravan. In una di queste stamberghe la moglie di Django dormiva, per non svegliarla Reinhardt, che intanto il suo banjo lo aveva scordato nel taxi, con le mani libere si faceva largo nella roulotte, cercando una candela, trovandola, cadendoci sopra.

I fiori di cellophane messi lì in onore alla patrona iniziarono a prendere fuoco. Mise in salvo sua moglie, lui si riparò sotto una coperta. La sua mano tenne stretta la coperta, troppo. Tanto che tutta la mano bruciò. Zingaro e handicappato, ci mancava pure questa, la nostra società avrebbe Django confinato ad un vitalizio, il comune gli avrebbe regalato un ascensore o un tendalino per le estati afose nella roulotte. E invece Django Reinhardt è rinato e al posto di un banjo sordo e pesante è passato alla chitarra. Un miracolo inspiegabile, la sua mano avvizzita si fece complice di un’artigianato musicale sublime: gli accordi che gli ingolfano la testa, tutta la musica, si concentra su due simulacri di dita scampate a un falò.

Qui inizia la leggenda. Django a vederlo nei filmati d’epoca commuove, ma non è un frignare di pietà. E’ qualcosa che ha a che fare con un orgoglio collettivo, che esonda da categorie razziali e scemenze etniche. Lo guardi nei filmati che ciondola avanti e dietro, come un cantore di sinagoga, che guarda il pubblico con gli occhi di uno che è appena arrivato in un bordello, palpebre semichiuse fra divinazione, pathos e sonno.

Quei tempi di solare, indisturbato, clamoroso successo non svanirono, anzi più Django se la tirava e più suonava. Persino in America, lui zingaro, nomade e quasi mendicante si permise di far valere il proprio cipiglio tzigano: arrivò in ritardo alla Carnegie Hall, il tempio della musica, arrivò senza chitarra, convinto che un po’ tutti avrebbero fatto a gara per regalargliene una. Ma New York non era Parigi.

Poi quell’insolenza, temperata dal tempo, pian piano lo trasforma in un animale da sottobosco, rintanato in una roulotte in riva al fiume. Questa volta a dipingere. Donne nude, cosce, labbra, braccia, caviglie, particolari seduttivi. Il popolo Rom, devoto e a modo suo bigotto, non gradisce. Lui se ne infischia. Dei suoi quadri non si è saputo più nulla, qualcuno giura fossero belli come la sua musica.

L’espressionismo di un popolo tutto concentrato in note o in grumi di colore, non è poi tanto importante. Se ne morì, Django, solo e malinconico, poco più di cinquant’anni fa, lasciando ai suoi eredi zingari una musica profondamente mutata, divenuta orgogliosa delle proprie radici. Oggi una schiera di impetuosi cloni recupera la musica manouche con l’abilità delle scimmie che usano il pallottoliere. Con dieci dita non riescono a fare quello che Reinhardt faceva con due.

L’eredità di Django è svanita, come quel sogno di integrazione che la Francia coltivò prima dell’occupazione. Con il papillon e i baffetti, con l’occhio cinico, lo sguardo clinico, con quella mano storpia, quella brillantina: bisogna ricordare Django Reinhardt così. Eroi così oggi starebbero dentro per ricettazione. Di poesia.


Messaggio del 11-12-2005 alle ore 16:47:30
possiamo fare una distinzione tra zingaro/gitano e zingaro/sedentario k è quello k la nostra realtà consoce??

sono 2 cose nettamente diverse...

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Giù il cappello...

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