La Piazza

taccuini di una latitanza estiva
Messaggio del 16-08-2005 alle ore 12:22:23
“Una settimana…un giorno…
solamente un’ora
a volte vale una vita intera”


Tra gli odori acri degli aghi di pino questa mattina ho presto perso il sonno. Così presto da poter aspettare, con occhi ancora cisposi, a gambe incrociate, albeggiare sul mare. L’intera baia era ancora intorpidita e sonnolenta. La costa brillava alla luce di palpitanti luci elettriche bianche e gialle. A metà strada da capo Scalea incominciava a materializzarsi tra i vapori soffusi del mare l’Isola di Dino.
Praia a Mare si riduce in un ampio lungomare costeggiato da giovani palme da poco trapiantate ad esotico accompagnamento di gelaterie e stabilimenti balneari locali, eppure è splendido solcare questo lungo tratto d’asfalto in auto, come mi è accaduto, con l’armonica di “Una settimana…un giorno…”di Bennato come sottofondo musicale e Giada, spossata dalla foga del primo giorno di marcia, appoggiata alla mia spalla…provare per credere. Non è necessario andare tanto lontano per sognare un poco, il sogno è nella magia nascosta dietro un istante inaspettato.
La cornice del golfo di Policastro si era aperta ai nostri occhi affamati solo una mezz’ora prima, quando dal trafficato casello di Lagonegro si era discesi verso il mare per sbucare non lontano da Maratea nei pressi di Acquafredda, saziando la vista in quell’acquafatata, lontani da tutte quelle diavolerie che viaggiano ad alta velocità.
Era stato solo quella mattina stessa che avevo messo in spalla la sacca e avevo lanciato la mia 206 verso Ciampino dove lei aspettava seduta in un minuscolo ritaglio d’ombra su un secco e riarso brandello di prato a quattro passi dalla carreggiata. Ho rallentato, lei ha alzato lo sguardo dalla colorata rivista, ho spalancato la portiera e un quarto d’ora dopo viaggiavamo veloci sull’autostrada decisi a fare una capatina a Terracina, dove un anno prima eravamo rimasti ammaliati seguendo le traiettorie impercettibili di mongolfiere libratesi per aria come nuvole variopinte spinte da una brezza improvvisa che aveva soffiato sul bagnasciuga. E’ stato bello scoprire che dopo un anno erano ancora là, sospesi e indecisi tra la terra e il cielo, un altro sogno coltivato a metà strada, com’è giusto che sia.
Messaggio del 16-08-2005 alle ore 12:49:46
-Taz-
Messaggio del 16-08-2005 alle ore 15:38:02
a tratti...
Messaggio del 16-08-2005 alle ore 19:11:21
“Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.”

Certo non è cosa troppo difficile montare e smontare una tenda, meno facile risulta individuare un minuscolo spiazzo pianeggiante dove poter alzare la nostra piccola casa ambulante in mezzo a tutte le altre variegate dimore dell’immane orda estiva in viaggio, mentre è ogni giorno più difficile, invece, affrontare le file quotidiane per darsi una semplice sciacquata. Sarà per questa ragione che a quest’ora la mia pelle è ancora torturata dalla salsedine, come una vecchia imposta di legno lasciata esposta ai capricci del mare.
Quest’oggi s’è fatta poca strada, appena una quarantina di chilometri, giusto il tempo di svoltare capo Scalea e scoprire Diamante, incastonato sul mare, ad un tiro di schioppo dal parco del Pollino, ritto a maestoso spartiacque tra Basilicata e Calabria.
E non si è che si batte la fiacca. Nella mattinata si è fatto un salto anche su a Palinuro. Sarà che il viaggiare m’infonde un’insolita energia, sarà che il mio desiderio è sempre teso dietro il prossimo tornante, sarà che è troppo acceso il sentimento, ma la stanchezza non osa neppure sfiorarmi e il rischio risiede, al contrario, nel fare breccia nel plausibile e straripare in un’iperattività che non permette di assaporare ciascuna cosa, anche piccola, tanto quanto è dovuto.
Ecco…stasera resterò a lungo sulla spiaggia, con Giada tra le braccia, semplicemente ad osservare le luci della costa prendere vita per sposare quelle celesti, al frusciare della risacca…aspetterò che da punta Cirella il sonno scivoli leggiadro sull’isola fin su queste sponde in modo da portarti in braccio tra le fantastiche gole del sogno notturno.

Chi coglie il fiore impazzirà…
Messaggio del 16-08-2005 alle ore 19:32:46
siamo tutti pazzi...chi non ha mai colto un fiore nella sua vita?
Messaggio del 16-08-2005 alle ore 19:36:29
anche se il fiore è un altro...
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Editato da The Marigold il 16/08/2005 alle 20:31:15
Messaggio del 16-08-2005 alle ore 19:39:52
il piccolo principe insegna
Messaggio del 17-08-2005 alle ore 10:19:25
“Mescimi il vino più forte più nero
talamo d’affanno
occhio del mistero
olio di giara, grilli, torre saracena
nell’incendio della sera
e uscire di lampare
lentamente nel mare
bussare alle persiane di visioni
e di passi di anziani”

Ogni località che s’apre sul mare ha il proprio corredo stradale di bancarelle ambulanti e marciapiedi rigurgitanti frotte di bagnanti. Mi muovo, accorto, a caccia di scampoli di spiaggia ancora incontaminata, un occidentale riflesso della misconosciuta IsolaCheNonC’è sanvitese, e sono quasi mosso a spingermi fin sulla meno frequentata costa ionica, alla volta di Sibari e delle sue rovine greche, facendo scalo nella famosa Saracena, se non fosse che Giada è decisa a fare tappa tra i cedri di Cetraro e tra quei profumi pernottare.
Il tempo è fresco, dovuto forse alla brezza notturna spirata dai monti della Sila non lontani. Il cielo è striato da lente nuvole. Il mare appena un po’ nervoso, sembra aver inghiottito quelle lontane lampare che solo ieri notte aveva cullato tra le sue fluide spire.

“Detto tra noi sono solo un brigante,
non un re.
Sono uno che vende sogni alla gente
fa promesse che mai potrà mantenere.
Favole sì le ho contate ma tante
…tante sai,
detto tra noi io non sono un gigante
draghi non ne ho ammazzati mai.”

Questa regione è varia come la nostra, soltanto che il tutto è ancora più concentrato, più denso. Il litorale è a tratti così scosceso, che pare quasi impresa aprire sbocchi edificati sul mare. D’altronde si può descrivere, in poche parole, la Calabria come un territorio montuoso tra due mari, che ha molto da offrire: dai noti centri storici alla natura selvaggia e quasi incontaminata, dalle brevi e strette spiagge sabbiose della costa, all’interno montuoso delle catene della Sila e Aspromonte.
L’auto è ora quasi pronta e la statale 18 è lì che l’aspetta. All’inizio del terzo giorno sembra ormai definitivamente in mano a Giada, che si diverte a modellarla a seconda dei suoi scompigliati capricci e trabocca di asciugamani, materassini, pinne, maschere e costumi in ordine sparso, tant’è che persino il cambio è affogato sotto un telo variopinto.

Mi sono dato un po’ alla latitanza. A giustificazione del tutto vi leggo un dispaccio:
“Abbiamo inseguito l’imputato per mezzo meridione, lungo strade impervie e trafficate. L’abbiamo tempestato di messaggi a ricordargli i suoi sacri doveri. A tale proposito ci siamo anche accertati che il suo cellulare sia ancora in vita e come sospettavamo, dopo una serie di tentativi andati a vuoto, abbiamo concluso che l’imputato si sia dato alla fuga senza portarselo dietro. Tuttavia abbiamo rinvenuto inconfondibili tracce del suo passaggio da queste parti e abbiamo conservato il tutto, certi che tali indizi possano tornare utili per aggravarne le imputazioni. Eccone un breve elenco:
un’ inconfondibile bottiglia di Don Pietro del’ 96(l’imputato di certo non ha cattivo gusto), non del tutto vuota, sulla quale etichetta è stata ritrovata una scritta autografata che incoraggiava a fare un sorso ed evadere almeno per un momento dall’ordinario
l’astuccio di una Corona de Luxe, contenente ancora mezzo sigaro puteolente, sulla quale sono state riscontrate tracce di cognac, e un biglietto d’auguri di lunga vita anch’esso autografato (ma perché mai è così spudorato nella sua recidività?)
un astuccio per il maquillage, comprensivo di fard, mascara e una serie di tubetti di rossetto dagli inconfondibili colori che ci hanno permesso di concludere che non potevano appartenere ad altri che alla compagna di fuga dell’imputato, la quale è sempre di valido aiuto alle nostre difficili indagini grazie alla sua risaputa e incorreggibile tendenza a lasciare qua e là oggetti personali”
Messaggio del 17-08-2005 alle ore 19:29:31
“Setti sunu i megli vuccùni: uva, piersichi e milùni; carna 'i ciarbella, minni 'i zitella; quaglia perniciara e culu 'i lavannàra.”
(Trad.: “Sette sono i bocconi migliori: grappoli d’uva, pesche e meloni; carne di capretto, tette di zitella; starna e culo di lavandaia”)

A partire dalla riviera tirrenica cosentina fin su nell’entroterra, fin dove le nostre ruote hanno osato, cioè fino alle ripe di Pietrafitta, raggiunta inoltrandosi per il percorso panoramico che da Fiumefreddo sul Tirreno, attraversando il monte Cocuzzo, s’inerpica lentamente per un’antica strada, ebbene non s’incrociano segni di quell’abnorme usanza, tanto in voga dalle nostre parti, di sagre e feste medievali…grazie a Dio…
Credo che questo nostro fenomeno potrebbe essere davvero un buon argomento di studio…e poi perché mai sempre questo stramaledetto medioevo…probabilmente solo perché è un’epoca più riconoscibile di altre, più facile da camuffare, come dire…più facile da riprodurre.
Da queste parti, invece, il rito si fonda su un terreno più consolidato, reso fertile dal passato grandioso che ancora oggi è possibile cogliere in vari scorci…questa è terra che ha visto dapprima insidiarsi i greci, poi i romani ed infine i bizantini e quello che ne è stato è possibile immaginarlo anche attraverso le antiche tradizioni locali a metà tra il sacro e il profano. Solo ieri a Palmi si svolgeva la famosa festa in onore di San Rocco, con la consueta processione degli spinati, e questi avvenimenti non sono certo un’esclusiva dei calabresi, ma si può dire che l’intero meridione ne pullula, dalla Puglia alla Sicilia, ciascuno svolto sulle note riscoperte dell’antica tradizione musicale popolare. La capra suona, come si dice queste parti.
Magari, prima o poi, sarà possibile sradicare anche da noi la piaga di una storia malamente costruita senza fondamenta storiche, l’incessante sfornare nuove feste medievali anno dopo anno, infestando sempre nuove località…

“Condofuri, Galliciano, Roghudi, Cataforio, inaccessibili paesi calabresi in cui si parla un dialetto che proviene direttamente dal greco antico, piccole comunità dove ancora si nasce, ci si sposa e si muore accompagnati da versi e musiche bellissimi e incomprensibili. (…)In questa zona si tiene il festival “Paleariza”, con gruppi provenienti da tutte le parti del mondo. Quest’anno è il turno di Valentino Santagati, il padre lo voleva avvocato, ma lui ha buttato la laurea nella spazzatura e ha preferito girare la Calabria e il Salento a caccia di suonatori trazionali. E’anche la volta di Nando Citarella e i suoi “Tamburi del Vesuvio”, che si divertono a mischiare le carte. Citarella è un folle capace di combinare un canto pugliese, uno brasiliano e uno campano (…ma da noi simili contaminazioni sono davvero così improbabili?) con estrema naturalezza, riuscendo a cucinare tamburiate da rave party, di ammannire “fattarielli” memori della tradizione teatrale napoletana.”


Appuntamenti:

20 agosto: Festival “Paleariza”, a Palizzi, nell’area gracanica di Reggio Calabria, Nando Citarella e i tamburi del Vesuvio

Fino al 27 agosto (giornata conclusiva di Melpignano): la Notte della Taranta, nei dieci comuni della Grecia Salentina e a Cutrofiano, Alessano, Cursi e Galatina

“cu' 'nu filo mmano s'aspettava 'o sole”
Messaggio del 18-08-2005 alle ore 11:49:11
“Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura,
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura,
qual’è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so

Quando la luna perde la lana e il passero la strada,
quando ogni angelo è alla catena ed ogni cane abbaia
prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume,
vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume”

Stamattina, ad Amantea vecchia, abbarbicata sopra un colle, dirimpetto al mare, mi sono fermato a lungo ad osservare un pescatore appollaiato sopra il suo trespolo di paglia, intento a riparare la sua rete da pesca. Sono rimasto seduto su un muraglione che si gettava a strapiombo sulla costa falcata in cui si insinuava Amantea a mare, e avevo davanti agli occhi questo scorcio di passato che non passa, sistemato tra insidiosi scalini e muri stonacati, perso quasi in una cantilena, condivisa da una voce di donna nascosta al di là delle fettucce colorate sospese al piccolo portone intagliato. E mi è tornato in mente quello che amava dire lo scrittore calabrese Corrado Alvaro:

“Vengono dal Nord e prendono in giro il piccolo calabrese che siede ozioso in un filo di sole, ma non sanno che sta meditando sulla vita.”

Solo qualche ora prima si era fatta colazione nel piccolo suggestivo borgo di San Lùcido…finalmente una colazione come Cristo comanda, corredata di tutti i ninnoli indispensabili, a partire da un’inaspettata crema di pinoli annaffiata con bibite al mirtillo, fino alla più comune marmellata di melocotogno, rappresa in una gelatina rossa davvero deliziosa. Da queste parti sopravvive ancora, in parte, il concetto nobile dell’ospitalità, un antico retaggio di un fugace passaggio degli arabi…dare il pane, scambiare la parola, ecco delle cose semplici che sorprendono chi vive immerso nella frenesia dello sviluppo di una società che ha sottilmente eliminato tale valore, la quale si ritira sempre più nel freddo detto che il tempo è denaro.

“Ogni forma ha un suo contenuto suono interiore. Non c’è forma, come del resto nulla al mondo, che non abbia qualcosa da dire. Non solo le stelle, la luna, i boschi, i fiori dei quali cantano i poeti, ma anche un bottone dei calzoni…
Tutto ha un’anima arcana, che tace più spesso di quanto non parli. Il colore è il mezzo per esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto…”

I colori…dai prati e boschi che si spogliano e avvampano di rossori pre-autunnali, dalle riflesse scie marine di deflagrazioni di arte pirotecnica, a corone di cazzarelli stesi come panni ad asciugare al sole, dal bianco finissimo di calette sabbiose che s’aprono improvvise in un paesaggio aspro e roccioso, al maculato onnipresente di bancarelle ricolme di ortaggi, dalle abnormi gocce gialle di caciocavallo, ai piatti chiazzati di viola di melanzane in “scapece”, dalle maschere di terracotta sparse lungo i muri di paese irrigidite in mille smorfie in nostro onore, ai pastelli spesi in vario modo per dare forma ai frutti del pescoso mare…tutto, proprio tutto sembra parlare all’anima ed incantarla per un poco.
Messaggio del 18-08-2005 alle ore 22:00:39
“Ti dirò un segreto. Una cosa che non insegnano nei templi…Gli Dei ci invidiano…ci invidiano perché siamo mortali, perché ogni momento può essere l’ultimo per noi. Ogni cosa è bella per i condannati a morte e tu non sarai mai più bella di quanto sei ora. Questo momento non tornerà.”

Tropea…sembra emanare fascino sin dal nome…Tropea…a metà tra una visione tropicale biancazzurra e un minerale raro e prezioso…e come un minerale sorge avvinghiandosi ad una cengia rocciosa, sull’unico lembo pietroso pianeggiante che separa il monte Poro ed il Tirreno, messa lì come a memoria di un più antico bivacco o fortunoso accampamento…uno splendido terrazzo che s’apre sopra il mare.
L’abbiamo avvistata da lontano, scintillante come un rubino alla luce del tramonto che giocava con le sue rupi, circondata ai suoi piedi da calette di sabbia bianca tramutata in lingue di quarzo rosa…un’apparizione da mozzare il fiato…
E pensare che qualche avvisaglia l’avevamo avuta, poco prima, aggirando il borgo di pescatori di Pizzo Calabro, tutto raggomitolato attorno al castello aragonese; ma ormai si procede così inesorabilmente per sobbalzi di stupore che si è come storditi da tanta bellezza, quasi che gli occhi siano definitivamente piegati a raccogliere tali visioni, che tutto il resto è trascurato e non offre più termini di paragone.
La gente che s’affollava sul tortuoso lungomare sembrava troppo indifferente allo spettacolo, a tratti persino inerte, mentre tutt’intorno la vita frenetica aveva violenti colpi di coda. Eppure, quello che occorreva era senz’altro una cornice e un sottofondo sterile da museo che favorisse un’attenta osservazione, finanche solo la pura contemplazione.
Messaggio del 19-08-2005 alle ore 11:53:22
“Solcavamo gemendo l’angusto paesaggio:
da una parte era Scilla, dall’altra Cariddi
divina, che l’acqua salata inghiottiva del mare
con suono tremendo, che poi rigettava di fuori
e tutta in gorgoglio travolta bolliva
come fa una caldaia sul fuoco che arde”

Le case di Tropea non sembrano altro che verticali estensioni, magari più geometriche, della roccia stessa che sovrastano. Forti, robuste, bianche, qua e là erose anch’esse dal vento. Solo tra i vicoli e gli angiporti si aprono splendidi balconi decorati, piccoli deliziosi trampolini ornati che si gettano sulla vita sottostante.
L’indigeno è ormai prigioniero dei propri commerci, in questo davvero un cittadina al passo coi tempi; impossibile incrociarne traccia per le strade, tra l’altro frequentatissime dagli appariscenti turisti. Solo in quei pochi, sonnolenti locali imboscati è possibile stanarli, oppure dietro infuocati banchetti ricolmi d’ortaggi. Tuttavia, la lunga esposizione e successiva contaminazione alla implacabile orda turistica, ne ha quasi irrimediabilmente compromesso ogni tratto distintivo e ciò che sopravvive pare davvero poco genuino e molto calcolato in base ai bilanci da tenere costantemente al vaglio. Ma tant’è…questa è cosa ormai più che risaputa.
Inutile perdersi in descrizioni dello splendido mare. Basta forse dire che mi ha fatto pensare alla limpidezza delle acque delle Tremiti, se non che qui toccano spiagge di una sabbia bianchissima frammista a minuscoli opali levigate.
Nel pomeriggio contiamo di approdare dapprima a Palmi e più tardi a Scilla, dove potremo respirare la prima brezza che soffia giù dall’Aspromonte…sono tentato d’imbarcarmi questa sera stessa…
Messaggio del 20-08-2005 alle ore 00:45:50
“Seconda stella destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino,
non ti puoi sbagliare perché
quella è l’Isola Che Non C’è.
E ti prendono in giro
se continui a cercarla,
ma non darti per vinto
perché chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te”

Scatole cinesi e lanterne magiche. Da piccino erano questi i miei spassi preferiti.
Da una parte l’attenzione concentrata sulla minuziosa cura del dettaglio, sull’indizio rivelatore, quello che immancabilmente t’ingannava ancora…che ti spingeva ad attestare che era quella…sì…senz’ombra di dubbio…la scatola ultima che avrebbe contenuto un qualcosa, se non altro un nuovo tranello.
Dall’altra, la magia di afferrare la fantasia per le redini ed imbrigliarla dietro quelle immagini partorite dalla luce, immagini che giravano in cerchio lungo le pareti della mia stanza come una giostra eterea, alla stregua di ordinati cavalli bianchi sulla pista di un circo, deformandosi al contatto con gli oggetti sparsi e rallentando un poco per prendere una più lunga rincorsa.
Il rompicapo e l’illusione.

“non è che si finga di essere qualcun altro. Si finge di essere esattamente quello che si è. È questa la cosa strana.”

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