La Piazza

Per Sergio.
Messaggio del 13-03-2006 alle ore 16:41:01
quattro ore fa, nel 1975, Sergio Ramelli, diciottenne studente di un istituto tecnico per chimici e militante del fronte della gioventù, viene aggredito sotto casa sua, al numero 40 di via Amadeo, in pieno centro, dove viveva coi genitori ed il fratello. stava rientrando da scuola ed aveva appena poggiato il motorino al muro quando tre studenti di medicina, appartenenti al gruppo "autonomia operaia" lo accerchiano e lo colpiscono diverse volte sul capo con alcune chiavi inglesi "Hazet 36", arnesi lunghi come un avambraccio. Sergio viene soccorso da alcuni passanti e ricoverato d'urgenza presso il policlinico, in rianimazione dove viene sottosposto ad un delicato intervento per arginare i danni. Sergio riporta ferite lacerocontuse del cuoio capelluto e del cranio con affondamento di numerosi frammenti, e perde materia cerebrale. in seguito al delicato intervento le sue condizioni migliorano sensibilmente, ma la prognosi rimarrà riservata. nei seguenti giorni, tuttavia, soopraggiungono delle complicazioni polmonari che debilitano ulteriormente il fisico già provato di Sergio..iniziano a circolare tetre voci. c'è chi sostiene che alcuni infermieri, durante la degenza in rianimazione del giovane in coma, attendendo i momenti in cui non ci fossero altre persone, avrebbero spesso lasciato la finestra aperta e scoperto il corpo del giovane inumidendone le vesti, così da favorire il peggioramento del disagio polmonare. il giovane, con la madre ai piedi del capezzale, muore dopo 48 giorni,in cui alternerà periodi di incoscenza a brevi momenti di lucidità.


Sergio Ramelli, figlio di Mario, 47 anni e Anita Pozzi di 49 anni, era stato fiduciario del "Fronte della Gioventù" all'Istituto Molinari dove aveva studiato a lungo prima di esserne espulso a causa delle sue idee politiche, dopo un assurdo "processo" avvenuto durante un'assemblea studentesca. Proprio per quel motivo il padre lo aveva trasferito in una scuola privata dove frequentava il biennio quarta e quinta e si stava preparando per l'esame per perito chimico. Era già stato picchiato in altre occasioni. In particolare, una ventina di giorni prima dell'aggressione mortale la stessa sorte era toccata a suo fratello Luigi, scambiato per Sergio.
Lo stesso Sergio e suo padre erano stati ancora protagonisti di un'altra aggressione quando il giovane studiava la Molinari. Dopo una accesa discussione con il preside nell'atrio della scuola, erano stati circondati da un gruppo di studenti. Era nato un tafferuglio: insulti, sputi, botte.
Un solo professore, al "Molinari" aveva difeso Ramelli, sostenendo che egli aveva diritto ad avere le sue idee politiche e che anche gli altri - proprio perché viviamo in una società democratica- dovevano rispettarle. Il suddetto professore era stato però "punito" per questo suo atteggiamento: la sua macchina era stata data alle fiamme dagli ultrasinistri.

neppure durante i propri funerali ha pace: i giovani missini vorrebbero giungere in chiesa in corteo dietro la salma; la polizia li carica e saranno costretti a partire in corteo senza il carro funebre, che giungerà più tardi scortato dalla polizia a sirene spiegate (e le difficoltà continueranno pure per gli anni seguenti quando, per paura della ritorsione rossa o di cariche delle forze dell’ordine, i parroci non concedevano le chiese per la commemorazione). Per anni gli assassini di Sergio restano impuniti; non ci sono arresti, la polizia non si muove, non ha prove, tace.

Del gruppo killer solo Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, per poi essere affidati l’uno all’affidamento sociale e l’altro alla semilibertà. Gli altri evitarono la galera con condoni e regimi limitativi o sostitutivi.

Ferrari Bravo è oggi giornalista del quotidiano di Rifondazione Comunista "Liberazione".


la targa apposta nei pressi del luogo dell'aggressione è stata più volte oggetto di danneggiamenti e imbrattamenti inneggianti la morte dei fascisti e l'avvento del comunismo. in più la madre del ragazzo avrebbe più volte denunciato all'autorità scherzi telefonici nel quale qualche misterioso vigliacco scherniva il giovane, e si prendeva gioco del dolore dei famigliari cercando di imitare la voce del ragazzo.

In questi anni è di "moda" la rivoluzione comunista: giovani borghesi ribelli, ma anche veri proletari, sognano le utopie maoiste e marxiste – leniniste; e lo fanno nel modo più duro: gli slogan intonati nelle piazze sono a senso unico ("camerata basco nero, il tuo posto è al cimitero" "Le sedi fasciste si chiudono col fuoco, con dentro i fascisti se no è troppo poco" "Fascisti carogne tornate nelle fogne"), l’elenco dei feriti, delle sedi politiche/sindacali/giovanili distrutte, delle abitazioni/tipografie/redazioni giornalistiche bruciate, degli agguati, dei processi ai giovani anticomunisti è interminabile; si arriva, quindi, ai sequestri di persona (Del Piccolo e Mitolo a Trento nel ’70 e Labate a Torino nel ’73); giungono messaggi e volantini raccapriccianti ("Per ora colpiamo e continueremo a colpire cose ma quando passeremo alle loro disgustose persone non sarà certo solo per massaggiarli i muscoli e le ossa" firmato Brigate Rosse), distruggendo contemporaneamente auto appartenenti a giovani missini; per arrivare, infine, già prima del fatidico 13 marzo, al materiale "uccidere un fascista non è reato".

"il nemico di allora aveva la falce ed il martello, quello di oggi il denaro; cambiano le armi, i rischi, ma il Sistema è sempre lo stesso: livellatore, massificatore e pronto a reprimere chi pensa diversamente. Ecco perché Sergio è luce anche per il 2000: la sua diversità, il suo non conformismo, i suoi sogni, le sue paure ci riguardano al punto da ricordare, urlare il nome, cantare, lottare con e per un ragazzo che non abbiamo mai conosciuto, ma che sentiamo come uno di noi, come un caro amico, un fratello, perché lui era come noi. Voce singola controvento, nonostante non gli mancasse nulla, poteva starsene calmo, tranquillo, fregarsene, preferì il rischio, la speranza nel domani, la salvezza della nostra civiltà e dei suoi valori. Noi, oggi, come lui e per lui, per noi, per il nostro popolo, mossi da un credo che abbiamo nel cuore e dal suo ricordo; ma questo non ci basta! Lui rappresenta lo slancio giovanile, lui l’emozione, lui l’altruismo, lui l’anticonformismo, lui la purezza, lui la capacità di pensare con la propria testa, lui l’essere."

oggi cade l'anniversario della sua morte.


Messaggio del 13-03-2006 alle ore 16:50:00
onore a te Sergio Ramelli
Messaggio del 13-03-2006 alle ore 17:03:13
massimo rispetto.....
Messaggio del 13-03-2006 alle ore 17:43:44
SERGIO E' VIVO
E LOTTA INSIEME A NOI!!
Messaggio del 13-03-2006 alle ore 19:39:51
SERGIO E' VIVO
E LOTTA INSIEME A NOI!!
Messaggio del 13-03-2006 alle ore 19:55:15
Ho saputo poco tempo anche di un certo Paolo Di Nella ucciso aRoma negli anni di piombo..probabilemnte è un mio parente..

..voi che ne sapete?
Messaggio del 13-03-2006 alle ore 19:57:19
9 FEBBRAIO 1983, Paolo di Nella muore con il cranio fratturato



Anche attaccare manifesti sul verde pubblico può essere mortale, mortale per chi come Paolo di Nella è un attivista Nazional Popolare. Paolo di Nella muore dopo sette giorni di agonia , aggredito il 2 febbraio mentre in viale Libia a Roma (quartiere Africano), alle ore 22.45 con una ragazza attaccava dei manifesti per pubblicizzare l’esproprio di una villa che sarebbe stata utilizzata come centro sociale e culturale con ampi spazi di verde pubblico totalmente mancante nel quartiere. Fu colpito alle spalle sulla testa con delle spranghe di ferro o delle chiavi inglesi.

Le ragioni di quest'assassinio sono oscure. Ormai gli anni più duri erano passati, i rivoluzionari si stavano riciclando in politica, in insospettabili professionisti o si erano persi nell'oblio della droga. Ma anni di odio, di impunità, di compiacenza non potevano essere cancellati completamente.

Dopo la vile aggressione Paolo torna a casa, verso le ore 01.30 si sente male (forti dolori alla testa) e i genitori lo portano d’urgenza all’ospedale. Durante il tragitto PAOLO perde conoscenza, dopo l’intervento chirurgico entra in coma irreversibile.

I suoi camerati, durante i giorni di agonia si danno il cambio per stargli a fianco, giorno e notte presidiano il suo letto indignandosi sempre di più per le infamie che i giornali iniziavano a scrivere.. sordide e squallide storie. Il presidente della repubblica Pertini, si reca all’ospedale non riceve una buona accoglienza.

PAOLO, muore alle 20.45 di mercoledì nove Febbraio, con il cranio fratturato come Sergio.

Le indagini questa volta furono più solerti e furono fermati due autonomi, presunti responsabili dell'assassinio. I due vennero poi rilasciati e prosciolti per mancanza di prove. Inutili, fin ora, tutti i tentativi dei camerati di Paolo per far riprendere le indagini.



Dedicato a PAOLO



Noi purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie.

PAOLO DI NELLA

Oltre il silenzio...

per non dimenticare

L'aggressione...

Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...

Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto.
La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.

LA GRANDEZZA NON E' MAI VANA.
LE VIRTU' CONQUISTATE NEL
DOLORE E NEL SACRIFICIO
SONO PIU' FORTI DELL'ODIO
E DELLA MORTE.
COME IL SOLE CHE SCATURISCE
DALLE NOTTI PROFONDE PRESTO
O TARDI RISPLENDERANNO!

PAOLO E' VIVO!


Camerata Paolo Di Nella PRESENTE!!!!



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Editato da Lu Pesant il 13/03/2006 alle 20:01:55
Messaggio del 13-03-2006 alle ore 21:17:51
Mi accodo al ricordo

Nuova reply all'argomento:

Per Sergio.

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