La Piazza
per i credenti...
Messaggio del 28-06-2004 alle ore 13:17:42
Posto qui di seguito, come promesso a qualcuno durante lunghi discorsi notturni, una (parte di)pagina di Adriano Sofri,(come sempre chiaro ed illuminante) che rispecchia fedelmente la mia visione della vita e della fede.(ho accorciato il + possibile)
So che non interesserà tutti quindi se non vi interessa uscite dal post.
Grazie.
"È una caratteristica di certe fedi il proselitismo. Fino a un certo punto c’e stata una simmetria, cioè un proselitismo opposto. L’ateismo militante si è stancato. Ha perduto un pò della sua fede. (fede infatti era, anche quella) nella scienza e nei linguaggi esclusivi della ragione, ha riconosciuto in sé moventi e sentimenti e debolezze simili a quelli che imputava alle credenze religiose e ha riconosciuto in esse un sostegno possibile, benché altrimenti detto, alle cose cui lui stesso teneva. Ha deciso che «fare come se Dio esistesse» non è una scommessa arbitraria, dal momento che Dio è esistito nel passato e nel presente del genere umano, e che le domande positive cui dava risposta, pochi comandamenti, non cessano di valere quando se ne sia lasciato il nome. Dunque, una miscredenza militante ha ceduto il passo, oltre che a nuove superstizioni e convenienze ipocrite di ogni risma, a un’assenza di fede positiva unita al rispetto e all’interesse per chi ce l’ha. Nel mio caso, rispetto e interesse non vanno assieme al rimpianto e all’invidia che altri non credenti dichiarano per chi ha il dono della fede. Sto bene (o male) così. Appartengo così al mondo e non penso che senza una fede positiva le nostre scelte morali siano arbitrarie e prive di sostegno. Penso invece che la dichiarazione della indispensabilità della fede religiosa alla morale sia un’eredità di dogmatismo e di possibile intolleranza.
Ma non sto scrivendo per discutere dell’esistenza di Dio, né per dire: «No, grazie» a chi mi esorta alla conversione religiosa. Piuttosto, mi interessa scoprire quale differenza essenziale si stabilisca fra il mio modo di pensare, e di campare, e quello di altri che sono credenti.
Ne ho accennato di recente qui a proposito dell’eutanasia, e della opinione che ci si fa della sofferenza. Sono lontano dall’idea che la sofferenza sia il pegno di un premio futuro. Penso però che sia una condizione all’intelligenza e alla condivisione della sofferenza altrui.
Questo è per me l’unico prezioso acquisto di un dolore che è peraltro solo perdita, dissipazione deformazione.
Ora mi pare che il punto sia nell'espressione mettere alla prova.
Chi potrebbe negare che la vita ci mette alla prova?
Io però nego che il senso e anzi il valore della vita risiedano in questo esser messi alla prova: delle disgrazie, del dolore dalle persecuzioni, dalle mortificazioni.
Mi pare che molti credenti miei interlocutori pensino invece così. Questa espressione mettere alla prova, ha un posto decisivo nelle Scritture sacre, per quel pò che ne conosco.
Tra i primi cristiani la persecuzione e l’attesa imminente del Giudizio rafforzarono l’idea della messa alla prova. La lettera di Giacomo si apre così:
"Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate."
Vedo bene che bisogno di consolazione e di nobilitazione si sente nella disgrazia, ma preferisco chiamarla col suo nome, e mettere ciò di cui si è mutilati e privati nel conto del fondo perduto."
Posto qui di seguito, come promesso a qualcuno durante lunghi discorsi notturni, una (parte di)pagina di Adriano Sofri,(come sempre chiaro ed illuminante) che rispecchia fedelmente la mia visione della vita e della fede.(ho accorciato il + possibile)
So che non interesserà tutti quindi se non vi interessa uscite dal post.
Grazie.
"È una caratteristica di certe fedi il proselitismo. Fino a un certo punto c’e stata una simmetria, cioè un proselitismo opposto. L’ateismo militante si è stancato. Ha perduto un pò della sua fede. (fede infatti era, anche quella) nella scienza e nei linguaggi esclusivi della ragione, ha riconosciuto in sé moventi e sentimenti e debolezze simili a quelli che imputava alle credenze religiose e ha riconosciuto in esse un sostegno possibile, benché altrimenti detto, alle cose cui lui stesso teneva. Ha deciso che «fare come se Dio esistesse» non è una scommessa arbitraria, dal momento che Dio è esistito nel passato e nel presente del genere umano, e che le domande positive cui dava risposta, pochi comandamenti, non cessano di valere quando se ne sia lasciato il nome. Dunque, una miscredenza militante ha ceduto il passo, oltre che a nuove superstizioni e convenienze ipocrite di ogni risma, a un’assenza di fede positiva unita al rispetto e all’interesse per chi ce l’ha. Nel mio caso, rispetto e interesse non vanno assieme al rimpianto e all’invidia che altri non credenti dichiarano per chi ha il dono della fede. Sto bene (o male) così. Appartengo così al mondo e non penso che senza una fede positiva le nostre scelte morali siano arbitrarie e prive di sostegno. Penso invece che la dichiarazione della indispensabilità della fede religiosa alla morale sia un’eredità di dogmatismo e di possibile intolleranza.
Ma non sto scrivendo per discutere dell’esistenza di Dio, né per dire: «No, grazie» a chi mi esorta alla conversione religiosa. Piuttosto, mi interessa scoprire quale differenza essenziale si stabilisca fra il mio modo di pensare, e di campare, e quello di altri che sono credenti.
Ne ho accennato di recente qui a proposito dell’eutanasia, e della opinione che ci si fa della sofferenza. Sono lontano dall’idea che la sofferenza sia il pegno di un premio futuro. Penso però che sia una condizione all’intelligenza e alla condivisione della sofferenza altrui.
Questo è per me l’unico prezioso acquisto di un dolore che è peraltro solo perdita, dissipazione deformazione.
Ora mi pare che il punto sia nell'espressione mettere alla prova.
Chi potrebbe negare che la vita ci mette alla prova?
Io però nego che il senso e anzi il valore della vita risiedano in questo esser messi alla prova: delle disgrazie, del dolore dalle persecuzioni, dalle mortificazioni.
Mi pare che molti credenti miei interlocutori pensino invece così. Questa espressione mettere alla prova, ha un posto decisivo nelle Scritture sacre, per quel pò che ne conosco.
Tra i primi cristiani la persecuzione e l’attesa imminente del Giudizio rafforzarono l’idea della messa alla prova. La lettera di Giacomo si apre così:
"Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate."
Vedo bene che bisogno di consolazione e di nobilitazione si sente nella disgrazia, ma preferisco chiamarla col suo nome, e mettere ciò di cui si è mutilati e privati nel conto del fondo perduto."
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