La Piazza

Marseille
Messaggio del 24-02-2006 alle ore 04:22:46

Si vende carne in mezzo alla strada, quando tagliano grandi pezzi schizzano sull’asfalto vecchio e multicolore, testimone dei mille strati di mille amministrazioni comunali di mille tentativi di sdoganare il quartiere, mischiandosi alle piume di grandi volatili spennati e consumati o ai ritagli di giornali volati dalle finestre perennemente aperte.



coi tempi che corrono io non mangerei quella carne
Messaggio del 23-02-2006 alle ore 12:07:54

ecco che cosa ho pensato: affinchè l'avvenimento più comune divenga un'avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. è questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse. sartre, la nausea

Perdersi a Marsiglia, una lunga strada, dritta, circondata da costole di case, garage, negozi, e da interi organi che prendono il nome di comunità, con le loro singole vene e arterie dal nome di persone, famiglie, orfani e capitani di ventura. Si vende carne in mezzo alla strada, quando tagliano grandi pezzi schizzano sull’asfalto vecchio e multicolore, testimone dei mille strati di mille amministrazioni comunali di mille tentativi di sdoganare il quartiere, mischiandosi alle piume di grandi volatili spennati e consumati o ai ritagli di giornali volati dalle finestre perennemente aperte. La strada è davvero dritta, uno strano rettilineo come la schiena di un bambino che ancora non si siede nei banchi di scuola. Solo una curva, verso la fine, che sale leggermente come a voler nascondere la fine della strada e il ritorno a quella decantata civiltà occidentale. Solo due stranieri nel loro quartiere, mi scappa la pipì. Optando per un angolo, giro, e mi trovo bambini che giocano a pallone, per la strada. Se quei bambini manifestano perfettamente d’essere figli della loro epoca, di una seconda e difficoltosa immigrazione e adattamento, il pallone non lo sembra affatto: è grigio, spelacchiato, con un paio di macchie d’olio nero e secco, postumi di un tiro troppo forte o troppo angolato finito sotto la marmitta di una Ritmo lì vicino parcheggiata. Se la nostra pelle è del 2000, la loro è certamente anni ’80: un gruppo musicale avrebbe fatto della scena una canzone, un pittore un ottimo squarcio, un giornalista una perfetta analisi sociologica, uno j’accuse a seconda della propria provenienza politica; uno scrittore avrebbe potuto farne un ottimo racconto, prendendo spunto per un romanzo o ponendo la fine dello stesso alla fine di quella strada. Un semplice ragazzo che ha letto di quella città e che ci è andato col cuore in gola ne può fare invece un geloso diario, un pacco regalo per la propria vecchiaia o un ricordo per tempi bui e monotoni che non tarderanno ad arrivare. Lo scopo della memoria è quello di immortalare nel proprio cervello, lui però certamente con una fine terraquea ben delimitata, ciò che nella vita si è fatto, di unico. Ogni azione dell’uomo è unica in sé perché nel mentre della produzione dell’azione nessun altro uomo sta facendo lo stesso: si può fare qualcosa insieme, sì, ma ognuno darà il proprio contributo unico e umanamente non riproducibile nella sua interezza e unicità. Anche chi copia e lo fa a distanza di anni, o anche di giorni, secondi, non può riprodurre il gesto unico dell’uomo, né testimoniare altrui esperienze. Ed ecco che la memoria, nella sua effimera caducità, aiuta l’uomo a fermare nel tempo e nelle sinapsi qualcosa che valga la pena, o meno ( non per sua scelta ma per l’interezza della situazione: ciò che si memorizza è un ensemble di emozioni personali e di obblighi sociali, di influenze esterne e attivazioni dell’ambiente ) di portarsi dietro nel tempo, fino alla tomba. La trasmissione orale in tutto ciò è contemplabile, ma non necessaria.

Colori della strada che non ho mai visto
e un profumo nuovo che sembra attivare le narici ad un ricordo
Sangue e cemento si alternano sotto i piedi
Tengo lo sguardo basso per ferirmi i sentimenti e salvare gli occhi
e per ascoltare al meglio il canto delle voci
che accerchiano il mio lento peregrinare per questa strada
tanto casuale quanto musa ispiratrice.
Piangono donne ai bordi del marciapiede,
silenziose luttuose e inascoltate dai propri simili:
lo straniero sono io e riesco io solo ad ascoltare il loro canto unico e disperato
di un parto mal riuscito o di troppo ben riusciti
dei morsi dei loro bambini affamati sui seni cadenti e lattescenti
o degli schiaffi dei loro uomini, mariti e non, grondanti dolore e sangue giornaliero.
Non è questa la strada delle ostriche e delle vongole,
del marmo o del legno antico,
del pastis o del vino bianco, della zuppa o del caffè lungo.
Neanche del pan au chocolat.
È la via di chi scrive ogni giorno, uno dopo l’altro come la processione del venerdì santo,
la storia di una città che
disperata e con le vene gonfie e verdi dallo sforzo
cerca ogni mattina di uscire dal proprio nome e attirare a sé,
come mosche su una pozza colma di cadaveri di pesce
persone di altri lidi, che siano più fiorenti e mediocremente borghesi
per poter dar loro latte in polvere e creme idratanti,
per poter dar loro pizza e cani caldi, salse e gusti predigeriti.
Il loro canto omologatore soffia invano per la strada e il porto mantiene
il suo ensemble di sofferenza e unicità
di dolenza fisica e di bandiere al vento
di berretti azzurri con stilizzati di navi e gabbiani.
Droit au but, droit au but.



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Editato da Atelkin33 il 23/02/2006 alle 12:08:57

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