La Piazza
L’Invettiva come Rito
Messaggio del 03-08-2005 alle ore 12:47:24
Allora il prossimo anno niente fischi!
Pretanne!
Allora il prossimo anno niente fischi!
Pretanne!
Messaggio del 03-08-2005 alle ore 09:47:56
Sono 30 anni che si grida "lo Stato è ladro". Ma i politici chi li vota, i marziani? In realtà, se tutti cominciassimo a cambiare coccia, probabilmente avremmo anche politici onesti. 1 altra dimostrazione è il referendum: ci si interessa alla vita politica solo quando ci sono poltrone da distribuire.
Sono 30 anni che si grida "lo Stato è ladro". Ma i politici chi li vota, i marziani? In realtà, se tutti cominciassimo a cambiare coccia, probabilmente avremmo anche politici onesti. 1 altra dimostrazione è il referendum: ci si interessa alla vita politica solo quando ci sono poltrone da distribuire.
Messaggio del 03-08-2005 alle ore 09:04:31
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Un Paese bambino inguaribilmente maleducato e fazioso: questa è l’immagine dell’Italia che ci consegna la piazza di Bologna che ieri ha accolto con una prolungata salva di fischi e di improperi i rappresentanti delle istituzioni e del governo alla commemorazione della strage della stazione. Salva di fischi e di improperi che si ripete regolarmente da venticinque anni a questa parte, qualunque sia la maggioranza, qualunque sia il clima politico, qualunque faccia compaia sul palco. In effetti gli immancabili fischi bolognesi del 2 agosto non esprimono dissenso verso qualcuno o verso qualcosa di preciso. Essi sono piuttosto la traduzione sonora del rifiuto di un’idea: l’idea che ad un certo punto il passato, qualunque passato, vada non già dimenticato (ripeto, non già dimenticato) ma accolto nella memoria per ciò che esso è stato, e dunque anche con tutte le sue oscurità, le sue ambiguità, le sue contraddizioni. Invece no: in Italia il passato non deve passare mai, neppure dopo venticinque anni dal fatto, neppure dopo un quindicennio da che è diventata definitiva la sentenza che ha condannato all’ergastolo i due neofascisti colpevoli della strage e ha indicato le complicità di cui essi godettero.
E’ per l’appunto a non farlo mai passare che serve la continua, ossessiva evocazione - a cui si applica da anni una disinvolta congrega formata da familiari delle vittime, da giornalisti «democratici», da magistrati e uomini politici alla ricerca di consensi - l’ossessiva evocazione, dicevo, degli «ispiratori e mandanti», naturalmente ancora e sempre nell’ombra, delle «coperture» naturalmente mai rivelate, della «strage di Stato» naturalmente mai provata. Poco importa che la magistratura italiana non sia certo nota per la sua subalternità al potere, che da tempo in tutte le segrete stanze della Repubblica si siano succeduti esponenti delle più diverse tendenze politiche e dunque anche della sinistra, che per anni e anni abbia indagato su tutte le stragi una apposita commissione parlamentare presieduta sempre da uomini al di sopra di ogni sospetto: no, tutto questo non importa nulla di fronte alla possibilità di continuare a celebrare il rito dell’invettiva vestendo i panni gratificanti dei paladini della verità (presunta).
A quel rito partecipa certo da protagonista la sinistra radicale, che cerca di esserne anche la principale fruitrice politica. Ma in realtà la mobilitazione della piazza bolognese rimanda a qualcosa di profondo che si agita largamente e da sempre nelle viscere del Paese e che va assai oltre la destra e la sinistra. E’ la profonda, storica ineducazione politica della società italiana che appena può inclina irresistibilmente verso il qualunquismo. Quella società italiana che ha bisogno di credere che lo Stato faccia sempre schifo, sia sempre nel torto, non sia capace di nulla, perché in realtà ne teme, essa per prima, inconsciamente, la giustizia e l’efficienza eventuali; quella società italiana, ancora immersa in un primitivismo ideologico plebeo, che pensa infantilmente che chi detiene il potere non possa che essere un farabutto o un ladro, che l’avversario politico sia un nemico da vilipendere e da distruggere; che vuole continuare a non farsi mai l’esame di coscienza per credersi esente da ogni responsabilità per i mali del Paese.
Avere difensori tratti da questa schiera, per gli italiani uccisi il 2 agosto 1980, in un certo senso è come essere vittime una seconda volta della storia del proprio Paese.
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Un Paese bambino inguaribilmente maleducato e fazioso: questa è l’immagine dell’Italia che ci consegna la piazza di Bologna che ieri ha accolto con una prolungata salva di fischi e di improperi i rappresentanti delle istituzioni e del governo alla commemorazione della strage della stazione. Salva di fischi e di improperi che si ripete regolarmente da venticinque anni a questa parte, qualunque sia la maggioranza, qualunque sia il clima politico, qualunque faccia compaia sul palco. In effetti gli immancabili fischi bolognesi del 2 agosto non esprimono dissenso verso qualcuno o verso qualcosa di preciso. Essi sono piuttosto la traduzione sonora del rifiuto di un’idea: l’idea che ad un certo punto il passato, qualunque passato, vada non già dimenticato (ripeto, non già dimenticato) ma accolto nella memoria per ciò che esso è stato, e dunque anche con tutte le sue oscurità, le sue ambiguità, le sue contraddizioni. Invece no: in Italia il passato non deve passare mai, neppure dopo venticinque anni dal fatto, neppure dopo un quindicennio da che è diventata definitiva la sentenza che ha condannato all’ergastolo i due neofascisti colpevoli della strage e ha indicato le complicità di cui essi godettero.
E’ per l’appunto a non farlo mai passare che serve la continua, ossessiva evocazione - a cui si applica da anni una disinvolta congrega formata da familiari delle vittime, da giornalisti «democratici», da magistrati e uomini politici alla ricerca di consensi - l’ossessiva evocazione, dicevo, degli «ispiratori e mandanti», naturalmente ancora e sempre nell’ombra, delle «coperture» naturalmente mai rivelate, della «strage di Stato» naturalmente mai provata. Poco importa che la magistratura italiana non sia certo nota per la sua subalternità al potere, che da tempo in tutte le segrete stanze della Repubblica si siano succeduti esponenti delle più diverse tendenze politiche e dunque anche della sinistra, che per anni e anni abbia indagato su tutte le stragi una apposita commissione parlamentare presieduta sempre da uomini al di sopra di ogni sospetto: no, tutto questo non importa nulla di fronte alla possibilità di continuare a celebrare il rito dell’invettiva vestendo i panni gratificanti dei paladini della verità (presunta).
A quel rito partecipa certo da protagonista la sinistra radicale, che cerca di esserne anche la principale fruitrice politica. Ma in realtà la mobilitazione della piazza bolognese rimanda a qualcosa di profondo che si agita largamente e da sempre nelle viscere del Paese e che va assai oltre la destra e la sinistra. E’ la profonda, storica ineducazione politica della società italiana che appena può inclina irresistibilmente verso il qualunquismo. Quella società italiana che ha bisogno di credere che lo Stato faccia sempre schifo, sia sempre nel torto, non sia capace di nulla, perché in realtà ne teme, essa per prima, inconsciamente, la giustizia e l’efficienza eventuali; quella società italiana, ancora immersa in un primitivismo ideologico plebeo, che pensa infantilmente che chi detiene il potere non possa che essere un farabutto o un ladro, che l’avversario politico sia un nemico da vilipendere e da distruggere; che vuole continuare a non farsi mai l’esame di coscienza per credersi esente da ogni responsabilità per i mali del Paese.
Avere difensori tratti da questa schiera, per gli italiani uccisi il 2 agosto 1980, in un certo senso è come essere vittime una seconda volta della storia del proprio Paese.
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