La Piazza
le verit� NASCOSTE!!!!!
Messaggio del 01-05-2004 alle ore 15:13:54
W l'informazione...
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Messaggio del 01-05-2004 alle ore 14:47:01
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Editato il 14:47:41 01/05/2004 da mescalito
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Editato il 14:47:41 01/05/2004 da mescalito
Messaggio del 01-05-2004 alle ore 14:46:36
...la rete è piena di questo tipo di notizie...
scetttici o sostenitori fobici di un complotto internazionale,prendiamone comunque atto...
e guardiamoci intorno...diffidando!!
...la rete è piena di questo tipo di notizie...
scetttici o sostenitori fobici di un complotto internazionale,prendiamone comunque atto...
e guardiamoci intorno...diffidando!!
Messaggio del 01-05-2004 alle ore 14:41:09
L’omissione delle pagine ONU sull’Iraq
L’amministrazione Bush ha eliminato ottomila delle 11.800 pagine del rapporto che il governo iracheno ha sottoposto al Consiglio di sicurezza dell’Onu e all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). In quelle pagine c’erano i dettagli di come gli Stati Uniti avessero fornito all’Iraq armi chimiche e batteriologiche oltre a componenti essenziali per le armi di distruzione di massa. Le pagine chiamerebbero in causa non solo i funzionari delle amministrazioni Reagan e Bush, ma anche importanti società come Bechtel, Eastman Kodak e Dupont, e i ministeri di energia e agricoltura.
Michael Niman, autore di uno degli articoli citati, ha fatto notare che la sua inchiesta si basa su fonti secondarie, soprattutto internazionali, perché negli Stati Uniti l’argomento è stato accolto da un silenzio stampa quasi totale.
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Editato il 14:41:55 01/05/2004 da mescalito
L’omissione delle pagine ONU sull’Iraq
L’amministrazione Bush ha eliminato ottomila delle 11.800 pagine del rapporto che il governo iracheno ha sottoposto al Consiglio di sicurezza dell’Onu e all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). In quelle pagine c’erano i dettagli di come gli Stati Uniti avessero fornito all’Iraq armi chimiche e batteriologiche oltre a componenti essenziali per le armi di distruzione di massa. Le pagine chiamerebbero in causa non solo i funzionari delle amministrazioni Reagan e Bush, ma anche importanti società come Bechtel, Eastman Kodak e Dupont, e i ministeri di energia e agricoltura.
Michael Niman, autore di uno degli articoli citati, ha fatto notare che la sua inchiesta si basa su fonti secondarie, soprattutto internazionali, perché negli Stati Uniti l’argomento è stato accolto da un silenzio stampa quasi totale.
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Editato il 14:41:55 01/05/2004 da mescalito
Messaggio del 01-05-2004 alle ore 14:40:21
La notizia più importante di cui si sono meno occupati i giornali americani è il piano statunitense per il dominio del pianeta, ben rappresentato dal Progetto per un nuovo secolo americano (Pnac).
Il progetto prevedeva tra l’altro la guerra all’Iraq e all’Afghanistan molto prima degli attacchi dell’11 settembre.
Il particolare agghiacciante è che un documento pubblicato dal Pnac nel 2000 descrive l’esigenza di una «nuova Pearl Harbor» per convincere gli statunitensi ad accettare la guerra voluta dall’amministrazione. «Ma la maggior parte degli americani ignora l’esistenza del Pnac», ha spiegato Peter Phillips, docente dell’università di Sonora e direttore di Project Censored, «e tale omissione ha sostenuto e facilitato il disastro iracheno». Il giornalista Mother Jones Robert Dreyfuss nota: «La stampa ha dedicato poco spazio all’analisi del ruolo del petrolio nella politica statunitense in Iraq e nel Golfo Persico e chi l’ha fatto tendeva a ridicolizzare o a smontare la tesi secondo cui la guerra aveva a che fare con i pozzi di petrolio».
La notizia più importante di cui si sono meno occupati i giornali americani è il piano statunitense per il dominio del pianeta, ben rappresentato dal Progetto per un nuovo secolo americano (Pnac).
Il progetto prevedeva tra l’altro la guerra all’Iraq e all’Afghanistan molto prima degli attacchi dell’11 settembre.
Il particolare agghiacciante è che un documento pubblicato dal Pnac nel 2000 descrive l’esigenza di una «nuova Pearl Harbor» per convincere gli statunitensi ad accettare la guerra voluta dall’amministrazione. «Ma la maggior parte degli americani ignora l’esistenza del Pnac», ha spiegato Peter Phillips, docente dell’università di Sonora e direttore di Project Censored, «e tale omissione ha sostenuto e facilitato il disastro iracheno». Il giornalista Mother Jones Robert Dreyfuss nota: «La stampa ha dedicato poco spazio all’analisi del ruolo del petrolio nella politica statunitense in Iraq e nel Golfo Persico e chi l’ha fatto tendeva a ridicolizzare o a smontare la tesi secondo cui la guerra aveva a che fare con i pozzi di petrolio».
Messaggio del 01-05-2004 alle ore 14:36:29
Nel tempo del controllo mediatico dire la verità non è più possibile?
Reporter sens frontière (Rsf) ha pubblicato la prima classifica mondiale della libertà di stampa e non sono mancate le sorprese.
Innanzitutto va rilevato che, pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie non sono una prerogativa dei paesi più ricchi e sviluppati.
Basti pensare che il Costa Rica precede in classifica gli Stati Uniti e diverse nazioni europee. L'Italia, a causa dell'irrisolto conflitto di interessi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si piazza al quarantesimo posto, superata da paesi latinoamericani come Ecuador, Uruguay, Paraguay, Cile ed El Salvador, oltre che da Stati africani come Benin, Sudafrica e Namibia. La maglia nera dei peggiori del gruppo spetta a tre nazioni asiatiche: Corea del Nord, Cina e Myanmar.
In fondo alla classifica figurano anche la maggior parte dei paesi arabi, a partire da Libia, Tunisia e Iraq, dove è semplicemente impensabile che un giornale o una testata radiotelevisiva possa criticare il capo dello Stato o l'operato del governo. R.s.f. assegna invece buoni voti ad alcune realtà africane come Benin, Sudafrica, Mali, Namibia e Senegal, tutte collocate nelle prime cinquanta posizioni e in condizione di vantare una reale libertà di stampa.
I peggiori nell'Africa nera risultano essere Eritrea (132ma), Zimbawe (123mo), Guinea Equatoriale (117ma), Mauritania (115ma) e dal 109mo al 105mo posto, Liberia, Rwanda, Etiopia e Sudan. (Reporters sens frontiéres).
Nel tempo del controllo mediatico dire la verità non è più possibile?
Reporter sens frontière (Rsf) ha pubblicato la prima classifica mondiale della libertà di stampa e non sono mancate le sorprese.
Innanzitutto va rilevato che, pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie non sono una prerogativa dei paesi più ricchi e sviluppati.
Basti pensare che il Costa Rica precede in classifica gli Stati Uniti e diverse nazioni europee. L'Italia, a causa dell'irrisolto conflitto di interessi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si piazza al quarantesimo posto, superata da paesi latinoamericani come Ecuador, Uruguay, Paraguay, Cile ed El Salvador, oltre che da Stati africani come Benin, Sudafrica e Namibia. La maglia nera dei peggiori del gruppo spetta a tre nazioni asiatiche: Corea del Nord, Cina e Myanmar.
In fondo alla classifica figurano anche la maggior parte dei paesi arabi, a partire da Libia, Tunisia e Iraq, dove è semplicemente impensabile che un giornale o una testata radiotelevisiva possa criticare il capo dello Stato o l'operato del governo. R.s.f. assegna invece buoni voti ad alcune realtà africane come Benin, Sudafrica, Mali, Namibia e Senegal, tutte collocate nelle prime cinquanta posizioni e in condizione di vantare una reale libertà di stampa.
I peggiori nell'Africa nera risultano essere Eritrea (132ma), Zimbawe (123mo), Guinea Equatoriale (117ma), Mauritania (115ma) e dal 109mo al 105mo posto, Liberia, Rwanda, Etiopia e Sudan. (Reporters sens frontiéres).
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