La Piazza

LaUrEaTi ?????????????????????????
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 17:32:13
mi ha anticipato tata, non volevo dire che le uniche colpe le abbiamo noi, ci mancherebbe. metto su uno stesso piano comportamento del singolo e atmosfera/ambiente:


ribadisco...non metto sullo stesso piano le due cose.
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 16:15:44

poi ci sono anche i prof che nn fanno un cazzo e danno il 26 politico, ma il problema è solo loro, non degli studenti che cmq hanno interesse ad economizzare


il problema è sì loro, che rovinano il sistema, ma anche di chi ci sguazza (non dico a te, dico a chi li sceglie con l'unico fine di accumulare punti). non vedo perchè lo studente debba economizzare.
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 16:13:07
mi ha anticipato tata, non volevo dire che le uniche colpe le abbiamo noi, ci mancherebbe. metto su uno stesso piano comportamento del singolo e atmosfera/ambiente: tanto prendiamo noi dal contesto culturale che ci circonda, tanto noi diamo ad un contesto, influenzandolo. dire che ci si comporta in un modo perchè la cultura che ci circonda è così significa trovare delle scorciatoie che non voglio prendere, e da quello che leggo nenache te vuoi prendere. dico bene?
sono convinto che ognuno abbia uno spazio discrezionale all'interno di un sistema nel quale muoversi e agire, evitando di contribuire a creare le parti sbagliate del sistema. a me non sta bene il sistema universitario di adesso, che è una raccolta punti. e allora cosa faccio? cerco di crearmi da solo quel valore aggiunto che un giorno potrebbe servirmi, tutto qui, in attesa di tempi migliori che, come dici giustamente te, dovrebbero coincidere con un sistema universitario ben fatto (tipo le leggi severe di cui parli come esempio).
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 14:05:23
Ate, veramente se tornassi indietro farei scelte diverse, mi cercherei proprio i prof più soft, perchè nn esiste che un povero cristo deve essere costretto a memorizzare 1500 pagine di diritto(che poi nn serve a un cazzo) per ripetere l'esame 4-5 volte. Io invece ho potuto constatare che con i prof più bravi(nell'insegnamento) si impara di più e si fa molto meno fatica. E' solo un discorso di efficienza, poi ci sono anche i prof che nn fanno un cazzo e danno il 26 politico, ma il problema è solo loro, non degli studenti che cmq hanno interesse ad economizzare .


skin sei un mitooooooooooooooooooooo



ecco anche questa chiave di interpretazione mi trova totalmente daccordo.
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 14:03:07
c'è una trave enorme nell'occhio del sistema che andrebbe eliminata, ma una altrettanto grandicelle ce l'abbiamo noi. no?!


mette sullo stesso piano le 2 cose...

ho solo detto che una e' la conseguenza dell'altra.


dando quindi piu' peso e responsabilita' ai meccanismi alle leggi alle istituzioni.....vettori della cultura.



per quanto riguarda il combatterli e contraastarli sono daccordo con te....ma considera che viviamo in una pseudo-democrazia.......
e che non si sconfigge cercando di cambiare cultura..cosa impossibile ma cambiando le leggi...ripeto sonpo una la conseguanza dell'altra...

ti faccio un latro esempio....
i tifosi in italia spaccano tutto (ignoranti)...in altri paesi c'e' una cultura che li porta ad essere piu sportivi e ordinati allo stadio..sai...tutti seduti...
tu credi che cercando di invitare gli italiani a cambiare atteggiamanto si risolva il problema? stai fresca tu.....invece l'unico modo e' quello di inserire leggi severe, proccessi per direttissima anche a chi tira una cicca di sigaretta.....vedi come le leggi faranno cambiare la cultura...
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 14:02:33
Ate, veramente se tornassi indietro farei scelte diverse, mi cercherei proprio i prof più soft, perchè nn esiste che un povero cristo deve essere costretto a memorizzare 1500 pagine di diritto(che poi nn serve a un cazzo) per ripetere l'esame 4-5 volte. Io invece ho potuto constatare che con i prof più bravi(nell'insegnamento) si impara di più e si fa molto meno fatica. E' solo un discorso di efficienza, poi ci sono anche i prof che nn fanno un cazzo e danno il 26 politico, ma il problema è solo loro, non degli studenti che cmq hanno interesse ad economizzare .
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 13:54:24
Atekin non stava dando la colpa solo ai giovani ma all'insieme, considerando anche questo, una visione a 360 gradi

Cmq sia hai ragione sulla cultura e tutto...ma se allora siamo destinati a reagire in base alla nostra cultura invece di, al contrario, combatterla e contrastarla, stiamo freschi
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 13:49:34
Quote:quanto è anche colpa della nostra generazione? quanto sverniamo nelle università? quanto cazzeggiamo alla ricerca dell'esame più facile, del corso più soft, del professore tranquillo, ecc. ecc.?


e' da primi della classe attribbuire la colpa e la responsabilita' anche a noi ragazzi...
quella du cui tu parli non e' altro che cultura....su questo posso concordare con te, in italia vige la regola del piu' furbo=migliore....(vedi calcio vedi manipuliti vedi altri scandali) una cultura del ti frego io prima che mi frghi tu...una cultura del...se cerco e trovo la scorciatoia e' meglio...


ma sono straconvinto che la cultura e' lo specchio della societa' e la personalita' di una societa si forma anche e soprattutto attraverso le leggi...giuste o sbagliate...attraverso la giustizia ingiusta..attraverso un mondo che ci circonda e ci porta a reabire a determinati comportamenti...

ecco perche' credo che dare colpa all'atteggiamento di noi giovani non sia giusto...la colpa e delle istituzionio che in un discorso di collettivita' giocano un ruolo fondamentale...


ti faccio un esempio rischiando di cadere nel banale e limitando molto il conbcetto...ma cerca di vederlo in senso lato....

se io nasco in una societa' dove vedo persone che si fanno il mazzo ma che non riescono o che vengono fregate da altre che trovano tante scorciatoie inserendosi in un percorso tutt'altro che meritocratico....non faccio altro che incamerare queste ingiustizie...nasce in me la rabbia verso una societa' non giusta..e in me la voglia di fregare tutti se posso...non dando piu' valore per esempio agli esami universitari perche ormai scoraggiato...e cercando magari di rubare qualche esame o trovare la via piu semplice per laurearmi...
Ma questo non e' il caso mio...ci tengo a specificare...io faccio le cose solo per vera passione..e cerco di dare sempre il massimo quando mi appassiono a qualcosa...ma capisco il risentimento e la sfiducia che caratterizza noi giovani per questo li difendo...


Messaggio del 05-06-2006 alle ore 12:40:12

quanto è anche colpa della nostra generazione? quanto sverniamo nelle università? quanto cazzeggiamo alla ricerca dell'esame più facile, del corso più soft, del professore tranquillo, ecc. ecc.?



Messaggio del 05-06-2006 alle ore 12:36:52
per quanto possa essere giusto tutto questo ragionamento (ne abbiamo parlato anche in passato concordando tutti sulla porcheria di questa riforma, sulla necessità di un coordinamento università-lavoro, ecc.) e hai fatto benissimo a postarlo, io mi chiedo sempre: quanto è anche colpa della nostra generazione? quanto sverniamo nelle università? quanto cazzeggiamo alla ricerca dell'esame più facile, del corso più soft, del professore tranquillo, ecc. ecc.? insomma, c'è una trave enorme nell'occhio del sistema che andrebbe eliminata, ma una altrettanto grandicelle ce l'abbiamo noi. no?!
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 01:05:52
Messaggio del 05-06-2006 alle ore 01:05:11
...mentre leggevo mi hanno fregato il posto di lavoro....


Messaggio del 04-06-2006 alle ore 10:04:54
se lupè i me vaje a coje du ciliege...
quess jè l'essenz!!!
Messaggio del 04-06-2006 alle ore 00:43:04
...mentre leggevo mi hanno fregato il posto di lavoro....
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 15:29:23
la netiquette....ci vorrebbe Mur
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 15:26:28
fante lo so che ti e' difficile...ma a me andava di inserire queste notizie e poi se uno ha voglia di leggere ne puo' trarre le sue riflessioni...

difficile il concetto?
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 14:42:16
fante...cogli l'essenza!.....
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 14:32:01
e quindi?
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 13:19:19
C’ERA UNA VOLTA IL POSTO FISSO DOPO LA LAUREA



Il numero di laureati che trovano stabile occupazione è in calo. L’università non può garantire la certezza di una occupazione post-laurea
domenica 14 maggio 2006.



C’era una volta. Tutte le fiabe iniziano così e tutte quante hanno un lieto fine. Per lo meno questo è ciò a cui i narratori ci hanno abituato. Chi non hai mai sognato il posto fisso, o semplicemente trovare lavoro dopo il proprio percorso di studio? In questa favola rientra anche la storia del sottoscritto, un ragazzo desideroso e speranzoso di dare tutto se stesso per l’attività che avrebbe intrapreso dopo la laurea. Una novella che accomuna tanti giovani come me. Immagazzinati nello stereotipo collettivo del posto sicuro dopo la laurea. Una storia che inizia dopo il diploma, con l’iscrizione all’università. L’entusiasmo, la volontà di far presto, la consapevolezza di avere più possibilità di trovare un posto di lavoro dopo il fatidico titolo di dottore, la gioia di seguire le lezioni ma anche di avere più liberta rispetto ai rigidi orari e schemi del servizio scolastico superiore sono le peculiarità che mi hanno fatto optare per il proseguimento degli studi anziché andare subito a lavorare. L’università, questa specie di parcheggio ragionato, dove sai quando entri ma non quando esci. Una istituzione che, specie nelle grandi città, per quanti ventagli d’opportunità possa offrirti, in realtà non ti assicura mai il raggiungimento della soddisfazione. Ti fa spendere moltissimi soldi in tasse, ma non ti dà la sicurezza, poi, di recuperarli a titolo conseguito. Innanzitutto iscriversi all’università non è sinonimo di raggiungimento certo del titolo. Dipende dalla volontà, certo, ma anche dal modo in cui sei catapultato in una situazione che nulla ha a che vedere con quella scolastica. Il giovane che, magari, fino a qualche mese prima era abituato ad essere “imboccato” dai propri docenti, si trova immerso in una realtà fatta di moduli, crediti, debiti, altre attività formative e via discorrendo che neanche la migliore delle guide universitarie riesce a descrivere bene. Molto dipende anche dalla società nella quale l’individuo vive, certo, ma anche dalla tipologia di istruzione superiore che ha conseguito. Le statistiche ci dicono che la percentuale di laureati nei sette anni dopo il conseguimento della maturità varia dal tipo di scuola che si è fatto. La composizione percentuale dei laureati per diploma di maturità, se confrontata con quella dei ragazzi usciti sette anni prima dalla scuola secondaria superiore, vede notevolmente aumentata l’incidenza di ex liceali e, al contrario, di molto diminuita quella delle persone che hanno conseguito un titolo tecnico o professionale. Del 46,2% dei diplomati nell’area tecnica, sette anni dopo ne sono laureati il 27,7%. Nei licei, invece, del 27,9% di maturi, si laureano nei sette anni successivi ben il 61,8%. Ciò è chiaramente dovuto alla diversa propensione allo studio accademico che, evidentemente, nei liceali è più accentuata rispetto ai ragazzi usciti da tecnici. Già questo è un fatto che dovrebbe far riflettere sul diverso metodo d’insegnamento che esiste oggi tra le diverse tipologie di scuole. Più accurato ai licei, meno curato ai tecnici e professionali anche se, poi, il titolo conseguito offre a tutti quanti gli stessi ventagli d’opportunità. Data la situazione di crisi economica attuale, e dati anche i contratti di lavoro che vengono proposti, dove chi è più giovane lavora e chi passa i trenta no, molti universitari, me compreso, decidono anche di lavorare durante gli anni d’ateneo, per garantirsi una possibile via di fuga nel caso non si riesca a proseguire con gli studi. Due ragazzi su tre svolgono una attività lavorativa durante il periodo universitario. Di questi, oltre la metà è impegnato in lavori occasionali mentre solo poco più del 15% svolge attività lavorative continuative. Fatto, questo, che può incidere sulla qualità dello studio: di certo impegnarsi a capofitto risulta più proficuo, anche in termini di votazioni e frequenza ai corsi, che avere un lavoro durante il periodo universitario. I guai vengono dopo la laurea. A tre anni di distanza dal conseguimento, il 97,3% dichiara che si riscriverebbe subito ad un corso universitario, magari anche lo stesso. Percentuale, questa, che indica sicuramente una esperienza positiva e formativa, ma che mette in luce anche un chiaro disagio nel trovare un posto di lavoro. Sempre più spesso, infatti, il percorso di studio dei laureati non termina col conseguimento della laurea. Nella maggior parte dei casi si opta attività come tirocini o stage, borse di studio e corsi di formazione professionale, ma anche di specializzazioni, master, e dottorati di ricerca. Se, statistiche alla mano, il 79% dei laureati nei tre anni successivi alla laurea ha iniziato almeno una di queste attività, solo per 1 laureato su 10 si tratta di impegni remunerati. Situazione che deve far riflettere sulla condizione di eterno precariato a cui siamo sottoposti noi giovani. Si rischia, quindi, di studiare una vita senza concludere nulla; anche perché, per svolgere queste attività, gli anni passano e le aziende, per quanto qualificati si possa essere, di norma preferiscono puntare su una persona più giovane ed anche meno qualificata. Solitamente, chi è molto qualificato richiede anche una retribuzione maggiore. Costi che per l’azienda possono essere evitati assumendo personale di più giovane età con contratti atipici, di formazione o di collaborazione a tempo determinato. In linea di massima comunque, per poter puntare a livelli dirigenziali occorre specifica competenza. I master sono una buona opportunità, perché facilitano l’inserimento nel mondo del lavoro aprendo i contatti con le aziende. Ma master e corsi di perfezionamento hanno un numero relativamente limitato di laureati in materie dei gruppi scientifico (8,6%), cioè quelle più richieste, ed il tasso è nettamente più elevato per i gruppi psicologico (26%) e letterario (20,7%), cioè quelle più necessarie ai fini lavorativi. Accade però che la domanda può saturare l’offerta. Per questo i laureati in discipline umanistiche non riescono a trovare subito lavoro, al contrario dei dottori in discipline scientifiche. Il dottorato, il più alto e qualificante percorso extra laurea che forma i futuri ricercatori è una prerogativa per pochi. Ciò dipende chiaramente dal numero limitato di posti disponibili e, quindi, dalla difficoltà di accesso a questo ramo dell’istruzione, ma anche dalla troppa specificità. Quindi i sogni e le speranze di avere un posto di lavoro grazie al conseguimento della laurea sono remote. Se andassimo a chiedere ad una persona qualunque le aspettative e cosa pensa dell’università al momento dell’iscrizione e rifacessimo la stessa identica domanda al termine del percorso di studi avremmo sicuramente due risposte discordanti. L’Università di Roma, dove studio, mette a disposizione dei laureati e dei laureandi l’iscrizione (obbligatoria) al consorzio Alma Laurea, che è una società di lavoro interinale e che dovrebbe dare, almeno sulla carta, dopo l’inserimento del curriculum vitae et studiorium, maggiori possibilità di essere contattato dalle aziende alla ricerca di uno specifico profilo professionale. Tuttavia oggi rimane solo un pretesto per accaparrarsi dei dati personali degli studenti, individuando, tramite apposite domande, gusti, preferenze e cosa si aspettano dopo la laurea. Però, a quanto si vocifera, pochi sono riusciti a trovare lavoro con il consorzio. Gli stessi docenti, di cui uno intervistato dal sottoscritto, alla domanda: “I giovani laureati in geografia cosa devono aspettarsi dopo la laurea?”, rispondono: “Non posso farci nulla. Molti vengono a pormi questa domanda, ma le speranze per voi che vi accingete a terminare sono basse”. Riflettiamo, dunque, sul senso dell’università. Essere dottore in una disciplina forse non conviene più. Serve per cultura personale, ma non è sempre utile ai fini lavorativi. Il lavoro non te lo dà nessuno, e quei pochi che lo offrono lo fanno solo per tempi determinati e senza alcuna garanzia di mantenimento. A questo punto servirebbe fare un sondaggio tra i giovani. Bisognerebbe chiedere assurdamente: “Se ti laurei ma non hai la certezza di un posto fisso, oppure non ti laurei, vai subito a lavorare, e tra pochi anni hai più speranze di essere assunto a tempo indeterminato, cosa sceglieresti?”. Non so in quanti vorrebbero proseguire. Nel frattempo lasciamoci parcheggiare anche dopo la laurea.
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 13:09:02
I figli della Riforma

L’VIII Profilo dei laureati 2005, realizzato da AlmaLaurea, racconta le performance negli studi di 50mila laureati triennali doc.

E’ stato presentato giovedì 25 maggio 2006, in occasione del convegno “La riforma alla prova dei fatti”, ospitato dall’Università di Verona, l’VIII Profilo dei laureati 2005. La popolazione osservata, in 38 Atenei dei 48 consorziati ad AlmaLaurea, fra cui Roma La Sapienza, che partecipa per la prima volta all’indagine con i suoi 19mila laureati, sfiora complessivamente le 180mila unità, circa metà delle quali (circa 80mila) hanno portato a termine i corsi di primo livello introdotti con la Riforma dell’ordinamento didattico universitario del 1999 e attivati dal 2001 (in alcuni casi già dal 2000). Il Profilo 2005 raggiunge un tasso di copertura del sistema universitario nazionale superiore al 61 per cento e, sia per gruppo disciplinare sia per genere, la composizione dell’universo AlmaLaurea corrisponde al dato nazionale complessivo. “Al di là della bontà o meno delle modifiche introdotte con la riforma universitaria del 3+2 è certo che è mancato finora un monitoraggio rigoroso fondato su un’attendibile e completa base documentaria – commenta Andrea cammelli, direttore di AlmaLaurea - L’VIII Rapporto evidenzia come soltanto con la generazione dei laureati 2005 inizi ad essere disponibile una documentazione sufficientemente ampia dalla quale trarre un primo bilancio sulla riforma”.

Avanzano i nuovi dottori tra “ibridi” e “puri”
All’inizio del periodo considerato, il 2001, coincidente con l’avvio della riforma per tutto il sistema universitario, il monitoraggio aveva davanti a sé un collettivo pressoché interamente costituito da laureati tradizionali. Laureati che l’anno dopo costituiscono l’88 per cento del complesso monitorato, nel 2003 il 77 per cento, l’anno successivo il 62 per cento, rappresentando ancora nel 2005 poco meno della metà del complesso dei laureati. Contemporaneamente lo scenario è andato popolandosi di laureati di primo livello (quasi il 12 per cento nel 2002, poco più del 20 per cento nel 2003, diventati il 45 per cento nel 2005), di lauree specialistiche a ciclo unico (4.481 laureati, pari al 2,5 per cento nel 2005), mentre hanno fatto la loro apparizione e stanno crescendo visibilmente i laureati specialistici (5.690 laureati, pari al 3,2 per cento nel 2005).

Chi sono, dunque, i nuovi dottori? Una parte dei laureati di primo livello – ribattezzati “puri” – appartiene ad un corso post–riforma fin dall’immatricolazione all’università; i rimanenti – chiamati “ibridi” – si sono iscritti prima del 2001/02 ad un corso pre–riforma e solo in seguito sono passati ad un corso triennale. Separare i “puri” dagli “ibridi” consente di comprendere in modo più efficace quali risultati sono effettivamente attribuibili alla riforma.

Per i laureati triennali doc laurea record a 24 anni. Ma oltre un terzo è già fuoricorso. E dopo la laurea? 84 su cento vogliono continuare a studiare. I laureati triennali puri non rappresentano più lo sparuto drappello di precursori degli anni passati ma ormai un esercito di quasi 50mila giovani. La diversità delle performance risulta evidente rispetto a chi ha cominciato con il vecchio ordinamento per poi passare, e concludere, con il nuovo.

Per i laureati “puri” risultano aspetti più che positivi:

1. più bassa l’età alla laurea: 24 anni. In particolare si ricorda che l’età media alla laurea nel 2001, anno di avvio della riforma, era di 28 anni. Poi è scesa a 27,9 nel 2002, 27,6 nel 2003, a 27,3 nel 2004 e a 26,9 nel 2005 considerando il complesso dei laureati pre e post riforma. Nel 2005, per riassumere, i laureati di primo livello puri si laureano in media a 24 anni; il complesso dei laureati di primo livello si laurea in media a 25,7 anni; l’età media alla laurea per tutti i laureati pre e post riforma è di 26,9 anni.

2. di gran lunga maggiore la quota di quanti hanno concluso gli studi prima di avere compiuto il 23-esimo anno (57 per cento contro 1,6 degli “ibridi”);

3. tre volte più elevata, conseguentemente, tra i “puri” la quota di quanti concludono in corso i propri studi (64,4 contro 20,4 per cento).

4. fortemente dimensionato il ritardo alla laurea (5 per cento in più della durata prevista dagli ordinamenti rispetto al 73 per cento).

5. maggiore frequenza alle lezioni;

6. conoscenza migliore dell’inglese sia scritto che parlato;

7. più soddisfatti del percorso di studi intrapreso (88 contro l’83 per cento), ripeterebbero l’identica scelta compiuta 69 laureati su cento contro 63;

8. utilizzano di più le opportunità di studio all’estero, soprattutto quelle offerte dai programmi dell’Unione Europea. Opportunità che hanno comunque subito un consistente ridimensionamento fra i laureati del nuovo ordinamento, non solo quello fisiologico dovuto alla contrazione degli anni di studio previsti per i laureati di primo livello.

Fra i tanti aspetti esaminati, pongono invece qualche interrogativo il primo manifestarsi del fenomeno dei fuori corso che, per quanto ovviamente limitato ad un solo anno di ritardo, riguarda già oltre un terzo dei laureati “puri”. Si tenga presente però che solo nel 2002 i laureati fuori corso erano l’87%. Inoltre la domanda di formazione post-laurea interessa 84 laureati “puri” su cento: 18 punti percentuali in più di quanto non avvenga fra i laureati “ibridi”. Il 68% intende iscriversi alla laurea specialistica, il 7% a un master. I laureati triennali puri per gruppi di laurea. I laureati in ingegneria (5.900) bruciano le tappe, concludono gli studi a 22,9 anni; all’estremo opposto i 1.700 laureati del gruppo insegnamento che hanno conseguito il titolo a 25 anni. I laureati “puri” del gruppo scientifico nel 69 per cento dei casi si laureano prima di avere compiuto 23 anni. Certo è che fra i laureati “puri” l’intenzione di proseguire gli studi dopo la laurea, che già complessivamente riguarda 84 laureati su 100, si dilata fino a raggiungere la gran parte dei 2.500 laureati del gruppo psicologico (96,4 per cento), mentre sembra interessare molto meno i 500 laureati del gruppo chimico-farmaceutico (72 per cento). Così un’alta assiduità alle lezioni caratterizza oltre 93 laureati del gruppo ingegneristico su cento (ma solo 55 laureati del gruppo giuridico). Il tirocinio coinvolge 95 laureati del gruppo agrario su 100 e nemmeno 20 laureati del gruppo giuridico. Diversamente soddisfatti del percorso compiuto i laureati dei differenti gruppi di corsi di laurea: quelli del gruppo scientifico confermerebbero nell’80 per cento dei casi la scelta già compiuta nel medesimo corso e nello stesso ateneo. Più sofferta, all’estremo opposto, l’esperienza dei laureati del gruppo linguistico che ripeterebbero la stessa identica esperienza solo nel 55 per cento dei casi.

Per informazioni:
Il profilo dei laureati 2005

Redazione AlmaLaurea, 29 maggio 2006
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 12:59:14
Quest'anno usciranno in 150 mila ma solo poco più della metà verrà
assunto. E nel 2005 il numero è sceso rispetto allo scorso anno
Sempre meno neolaureati trovano un posto di lavoro
26 settembre 2005
Per qualcuno impieghi precari nel pubblico.
Intanto a emigrare dal Sud in difficoltà sono soprattuto i "cervelli". Il gap tra donne e uomini

Tanto rumore per nulla. Un mercato del lavoro più flessibile, un sistema universitario più volte riformato e un crescente numero di immatricolati e laureati. Ma le cose, a conti fatti, non sembrano migliorare. Sì, perché gli obiettivi declamati continuano a sfuggire. I giovani, i laureati, le migliori risorse del Paese si vedono in buon numero costrette a rimanere fuori dalla realtà produttiva o ad accontentarsi di un impiego precario o di gran lunga inferiore al titolo raggiunto.
Il numero di immatricolati che, anche grazie al passaggio a un nuovo ordinamento universitario, ha ripreso a crescere negli ultimi anni (330 mila iscritti nell'anno 2003-2004) non trova sbocco sul mercato dell'occupazione. Secondo alcune stime quest'anno usciranno dalle facoltà delle università italiane 153 mila nuovi laureati. Un numero che si va a sommare a quelli che sono ancora in 'parcheggio' in attesa di un impiego. Quanta corrispondenza c'è tra le loro attese e i fabbisogni delle imprese?

Da questo grande bacino di giovani ad alto potenziale, le aziende pescano con molta parsimonia preferendo sempre più spesso i diplomati. Secondo l'indagine Excelsior realizzata da Unioncamere, nel 2005 delle 648 mila assunzioni solo 57 mila riguarderanno i laureati. E un terzo di queste assunzioni saranno con contratti a tempo determinato o di apprendistato. A questi si aggiungono i circa 30 mila che finiranno con contratti precari nella Pubblica amministrazione.

Sbocchi occupazionali. Sono dati preoccupanti che vengono confermati anche dall'ultima indagine di Almalaurea, il consorzio interuniversitario che raccoglie 43 atenei italiani, secondo cui nell'ultimo anno la percentuale dei giovani che hanno trovato lavoro a un anno dalla laurea si è contratta, rispetto all'anno scorso, di quasi un punto percentuale scendendo al 54,2% (era il 54,9%) e di 2,7 punti percentuali rispetto a due anni fa (vedi tabella).

Ingegneria in testa. A lamentarsi di meno sono i laureati in ingegneria con il 76,1% di occupati a un anno dal conseguimento del titolo. In generale, rispetto agli anni scorsi, la contrazione è stata più contenuta per i laureati del gruppo scientifico mentre più acuta per i laureati del gruppo letterario. (vedi tabella)

Senza pari opportunità. Sono le donne a rimetterci di più. La differenza con gli uomini è cresciuta e ha raggiunto quest'anno gli otto punti percentuali: a un anno dalla laurea lavorano il 51 per cento delle donne contro il 59% degli uomini. Nel 1999 il gap era pari a solo un terzo di quello di oggi (il 2,7%).

Pochi euro in tasca. Ma quanto si ritrova in busta paga un giovane laureato di alto profilo? Poco, molto poco. Lo stipendio netto mensile a un anno dalla laurea raggiunge i 986 euro. Rispetto all'anno scorso si è registrato un aumento di 17 euro pari all'1,8%, ovvero leggermente inferiore al tasso di crescita del costo della vita. Più elevata la retribuzione degli uomini (pari a 1.108 euro) di quella delle donne (883 euro). Il settore che paga di più è quello delle aziende chimiche.

In azienda con lo stage. Per quanto riguarda i canali di accesso al mercato sono sempre importanti i contatti personali, anche se è cresciuto in maniera significativa, negli ultimi anni, il peso dell'esperienza di un periodo di tirocinio nelle aziende.

Il caso Mezzogiorno. Ed eccoci alle tormentate regioni del Sud. Trovano impiego a un anno dalla laurea solo il 41 dei laureati del Sud Italia, più di venti punti percentuali in meno dei loro pari gradi del Nord (65 per cento). Le disparità sono evidenti anche in termini di busta paga: il laureato del Nord guadagna 1.330 euro mentre al Sud ci si deve accontentare di 1.132 euro. Senza dire che i laureati del Sud sono obbligati a lasciare, il prima possibile, le terre d'origine. Secondo i dati Svimez, in cinque anni sono partiti 200 mila giovani tra i 20 e i 30 anni. E a svuotare di risorse il Sud sono soprattutto i "cervelli" ovvero coloro che si sono laureati con il massimo dei voti. Il 37% di chi si è mosso ha conseguito il diploma di laurea con la votazione massima di 110 e lode e il 43,9 per cento ha un voto tra 100 e 109. E molti di loro finiscono per fare lavori dove la laurea non viene considerata come requisito essenziale.

L'allarme del professor Cammelli, presidente di Almalaurea:
"Rischiamouna generazione di intelligenze deluse". E apriamo ai laureati di altri Paesi
"Diamo aiuti alle impreseper scommettere sui giovani"
26/settembre2005 FEDERICO PACE


"Il rischio che stiamo correndo è di creare generazioni di laureati delusi senza un futuro davanti a sé". E' allarmata l'analisi sull'ingresso dei laureati nel mondo del lavoro del professor Andrea Cammelli, Presidente del consorzio interuniversitario Almalaurea.
Professor Cammelli, lei studia i giovani laureati da molti anni, ritiene che ci sia un modo per agevolare la loro entrata sul mercato del lavoro?
"La gran parte delle imprese oggi assume diplomati piuttosto che laureati. La proposta che mi sento di lanciare è che ci si dovrebbe dar da fare per introdurre una defiscalizzazione sugli oneri per quelle aziende che assumono laureati. Se le imprese vogliono introdurre competitività devono utilizzare risorse umane di alto profilo. E non solo italiani".
Anche laureati da altri Paesi?
"E perché no? Che vengano anche da altri Paesi, che si aprano le frontiere. Negli anni precedenti le nostre aziende hanno basato la loro competitività più sui prezzi che sulla qualità delle risorse umane. Si deve cambiare. Quel che più importa ora è che esse devono cambiare atteggiamento e, se non lo fanno da sole, bisogna dare loro qualche stimolo. Per questo penso alle agevolazioni fiscali".
Quest'anno le imprese assumeranno meno laureati dell'anno scorso. In qualche modo alcuni laureati si vedono costretti a scegliere tra l'opzione master o quella di accettare un lavoro da "diplomati". Lei cosa suggerisce di fare?
"Credo che messa così la condizione dei laureati diventi una specie di guerra. Ci sono altri numeri che destano preoccupazione. I laureati che hanno partecipato ai progetti internazionali Erasmus e Socrates trovano lavoro con una probabilità più o meno identica a quella dei laureati che sono rimasti in Italia (solo un punto percentuale in più). Mi chiedo se è mai possibile che questi laureati, ovvero giovani cha hanno tagliato il cordone ombelicale con la famiglia, che conoscono le lingue, che mostrano di essere disposti a trasferirsi, non riescano a farsi preferire dalle aziende. Allora mi viene da pensare che sono le aziende che preferiscono accontentarsi".
La laurea breve che doveva favorire l'incontro dei giovani con il mondo delle aziende, secondo alcuni, non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi. E' così?
"Noi negli ultimi anni abbiamo ceduto più di 400 mila curriculum alle aziende e debbo dire che le imprese non sembrano distinguere tra laurea breve e laurea a 5 anni. Ho paura però che ci sia una specie di luogo comune avviato dalle università insoddisfatte dalla riforma e spinto verso la società. Non nego che ci siano problemi, ma questa idea diffusa e non verificata, che i laureati brevi siano meno 'pronti' al lavoro dei laureati a 5 anni, è tutta da verificare".
Come è cambiato in questi ultimi anni il rapporto dei giovani con il futuro?
"Un tempo, succedeva che uno studiava con slancio e la convinzione che se ci si dava da fare velocemente, si finiva in una delle nostre grandi aziende, penso all'Olivetti ad esempio. Oggi tutto questo non c'è più. Le nuove aziende però stanno faticosamente rimettendo i conti a posto. Ma devono spicciarsi perché ai ragazzi dobbiamo dare una speranza".
(26 settembre 2005)
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 12:56:29
Ecco il Rapporto annuale dell’Istat

Vi si legge che più di 7 milioni di italiani vivono in povertà, poi che lavoriamo 38 ore a settimana, il numero più alto d’Europa, poi ancora che i giovani guadagnano il 26% in meno degli adulti. A questo si aggiungano anziani, minori e immigrati


Nel Rapporto annuale del 2005 stilato dall’Istat e presentato a Roma il 24 maggio, l’Italia appare davvero in difficoltà, nel 2004 infatti 7,6 milioni di italiani sono risultati essere ''relativamente poveri'' (fanno parte di 2,6 milioni di famiglie, cioè l'11,7% del totale).
Nel Rapporto si legge poi che il valore dell'incidenza della povertà tra le famiglie italiane è stabile negli ultimi otto anni ed oscilla tra il 10,8% e il 12,3%: questa riguarda soprattutto i nuclei del Sud del nostro Paese, quelli con molti componenti, ma anche gli anziani soli oppure le famiglie con disoccupati.

Il basso reddito
Nel 2003 gli italiani con basso reddito, cioè al di sotto dei 780 euro al mese, erano 1,5 milioni ed appartenevano a contesti familiari economicamente disagiati.
I bassi redditi da lavoro colpiscono nel 28% dei casi le donne, nel 12% degli uomini, nel 36% chi ha meno di venticinque anni, nel 32% chi ha un grado di istruzione inferiore alla licenza media, nel 21% i lavoratori del settore privato, nel 5% gli impiegati del settore pubblico.
''Desta particolare preoccupazione'', secondo l'Istat, una nuova categoria a basso reddito, cioè il 40% dei lavoratori con contratto a termine ( solo l’11% invece per quanto riguarda i lavoratori a tempo indeterminato).

L’orario di lavoro
Gli italiani settimanalmente lavorano circa 38 ore dalle 9.00 alle 17.00: il monte ore più alto della media europea (36,9) e concentrato per i dipendenti. In aumento la flessibilità oraria e a moduli 'non standard': le donne lavorano, in media, 4 ore settimanali in meno degli uomini; l'attività in tempi extra-lavorativi coinvolge più di un lavoratore su cinque, cioè il 23,2% del totale.

I giovani (ed il lavoro)
Guadagnano il 26% in meno rispetto agli adulti: mediamente un lavoratore dipendente con meno di 35 anni, in un'azienda con almeno dieci addetti, prende 18.564 euro all'anno contro i 25.469 di un collega over 35.
Ciò perché è considerato uno svantaggio (anche a parità di titolo di studio) la mancanza di esperienza.

L’occupazione
Nel 2005 72.000 persone hanno smesso di cercare lavoro pari al 3,7% in meno rispetto al 2004, in particolare le donne del Mezzogiorno (40.000 in meno) ed i giovani di età non superiore ai 35 anni.

…e la disoccupazione
In Italia il tasso di disoccupazione dall'8% del 2004, scende al 7,7% del 2005, ma attenzione: i giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono lo 0,4% in più del 2004 e toccano cioè quota 24%.

L’aumento dei prezzi
Salgono i prezzi dei beni alimentari di prima necessità: pane, pasta, carne, pesce, frutta verdura, ma anche quelli di abbigliamento e calzature. Così le famiglie italiane riducono i consumi in termini di quantità: quasi il 25% compra meno pane e pasta, oltre il 30% meno carne, frutta e verdura, il 37,2% riduce gli acquisti di pesce e il 41,9% compra meno vestiti e scarpe.
Di conseguenza il 15% delle famiglie sceglie generi alimentari di qualità più bassa e nella metà dei casi ne riduce anche la quantità.

Gli anziani
In Italia gli anziani che superano ottant’anni sono il 5% della popolazione: tre milioni in tutto ed in costante crescita. Gli ultrasessantacinquenni sono più di 11 milioni.
Nel Centro-Nord si concentra il maggior numero di anziani, nel Sud il rapporto giovani-anziani è più equilibrato.
La più alta concentrazione di anziani (26,5%) è in Liguria, in Campania la più bassa (15,1%).

La fecondità (ed il ricambio generazionale)
È ''modesta'' secondo l'Istat, ogni donna ha 1,34 figli. La vita media ha raggiunto invece 77,6 anni per gli uomini e gli 83,2 anni per le donne. Quindi l'incidenza degli anziani sul complesso della popolazione è cresciuto dal 13,1 del 1980 al 19,5% del 2005.
Da Nord e Sud la fecondità è paritetica, ma nel Sud ci sono più 'vecchi' e più immigrati.
L'85% delle nascite avviene nel matrimonio, quelle al di fuori di esso sono passate dall'8,1% del 1995 al 14,9% del 2004.

Gli stranieri
Nel 2005 gli stranieri residenti sono arrivati a 2,4 milioni, ovvero al 4,1% della popolazione, e aumentano anche le nascite da genitori stranieri: dall'1,7% del totale nel 1995 all'8,7% nel 2005.

L'Istituto nazionale di statistica commenta dicendo che ''le trasformazioni in atto nella popolazione e nella composizione delle famiglie italiane generano pressioni sulla domanda potenziale di servizi sociali, in particolare da parte degli anziani, dei minori e degli immigrati''.

(26-05-2006 14:10
Messaggio del 03-06-2006 alle ore 12:53:26
Inutile sottolineare che il sistema universitario in Italia sia sbagliato...troppa teoria poca pratica...pochi sbocchi occupazionali.


Passiamo 30 anni sopra i libri per poi passarne minimo latri 5 - 6 con il tormanto della solita frase...che faro'....ma saro' capace davvero....ma voglio un lavoro a tempo indeterminato e sicuro...che mi gratifichi.


Risulta estremamente utile confrontare i dati relativi al numero dei laureati in Italia con quello degli altri Paesi dell'Unione Europea.

In Italia la percentuale della popolazione, di età compresa tra i 25 e i 44 anni, in possesso di un titolo di studio universitario* è del 11,5%. Se il dato viene disaggregato per fasce di età, si nota che 11 persone su 100 tra la popolazione di età compresa tra i 35 e i 44 anni hanno un titolo di studio universitario, mentre la percentuale sale a 12 su 100 se l'età di riferimento è quella compresa tra i 25 e i 34 anni.

Da un confronto dei dati, è evidente che in Italia la popolazione di età compresa tra i 25 e i 44 anni in possesso di un titolo di studio universitario sia più bassa rispetto a quella di molti altri Paesi dell'Unione Europea. Inoltre la percentuale di giovani in possesso di titolo di studio universitario è più alta del 5 o 7% rispetto alla popolazione con un'età più avanzata in Paesi quali la Francia, la Svezia e la Spagna, mentre in Italia la differenza è solo dell'1%.

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