La Piazza

Kikibio
Messaggio del 04-07-2007 alle ore 18:33:38
Ma che papiro, sono due paginette
Messaggio del 04-07-2007 alle ore 09:06:26
letto nulla,mi sa che deve passare la legge sulle droghe libere,con due bei cannoni cominciano a rilassarsi tutti.......
Messaggio del 04-07-2007 alle ore 09:02:22
2 righe, hai ragione Renton!

Messaggio del 04-07-2007 alle ore 00:35:43
è na parola a leggere tutto sto papiro!

Messaggio del 04-07-2007 alle ore 00:29:13
Io non ho letto niente,ma secondo te leggo ancora i post di sa checca nevrotica
Messaggio del 04-07-2007 alle ore 00:23:43
Chi di voi in realtà ha letto tutto e
quanti di voi si sono fermati a metà del secondo rigo?



ok mo basta con l'inzummo, Adonai puoi tornare all'argomento del post
Messaggio del 04-07-2007 alle ore 00:20:55
Tony,lu ristorante
Messaggio del 04-07-2007 alle ore 00:19:33
adonai ma come ti si crea
Messaggio del 04-07-2007 alle ore 00:18:43
e la gru
Messaggio del 03-07-2007 alle ore 23:27:41
Tanti e tanti secoli fa un gran signore di queste terre che il Sangro bagna aveva deciso di estirpare dai territori a lui soggetti ogni forma di pigrizia e di stoltezza, sperando di rendere migliori gli uomini a lui sottoposti.
Egli era fermamente convinto che al suo proposito nulla ostasse e che con la sua determinazione avrebbe in breve convertito quella massa di plebei infami in uomini di grande valore, cultura e dedizione.

Tuttavia egli non aveva fatto i conti col più fannullone dei cialtroni che abitavano questa contrada a quei tempi: il brigante Kikibio!
Costui non aveva mai lavorato un solo istante nella sua sfaccendata vita e aveva tirato a campare grazie alle sue astuzie per le quali era famoso anche fuor d'Abruzzi.

Il nobile signore mando un banditore coll'intento di diffondere per le contrade il suo progetto di elevazione morale e di eradicazione del dolce far niente. Ma quando Kikibio udì il disposto del signore, decise che lo avrebbe gabbato a dovere per fargli passare tale insana voglia.

Kikibio si recò vestito da mendicante al palazzo del signore, implorando la carità. Il signore, non avendolo riconosciuto, lo avvicinò e cominciò un lungo discorso su quanto fosse degradante per un uomo il menadacio e quanto invece fosse più gratificante il frutto delle proprie fatiche, la soddisfazione a fine giornata di aver costruito qualcosa di buono.

Kikibio, astuto volpone fece finta di ascoltare con interesse quanto il signore gli diceva e, ad un certo punto lo interruppe: "O, mio signore, quale illuminazione dalle vostre parole! Esse han fatto nascere in me il desiderio di vivere del mio lavoro, di farmi fabbro della mia esistenza! Ma chi mai prenderà al suo servizio un mendicante pulcioso come me?"

Il signore, entusiasta del mutamento che credeva aver provocato subito replicò: "Sarò io a prenderti al mio servizio! Tu, uomo rinato alla vita, meriti la mia fiducia!"

Fu così che cominciò la vita di Kikibio al palazzo del signore. E fu così che cominciarono i guai del detto signore a causa di Kikibio.

Dovete sapere che Kikibio era sommamente fannullone e sommamente astuto, dalla loquela interminabile e dai ragionamenti ingannevoli.

Per primo incarico venne sistemato nelle stalle a curare i cavalli e a spalare il letame. Ma Kikibio non aveva voglia di fare alcuna delle cose di cui era stato incaricato, ed escogitò un piano per esserne esonerato.
Trovandosi a parlare con lo stalliere, gli raccontò di come avesse visto, durante la notte, svolgersi nella stalla una festa di fate e di aver udito la regina di queste dire di aver nascosto, per dispetto, alcuni gioielli nel letame. "E ti assicuro", disse Kikibio " che è vero, che un bell'anellino l'ho scovato anche io e l'ho regalato alla mia bella".

Lo stalliere, udendo ciò, volendo per sé tenere i gioielli che Kikibio avrebbe trovato ancora nel letame, subito corse dal signore tessendo le lodi di Kikibio, quale grande lavoratore e affermando che una persona così ligia meritava certamente un lavoro meno umile.

Il signore, compiaciuto, subito decise di assegnare Kikibio, che da quando era arrivato non aveva ancora fatto nulla, se non grattarsi la pancia, alle cucine.
Il suo compito sarebbe stato quello di tagliare le cipolle, pelare le patate, ramazzare per terra, lavare piatti e pentole e quant'altro di servizio in cucina compete.

Kikibio, naturalmente, non aveva nessuna voglia di fare queste cose. Cominciò, quindi, a studiare un piano per evitare tutte queste incombenze.
Andò dal cuoco e disse: «Sai, cuoco, sono proprio fortunato a lavorare con un artista delle pentole come te, da cui potrò imparare davvero tutto quanto si possa desiderare conoscere». Il cuoco, a sentire tutti questi complimenti, gonfiò il petto colmo di soddisfazione e rispose: «Sì, ragazzo, sei davvero fortunato ad avere un maestro come me. E io t'insegnerò tutto quanto c'è da sapere sull'arte culinaria. Non c'è ragione che tu perda tempo a lavare piatti e pentole e a pulire per terra. Vieni qui ad aiutarmi a cucinare».

Kikibio si avvicinò al cuoco che stava macellando un'anitra del fossato intorno al castello, tenendo in tasca l'anellino col quale aveva ingannato lo stalliere e che lui stesso aveva sottratto lestamente alla signora del castello quando le aveva baciato la mano. Ad un certo punto fece: «Sai, cuoco, si dice che un'anitra come questa abbia ingoiato alcuni gioielli della signora del castello».
«Davvero?» fece il cuoco incuriosito.
«Certo» rispose Kikibio «ne ho sentito parlare alcuni servi proprio prima»
Il cuoco non rispose e si mise a rimuginare e, mentre pensava, Kikibio lo distrasse e infilò l'anello nelle interiora.
Quando il cuoco riprese il suo lavoro, scorse l'anellino, ma fece finta di nulla e se lo infilò in tasca, pensando che Kikibio non avesse visto nulla. E si sbagliava.

Il giorno dopo Kikibio andò dal signore in lacrime e non la smetteva di singhiozzare. Il signore gli chiese che cosa avesse e Kikibio rispose: «Mio signore, piango perché ho scoperto che un disonesto lavora al vostro servizio. Il cuoco ha trovato, nel ventre di un'anitra che macellava, l'anellino che la vostra signora perdette alcuni giorni fa, ma invece di restituirlo, se l'è tenuto.

Il signore, compiaciuto della fedeltà di Kikibio, ma adirato col cuoco, lo fece chiamare e, ottenutane la confessione, lo fece imprigionare. Poi chiamò Kikibio, lo scaltro fannullone, e lo riempì di elogi e ringraziamenti.

«Un ragazzo così onesto e lavoratore» disse «non può certo essere sprecato in una cucina maleodorante! Ti farò istruire dai migliori saggi, ti farò studiare per anni e alla fine sarai così colto che potrai essere il mio consigliere!»

Kikibio, che all'idea di studiare faticosamente per anni e anni era già diventato verde, giallo e marrone dallo spavento, avendo capito che le cose volgevano contro di lui, decise di correre ai ripari.
«Mio signore, io nacqui pigro, ma grazie a voi ho compreso quanto il lavoro e l'impegno siano importanti nella nostra vita e di come questi possano renderci nobili e ben voluti da tutti. Io già sento voi e tutti i servi del palazzo che mi lodano e mi elogiano per la mia dedizione e per il mio valore. Essi, in particolare, mi apprezzano e dicono che sono buono, giusto e lavoratore quanto voi e che sarei senz'altro un buon principe per loro, anche più di quanto non lo siate voi. Ora, voi mi concedete questa occasione d'istruirmi e di abbandonare definitivamente ogni pigrizia. Io l'accetto gratissimo con tutto quanto essa comporterà».

Il signore, all'udire queste parole, ebbe un sussulto e cominciò a preoccuparsi che Kikibio, divenuto colto, saggio e ben voluto, non gli fosse preferito dai suoi come signore e di rimando disse «Sono lieto che tu abbia compreso quanto importante sia il lavoro e che la pigrizia debba essere bandita. E mi ritengo soddisfatto di quanto abbiamo ottenuto. Ma dopo tante fatiche, meriti del riposo e un premio. Perché non accetti questo forziere colmo di monete d'oro e non ti riposi per qualche tempo, invece di stancarti in queste attività faticose?».
Kikibio non se lo fece ripetere due volte e accettò, ritornando a casa ricco, ben voluto e più pigro di prima.

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