La Piazza
Il Busto di Lenin
Messaggio del 14-08-2004 alle ore 16:41:10
....bhè penso che Il busto di Lenin, sul quale si è detto e scritto di tutto, vuole testimoniare la forte passione civile e politica di quegli anni, al di là di qualsiasi pudore, travisamento di fatti, e giudizio di merito....
..cmq bella la storia...
....bhè penso che Il busto di Lenin, sul quale si è detto e scritto di tutto, vuole testimoniare la forte passione civile e politica di quegli anni, al di là di qualsiasi pudore, travisamento di fatti, e giudizio di merito....
..cmq bella la storia...
Messaggio del 14-08-2004 alle ore 16:37:00
«Si accorgeva che in molti da un anno all'altro gli ripetevano le parole della sua ex moglie, cioè che il mondo era cambiato e bisognava adattarsi. Ma lui si chiedeva cosa volessero dire queste parole. Guardatelo!, diceva. Guardatelo, il nostro povero boia mondo! Adattarsi a chi? A cosa? Queste sono le stesse cazzate che i signori ripetevano al tempo del fascismo, compagni! Le stesse cazzate che i padroni ripetono da secoli ai lavoratori! Ai poveretti! Agli sfruttati! Aprite gli occhi! Non c'è storia! Nessuna evoluzione! L'uomo è la bestia malvagia e assassina di sempre! E se qualcosa è cambiato è solo in peggio!, diceva Libero. E gli ideali comunisti rimangono i più validi che io conosco! E allora io non vi capisco! Io non mi vergognerò mai di essere un comunista, compagni! Io mi vergogno solo della vostra vergogna!»
Un gruppo di irriducibili pensionati emiliani, tra il 1989 e il 1991, di fronte allo sgretolarsi dell'URSS e alla scelta del Partito Comunista Italiano di cambiare nome, si stringe attorno al busto di Lenin che resiste nella piazza del paese - Cavriago, a otto chilometri da Reggio Emilia - nel tentativo di difendere, soli contro tutti e contro il corso inarrestabile della Storia, i simboli e i valori della loro vita di compagni, partigiani, lavoratori.
Di giorno gli avversari politici cercano di convincere il sindaco a togliere il busto o a sostituirlo; di notte invisibili provocatori lo aggrediscono in modo sempre più balordo e minaccioso: dipingendolo, ricoprendolo di scritte o escrementi, cercando di trafugarlo o di farlo esplodere. Per conservarlo intatto al centro della piazza i cinque compagni pensionati - Libero, Ivan, Pravda, Spartaco e Palmiro - organizzano la loro "nuova resistenza", fatta di turni di guardia e ostinata "controinformazione" in ogni luogo di Cavriago: i bar, il bocciodromo, il centro sociale Marabù, la biblioteca, il night, la casa della carità gestita dalle suore, l'ipermercato, la piazza.
Il busto di Lenin racconta di una vecchiaia vissuta con orgoglio e combattività, ma anche di una profonda e drammatica crisi d'identità individuale e collettiva, offrendo continui spunti di comicità e di riflessione sulla rapidità dei cambiamenti storici, sul rapporto affettivo con le parole e i simboli che ci rappresentano, sulla fugacità delle idee e delle emozioni. E invita ogni lettore, per non commettere in futuro gli errori già commessi in passato, a non dimenticare. In questo libro rivive da una parte l'ironia e la divertita leggerezza di narrazione del Don Camillo di Giovannino Guareschi -non a caso a un certo punto il busto di Lenin, attorno a cui ruota tutta la narrazione, sembra iniziare a parlare come il crocefisso di Brescello-, dall'altra l'intensità di alcuni "scomodi narratori" italiani del secondo Novecento come Guido Morselli e Beppe Fenoglio.
«Si accorgeva che in molti da un anno all'altro gli ripetevano le parole della sua ex moglie, cioè che il mondo era cambiato e bisognava adattarsi. Ma lui si chiedeva cosa volessero dire queste parole. Guardatelo!, diceva. Guardatelo, il nostro povero boia mondo! Adattarsi a chi? A cosa? Queste sono le stesse cazzate che i signori ripetevano al tempo del fascismo, compagni! Le stesse cazzate che i padroni ripetono da secoli ai lavoratori! Ai poveretti! Agli sfruttati! Aprite gli occhi! Non c'è storia! Nessuna evoluzione! L'uomo è la bestia malvagia e assassina di sempre! E se qualcosa è cambiato è solo in peggio!, diceva Libero. E gli ideali comunisti rimangono i più validi che io conosco! E allora io non vi capisco! Io non mi vergognerò mai di essere un comunista, compagni! Io mi vergogno solo della vostra vergogna!»
Un gruppo di irriducibili pensionati emiliani, tra il 1989 e il 1991, di fronte allo sgretolarsi dell'URSS e alla scelta del Partito Comunista Italiano di cambiare nome, si stringe attorno al busto di Lenin che resiste nella piazza del paese - Cavriago, a otto chilometri da Reggio Emilia - nel tentativo di difendere, soli contro tutti e contro il corso inarrestabile della Storia, i simboli e i valori della loro vita di compagni, partigiani, lavoratori.
Di giorno gli avversari politici cercano di convincere il sindaco a togliere il busto o a sostituirlo; di notte invisibili provocatori lo aggrediscono in modo sempre più balordo e minaccioso: dipingendolo, ricoprendolo di scritte o escrementi, cercando di trafugarlo o di farlo esplodere. Per conservarlo intatto al centro della piazza i cinque compagni pensionati - Libero, Ivan, Pravda, Spartaco e Palmiro - organizzano la loro "nuova resistenza", fatta di turni di guardia e ostinata "controinformazione" in ogni luogo di Cavriago: i bar, il bocciodromo, il centro sociale Marabù, la biblioteca, il night, la casa della carità gestita dalle suore, l'ipermercato, la piazza.
Il busto di Lenin racconta di una vecchiaia vissuta con orgoglio e combattività, ma anche di una profonda e drammatica crisi d'identità individuale e collettiva, offrendo continui spunti di comicità e di riflessione sulla rapidità dei cambiamenti storici, sul rapporto affettivo con le parole e i simboli che ci rappresentano, sulla fugacità delle idee e delle emozioni. E invita ogni lettore, per non commettere in futuro gli errori già commessi in passato, a non dimenticare. In questo libro rivive da una parte l'ironia e la divertita leggerezza di narrazione del Don Camillo di Giovannino Guareschi -non a caso a un certo punto il busto di Lenin, attorno a cui ruota tutta la narrazione, sembra iniziare a parlare come il crocefisso di Brescello-, dall'altra l'intensità di alcuni "scomodi narratori" italiani del secondo Novecento come Guido Morselli e Beppe Fenoglio.
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