La Piazza

Friedrich Wilhelm Nietzsche
Messaggio del 09-08-2007 alle ore 00:36:52
che mente che era costui...
Messaggio del 07-08-2007 alle ore 19:10:35
Messaggio del 07-08-2007 alle ore 19:01:51
GENEALOGIA DELLA MORALE

Desidero sottoporre alla vostra attenzione questa prefazione al famoso testo nietzschiano.

1.
Noi che ricerchiamo la conoscenza, ci siamo sconosciuti, noi stessi ignoti a noi stessi, e la cosa ha le sue buone ragioni. Noi non ci siamo mai cercati, e come avremmo mai potuto, un bel giorno, "trovarci"? Si è detto e a ragione: "Dove è il vostro tesoro, è anche il vostro cuore", il "nostro" tesoro si trova dove sono gli alveari della nostra conoscenza. E per questo siamo sempre in movimento, come veri e propri animali alati e raccoglitori di miele dello spirito, preoccupati in realtà solo e unicamente di una cosa, di "portare a casa" qualcosa. Di fronte alla vita, poi, e a quello che concerne le cosiddette "esperienze", chi di noi mai ha anche solo la serietà necessaria? O il tempo necessario?
Di queste cose, temo, non ci siamo mai veramente "occupati", infatti il nostro cuore è altrove, e anche le nostre orecchie! Simili piuttosto a chi, divinamente distratto e immerso in se stesso ha appena avuto le orecchie percosse dal suono della campana che con tutta la sua forza ha annunziato il mezzogiorno con dodici rintocchi, e si sveglia all'improvviso e si chiede "che suono è mai questo?", così noi, di quando in quando, "dopo", ci stropicciamo le orecchie tutti sorpresi e imbarazzati e chiediamo "che cosa mai abbiamo realmente vissuto:" o ancora "chi "siamo" noi in realtà?" e contiamo solo "dopo", come si è detto, tutti e dodici i frementi rintocchi della nostra esperienza, della nostra vita, del nostro "essere" - ahimè - e sbagliamo a contare... Infatti necessariamente rimaniamo estranei a noi stessi, non ci capiamo, "dobbiamo" scambiarci per altri, per noi vale per l'eternità, la frase "ognuno è per se stesso la cosa più lontana", noi non ci riconosciamo come gente che "ricerca la conoscenza"...

2.
I miei pensieri sull'"origine" dei nostri pregiudizi morali - poiché di essi si tratta in questa operetta polemica - sono stati espressi la prima volta, in modo preliminare e succinto, in quella raccolta di aforismi che va sotto il titolo di "Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi", la cui composizione ebbe inizio a Sorrento in un inverno che mi concessi di arrestarmi un attimo, come si arresta il viandante, per misurare con lo sguardo la terra vasta e pericolosa che il mio spirito aveva appena finito di percorrere. Questo accadeva nell'inverno 1876-1877; i pensieri stessi sono più antichi.
Essenzialmente erano già gli stessi pensieri che riprendo qui in questi saggi - e speriamo che il lungo intervallo abbia fatto loro del bene, che siano diventati più maturi, più chiari, più robusti e più completi. Il "fatto" però "che" io ancora oggi non li abbia abbandonati, e che essi siano addirittura cresciuti e concresciuti gli uni negli altri legandosi sempre più strettamente insieme, rafforza in me la lieta fiducia che sin dagli inizi essi non siano nati in me isolatamente, arbitrariamente e sporadicamente, ma da una radice comune, da una "volontà fondamentale" della conoscenza che esercita il suo dominio nel profondo, che parla in modo sempre più definito, che esige cose sempre più definite. Questo soltanto infatti si addice a un filosofo. Non abbiamo nessun diritto di essere "isolati" in qualsivoglia cosa, non ci è concesso né di sbagliare isolatamente né di arrivare isolatamente alla verità. E' invece piuttosto vero che con la stessa necessità con cui un albero porta i suoi frutti noi produciamo i nostri pensieri, i nostri valori, i nostri sì e no, i se e i forse, affini tra loro e tutti insieme coincidenti, testimonianze di "una" volontà, di "una" salute, di "un" regno terreno, di "un" sole. Questi nostri frutti, vi piaceranno? Ma questo per l'albero non ha importanza! Questo non ha importanza per "noi", noi filosofi !...

3.
Con una mia tipica scrupolosità che confesso malvolentieri - infatti essa si riferisce alla "morale", a tutto quello che sulla terra sino ad oggi è stato esaltato come morale - una scrupolosità apparsa nella mia vita tanto presto, così spontaneamente, irresistibilmente, così in contrasto con ambiente, età, esempi, origine, da darmi quasi il diritto di definirla il mio "a priori", la mia curiosità come del resto il mio sospetto dovettero fermarsi precocemente sulla questione "quale origine" abbiano in realtà il nostro bene e il nostro male.
Infatti il problema dell'origine del male mi perseguitava già quando avevo tredici anni, e gli dedicai, in un'età nella quale si hanno in cuore "per metà giochi infantili e per metà dio", il mio primo esercizio di scrittura filosofico - e per quel che riguarda la mia "soluzione" del problema di allora, ebbene, come è ovvio, resi gloria a Dio e ne feci il "padre" del male. Era proprio "questo", quello che il mio "a priori" voleva da me? quel nuovo, immorale o per lo meno immoralistico "a priori" e "l'imperativo categorico" sua espressione, ahimè, così antikantiano, così enigmatico, cui io, nel frattempo avevo prestato sempre più ascolto e non solo ascolto?... Fortunatamente imparai presto a distinguere il pregiudizio teologico da quello morale e non cercai più l'origine del male "dietro" il mondo. Un po' di istruzione storica e filologica, e in più un senso innato e esigente per i problemi psicologici in genere, modificò rapidamente il mio problema in un altro, e cioè, in quali condizioni l'uomo si era inventato quei giudizi di valore: buono e cattivo? "e che valore hanno essi stessi?" Fino a oggi hanno ostacolato o promosso la prosperità del genere umano? Sono segno di uno stato di necessità, di immiserimento, di degenerazione della vita? O invece in essi si tradisce la pienezza, la forza, la volontà della vita, il suo coraggio, la sua certezza, il suo futuro? E qui trovai e osai in me risposte diverse, distinsi epoche, popoli, gradi e gerarchie di individui, approfondii specialisticamente il mio problema, dalle risposte derivarono nuove domande,ricerche,supposizioni, probabilità: fino al momento in cui ebbi un territorio mio, un suolo mio proprio, un mondo discreto, rigoglioso e in fiore, simile a quei giardini segreti dei quali a nessuno è permesso di sapere... oh come "siamo felici" noi che ci interessiamo alla conoscenza, ammesso che si sappia tacere abbastanza a lungo!...

4.
Il primo impulso a rendere noto qualcosa delle mie ipotesi sull'origine della morale, mi venne da un libretto chiaro, pulito e intelligente, anzi anche un po' saccente, in cui incontrai chiaramente, per la prima volta, un tipo contrario e perverso di ipotesi genealogiche, e cioè il tipo "inglese", e che mi attirò con quella forza di attrazione propria di tutto ciò che è all'opposto, agli antipodi. Il libretto era intitolato "Origine dei sentimenti morali", l'autore era il dottor Paul Rée; l'anno di pubblicazione il 1877. Forse non ho mai letto niente di cui abbia negato dentro di me, radicalmente, ogni frase, ogni deduzione, come questo libro; e purtuttavia senza fastidio e senza insofferenza. Nell'opera cui allora lavoravo e che ho citato prima, mi sono riferito, occasionalmente e non, a princìpi di quel libro, non confutandoli - le confutazioni non mi riguardano! - ma, come è proprio di uno spirito positivo, ponendo al posto dell'improbabile qualcosa di più probabile e, in certi casi, in luogo di un errore un altro errore. Come detto, allora, stavo portando alla luce per la prima volta quelle ipotesi genealogiche cui sono dedicati questi saggi, in maniera goffa, cosa che in fondo amerei nascondere a me stesso, ancora impacciata, senza un linguaggio mio adatto a questo tipo di argomenti, e con molteplici esitazioni e ripetizioni. Si veda specialmente quello che dico sulla doppia preistoria del bene e del male (cioè a partire dalla sfera dei nobili e da quella degli schiavi) in "Umano, troppo umano": (1ø, p. 51); come anche (p.p. 119 s.s.) sul valore e sull'origine della morale ascetica; o ancora (p.p. 78, 82, 11, 35.) sulla "eticità del costume", quella specie di morale, molto più antica e primitiva che si allontana "toto coelo" dal criterio di valutazione altruistico (in cui il dottor Rée, come tutti gli altri genealogisti inglesi della morale vede il criterio di valutazione morale "in sé"); o anche p. 74, in "Viandante", (p. 29), in "Aurora" (p. 99), sull'origine della giustizia come compromesso tra potenti quasi uguali (equilibrio come presupposto di ogni patto e quindi di ogni diritto) e ancora sull'origine della pena in "Viandante" (p.p. 25 e 34), per cui il fine terroristico non è né essenziale né originario (come crede il dottor Rée - esso è piuttosto indotto, in certe circostanze, e sempre come qualcosa di accessorio, di aggregato).

5.
In fondo proprio allora mi stava a cuore una cosa molto più importante di un complesso di ipotesi mie o di altri sull'origine della morale (o, per essere più esatti, quest'ultima cosa solo in relazione a un fine per il quale essa è un mezzo tra molti altri). Si trattava, per me, del "valore" della morale, e a questo proposito potevo confrontarmi quasi solo col mio grande maestro Schopenhauer, al quale, come a un contemporaneo, si rivolge quel libro, con la sua passione e con la sua nascosta contraddizione (- infatti anche quel libro è una "opera polemica"). Si trattava, in special modo, del valore del "non egoistico", degli istinti di compassione, negazione di sé e autosacrificio che proprio Schopenhauer aveva ricoperto d'oro, divinizzato e reso ultramondani tanto a lungo da farne gli unici "valori in sé", sulla cui base egli "disse no" alla vita e anche a se stesso. Ma proprio contro "questi" istinti si esprimeva in me una diffidenza sempre più radicata, uno scetticismo che scendeva sempre più in profondità! Proprio qui vedevo il "grande" pericolo per l'umanità, la sua più sublime malia e seduzione - verso che cosa mai? verso il nulla? - proprio in ciò vedevo l'inizio della fine, l'arresto, la stanchezza rivolta al passato - la volontà che si rivolta "contro" la vita, la malattia finale che si annunzia con dolce malinconia: vidi nella morale della compassione in continua avanzata, e che colpiva anche i filosofi rendendoli malati, il sintomo più sinistro della nostra cultura europea ormai essa stessa sinistra, la sua tortuosa peregrinazione verso un nuovo buddhismo: - un buddhismo europeo: il... "nichilismo"?... Questa moderna predilezione e sopravvalutazione da parte dei filosofi della compassione è, in realtà, qualcosa di nuovo: infatti, fino ad oggi, i filosofi erano stati concordi proprio sul "non valore" della compassione. Mi limito a citare Platone, Spinoza, Larochefoucauld e Kant, quattro spiriti tanto diversi tra loro quanto solo è possibile, ma simili in una cosa: nel disprezzo della compassione.

6.
Questo problema del "valore" della compassione e della morale della compassione (- sono un oppositore del deprecabile rammollimento moderno dei sentimenti -) appare dapprima come un fenomeno isolato, un punto interrogativo a sé, ma chi vi si sofferma, e "impara", a questo punto, a domandare, vedrà, come è capitato a me, spalancarglisi davanti un orizzonte nuovo e sconfinato, una possibilità simile a una vertigine lo scuoterà, ogni tipo di diffidenza, di sospetto, di terrore balzerà fuori, la fede nella morale, in ogni morale vacillerà - e alla fine si farà strada una nuova esigenza. Diamole voce a questa "nuova" esigenza: abbiamo bisogno di una "critica" dei valori morali, "di porre in questione finalmente proprio il valore di questi valori", - e per fare ciò abbiamo bisogno di una conoscenza delle condizioni e delle circostanze da cui sono stati prodotti, in cui si sono sviluppati e modificati (morale come effetto, sintomo, maschera, tartuferia, malattia, equivoco; ma anche morale come causa, rimedio, "stimulans", repressione, tossico), conoscenza che fino a oggi non solo non è esistita, ma non è stata nemmeno mai auspicata. Si è accettato il "valore" di questi valori come dato, come qualcosa di effettivo, al di là di ogni discussione; e sino ad oggi nessuno ha minimamente dubitato e esitato nell'attribuire al "buono" più valore che al "cattivo", più valore nel senso di una promozione, di una utilità, di una funzione salutare per l'uomo in generale, (incluso il futuro dell'uomo). Come? e se il contrario rappresentasse la verità? Come? Se nel "bene" fosse insito anche un sintomo di regresso, o anche un pericolo, una seduzione, un veleno, un "narcoticum", grazie al quale il presente vivesse "a spese del futuro"? Forse più piacevolmente, con meno pericolo, ma anche con minor stile e maggiore bassezza?... Così che proprio la morale sarebbe colpevole del fatto che non si sia mai raggiunta una "massima" e in sé possibile "potenza e grandezza" del tipo uomo? Così che proprio la morale sarebbe il pericolo dei pericoli?...

7.
Per finire, dopo che questo panorama mi si era spalancato davanti, ebbi io stesso buoni motivi per cercare intorno a me (cosa che ancora sto facendo) compagni dotti, audaci e amanti del lavoro. Bisogna percorrere il paese sconfinato, lontano e così nascosto della morale - della morale realmente esistita e vissuta - percorrerlo con nuove domande e come con occhi nuovi: e ciò non significa quasi la stessa cosa che "scoprire" questo paese?... Se qui ho pensato, tra gli altri, anche al suddetto dottor Rée, l'ho fatto perché non dubitavo affatto che egli sarebbe stato spinto dalla natura dei suoi stessi problemi a una metodologia più corretta, per poter arrivare a delle risposte. Mi sono forse ingannato? In ogni modo il mio desiderio era quello di dare a uno sguardo così acuto e imparziale un indirizzo migliore, di indirizzarlo cioè verso la vera "storia della morale" e metterlo in guardia in tempo utile da tutto l'insieme delle ipotesi inglesi campate "in aria". È infatti palmare quale colore debba essere più importante del blu del cielo per un genealogista della morale e cioè il "grigio", voglio dire, l'autentico, ciò che si può realmente verificare, cioè che è realmente esistito, in breve tutta la lunga pressoché indecifrabile scrittura geroglifica del passato morale dell'uomo! - "Questo" era ignoto al dottor Rée, ma egli ha letto Darwin - e così nelle sue ipotesi in maniera che per lo meno è divertente, la bestia darwiniana e l'ultramoderno modesto esserino morale, che "non morde più", si danno educatamente la mano, questi con una certa espressione di bonaria e fine indolenza, mista addirittura a un grano di pessimismo e di stanchezza sul viso, come se non valesse affatto la pena di prendere così sul serio tutte queste cose - i problemi, cioè, della morale -. A me sembra, invece, che non esistano cose che più di queste "valga la pena" di prendere sul serio, la ricompensa potrebbe essere, ad esempio, quella di ottenere forse il permesso, un giorno, di prenderle con gaiezza. Infatti la gaiezza, o per dirla nel mio linguaggio, la "gaia scienza", è una ricompensa, una ricompensa per una serietà lunga, coraggiosa, laboriosa e sotterranea, che, ovviamente, non è cosa da tutti. Ma il giorno in cui diremo con tutto il cuore "avanti! anche la nostra morale ha una parte "nella commedia"!", avremo scoperto un nuovo intreccio e una nuova possibilità per il dramma dionisiaco sul "destino dell'anima": e possiamo scommettere che il grande, antico, eterno commediografo della nostra esistenza saprà farne buon uso!...

8.
- Se per qualcuno questo testo sarà incomprensibile e sgradevole all'ascolto, la colpa, mi sembra, non è da attribuire necessariamente a me. Esso risulta bastevolmente chiaro, presupponendo, come presuppongo, che si siano precedentemente letti, non senza una certa fatica, gli altri miei scritti, perché in realtà essi non sono di facile accesso. Per quello che concerne il mio "Zarathustra", non considero suo conoscitore nessuno che non sia stato mai una volta profondamente ferito o profondamente esaltato da ognuna delle sue parole; solo allora infatti, egli potrà godere del privilegio di partecipare rispettosamente dell'elemento alcionio da cui è nata quell'opera della sua solare chiarezza, della sua lontananza, ampiezza e certezza. In altri casi la forma aforistica presenta delle difficoltà: appunto perché oggi a questa forma "non" viene data la "dovuta importanza". Un aforisma ben coniato e ben fuso non è ancora "decifrato" per il fatto stesso di venire letto; è piuttosto vero che da questo momento deve avere inizio la sua "interpretazione", cosa per la quale occorre un'arte dell'interpretare. Nel terzo saggio di questo libro ho fornito un modello di quello che intendo, in un caso simile, per "interpretazione" - questo saggio è preceduto da un aforisma, e il saggio stesso ne è il commento. È chiaro che per esercitare così la lettura come "arte", è necessaria soprattutto una cosa che al giorno d'oggi si è disimparata più di tante altre - e perciò, per arrivare alla "leggibilità" delle mie opere, ci vorrà ancora tempo - una cosa, cioè, per cui si deve essere piuttosto simili a una vacca e in "nessun" caso a un "uomo moderno": il "ruminare".

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