La Piazza
11 SETTEMBRE I RETROSCENA INEDITI
Messaggio del 10-08-2004 alle ore 17:42:34
Falle nella sicurezza, pentiti, il ruolo di Bin Laden, i sospetti sull'Iran... Dal rapporto della Commissione d'inchiesta americana emerge una cronaca dell'11 settembre mai raccontata. E stupefacente.
Martedì 11 settembre 2001, è un inizio di giornata con una temperatura mite e quasi senza nubi nella parte orientale degli Stati Uniti. Milioni di uomini e donne si sono preparati per andare al lavoro. Alcuni si sono recati alle Torri gemelle, in quel luogo che tutti conoscono come il World Trade Center, a New York. Altri si sono incolonnati verso Arlington, in Virginia, la sede del Pentagono. Sull'altro versante del fiume Potomac, il Congresso degli Stati Uniti è tornato al lavoro dopo la pausa estiva. All'altro capo di Pennsylvania avenue i turisti hanno cominciato a mettersi in fila per una visita alla Casa Bianca. A Sarasota, in Florida, il presidente George W. Bush ha già fatto jogging alle prime luci dell'alba. Per quelli diretti verso un aeroporto le condizioni del tempo non potevano essere migliori per un viaggio sicuro e confortevole. Fra i viaggiatori di quella mattina c'erano Mohammed Atta e Abdul Aziz Al Omari, che si erano presentati all'aeroporto di Portland, nel Maine».
È questo l'incipit, quasi lirico, del rapporto finale della Commissione d'inchiesta americana sull'11 settembre. Sono 567 pagine che si leggono tutte d'un fiato, di cui ben 106 dedicate alle note con le fonti documentali e le testimonianze. Questo volumone è già ai primi posti della classifica dei best-seller in America. E non solo perché è scritto come uno spy-thriller di Tom Clancy. Non a caso due dei 10 commissari nominati dal presidente Bush e dal congresso (cinque repubblicani e cinque democratici) hanno confessato di avere letto e riletto i romanzi di Clancy durante i 16 mesi d'indagine. Il rapporto, approvato all'unanimità, è diventato una «storia da non perdere» perché riscrive in gran parte il complotto dell'11 settembre grazie a 2,5 milioni di documenti analizzati e a 1.200 interrogatori.
Racconta le vicende personali dei 19 dirottatori, guidati da Atta, con tutte le debolezze umane, i lampi di genio e la spietatezza appresa nei campi di addestramento afghani. Ricostruisce sulla base delle confessioni di tre fra i più importanti «pentiti» le varie fasi dell'organizzazione dell'attentato che pochi avrebbero immaginato, con protagonista assoluto Osama Bin Laden, coinvolto fin nei minimi dettagli. Demolisce le tante leggende metropolitane che sono state create artificiosamente e, in molti casi, dolosamente da improvvisati scrittori e apprendisti stregoni, soprattutto in Francia. Non basta. È un j'accuse senza pietà nei confronti di tutti quei «leader americani», autorità politiche e funzionari degli apparati d'intelligence e di sicurezza, che «non hanno saputo difendere il popolo americano». La colpa? «È stato un fallimento di politica, di gestione, di capacità e soprattutto un deficit d'immaginazione» ha dichiarato il presidente della Commissione Thomas Kean, già governatore repubblicano del New Jersey dal 1982 al 1990. Sono dieci le occasioni mancate per prevenire la battaglia iniziale della prima guerra del XXI secolo: quattro sotto la presidenza di Bill Clinton e sei sotto quella di George Bush jr.
Panorama ha estrapolato dal rapporto della commissione investigativa tutte le principali novità. Molte circostanze restano ancora da chiarire, soprattutto quelle sull'origine dei finanziamenti e sui misteriosi passaggi in Iran di alcuni dei 19 terroristi del gruppo d'assalto. Ma ciò che oggi sappiamo è sufficiente per ammonire l'America e il mondo intero che «non bisogna abbassare la guardia», come ha chiesto Kean durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto. Negli ultimi due dei 13 capitoli la commissione fa un puntuale e del tutto condivisibile elenco di raccomandazioni che riguardano in particolare il funzionamento futuro dell'intelligence Usa, un apparato tanto elefantiaco quanto inefficiente soprattutto nel collegare le informazioni raccolte dalle 15 agenzie incaricate della sicurezza nazionale. Per la Casa Bianca l'imperativo è di leggere, meditare e agire. Per l'opposizione del senatore democratico John Kerry è di incalzare l'amministrazione repubblicana in modo che il tempo non scorra invano. Per tutti noi è di capire e non dimenticare.
I DIROTTATORI
Sono tutti seguaci dell'Islam radicale e violento, più o meno convinti della loro missione, ma non infallibili. Contrariamente a quello che ha dichiarato nell'ottobre 2002 al congresso americano l'ex direttore dell'Fbi Louis Freeh non è vero che «sono stati selezionati per evitare la nostra attenzione, sono arrivati dall'estero con facilità e rispettando le leggi». Tredici dei 19 terroristi sono entrati negli Stati Uniti con passaporti contraffatti, e anche in modo assai artigianale. Altri tre, pur essendo i loro nomi nei database dei centri di antiterrorismo, non hanno suscitato alcun sospetto. Una volta in America, tre di loro sono riusciti a farla franca solo per la dabbenaggine delle guardie addette ai controlli nell'aeroporto Dulles di Washington oppure si sono comportati come pivelli non rispettando affatto le rigide regole dei manuali di Al Qaeda, che pure erano stati costretti a mandare a memoria.
Nel giugno del 2000, Khalid Al Mihdhar lascia di punto in bianco San Diego, dove si è infiltrato non senza tante vicissitudini, e il suo fedele compagno di stanza Nawaf Hazmi. Dopo avere chiuso i conti in banca, vola a casa, nello Yemen con i soldi che ha avuto dall'organizzazione. «Quando riceve la notizia della nascita del primo figlio non riesce a stare un solo giorno di più in California e abbandona tutto» scrivono i commissari. In Afghanistan Khalid Sheik Mohammed, «l'architetto dell'11 settembre», secondo la caustica definizione della commissione, diventa una belva. Urla che «quel pazzo di Mihdhar rischia di mandare tutto all'aria». Chiede la sua sostituzione. Bin Laden gliela rifiuta sostenendo che lo ha scelto di persona e che si fida ciecamente.
Rimasto solo, Hahzmi, con l'autorizzazione di Khalid Mohammed dall'Afghanistan, si mette a navigare in internet alla ricerca di una moglie o solo di una fidanzata che gli faccia compagnia per qualche tempo. Non la trova e si consola con il Corano e con la vicina moschea, dove trova molti «fratelli» che lo consolano.
Un altro dirottatore, Ziad Samir Jarrah, il pilota del volo United Airlines numero 93, che va a schiantarsi in Pennsylvania, invece che su Washington, per la coraggiosa rivolta dei passeggeri, abbandona la sua postazione in Florida, dove studia in una scuola di pilotaggio, almeno cinque volte, secondo l'Fbi. Nel 2000 vola di nascosto in Germania per andare a incontrare la fidanzata, che porta anche a Parigi per un weekend. A lei telefona centinaia di volte e scrive decine di email senza alcuna precauzione raccontando tutti i suoi progetti. Mohammed Atta non gli perdona le fughe d'amore e chiede di rispedirlo a casa. Non riesce a spuntarla. Khalid Mohammed s'incarica di riconciliare i due aspiranti suicidi e alla fine ci riesce anche. Ma Ziad non dimentica Aysel Senguen. Alla ragazza turca spedisce anche la lettera d'addio la sera prima d'imbarcarsi per l'avventura senza ritorno.
Quanto ai nove sauditi della squadra di dirottatori, loro finiscono nella rete di Al Qaeda solo per caso. Nell'estate del 2000 un folto gruppo di jihadisti parte dall'Arabia Saudita con l'intenzione di andare a combattere in Cecenia. Al confine fra Turchia e Georgia alcuni di loro vengono fermati. L'organizzazione si attiva fra Istanbul e Ankara e i sauditi vengono dirottati verso l'Afghanistan via Iran. Qui finiscono nei campi di addestramento di Al Qaeda e Bin Laden li sceglie a uno a uno per la missione della loro breve e nemmeno tanto intensa vita.
IL VERO CERVELLO
L'«operazione aerei», come fu definita dentro la ristretta cerchia dei capi di Al Qaeda, nasce nella mente di Khalid Sheik Mohammed, colui che, secondo la Commissione sull'11 settembre, «esemplifica il modello dell'imprenditore terrorista». Cresciuto in Kuwait, ma con radici familiari nel Beluchistan, la regione desertica a cavallo fra Pakistan e Iran, laurea in ingegneria meccanica presa in un'università del North Carolina, Khalid Mohammed ha covato nel corso della sua permanenza in America un odio feroce soprattutto per l'appoggio dato da tutte le amministrazioni americane a Israele nel conflitto con i palestinesi. Quando nel 1995 comincia a pensare come realizzare un attacco dentro gli Stati Uniti, non è nemmeno un membro effettivo di Al Qaeda, ma uno dei tanti della comunità mondiale dei mujaheddin che avevano combattuto in Afghanistan all'epoca dell'invasione sovietica.
Tenta di incontrare Bin Laden in Sudan, ma non ci riesce. Riprova un anno dopo a Tora Bora, la catena montuosa trasformata nel primo rifugio dello sceicco saudita in Afghanistan. Khalid Mohammed spiega a Bin Laden che l'America può e deve essere attaccata direttamente e il metodo migliore è quello di dirottare una decina di aerei da una costa all'altra degli Stati Uniti, per colpire la California e i suoi impianti nucleari, i grattacieli dello stato di Washington, ma soprattutto le Twin Towers, il Congresso, la Casa Bianca, il Pentagono, i quartier generali della Cia e dell'Fbi e magari anche altri centri nevralgici della politica e dell'economia americana. Un piano tanto ambizioso, spiega il mujaheddin, ha bisogno però di «uomini, soldi e supporto logistico che solo Al Qaeda può fornire». Bin Laden ascolta e rimane impassibile senza fare alcun commento. Chiede solo a Khalid Mohammed di entrare a far parte dell'organizzazione e di trasferire la famiglia in Afghanistan. Il terrorista rifiuta («Voglio rimanere indipendente») e comincia un lungo pellegrinaggio che lo porta in India, in Indonesia, in Malesia alla ricerca di altri personaggi disposti ad aiutarlo e a finanziarlo.
Due anni dopo, la svolta. Le stragi dell'agosto 1998 nelle ambasciate americane di Nairobi e di Dar es Salaam segnano uno spartiacque nella strategia del terrore. Khalid Mohammed viene ricontattato a Karachi, dove nel frattempo si è trasferito, e incontra di nuovo lo sceicco saudita. Siamo all'inizio del 1999. «Ok per il tuo progetto, fratello» dice Bin Laden. «I dettagli li definiremo successivamente». Da quel momento, Mohammed il «Baluchi» s'insedia in una casa presa in affitto da Al Qaeda a Kandahar e viene incaricato ufficialmente di supervisionare il mega-attentato.
Bin Laden però continua a non essere convinto del tutto. «Troppi aerei, troppi obiettivi. Ci può essere un errore o una fuga di notizie. Concentriamoci su un progetto di minore portata, ma di più sicura riuscita. Rinunciamo agli aerei nella parte occidentale degli Stati Uniti. Puntiamo su quelli della costa orientale». Nasce così l'11 settembre.
LO SCEICCO-DITTATORE
No, non sembra un amministratore delegato della Terror Inc, Osama Bin Laden, almeno fino alle stragi di New York e di Washington. Piuttosto è un direttore generale, forse anche un gradino più in basso, o più in alto, nel senso che dentro la sua organizzazione nulla accade senza che lui l'approvi e la vidimi con un ordine scritto o verbale: insomma è un vero dittatore. Così Bin Laden seleziona a uno a uno i 19 dirottatori, dopo aver ordinato un addestramento intenso e anche assai faticoso, con lo sgozzamento di pecore e cammelli, tanto per imparare poi a uccidere con i coltellini svizzeri i piloti e le hostess degli aerei dirottati. Ne riceve il giuramento di fedeltà. Sceglie anche il capo-squadra o «il comandante tattico», nel gergo jihadista, vale a dire l'egiziano Atta, perché è il più capace e anche quello che ha più vissuto in Occidente e ne ha appreso i costumi e le abitudini.
«Gli bastano pochi attimi per capire se il mujaheddin che ha di fronte è un martire vero o uno fasullo» ha raccontato ai membri della commissione lo stesso Khalid Mohammed, arrestato l'anno scorso in Pakistan. E ogni volta che l'organizzatore delle stragi dell'11 settembre sembra distrarsi pensando ad altri attacchi da realizzare in Asia o in Africa, è sempre Bin Laden a richiamarlo al dovere imponendogli di «focalizzarsi solo sull'operazione aerei e niente di più».
Lo sceicco mette becco su tutte le questioni. Specialmente su quelle che riguardano la sua sicurezza. Quando, a metà del 1998, Saddam Hussein invia una delegazione di alti ufficiali del suo servizio di spionaggio (Mukhabarat) in Afghanistan per invitarlo a trovare rifugio a Baghdad, Bin Laden declina l'invito. «Non c'è un posto più sicuro di Kandahar per me» fa dire agli emissari del dittatore iracheno.
Un altro mito che la commissione sfata è quello della ricchezza personale del rampollo di una delle famiglie saudite più facoltose. Non è vero che ha ereditato 300 milioni di dollari dopo la morte del padre. Piuttosto dal 1970 al 1994 ha ricevuto ogni anno 1 milione di dollari come quota-parte dei profitti dell'impero familiare. Il flusso è cessato su ordine di re Fahd. Quello che invece è vero, secondo il rapporto americano, è che Bin Laden è sempre stato il collettore dei soldi provenienti da un gruppo di finanziatori ancora senza volto dei paesi del Golfo Persico e in particolare dell'Arabia Saudita. Ha potuto anche beneficiare dei fondi versati da «dipendenti di fondazioni di beneficenza corrotte», come la Al Haramain Islamic Foundation e la Wafa. Il tutto per un bilancio annuale di 30 milioni di dollari, gestiti, come al solito, in prima persona. È Bin Laden che paga i salari, finanzia i campi di addestramento, decide i costi delle operazioni militari e acquista le armi e i veicoli. Di questa somma complessiva, in ogni caso, fra 10 e 20 milioni di dollari li ha versati ogni anno ai talebani per l'ospitalità. Il leader di Al Qaeda è comunque noto nel mondo jihadista per la sua avarizia. Per gli attentati dell'11 settembre non ha sborsato più di 400-500 mila dollari per quasi due anni di preparativi. Alla vigilia dei dirottamenti, ai 19 «fratelli» inviati in America ha fatto chiedere da Kandahar, tramite il solito Khalid Mohammed, di restituire i soldi che non avevano speso: 26 mila dollari.
IL DISSENSO
«Voglio che questi attacchi riescano anche a costo di dover pilotare io personalmente gli aerei». È così che Bin Laden si sfoga nell'estate 2001. Dopo aver respinto nel 1996 la proposta di Khalid Sheik Mohammed, quattro anni dopo, nel 2000, lo sceicco di Al Qaeda ha fretta. La visita a sorpresa di Ariel Sharon sulla spianata della moschea a Gerusalemme lo ha inorridito. «Non è necessario colpire gli obiettivi che abbiamo individuato. Basta che i nostri martiri mandino giù gli aerei dirottati» ordina a Khalid Sheik Mohammed. Il responsabile del complotto antiamericano resiste alle pressioni e fa affidamento su uno dei personaggi di cui Bin Laden si fida di più, Mohammed Atef, il comandante in capo delle operazioni militari, rimasto poi ucciso vicino a Kabul nel corso di un bombardamento americano nel novembre del 2001.
A credere al pentito più importante di Al Qaeda, Bin Laden ritorna alla carica per due volte nel 2001. La prima volta chiede che l'attentato abbia luogo il 12 maggio, sette mesi dopo l'attacco alla nave Uss Cole nello Yemen. La seconda volta scrive un messaggio urgente, affidato al genero Aws Al Madani, nel quale implora di lanciare l'offensiva nel giugno o nel luglio 2001, in coincidenza con la visita di Sharon alla Casa Bianca. «I nostri martiri» risponde entrambe le volte l'ingegnere kuwaitiano «non sono pronti. Rischiamo di fallire».
Sta di fatto che in luglio in tutti i campi di addestramento afghani viene emanata «un'allerta generale»: i mujaheddin devono allontanarsi assieme alle loro famiglie e rifugiarsi nei villaggi di montagna, il livello di sicurezza viene innalzato, lo stesso Bin Laden si nasconde per un mese intero. Non prima però di aver convocato i fedelissimi nel campo di Al Faruq: «Pregate Allah per il successo di un attacco che coinvolge 20 nostri martiri» afferma senza meglio precisare, com'è nel suo stile, che a volta irrita anche i seguaci.
Sono proprio questi allarmi e questi boatos che nell'estate del 2001 dall'Afghanistan arrivano fino a Langley, in Virginia, alla Cia e da qui, il 6 agosto, al ranch di Bush, a Crawford, nel Texas. «Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti» è il titolo del Presidential daily brief, il documento top secret che il direttore della Cia George Tenet mostra alle 8 in punto al presidente americano. Forse distratto dalle vacanze, Bush non sembra particolarmente allarmato dalla nota.
Bin Laden invece è sui carboni ardenti. Man mano che la voce di un mega-attentato si diffonde nei villaggi e nelle città afghane cresce anche il dissenso. Il mullah Omar, il leader dei talebani, si dichiara fermamente contrario sia perché teme la ritorsione violenta degli americani contro il suo regime sia perché sta per lanciare un'offensiva su larga scala contro l'Alleanza del nord, il gruppo guidato dal leggendario signore della guerra Ahmed Shah Massoud, sia soprattutto per una questione ideologica. A suo dire, Al Qaeda avrebbe dovuto attaccare «gli ebrei e non necessariamente gli Stati Uniti». Questa opposizione, secondo le conclusioni della commissione d'inchiesta, deriva anche dalle forti pressioni che il mullah Omar riceve dal governo pakistano, che non vuole estendere il raggio di azione di Bin Laden oltre l'Afghanistan e teme devastanti ripercussioni politiche e militari.
Con il mullah Omar si schierano alcuni dei principali esponenti di Al Qaeda, come Abu Hafs il mauritano, autore di una sorta di fatwa anti-attentati, nella quale cita a lungo il Corano, Sayf Al Adel e il responsabile delle finanze, Sheik Saeed. «Non possiamo contravvenire ai desideri dei nostri padroni di casa» avverte quest'ultimo nel corso di un vertice ristretto di Al Qaeda. A favore di Bin Laden si dichiarano invece il comandante militare Atef, il portavoce dell'organizzazione Sulayman Abu Ghayth e ovviamente Khalid Sheik Mohammed. «Gli attacchi all'America devono essere portati a termine immediatamente per aiutare l'insurrezione nei territori palestinesi occupati dagli israeliani e per protestare contro la presenza delle truppe americane sul sacro suolo delle due moschee (l'Arabia Saudita, ndr)» afferma Bin Laden. Secondo lo sceicco, inoltre, le stragi in America avrebbero giovato moltissimo ad Al Qaeda perché avrebbero attratto più «martiri, più fondi e soprattutto più simpatizzanti nel mondo musulmano».
Alla fine di agosto, quando i dirottatori sono ormai pronti a entrare in azione, Bin Laden convoca la Shura, il consiglio direttivo di Al Qaeda, e informa ufficialmente tutti che «un attacco di ampie proporzioni contro gli Stati Uniti avverrà nelle prossime settimane». Anche in questo caso diversi membri protestano. Lo sceicco controbatte sostenendo che «il mullah Omar non ha l'autorità per bloccare la nostra jihad fuori dall'Afghanistan». Si va ai voti. La maggioranza è contro, ma Bin Laden se ne infischia e dà il via definitivo.
Tutto questo però ha un retroscena che il saudita non rivela ai suoi. Per superare le obiezioni dei talebani, ha organizzato l'assassinio del loro nemico numero 1, vale a dire Massoud, in modo da minare alle fondamenta l'Alleanza del nord. Il 9 settembre, due finti giornalisti uccidono il leader afghano. «Adesso i talebani ci faranno un monumento» commenta il terribile Atef con Khalid Mohammed, che non era stato informato del piano segreto.
Due giorni dopo, i 19 (e non 20, come era stato detto a Bin Laden) dirottatori si svegliano all'alba, si lavano, s'inginocchiano verso la Mecca e pregano, prima di presentarsi negli aeroporti del New England e di Washington. «Abbiamo alcuni aerei» comunica Atta alla torre di controllo di Boston. Alle 8.46 in punto il Boeing 767 che guida, l'American airlines 11, va a schiantarsi contro la Torre nord del World Trade center. Un quarto d'ora dopo, alle 9.03, anche la Torre sud viene colpita dall'aereo United airlines 175. I morti sono 3 mila. Poco più tardi, alle 9.37, un'ala del Pentagono va in fiamme. Con una radio a pile, nella sua casa di fango a Kandahar, Bin Laden ascolta in religioso silenzio il notiziario in inglese della Bbc. «Allah sia lodato» esclama. E scompare. Fino alla prossima occasione.
IL RUOLO DI PASDARAN ED HEZBOLLAH
Nel loro rapporto sull'11 settembre i dieci membri della commissione d'inchiesta sono arrivati a una conclusione unanime, destinata a incidere moltissimo sull'agenda politica del presidente degli Stati Uniti, già a partire dall'indomani delle elezioni del prossimo 2 novembre. Più che l'Iraq è l'Iran degli ayatollah ad avere un ruolo di primo piano nelle vicende terroristiche di Al Qaeda. Nulla indica che il regime di Teheran o il movimento libanese di Hezbollah, finanziato ed eterodiretto dai Pasdaran, sapessero in anticipo degli attentati contro le Torri gemelle e il Pentagono. Resta però il mistero sul perché alcuni generali delle Guardie della rivoluzione, intercettati dalla Nsa, abbiano dato ordine di facilitare il passaggio dei terroristi attraverso la frontiera iraniana.
In questo caso le comunicazioni dell'intelligence sono corroborate dalle dichiarazioni di uno degli esponenti di punta dell'organizzazione terroristica, Tawfiq bin Attash, alias Khallad, implicato sia nell'attacco contro la Uss Cole sia negli attentati dell'11 settembre. Catturato dagli americani, Khallad ha raccontato della volontà iraniana di stringere i contatti con il vertice di Al Qaeda, dopo il trasferimento in Afghanistan. Osama Bin Laden ha resistito a un primo tentativo dei leader sciiti per non irritare la leadership religiosa sunnita dell'Arabia Saudita. Nonostante ciò, ha svelato ancora Khallad, i funzionari iraniani hanno emanato una serie di disposizioni per consentire ai membri di Al Qaeda di attraversare il territorio iraniano senza alcun timbro sui passaporti.
In particolare ad avvantaggiarsene sono stati 8 dei 10 sauditi del gruppo d'assalto dell'11 settembre, i quali sono transitati in Iran fra l'ottobre 2000 e il febbraio 2001, prima di entrare negli Stati Uniti. Secondo un rapporto della Cia, proprio nell'ottobre 2000 uno dei dirigenti del gruppo terroristico libanese Hezbollah, quasi certamente la primula rossa Imad Mughniyeh, volò in Arabia Saudita per coordinare queste attività. Il risultato fu che, il mese dopo, uno dei futuri dirottatori suicidi Ahmed Al Ghamdi s'imbarcò su un volo diretto a Beirut assieme allo stesso responsabile militare di Hezbollah. Dopo l'11 settembre, si legge sempre nel rapporto americano, sia l'Iran sia Hezbollah hanno cercato in tutti i modi di negare qualsiasi cooperazione con i terroristi sunniti. «Noi riteniamo che questa questione abbia bisogno di ulteriori indagini da parte del governo americano» è il commento finale della commissione d'inchiesta da interpretare come una raccomandazione pressante alla Casa Bianca e al Congresso.
Falle nella sicurezza, pentiti, il ruolo di Bin Laden, i sospetti sull'Iran... Dal rapporto della Commissione d'inchiesta americana emerge una cronaca dell'11 settembre mai raccontata. E stupefacente.
Martedì 11 settembre 2001, è un inizio di giornata con una temperatura mite e quasi senza nubi nella parte orientale degli Stati Uniti. Milioni di uomini e donne si sono preparati per andare al lavoro. Alcuni si sono recati alle Torri gemelle, in quel luogo che tutti conoscono come il World Trade Center, a New York. Altri si sono incolonnati verso Arlington, in Virginia, la sede del Pentagono. Sull'altro versante del fiume Potomac, il Congresso degli Stati Uniti è tornato al lavoro dopo la pausa estiva. All'altro capo di Pennsylvania avenue i turisti hanno cominciato a mettersi in fila per una visita alla Casa Bianca. A Sarasota, in Florida, il presidente George W. Bush ha già fatto jogging alle prime luci dell'alba. Per quelli diretti verso un aeroporto le condizioni del tempo non potevano essere migliori per un viaggio sicuro e confortevole. Fra i viaggiatori di quella mattina c'erano Mohammed Atta e Abdul Aziz Al Omari, che si erano presentati all'aeroporto di Portland, nel Maine».
È questo l'incipit, quasi lirico, del rapporto finale della Commissione d'inchiesta americana sull'11 settembre. Sono 567 pagine che si leggono tutte d'un fiato, di cui ben 106 dedicate alle note con le fonti documentali e le testimonianze. Questo volumone è già ai primi posti della classifica dei best-seller in America. E non solo perché è scritto come uno spy-thriller di Tom Clancy. Non a caso due dei 10 commissari nominati dal presidente Bush e dal congresso (cinque repubblicani e cinque democratici) hanno confessato di avere letto e riletto i romanzi di Clancy durante i 16 mesi d'indagine. Il rapporto, approvato all'unanimità, è diventato una «storia da non perdere» perché riscrive in gran parte il complotto dell'11 settembre grazie a 2,5 milioni di documenti analizzati e a 1.200 interrogatori.
Racconta le vicende personali dei 19 dirottatori, guidati da Atta, con tutte le debolezze umane, i lampi di genio e la spietatezza appresa nei campi di addestramento afghani. Ricostruisce sulla base delle confessioni di tre fra i più importanti «pentiti» le varie fasi dell'organizzazione dell'attentato che pochi avrebbero immaginato, con protagonista assoluto Osama Bin Laden, coinvolto fin nei minimi dettagli. Demolisce le tante leggende metropolitane che sono state create artificiosamente e, in molti casi, dolosamente da improvvisati scrittori e apprendisti stregoni, soprattutto in Francia. Non basta. È un j'accuse senza pietà nei confronti di tutti quei «leader americani», autorità politiche e funzionari degli apparati d'intelligence e di sicurezza, che «non hanno saputo difendere il popolo americano». La colpa? «È stato un fallimento di politica, di gestione, di capacità e soprattutto un deficit d'immaginazione» ha dichiarato il presidente della Commissione Thomas Kean, già governatore repubblicano del New Jersey dal 1982 al 1990. Sono dieci le occasioni mancate per prevenire la battaglia iniziale della prima guerra del XXI secolo: quattro sotto la presidenza di Bill Clinton e sei sotto quella di George Bush jr.
Panorama ha estrapolato dal rapporto della commissione investigativa tutte le principali novità. Molte circostanze restano ancora da chiarire, soprattutto quelle sull'origine dei finanziamenti e sui misteriosi passaggi in Iran di alcuni dei 19 terroristi del gruppo d'assalto. Ma ciò che oggi sappiamo è sufficiente per ammonire l'America e il mondo intero che «non bisogna abbassare la guardia», come ha chiesto Kean durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto. Negli ultimi due dei 13 capitoli la commissione fa un puntuale e del tutto condivisibile elenco di raccomandazioni che riguardano in particolare il funzionamento futuro dell'intelligence Usa, un apparato tanto elefantiaco quanto inefficiente soprattutto nel collegare le informazioni raccolte dalle 15 agenzie incaricate della sicurezza nazionale. Per la Casa Bianca l'imperativo è di leggere, meditare e agire. Per l'opposizione del senatore democratico John Kerry è di incalzare l'amministrazione repubblicana in modo che il tempo non scorra invano. Per tutti noi è di capire e non dimenticare.
I DIROTTATORI
Sono tutti seguaci dell'Islam radicale e violento, più o meno convinti della loro missione, ma non infallibili. Contrariamente a quello che ha dichiarato nell'ottobre 2002 al congresso americano l'ex direttore dell'Fbi Louis Freeh non è vero che «sono stati selezionati per evitare la nostra attenzione, sono arrivati dall'estero con facilità e rispettando le leggi». Tredici dei 19 terroristi sono entrati negli Stati Uniti con passaporti contraffatti, e anche in modo assai artigianale. Altri tre, pur essendo i loro nomi nei database dei centri di antiterrorismo, non hanno suscitato alcun sospetto. Una volta in America, tre di loro sono riusciti a farla franca solo per la dabbenaggine delle guardie addette ai controlli nell'aeroporto Dulles di Washington oppure si sono comportati come pivelli non rispettando affatto le rigide regole dei manuali di Al Qaeda, che pure erano stati costretti a mandare a memoria.
Nel giugno del 2000, Khalid Al Mihdhar lascia di punto in bianco San Diego, dove si è infiltrato non senza tante vicissitudini, e il suo fedele compagno di stanza Nawaf Hazmi. Dopo avere chiuso i conti in banca, vola a casa, nello Yemen con i soldi che ha avuto dall'organizzazione. «Quando riceve la notizia della nascita del primo figlio non riesce a stare un solo giorno di più in California e abbandona tutto» scrivono i commissari. In Afghanistan Khalid Sheik Mohammed, «l'architetto dell'11 settembre», secondo la caustica definizione della commissione, diventa una belva. Urla che «quel pazzo di Mihdhar rischia di mandare tutto all'aria». Chiede la sua sostituzione. Bin Laden gliela rifiuta sostenendo che lo ha scelto di persona e che si fida ciecamente.
Rimasto solo, Hahzmi, con l'autorizzazione di Khalid Mohammed dall'Afghanistan, si mette a navigare in internet alla ricerca di una moglie o solo di una fidanzata che gli faccia compagnia per qualche tempo. Non la trova e si consola con il Corano e con la vicina moschea, dove trova molti «fratelli» che lo consolano.
Un altro dirottatore, Ziad Samir Jarrah, il pilota del volo United Airlines numero 93, che va a schiantarsi in Pennsylvania, invece che su Washington, per la coraggiosa rivolta dei passeggeri, abbandona la sua postazione in Florida, dove studia in una scuola di pilotaggio, almeno cinque volte, secondo l'Fbi. Nel 2000 vola di nascosto in Germania per andare a incontrare la fidanzata, che porta anche a Parigi per un weekend. A lei telefona centinaia di volte e scrive decine di email senza alcuna precauzione raccontando tutti i suoi progetti. Mohammed Atta non gli perdona le fughe d'amore e chiede di rispedirlo a casa. Non riesce a spuntarla. Khalid Mohammed s'incarica di riconciliare i due aspiranti suicidi e alla fine ci riesce anche. Ma Ziad non dimentica Aysel Senguen. Alla ragazza turca spedisce anche la lettera d'addio la sera prima d'imbarcarsi per l'avventura senza ritorno.
Quanto ai nove sauditi della squadra di dirottatori, loro finiscono nella rete di Al Qaeda solo per caso. Nell'estate del 2000 un folto gruppo di jihadisti parte dall'Arabia Saudita con l'intenzione di andare a combattere in Cecenia. Al confine fra Turchia e Georgia alcuni di loro vengono fermati. L'organizzazione si attiva fra Istanbul e Ankara e i sauditi vengono dirottati verso l'Afghanistan via Iran. Qui finiscono nei campi di addestramento di Al Qaeda e Bin Laden li sceglie a uno a uno per la missione della loro breve e nemmeno tanto intensa vita.
IL VERO CERVELLO
L'«operazione aerei», come fu definita dentro la ristretta cerchia dei capi di Al Qaeda, nasce nella mente di Khalid Sheik Mohammed, colui che, secondo la Commissione sull'11 settembre, «esemplifica il modello dell'imprenditore terrorista». Cresciuto in Kuwait, ma con radici familiari nel Beluchistan, la regione desertica a cavallo fra Pakistan e Iran, laurea in ingegneria meccanica presa in un'università del North Carolina, Khalid Mohammed ha covato nel corso della sua permanenza in America un odio feroce soprattutto per l'appoggio dato da tutte le amministrazioni americane a Israele nel conflitto con i palestinesi. Quando nel 1995 comincia a pensare come realizzare un attacco dentro gli Stati Uniti, non è nemmeno un membro effettivo di Al Qaeda, ma uno dei tanti della comunità mondiale dei mujaheddin che avevano combattuto in Afghanistan all'epoca dell'invasione sovietica.
Tenta di incontrare Bin Laden in Sudan, ma non ci riesce. Riprova un anno dopo a Tora Bora, la catena montuosa trasformata nel primo rifugio dello sceicco saudita in Afghanistan. Khalid Mohammed spiega a Bin Laden che l'America può e deve essere attaccata direttamente e il metodo migliore è quello di dirottare una decina di aerei da una costa all'altra degli Stati Uniti, per colpire la California e i suoi impianti nucleari, i grattacieli dello stato di Washington, ma soprattutto le Twin Towers, il Congresso, la Casa Bianca, il Pentagono, i quartier generali della Cia e dell'Fbi e magari anche altri centri nevralgici della politica e dell'economia americana. Un piano tanto ambizioso, spiega il mujaheddin, ha bisogno però di «uomini, soldi e supporto logistico che solo Al Qaeda può fornire». Bin Laden ascolta e rimane impassibile senza fare alcun commento. Chiede solo a Khalid Mohammed di entrare a far parte dell'organizzazione e di trasferire la famiglia in Afghanistan. Il terrorista rifiuta («Voglio rimanere indipendente») e comincia un lungo pellegrinaggio che lo porta in India, in Indonesia, in Malesia alla ricerca di altri personaggi disposti ad aiutarlo e a finanziarlo.
Due anni dopo, la svolta. Le stragi dell'agosto 1998 nelle ambasciate americane di Nairobi e di Dar es Salaam segnano uno spartiacque nella strategia del terrore. Khalid Mohammed viene ricontattato a Karachi, dove nel frattempo si è trasferito, e incontra di nuovo lo sceicco saudita. Siamo all'inizio del 1999. «Ok per il tuo progetto, fratello» dice Bin Laden. «I dettagli li definiremo successivamente». Da quel momento, Mohammed il «Baluchi» s'insedia in una casa presa in affitto da Al Qaeda a Kandahar e viene incaricato ufficialmente di supervisionare il mega-attentato.
Bin Laden però continua a non essere convinto del tutto. «Troppi aerei, troppi obiettivi. Ci può essere un errore o una fuga di notizie. Concentriamoci su un progetto di minore portata, ma di più sicura riuscita. Rinunciamo agli aerei nella parte occidentale degli Stati Uniti. Puntiamo su quelli della costa orientale». Nasce così l'11 settembre.
LO SCEICCO-DITTATORE
No, non sembra un amministratore delegato della Terror Inc, Osama Bin Laden, almeno fino alle stragi di New York e di Washington. Piuttosto è un direttore generale, forse anche un gradino più in basso, o più in alto, nel senso che dentro la sua organizzazione nulla accade senza che lui l'approvi e la vidimi con un ordine scritto o verbale: insomma è un vero dittatore. Così Bin Laden seleziona a uno a uno i 19 dirottatori, dopo aver ordinato un addestramento intenso e anche assai faticoso, con lo sgozzamento di pecore e cammelli, tanto per imparare poi a uccidere con i coltellini svizzeri i piloti e le hostess degli aerei dirottati. Ne riceve il giuramento di fedeltà. Sceglie anche il capo-squadra o «il comandante tattico», nel gergo jihadista, vale a dire l'egiziano Atta, perché è il più capace e anche quello che ha più vissuto in Occidente e ne ha appreso i costumi e le abitudini.
«Gli bastano pochi attimi per capire se il mujaheddin che ha di fronte è un martire vero o uno fasullo» ha raccontato ai membri della commissione lo stesso Khalid Mohammed, arrestato l'anno scorso in Pakistan. E ogni volta che l'organizzatore delle stragi dell'11 settembre sembra distrarsi pensando ad altri attacchi da realizzare in Asia o in Africa, è sempre Bin Laden a richiamarlo al dovere imponendogli di «focalizzarsi solo sull'operazione aerei e niente di più».
Lo sceicco mette becco su tutte le questioni. Specialmente su quelle che riguardano la sua sicurezza. Quando, a metà del 1998, Saddam Hussein invia una delegazione di alti ufficiali del suo servizio di spionaggio (Mukhabarat) in Afghanistan per invitarlo a trovare rifugio a Baghdad, Bin Laden declina l'invito. «Non c'è un posto più sicuro di Kandahar per me» fa dire agli emissari del dittatore iracheno.
Un altro mito che la commissione sfata è quello della ricchezza personale del rampollo di una delle famiglie saudite più facoltose. Non è vero che ha ereditato 300 milioni di dollari dopo la morte del padre. Piuttosto dal 1970 al 1994 ha ricevuto ogni anno 1 milione di dollari come quota-parte dei profitti dell'impero familiare. Il flusso è cessato su ordine di re Fahd. Quello che invece è vero, secondo il rapporto americano, è che Bin Laden è sempre stato il collettore dei soldi provenienti da un gruppo di finanziatori ancora senza volto dei paesi del Golfo Persico e in particolare dell'Arabia Saudita. Ha potuto anche beneficiare dei fondi versati da «dipendenti di fondazioni di beneficenza corrotte», come la Al Haramain Islamic Foundation e la Wafa. Il tutto per un bilancio annuale di 30 milioni di dollari, gestiti, come al solito, in prima persona. È Bin Laden che paga i salari, finanzia i campi di addestramento, decide i costi delle operazioni militari e acquista le armi e i veicoli. Di questa somma complessiva, in ogni caso, fra 10 e 20 milioni di dollari li ha versati ogni anno ai talebani per l'ospitalità. Il leader di Al Qaeda è comunque noto nel mondo jihadista per la sua avarizia. Per gli attentati dell'11 settembre non ha sborsato più di 400-500 mila dollari per quasi due anni di preparativi. Alla vigilia dei dirottamenti, ai 19 «fratelli» inviati in America ha fatto chiedere da Kandahar, tramite il solito Khalid Mohammed, di restituire i soldi che non avevano speso: 26 mila dollari.
IL DISSENSO
«Voglio che questi attacchi riescano anche a costo di dover pilotare io personalmente gli aerei». È così che Bin Laden si sfoga nell'estate 2001. Dopo aver respinto nel 1996 la proposta di Khalid Sheik Mohammed, quattro anni dopo, nel 2000, lo sceicco di Al Qaeda ha fretta. La visita a sorpresa di Ariel Sharon sulla spianata della moschea a Gerusalemme lo ha inorridito. «Non è necessario colpire gli obiettivi che abbiamo individuato. Basta che i nostri martiri mandino giù gli aerei dirottati» ordina a Khalid Sheik Mohammed. Il responsabile del complotto antiamericano resiste alle pressioni e fa affidamento su uno dei personaggi di cui Bin Laden si fida di più, Mohammed Atef, il comandante in capo delle operazioni militari, rimasto poi ucciso vicino a Kabul nel corso di un bombardamento americano nel novembre del 2001.
A credere al pentito più importante di Al Qaeda, Bin Laden ritorna alla carica per due volte nel 2001. La prima volta chiede che l'attentato abbia luogo il 12 maggio, sette mesi dopo l'attacco alla nave Uss Cole nello Yemen. La seconda volta scrive un messaggio urgente, affidato al genero Aws Al Madani, nel quale implora di lanciare l'offensiva nel giugno o nel luglio 2001, in coincidenza con la visita di Sharon alla Casa Bianca. «I nostri martiri» risponde entrambe le volte l'ingegnere kuwaitiano «non sono pronti. Rischiamo di fallire».
Sta di fatto che in luglio in tutti i campi di addestramento afghani viene emanata «un'allerta generale»: i mujaheddin devono allontanarsi assieme alle loro famiglie e rifugiarsi nei villaggi di montagna, il livello di sicurezza viene innalzato, lo stesso Bin Laden si nasconde per un mese intero. Non prima però di aver convocato i fedelissimi nel campo di Al Faruq: «Pregate Allah per il successo di un attacco che coinvolge 20 nostri martiri» afferma senza meglio precisare, com'è nel suo stile, che a volta irrita anche i seguaci.
Sono proprio questi allarmi e questi boatos che nell'estate del 2001 dall'Afghanistan arrivano fino a Langley, in Virginia, alla Cia e da qui, il 6 agosto, al ranch di Bush, a Crawford, nel Texas. «Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti» è il titolo del Presidential daily brief, il documento top secret che il direttore della Cia George Tenet mostra alle 8 in punto al presidente americano. Forse distratto dalle vacanze, Bush non sembra particolarmente allarmato dalla nota.
Bin Laden invece è sui carboni ardenti. Man mano che la voce di un mega-attentato si diffonde nei villaggi e nelle città afghane cresce anche il dissenso. Il mullah Omar, il leader dei talebani, si dichiara fermamente contrario sia perché teme la ritorsione violenta degli americani contro il suo regime sia perché sta per lanciare un'offensiva su larga scala contro l'Alleanza del nord, il gruppo guidato dal leggendario signore della guerra Ahmed Shah Massoud, sia soprattutto per una questione ideologica. A suo dire, Al Qaeda avrebbe dovuto attaccare «gli ebrei e non necessariamente gli Stati Uniti». Questa opposizione, secondo le conclusioni della commissione d'inchiesta, deriva anche dalle forti pressioni che il mullah Omar riceve dal governo pakistano, che non vuole estendere il raggio di azione di Bin Laden oltre l'Afghanistan e teme devastanti ripercussioni politiche e militari.
Con il mullah Omar si schierano alcuni dei principali esponenti di Al Qaeda, come Abu Hafs il mauritano, autore di una sorta di fatwa anti-attentati, nella quale cita a lungo il Corano, Sayf Al Adel e il responsabile delle finanze, Sheik Saeed. «Non possiamo contravvenire ai desideri dei nostri padroni di casa» avverte quest'ultimo nel corso di un vertice ristretto di Al Qaeda. A favore di Bin Laden si dichiarano invece il comandante militare Atef, il portavoce dell'organizzazione Sulayman Abu Ghayth e ovviamente Khalid Sheik Mohammed. «Gli attacchi all'America devono essere portati a termine immediatamente per aiutare l'insurrezione nei territori palestinesi occupati dagli israeliani e per protestare contro la presenza delle truppe americane sul sacro suolo delle due moschee (l'Arabia Saudita, ndr)» afferma Bin Laden. Secondo lo sceicco, inoltre, le stragi in America avrebbero giovato moltissimo ad Al Qaeda perché avrebbero attratto più «martiri, più fondi e soprattutto più simpatizzanti nel mondo musulmano».
Alla fine di agosto, quando i dirottatori sono ormai pronti a entrare in azione, Bin Laden convoca la Shura, il consiglio direttivo di Al Qaeda, e informa ufficialmente tutti che «un attacco di ampie proporzioni contro gli Stati Uniti avverrà nelle prossime settimane». Anche in questo caso diversi membri protestano. Lo sceicco controbatte sostenendo che «il mullah Omar non ha l'autorità per bloccare la nostra jihad fuori dall'Afghanistan». Si va ai voti. La maggioranza è contro, ma Bin Laden se ne infischia e dà il via definitivo.
Tutto questo però ha un retroscena che il saudita non rivela ai suoi. Per superare le obiezioni dei talebani, ha organizzato l'assassinio del loro nemico numero 1, vale a dire Massoud, in modo da minare alle fondamenta l'Alleanza del nord. Il 9 settembre, due finti giornalisti uccidono il leader afghano. «Adesso i talebani ci faranno un monumento» commenta il terribile Atef con Khalid Mohammed, che non era stato informato del piano segreto.
Due giorni dopo, i 19 (e non 20, come era stato detto a Bin Laden) dirottatori si svegliano all'alba, si lavano, s'inginocchiano verso la Mecca e pregano, prima di presentarsi negli aeroporti del New England e di Washington. «Abbiamo alcuni aerei» comunica Atta alla torre di controllo di Boston. Alle 8.46 in punto il Boeing 767 che guida, l'American airlines 11, va a schiantarsi contro la Torre nord del World Trade center. Un quarto d'ora dopo, alle 9.03, anche la Torre sud viene colpita dall'aereo United airlines 175. I morti sono 3 mila. Poco più tardi, alle 9.37, un'ala del Pentagono va in fiamme. Con una radio a pile, nella sua casa di fango a Kandahar, Bin Laden ascolta in religioso silenzio il notiziario in inglese della Bbc. «Allah sia lodato» esclama. E scompare. Fino alla prossima occasione.
IL RUOLO DI PASDARAN ED HEZBOLLAH
Nel loro rapporto sull'11 settembre i dieci membri della commissione d'inchiesta sono arrivati a una conclusione unanime, destinata a incidere moltissimo sull'agenda politica del presidente degli Stati Uniti, già a partire dall'indomani delle elezioni del prossimo 2 novembre. Più che l'Iraq è l'Iran degli ayatollah ad avere un ruolo di primo piano nelle vicende terroristiche di Al Qaeda. Nulla indica che il regime di Teheran o il movimento libanese di Hezbollah, finanziato ed eterodiretto dai Pasdaran, sapessero in anticipo degli attentati contro le Torri gemelle e il Pentagono. Resta però il mistero sul perché alcuni generali delle Guardie della rivoluzione, intercettati dalla Nsa, abbiano dato ordine di facilitare il passaggio dei terroristi attraverso la frontiera iraniana.
In questo caso le comunicazioni dell'intelligence sono corroborate dalle dichiarazioni di uno degli esponenti di punta dell'organizzazione terroristica, Tawfiq bin Attash, alias Khallad, implicato sia nell'attacco contro la Uss Cole sia negli attentati dell'11 settembre. Catturato dagli americani, Khallad ha raccontato della volontà iraniana di stringere i contatti con il vertice di Al Qaeda, dopo il trasferimento in Afghanistan. Osama Bin Laden ha resistito a un primo tentativo dei leader sciiti per non irritare la leadership religiosa sunnita dell'Arabia Saudita. Nonostante ciò, ha svelato ancora Khallad, i funzionari iraniani hanno emanato una serie di disposizioni per consentire ai membri di Al Qaeda di attraversare il territorio iraniano senza alcun timbro sui passaporti.
In particolare ad avvantaggiarsene sono stati 8 dei 10 sauditi del gruppo d'assalto dell'11 settembre, i quali sono transitati in Iran fra l'ottobre 2000 e il febbraio 2001, prima di entrare negli Stati Uniti. Secondo un rapporto della Cia, proprio nell'ottobre 2000 uno dei dirigenti del gruppo terroristico libanese Hezbollah, quasi certamente la primula rossa Imad Mughniyeh, volò in Arabia Saudita per coordinare queste attività. Il risultato fu che, il mese dopo, uno dei futuri dirottatori suicidi Ahmed Al Ghamdi s'imbarcò su un volo diretto a Beirut assieme allo stesso responsabile militare di Hezbollah. Dopo l'11 settembre, si legge sempre nel rapporto americano, sia l'Iran sia Hezbollah hanno cercato in tutti i modi di negare qualsiasi cooperazione con i terroristi sunniti. «Noi riteniamo che questa questione abbia bisogno di ulteriori indagini da parte del governo americano» è il commento finale della commissione d'inchiesta da interpretare come una raccomandazione pressante alla Casa Bianca e al Congresso.
Messaggio del 10-08-2004 alle ore 17:43:13
CRONOLOGIA DEGLI ATTACCHI
Gli eventi che hanno preceduto l'11 settembre 2001 analizzati dalla Commissione d'inchiesta americana sugli attacchi terroristici agli Stati Uniti
Metà 1996: Khalid Sheik Mohammed incontra Osama Bin Laden in Afghanistan. Gli propone diversi scenari di attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. Bin Laden non si impegna.
1998 : Mohammed Atta e Marwan Al-Shehhi affittano insieme un appartamento con Ramzi Binalshibh ad Amburgo, in Germania.
Primi mesi del 1999: Bin Laden convoca Khalid Sheik Mohammed a Kandahar, Afghanistan, per discutere dell'eventuale uso di aerei come armi di distruzione. Preparano una lista di bersagli. Questa comprende la Casa Bianca, il Pentagono, il Campidoglio a Washington e il World Trade Center. Bin Laden procura a Khalid Mohammed quattro aspiranti kamikaze, tra cui Khalid Almihdhar e Nawaf Hazmi.
Ultimi mesi del 1999: Quasi tutti i futuri «muscle hijackers», i terroristi responsabili dei passeggeri durante i dirottamenti, cominciano la loro jihad, allenandosi nei campi di addestramento in Afghanistan. Molti vanno in Arabia Saudita per ottenere dei visti, poi ritornano in Afghanistan.
Novembre-dicembre 1999: Atta, Ziad Samir Jarrah, Al-Shehhi e Binalshibh viaggiano, separati, fino all'Afghanistan. Poco dopo, il braccio destro di Bin Laden, Mohammed Atef, dà ordine ad Atta, Jarrah e Binalshibh di iscriversi a dei corsi di pilotaggio in Germania. Atta è nominato capo dell'operazione.
2000 Hani Hanjour arriva in un campo di Al Qaeda in Afghanistan. Pilota, è mandato da Khalid Mohammed per entrare a far parte del gruppo.
15 gennaio 2000: Almihdhar e Hazmi arrivano negli Stati Uniti d'America.
5 febbraio: Hazmi e Almihdhar si trasferiscono a San Diego per imparare l'inglese e per prendere lezioni di pilotaggio.
Marzo: Al-Shehhi, Atta, Jarrah e Binalshibh cominciano a cercare scuole di pilotaggio in Germania ma capiscono che è più semplice e rapido imparare a pilotare negli Stati Uniti. Atta, Al-Shehhi e Jarrah ottengono i visti americani. Binalshibh, invece, viene espulso.
Maggio: Al-Shehhi, Jarrah e Atta arrivano negli Stati Uniti. Cominciano a frequentare le scuole di pilotaggio a Venice in Florida.
25 settembre: Hanjour ottiene un visto americano per studenti, poi intraprende un viaggio negli Emirati Arabi Uniti per ottenere alcuni finanziamenti.
Ultimi mesi del 2000: Atta, Jarrah e Al-Shehhi cominciano ad allenarsi con i simulatori di volo.
Primi mesi del 2001: Atta, Jarrah e Al-Shehhi lasciano gli Stati Uniti per effettuare numerosi viaggi all'estero. Atta incontra Binalshibh in Germania. In seguito, Binalshibh vola verso l'Afghanistan per informare i vertici di Al Qaeda. Al-Shehhi va a Casablanca, Marocco.
Aprile: i «muscle hijackers» arrivano negli Stati Uniti.
24 maggio: Al-Shehhi, Jarrah e Atta cominciano a viaggiare all'interno degli Stati Uniti per provare e analizzare i dispositivi di sicurezza negli aeroporti e le migliori rotte per i futuri attacchi. Continuano le lezioni di pilotaggio.
4 luglio: Almihdhar ritorna negli Usa e va ad abitare con Hanjour e Alhazmi a Paterson, nel New Jersey.
Metà luglio: Atta incontra Binalshibh in Spagna. Atta informa che è riuscito a passare attraverso i dispositivi di sicurezza degli aeroporti con alcuni coltelli.
26 agosto: i terroristi cominciano a comprare i biglietti aerei per l'11 settembre.
7 settembre: Atta, da Fort Lauderdale, Florida, va a Baltimora, presumibilmente per incontrare i membri del gruppo che vivono a Laurel, Maryland.
9 settembre: Atta va da Baltimora a Boston, dove vivono Al-Shehhi e il suo gruppo di aspiranti kamikaze.
11 settembre: due aerei colpiscono il World Trade Center, un altro il Pentagono e un quarto aereo precipita in un campo della Pennsylvania dopo una rivolta dei passeggeri.
Fonte: Associated Press
CRONOLOGIA DEGLI ATTACCHI
Gli eventi che hanno preceduto l'11 settembre 2001 analizzati dalla Commissione d'inchiesta americana sugli attacchi terroristici agli Stati Uniti
Metà 1996: Khalid Sheik Mohammed incontra Osama Bin Laden in Afghanistan. Gli propone diversi scenari di attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. Bin Laden non si impegna.
1998 : Mohammed Atta e Marwan Al-Shehhi affittano insieme un appartamento con Ramzi Binalshibh ad Amburgo, in Germania.
Primi mesi del 1999: Bin Laden convoca Khalid Sheik Mohammed a Kandahar, Afghanistan, per discutere dell'eventuale uso di aerei come armi di distruzione. Preparano una lista di bersagli. Questa comprende la Casa Bianca, il Pentagono, il Campidoglio a Washington e il World Trade Center. Bin Laden procura a Khalid Mohammed quattro aspiranti kamikaze, tra cui Khalid Almihdhar e Nawaf Hazmi.
Ultimi mesi del 1999: Quasi tutti i futuri «muscle hijackers», i terroristi responsabili dei passeggeri durante i dirottamenti, cominciano la loro jihad, allenandosi nei campi di addestramento in Afghanistan. Molti vanno in Arabia Saudita per ottenere dei visti, poi ritornano in Afghanistan.
Novembre-dicembre 1999: Atta, Ziad Samir Jarrah, Al-Shehhi e Binalshibh viaggiano, separati, fino all'Afghanistan. Poco dopo, il braccio destro di Bin Laden, Mohammed Atef, dà ordine ad Atta, Jarrah e Binalshibh di iscriversi a dei corsi di pilotaggio in Germania. Atta è nominato capo dell'operazione.
2000 Hani Hanjour arriva in un campo di Al Qaeda in Afghanistan. Pilota, è mandato da Khalid Mohammed per entrare a far parte del gruppo.
15 gennaio 2000: Almihdhar e Hazmi arrivano negli Stati Uniti d'America.
5 febbraio: Hazmi e Almihdhar si trasferiscono a San Diego per imparare l'inglese e per prendere lezioni di pilotaggio.
Marzo: Al-Shehhi, Atta, Jarrah e Binalshibh cominciano a cercare scuole di pilotaggio in Germania ma capiscono che è più semplice e rapido imparare a pilotare negli Stati Uniti. Atta, Al-Shehhi e Jarrah ottengono i visti americani. Binalshibh, invece, viene espulso.
Maggio: Al-Shehhi, Jarrah e Atta arrivano negli Stati Uniti. Cominciano a frequentare le scuole di pilotaggio a Venice in Florida.
25 settembre: Hanjour ottiene un visto americano per studenti, poi intraprende un viaggio negli Emirati Arabi Uniti per ottenere alcuni finanziamenti.
Ultimi mesi del 2000: Atta, Jarrah e Al-Shehhi cominciano ad allenarsi con i simulatori di volo.
Primi mesi del 2001: Atta, Jarrah e Al-Shehhi lasciano gli Stati Uniti per effettuare numerosi viaggi all'estero. Atta incontra Binalshibh in Germania. In seguito, Binalshibh vola verso l'Afghanistan per informare i vertici di Al Qaeda. Al-Shehhi va a Casablanca, Marocco.
Aprile: i «muscle hijackers» arrivano negli Stati Uniti.
24 maggio: Al-Shehhi, Jarrah e Atta cominciano a viaggiare all'interno degli Stati Uniti per provare e analizzare i dispositivi di sicurezza negli aeroporti e le migliori rotte per i futuri attacchi. Continuano le lezioni di pilotaggio.
4 luglio: Almihdhar ritorna negli Usa e va ad abitare con Hanjour e Alhazmi a Paterson, nel New Jersey.
Metà luglio: Atta incontra Binalshibh in Spagna. Atta informa che è riuscito a passare attraverso i dispositivi di sicurezza degli aeroporti con alcuni coltelli.
26 agosto: i terroristi cominciano a comprare i biglietti aerei per l'11 settembre.
7 settembre: Atta, da Fort Lauderdale, Florida, va a Baltimora, presumibilmente per incontrare i membri del gruppo che vivono a Laurel, Maryland.
9 settembre: Atta va da Baltimora a Boston, dove vivono Al-Shehhi e il suo gruppo di aspiranti kamikaze.
11 settembre: due aerei colpiscono il World Trade Center, un altro il Pentagono e un quarto aereo precipita in un campo della Pennsylvania dopo una rivolta dei passeggeri.
Fonte: Associated Press
Messaggio del 10-08-2004 alle ore 17:44:00
AVVERTIMENTI INASCOLTATI
Tutti i segnali d'allarme arrivati all'amministrazione americana
23 marzo 2001 Condoleezza Rice è allertata sulla presenza di cellule di Al Qaeda negli Usa.
20 aprile Il Gruppo di sicurezza antiterrorismo (Counterterrorism security group) avverte: «Bin Laden sta pianificando alcune operazioni».
Maggio Alcuni rapporti inviati ad alti funzionari avvertono che «i piani di Bin Laden sono in avanzato stato di attuazione».
Maggio L'Fbi lancia un allarme attentati a Londra, Boston e New York.
16 maggio L'ambasciata degli Stati Uniti avverte che il gruppo legato a Bin Laden «sta pianificando un attacco contro gli Usa usando "esplosivi pericolosi"».
17 maggio La prima informazione riportata dall'agenda della Cia recita: «USB (Osama Bin Laden): operazione programmata negli Stati Uniti».
29 Maggio Richard Clarke, consigliere per il terrorismo del Consiglio per la sicurezza nazionale, avverte Condoleezza Rice: «Quando questi attacchi saranno compiuti, ci chiederemo che cosa avremmo potuto fare di più per fermarli».
12 giugno Rapporti della Cia registrano che Al Qaeda sta reclutando persone che viaggino negli Stati Uniti. Lo scopo è un attacco terroristico.
22 giugno La Cia avvisa tutti i capi stazione di un «possibile attacco suicida da parte di Al Qaeda contro un obiettivo statunitense».
Fine giugno Esperti di terrorismo sottolineano l'«alta probabilità di attacchi spettacolari a breve termine».
25 giugno Condoleezza Rice comunica che sei diversi rapporti della Cia rilevano che «membri di Al Qaeda hanno riferito dell'imminenza di un attacco».
30 giugno Un rapporto consegnato ad alti dirigenti mette in guardia: «Bin Laden sta progettando attacchi molto ambiziosi» che ci si aspetta avranno «conseguenze drammatiche e di proporzioni catastrofiche».
2 luglio L'Fbi avverte i reparti investigativi di tutte le forze dell'ordine statunitensi di minacce da parte di Osama Bin Laden.
5 luglio La Cia avvisa il ministro della Giustizia John Ashcroft che la «preparazione di attacchi multipli» è «all'ultima fase o già completata».
6 luglio La Cia avverte il Gruppo di sicurezza antiterrorismo dell'imminenza di un attacco «spettacolare».
Luglio L'Fbi riceve una nota dallo staff di Phoenix che avverte degli «sforzi congiunti» di Bin Laden di far frequentare ad alcuni studenti le scuole di volo statunitensi. La nota riporta anche che un «non specificato numero di individui di un certo interesse per gli inquirenti» sta frequentando una di queste scuole in Arizona.
31 luglio Una circolare emessa dall'Amministrazione federale dell'aviazione avverte la comunità aerea di «possibili operazioni terroristiche a breve termine».
6 agosto Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush riceve un «Rapporto del giorno» dalla Cia dal titolo «Bin Laden è determinato a colpire gli Stati Uniti».
15 agosto L'Fbi inizia a investigare su Zacarias Moussaoui dopo il suo arresto.
23 agosto Il capo della Cia Charles Tenet riceve un rapporto dal titolo «Gli estremisti islamici imparano a volare».
24 agosto La Cia trasmette a Parigi una nota su: «soggetti implicati in training sospetto per il volo 747» e descrive Moussaoui come possibile «dirottatore suicida».
28 agosto La Cia scopre il soprannome di Khalid Sheik Mohammed: potenzialmente una scoperta determinante. «Ma il tempo era poco e sta per scadere».
Fonte: Rapporto della Commissione Usa sull'11 settembre
AVVERTIMENTI INASCOLTATI
Tutti i segnali d'allarme arrivati all'amministrazione americana
23 marzo 2001 Condoleezza Rice è allertata sulla presenza di cellule di Al Qaeda negli Usa.
20 aprile Il Gruppo di sicurezza antiterrorismo (Counterterrorism security group) avverte: «Bin Laden sta pianificando alcune operazioni».
Maggio Alcuni rapporti inviati ad alti funzionari avvertono che «i piani di Bin Laden sono in avanzato stato di attuazione».
Maggio L'Fbi lancia un allarme attentati a Londra, Boston e New York.
16 maggio L'ambasciata degli Stati Uniti avverte che il gruppo legato a Bin Laden «sta pianificando un attacco contro gli Usa usando "esplosivi pericolosi"».
17 maggio La prima informazione riportata dall'agenda della Cia recita: «USB (Osama Bin Laden): operazione programmata negli Stati Uniti».
29 Maggio Richard Clarke, consigliere per il terrorismo del Consiglio per la sicurezza nazionale, avverte Condoleezza Rice: «Quando questi attacchi saranno compiuti, ci chiederemo che cosa avremmo potuto fare di più per fermarli».
12 giugno Rapporti della Cia registrano che Al Qaeda sta reclutando persone che viaggino negli Stati Uniti. Lo scopo è un attacco terroristico.
22 giugno La Cia avvisa tutti i capi stazione di un «possibile attacco suicida da parte di Al Qaeda contro un obiettivo statunitense».
Fine giugno Esperti di terrorismo sottolineano l'«alta probabilità di attacchi spettacolari a breve termine».
25 giugno Condoleezza Rice comunica che sei diversi rapporti della Cia rilevano che «membri di Al Qaeda hanno riferito dell'imminenza di un attacco».
30 giugno Un rapporto consegnato ad alti dirigenti mette in guardia: «Bin Laden sta progettando attacchi molto ambiziosi» che ci si aspetta avranno «conseguenze drammatiche e di proporzioni catastrofiche».
2 luglio L'Fbi avverte i reparti investigativi di tutte le forze dell'ordine statunitensi di minacce da parte di Osama Bin Laden.
5 luglio La Cia avvisa il ministro della Giustizia John Ashcroft che la «preparazione di attacchi multipli» è «all'ultima fase o già completata».
6 luglio La Cia avverte il Gruppo di sicurezza antiterrorismo dell'imminenza di un attacco «spettacolare».
Luglio L'Fbi riceve una nota dallo staff di Phoenix che avverte degli «sforzi congiunti» di Bin Laden di far frequentare ad alcuni studenti le scuole di volo statunitensi. La nota riporta anche che un «non specificato numero di individui di un certo interesse per gli inquirenti» sta frequentando una di queste scuole in Arizona.
31 luglio Una circolare emessa dall'Amministrazione federale dell'aviazione avverte la comunità aerea di «possibili operazioni terroristiche a breve termine».
6 agosto Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush riceve un «Rapporto del giorno» dalla Cia dal titolo «Bin Laden è determinato a colpire gli Stati Uniti».
15 agosto L'Fbi inizia a investigare su Zacarias Moussaoui dopo il suo arresto.
23 agosto Il capo della Cia Charles Tenet riceve un rapporto dal titolo «Gli estremisti islamici imparano a volare».
24 agosto La Cia trasmette a Parigi una nota su: «soggetti implicati in training sospetto per il volo 747» e descrive Moussaoui come possibile «dirottatore suicida».
28 agosto La Cia scopre il soprannome di Khalid Sheik Mohammed: potenzialmente una scoperta determinante. «Ma il tempo era poco e sta per scadere».
Fonte: Rapporto della Commissione Usa sull'11 settembre
Messaggio del 10-08-2004 alle ore 17:44:46
DIFESA BUCATA
Nessuno ha seguito le tracce radar
Fin dal primo impatto del Boeing dell'American Airlines guidato da Mohammed Atta contro la Torre nord del World Trade Center la reazione degli organi dell'amministrazione Usa è apparsa improvvisata e pasticciona. Nel rapporto della Commissione d'inchiesta si legge che le torri di controllo della Federal aviation administration non sono riuscite per molti minuti a seguire le tracce degli aerei dirottati e non hanno potuto far scattare in tempo il sistema di allarme del Norad, il comando della difesa aerospaziale del Nord America, con base in Colorado.
I generali non hanno saputo dei voli United 175 e American Airlines 77 (di cui la Faa perse le tracce per ben 36 minuti mentre si dirigeva verso il Pentagono) fin quando gli aerei non raggiunsero i loro obiettivi. Né seppero del volo United 93 fino allo schianto in Pennsylvania. Quando gli stessi alti ufficiali ricevono alle 10.31 l'autorizzazione del vicepresidente Dick Cheney ad abbattere qualunque aereo ostile, l'ultimo Boeing dirottato ha già compiuto la sua missione di morte.
Lo stesso Norad non ha mai trasmesso gli ordini di Cheney ai piloti in volo, alcuni dei quali, decollati in fretta e furia, girovagavano per i cieli della costa orientale americana senza alcuna meta né istruzione. Era tale il clima di confusione in quei momenti che Cheney, nel corso di una telefonata con il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, alle 10.39 di quel martedì 11 settembre, disse: «I nostri jet militari hanno già messo fuori combattimento un paio di aerei nemici».
DIFESA BUCATA
Nessuno ha seguito le tracce radar
Fin dal primo impatto del Boeing dell'American Airlines guidato da Mohammed Atta contro la Torre nord del World Trade Center la reazione degli organi dell'amministrazione Usa è apparsa improvvisata e pasticciona. Nel rapporto della Commissione d'inchiesta si legge che le torri di controllo della Federal aviation administration non sono riuscite per molti minuti a seguire le tracce degli aerei dirottati e non hanno potuto far scattare in tempo il sistema di allarme del Norad, il comando della difesa aerospaziale del Nord America, con base in Colorado.
I generali non hanno saputo dei voli United 175 e American Airlines 77 (di cui la Faa perse le tracce per ben 36 minuti mentre si dirigeva verso il Pentagono) fin quando gli aerei non raggiunsero i loro obiettivi. Né seppero del volo United 93 fino allo schianto in Pennsylvania. Quando gli stessi alti ufficiali ricevono alle 10.31 l'autorizzazione del vicepresidente Dick Cheney ad abbattere qualunque aereo ostile, l'ultimo Boeing dirottato ha già compiuto la sua missione di morte.
Lo stesso Norad non ha mai trasmesso gli ordini di Cheney ai piloti in volo, alcuni dei quali, decollati in fretta e furia, girovagavano per i cieli della costa orientale americana senza alcuna meta né istruzione. Era tale il clima di confusione in quei momenti che Cheney, nel corso di una telefonata con il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, alle 10.39 di quel martedì 11 settembre, disse: «I nostri jet militari hanno già messo fuori combattimento un paio di aerei nemici».
Messaggio del 10-08-2004 alle ore 17:49:39
Non c'entra niente ma
Non c'entra niente ma
Messaggio del 10-08-2004 alle ore 17:50:31
vai di polemica mo
vai di polemica mo
Messaggio del 10-08-2004 alle ore 18:19:57
C'era stato anche un'altro attentato nel 1993, con un furgoncino carico di esplosivo, parcheggiato davanti o nel seminterrato di una delle due torri.Ma non ci sono stati danni seri.Da quel che ricordo solo feriti e un gran casino.L'attentatore è stato rinchiuso in carcere negli U.S.A.ed era sempre un terrorista islamico.Suo fratello ha rivendicato più volte la sua liberazione,ed è un pezzo grosso di Al Qaeda. Nella fattispecie non so dirvi di più.
C'era stato anche un'altro attentato nel 1993, con un furgoncino carico di esplosivo, parcheggiato davanti o nel seminterrato di una delle due torri.Ma non ci sono stati danni seri.Da quel che ricordo solo feriti e un gran casino.L'attentatore è stato rinchiuso in carcere negli U.S.A.ed era sempre un terrorista islamico.Suo fratello ha rivendicato più volte la sua liberazione,ed è un pezzo grosso di Al Qaeda. Nella fattispecie non so dirvi di più.
Messaggio del 11-08-2004 alle ore 09:08:42
E che problema c'è, basta chiedere
Il 26 febbraio 1993, alle 12:20 (ora locale, le 18:20 in Italia), un'automobile trasformata in polveriera, grazie a un quintale di esplosivo al plastico C-4, esplose nel garage sotterraneo, al livello B-2, sotto le torri gemelle del World Trade Center (Wtc), a un centinaio di metri da una stazione della metropolitana. I morti furono sei, i feriti 1.042, per la maggior parte intossicati dal fumo dell'incendio sviluppatosi subito dopo la deflagrazione. L'esplosione provocò anche il crollo di un muro e del tetto della vicina stazione ferroviaria. Un treno venne danneggiato. L'attentato fu rivendicato da ben 90 telefonate. In seguito alle indagine vennero arrestate cinque persone. Il corpo della sesta vittima fu ritrovato il 16 marzo, durate la rimozione delle macerie. La maggior parte delle persone rimaste ferite si trovava nei piani alti delle Torri Gemelle, invase dal fumo: per evacuare la gente intrappolata negli uffici vennero usati anche gli elicotteri
E che problema c'è, basta chiedere
Il 26 febbraio 1993, alle 12:20 (ora locale, le 18:20 in Italia), un'automobile trasformata in polveriera, grazie a un quintale di esplosivo al plastico C-4, esplose nel garage sotterraneo, al livello B-2, sotto le torri gemelle del World Trade Center (Wtc), a un centinaio di metri da una stazione della metropolitana. I morti furono sei, i feriti 1.042, per la maggior parte intossicati dal fumo dell'incendio sviluppatosi subito dopo la deflagrazione. L'esplosione provocò anche il crollo di un muro e del tetto della vicina stazione ferroviaria. Un treno venne danneggiato. L'attentato fu rivendicato da ben 90 telefonate. In seguito alle indagine vennero arrestate cinque persone. Il corpo della sesta vittima fu ritrovato il 16 marzo, durate la rimozione delle macerie. La maggior parte delle persone rimaste ferite si trovava nei piani alti delle Torri Gemelle, invase dal fumo: per evacuare la gente intrappolata negli uffici vennero usati anche gli elicotteri
Messaggio del 11-08-2004 alle ore 09:57:16
Ma che significato ha la vignetta? Non c'è nè satira, ne ironia, ne sarcasmo...
Ma che significato ha la vignetta? Non c'è nè satira, ne ironia, ne sarcasmo...
Messaggio del 11-08-2004 alle ore 10:07:56
Vai sul sito di panorama e guardati le vignette dell'ultimo anno, questa non è la peggiore
Vai sul sito di panorama e guardati le vignette dell'ultimo anno, questa non è la peggiore
Messaggio del 11-08-2004 alle ore 10:09:37
Dean mi spieghi il suo significato?
Dean mi spieghi il suo significato?
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11 SETTEMBRE I RETROSCENA INEDITI
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