Cultura & Attualità

Un esercito di omosessuali
Messaggio del 31-08-2006 alle ore 01:52:08
Quadro Vaticano, non so se paghi i diritti d'autore per appropriarti di tal titolo, ma mi vengono davvero i conati di vomito nel leggere tali luride stronzate. Nessuno soffre per quel che è, semmai per il modo in cui interagisce con il contesto, dunque parlo del rapporto bilaterale individuo-società. Sono proprio questi anatemi del pisello ad allontanare la società dall'individuo, il quale non può che affondare nella più profonda insofferenza. Non esiste alcuna malattia da curare, le organizzazioni mondiali che si occupano di psichiatria hanno rimosso l'omosessualità dalla lista delle patologie mentali da più di 30 anni. Ora va a predicare altrove, mio caro pastore nazista

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Editato da Skin il 31/08/2006 alle 01:55:20
Messaggio del 31-08-2006 alle ore 01:22:25
Forse hai capito male, Quadro Vaticano.Rabbrividisco quando qualcuno rabbrividisce perchè io rabbrividisco se leggo che "l'omosessualita' si puo' curare".Per il semplice fatto che non ritengo,al contrario di te, l'omosessualita' una malattia.
Messaggio del 31-08-2006 alle ore 01:00:31

La cura dell'omosessualità è un bene per chi ne soffre il travaglio

allora è lecito anche rifarsi da capo a piedi da un chirurgo estetico, perché è giusto che uno cambi se stesso se non si piace; allora è lecito manipolare i geni, perché è giusto cambiare ciò che non ci piace; è un bene per chi ne soffre il travaglio.


La parola greca Arché deriva dall'ebraico JHWH

e in quale mirabolante modo è avvenuto ciò? Ero convinto che l'attico arkhé e il dorico arkhà derivassero dalla radice indoeuropea ark che assume variamente i significati di "proteggere" e "comandare"
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 23:53:00
Divertentissimi...
É uscita una novità: curare gli omosessuali fa rabbrividire... ma non è ancora uscita una cura alla follia; la suora delle elementari è ancora viva; a morte gli omosessuali!

La novità è che curare l'omosessualità è possibile, mi fa piacere dirlo e non rabbrividisco di fronte a questa possibilità. Che ci crediate o no, per me non è importante, siate liberi di crederci, di non crederci, di fare le vostre verifiche o di non farle, in ogni caso la realtà è sempre la stessa.

La cura dell'omosessualità è un bene per chi ne soffre il travaglio; rabbrividisco quando sento dire: «La cura degli omosessuali mi fa rabbrividire.», è un giudizio brutto che suona come una maledizione. Perché gli omosessuali non devono avere la possibilità di curarsi? Se vogliono c'è questa possibilità, è una loro libera scelta che in ogni caso va rispettata.

La parola greca Arché deriva dall'ebraico JHWH, che secondo gli ebrei è il nome impronunciabile di Dio, l'infinito amore che non maledice nessuno sulla terra. Neanche gli omosessuali.

Capisco la provocazione di Adonai, ma rispondo secondo le mie scelte e le mie possibilità.
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 20:23:13
A MORTE GLI OMOSESSUALI!!!!!!!!!
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 17:41:21
Quadro,gna cazz...fì ad avere tutto sto tempo,gay o nn gay ci vo la pazienz pè fà tutto sto lavoro.
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 17:20:04
ma non esce mai alcuna cura alla follia
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 16:01:21
Fregne su fatte di "curare l'omosessualita".Ugne tante iesce na nuveta'.
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 13:39:17
Quadro, la suora che mi ha insegnato alle elementari è ancora viva e vegeta
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 13:05:39
...rileggevo i diversi interventi...

...stà cosa del "curare" l'omosessualità...insieme al vademecum del pretucolo fanno un pò rabbrividire...

e cmq ripeto che, per una volta, adonai ha detto una cosa sensata...
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 12:53:58
EYE...come al solito non hai capito niente...adonai non voleva discutere sulle tendenze sessuali dei militari israeliani, ma la sua era solo una provocazione.

INTELLIGENTI PAUCA
Messaggio del 30-08-2006 alle ore 02:40:43
Complimenti! Sei spiritoso...
Alle volte immagino il maestro delle scuole elementari che si rivolta nella tomba e dice: "ma chi me l'ha fatto fare? Chi me l'ha fatto fare a insegnare a leggere a quello lì? Sa tutto lui... É diventato una rottura di Balle!"

Adonai, scusami la domanda: per te è peccato pronunciare JHWH?
Messaggio del 29-08-2006 alle ore 11:34:25

eccentrico quasi quanto te e Adonai
Messaggio del 29-08-2006 alle ore 08:52:09
ATTENZIONE

ADONAI HA DETTO QUALCOSA DI SENSATO
Messaggio del 29-08-2006 alle ore 02:14:13
Piuttosto che curare l'omosessualità, dovremmo concentrarci sulla stupidità: quella è ben più grave
Messaggio del 29-08-2006 alle ore 02:12:33
un altro eccentrico personaggio si aggiunge alla community
Messaggio del 29-08-2006 alle ore 02:06:30

i maschi che rinunciano alle loro caratteristiche maschili sono omosessuali

ne conosci pochi di omosessuali, eh?
Messaggio del 29-08-2006 alle ore 02:03:53
OneSolution, leggo appena ora il tuo richiamo e ti chiedo scusa per la violazione della netiquette. Eviterò in futuro tale, pessima abitudine.

Sintesi: l'omosessualità non esiste. Nel senso che ognuno di noi maschi o femmine abbiamo delle componenti dell'altro sesso e quando queste componenti vengono accettate si riesce ad avere delle ottime relazioni con l'altro sesso. Ad esempio: una donna, sportiva, risoluta e forte di carattere che accetta queste caratteristiche maschili (di solito) è ben accetta dagli uomini; viceversa un uomo comprensivo, altruista, di animo religioso che piange guardando un film romantico o che accompagna suo figlio nel suo primo giorno di scuola è avvantaggiato nelle relazioni con le donne, perché i due hanno metà strada fatta e la relazione di coppia è molto più stabile.

Le donne che invece rinunciano alle loro caratteristiche maschili sono quelle madonnucce dolci dolci, two balls... che in molti casi sono poco affidabili.

Gli uomini che rinunciano alle caratteristiche femminili sono i Pappalardo della situazione, con questi tipi è più difficile avere delle relazioni stabili.

Arriviamo al punto: i maschi che rinunciano alle loro caratteristiche maschili sono omosessuali come pure le femmine che rinunciano alle loro caratteristiche femminili.

Visto che spesso leggo delle lamentele di gay che non accettano la loro condizione sottolineo che è possibile curare l'omosessualità! Quindi può essere importante leggere il post sull'outing e fare delle ricerche sui terapeuti con la certificazione outing attivi in zona.

Messaggio del 25-08-2006 alle ore 14:26:50
quadro,ma un riassuntino,no??
Messaggio del 25-08-2006 alle ore 13:19:38
quadro...

a parte che non credo tu sia una persona così insensata da pensare che qualcuno si possa leggere tutte stè cose che scrivi...

poi un principio buono potrebbe essere "sii una sgreetta + sintetico"

poi potresti anche dircelo che sei gheimica ci scandalizziamo
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 16:00:29
Non mi pare di aver detto: "è farina del mio sacco!" e poi ero già in giro a inserire le provenienze e gli autori.

Il mancanza del punto nega il contenuto?
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:44:03
si ma il punto.....?
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:34:10
io tornerei al succo del discorso: se c'è un 3D che riguarda gli omosessuali, possiamo scommettere milioni di euro sul fatto che l'abbia aperto Adonai
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:30:54
Questi...emh..."interventi" sono copiati, vocale per vocale consonante per consonante, dal giornale "tempi online".
Per es. "sproloqui ecc." è ricopiato dall'articolo avente lo stesso titolo del giornale in oggetto del 15.9.2005, scritto da Casadei Rodolfo.

Ah!...dimenticavo! Il numero del giornale "copiato" è il 38.

Non è farina del tuo sacco...quadro...dovevi, per correttezza, fare citazione dell'autore.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:14:35
Il seguente articolo è tratto dal settimanale Tempi del 6 Ottobre del 2005

I giorni del condom

di Rodolfo Casadei

La fedeltà di coppia, e non i profilattici, hanno abbassato l'aids. Lo confermano gli studi scientifici, ignorati dalla grande stampa che continua a fare propaganda ideologica

Diffamate pure l’Uganda con le denunce di un presunto boicottaggio dei condom, continuate a lanciare le vostre accuse grottesche contro i papi, tirate in ballo George W. Bush e la destra religiosa americana. Cari giornalisti liberal, le vostre campagne di stampa potranno sempre nascondere la verità ma non riusciranno a cancellarla: fedeltà di coppia, astinenza sessuale, riduzione del numero dei partner sono molto più importanti nella lotta all’Aids che non la disponibilità e l’uso dei profilattici. Gli studi scientifici che evidenziano questa verità si accumulano, ma sulle pagine del New York Times, di Le Mond, dell’Economist c’è spazio soltanto per i rapporti di Human Rights Watch e per le dichiarazioni di Stephen Lewis, il canadese rappresentante speciale dell’Onu per l’Aids in Africa, che incolpano il governo ugandese di avere quasi eliminato il condom dalle campagne di prevenzione dell’Aids per fare un piacere al presidente Bush e ai suoi programmi basati sull’astinenza. I capi di accusa sono: penuria di profilattici distribuiti gratuitamente che avrebbe costretto i consumatori a ricavare condom di fortuna da sacchetti di plastica per l’immondizia (!) caro-prezzi dei profilattici in vendita, negazione delle informazioni sull’utilizzo dei condom ai bambini delle scuole elementari (!), eccessiva pubblicità delle campagne per l’astinenza sessuale promosse da Janet Museveni, la moglie del presidente, una cristiana evangelica molto attiva. Inutilmente ministri e ambasciatori ugandesi hanno cercato di spiegare che la penuria c’era stata a causa del ritiro dal mercato di un prodotto che presentava seri problemi, che 65 milioni di profilattici erano nel frattempo diventati disponibili e altri 80 milioni sarebbero arrivati. Avendo fatto l’errore di premettere alle loro dichiarazioni che «sì, noi riconosciamo che i condom riducono il rischio ma riconosciamo anche che non lo eliminano», e avendo dietro di sé un presidente come Yoweri Musevenj che al summit dell’Onu sull’Aids a Bangkok nel 2004 aveva detto di preferire «relazioni ottimali basate sull’amore e la fiducia alla diffidenza istituzionalizzata, che è l’ambito del condom», sono stati trattati come mentecatti. Le Monde ha sentenziato che il successo dell’Uganda nel ridurre il tasso di positività dal 15 per cento degli adulti nel 1992 al 6 per cento di oggi, unico paese africano fino ad oggi a riuscire nell’impresa, «si fonda sull’utilizzo dei preservativi».
Ma così non è. Leggere per credere.

Profilattici: nessuno è perfetto
Una delle accuse formulate nei confronti di Janet Museveni è di aver fatto affiggere manifesti in cui si afferma che i condom riducono il rischio di contrarre l’Aids soltanto dell’80 per cento, mentre il condom sarebbe molto più sicuro di così. In realtà il dato è esatto, esso proviene da uno studio americano (Weller S., Davis K., Condom effectiveness in reducing haterosexual Hiv transmission) revisionato dall’autorevole Cochrane Library. Tale studio prende in considerazione l’utilizzo «adeguato» del condom, cioè un utilizzo continuato (tutte le volte che c’è un rapporto sessuale) ma non necessariamente appropriato. Il profilattico è un metodo di prevenzione dell’Aids abbastanza efficace quando ci si riferisce all’utilizzo «perfetto», cioè quando lo si utilizza sempre e nel modo migliore: allora il suo tasso di efficacia per quanto riguarda la trasmissione dell’Hiv è del 96 per cento su base annua (che vuol pur sempre dire che ci saranno 4 contagi nel corso di un anno); ma scende all’87 per cento quando si passa all’utilizzo «tipico», cioè l’utilizzo non continuato (a volte si, a volte no) e non appropriato (condom danneggiati, entrati in contatto con fluidi corporei, indossati troppo tardi, ecc.); questi sono i numeri che J. Trussell e K. Yost producono in un loro citatissimo studio, fondato sul presupposto di soggetti che abbiano 83 rapporti sessuali all'anno (media americana). Proiettati su dieci anni, questi numeri sono molto allarmanti: fra gli utilizzatori tipici il tasso di infezione raggiungerebbe il 75-78 per cento nell’arco di un decennio. Alla recente conferenza Onu di Rio de Janeiro Ward Cates di Family Health International (una Ong americana favorevole ai condom) ha mostrato le diapositive con queste proiezioni senza che nessuno obiettasse.
Ma, si dirà, tutto il problema sta nell’aiutare la gente a passare dall’utilizzo «tipico» a quello «perfetto». Più facile a dirsi che a farsi! E inoltre l’accento sul condom può avere risultati opposti a quelli attesi. Lo dimostra uno studio ugandese fresco di stampa, apparso sul numero di settembre della rivista scientifica Journal of Acquired immune Deficiency Syndromes sotto il titolo Increasing Condom Use Without Reducing Hiv Risk, cioè «Aumentare l’utilizzo del condom senza ridurre il rischio dell’Hiv». Gli studiosi hanno selezionato due gruppi di giovani maschi ugandesi; hanno addestrato i primi all’utilizzo perfetto del condom e li hanno forniti di coupon per ritirarli gratis presso strutture di facile accesso; hanno comunicato solo informazioni generali sull’Aids e fornito altrettanti coupon ai secondi. All’inizio e alla fine dell’esperimento ai due gruppi è stato chiesto di compilare un identico questionario sulle loro attività sessuali, per raffrontare i comportamenti prima e dopo l’intervento. Ci si attendeva che i primi rivelassero comportamenti meno esposti al rischio del contagio che non i secondi. É risultato il contrario. I membri del primo gruppo hanno sì utilizzato i loro coupon in misura maggiore di quelli del secondo, ma nel contempo hanno aumentato l’intensità della loro attività sessuale, incluso il numero dei partner (che sono passati da 2,13 a 2,44 mentre quelli del secondo diminuivano da 2,20 a 2,03) e non hanno diminuito le occasioni di sesso non protetto (31,9 per cento di rispondenti sia prima che dopo l’intervento). Risultato: «L’astinenza da rapporti con partner occasionali è aumentata nel gruppo «generico» ma è diminuita nel gruppo «istruito». Il risultato netto è che un numero leggermente maggiore di uomini nel gruppo «istruito» ha dichiarato rapporti sessuali non protetti con partner occasionali nel questionario finale in confronto agli uomini del gruppo «generico»..., non c’è dunque nessuna prova statistica di un beneficio dell’intervento in termini di cambiamento di comportamenti sessuali a rischio, come quello rappresentato dal sesso non protetto con partner occasionali»
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Editato da Quadro Vaticano il 24/08/2006 alle 15:35:33
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Editato da Quadro Vaticano il 24/08/2006 alle 15:40:29
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:13:38
L'articolo seguente è tratto dal settimale Tempi del 15 Semmbre del 2005

Sproloqui liberal sull'Aids

di Rodolfo Casadei

Accusano il Papa di essere responsabile della diffusione della malattia, tacciono sul rischio del «Super Aids» che certi comportamenti sessuali fanno pesare sull'umanità. Il pessimo giornalismo dei liberal anglosassoni

Disinformano diffamando il compianto Giovanni Paolo ll e intanto trascurano l’informazione sui comportamenti che favoriscono il formarsi di ceppi di Hiv resistenti agli antiretrovirali anche dopo l'inquietante episodio del caso di Aids superveloce e resistente a quasi tutti i farmaci venuto alla luce nel gennaio scorso a New York. Il modello di comportamento di una grande parte della stampa anglosassone in tema di Aids è improntato al pregiudizio anticattolico e alle forme più controproducenti di politically correct.

La chiesa colpevole di crimini contro l'umanità
Per darsi arie di bastian contrari e far parlare di sé, fra aprile e maggio alcune testate hanno deciso di distinguersi dal coro di rispettoso omaggio alla figura del defunto pontefice decidendo di accusarlo nientemeno che della diffusione dell'Aids, a loro modo di vedere facilitata dalla condanna morale dell’uso dei profilattici da parte della Chiesa cattolica. Nicholas Kristof ha scritto sul New York Times che il divieto vaticano sui condom «è costato centinaia di migliaia di vite» e rappresenta «uno dei suoi più tragici errori nei suoi duemila anni di storia»; a Londra il New Statesnsan ha intitolato il suo servizio di prima pagina «Il sangue degli innocenti sulle sue mani» e spiegato che il Papa «probabilmente ha contribuito alla diffusione dell’Aids in Africa più dei camionisti e delle prostitute messi insieme»; il Guardian, per non essere da meno, ha paragonato Giovanni Paolo II a Lenin «Entrambi hanno anteposto l’estremismo ideologico alla vita umana e alla felicità, ad un costo inimmaginabile» A Sydney l’Australian, per la penna di una certa Rosemary Neili, ha pronosticato che il Vaticano «sarà infine accusato di crimini contro l’umanità».
Inutilmente da anni a tutti costoro viene fatto notare che ci vuole una totale mancanza di logica o di buona fede (più probabile la seconda) per immaginare fedeli cattolici che ignorano allegramente la morale cattolica quando si tratta di commettere adulterio o frequentare prostitute, ma si sentono rigidamente vincolati all’insegnamento della loro Chiesa quando si tratta di usare o meno i profilattici; che l’influenza della morale cattolica è in ogni caso decisamente limitata in continenti come l’Africa e l’Asia, dove i cattolici rappresentano rispettivamente il 16,5 ed il 2,9 per cento di tutti gli abitanti; che non è dimostrabile una maggiore prevalenza della sieropositività e dell’Aids nei paesi con maggior numero di cattolici rispetto a quelli dove prevalgono confessioni religiose più «aperte» al condom, anzi semmai spesso le cose stanno al contrario: in paesi a maggioranza cattolica come Burundi (65,9 per cento), Angola (49,7), Gabon (44,8) e Uganda (43) la prevalenza di Hiv/Aids fra gli adulti è nettamente più bassa (6,1, 3,9, 8,1 e 4,1 per cento rispettivamente) che in paesi dove i cattolici sono pochi come Botawana (4,5 di cattolici e 37,3 di prevalenza di Hiv/Aids), Swaziland (5,45 e 38,8), Sudafrica (6,37 e 21,5) e Zimbabwe (7,85 e 24,4); che nell’Africa sub-sahariana (700 milioni di abitanti) vengono distribuiti 700 milioni di profilattici all’anno, ma un solo paese ha ridotto sensibilmente la prevalenza di Hiv/Aids, dal 15 per cento del 1991 al 4,1 per cento di oggi, ed è l’Uganda che pratica il metodo ABC, dove la C di condom è solo al terzo posto nella strategia della prevenzione, dopo l’astinenza (A) e della fedeltà coniugale (B); che infine ll vero messaggio ideologico foriero di calamità è quello che dice: «Metti il condom e fai quello che vuoi», perché li tasso di fallimento di questo strumento di prevenzione, soprattutto nelle condizioni materiali e culturali prevalenti nel Terzo mondo, non è per nulla trascurablle. Ma è inutile discutere con chi strumentalizza la causa della lotta all’Aids alle esigenze del kulturkampf anticattolico.

Lo strano caso di New York
Al chiasso ispirato dal pregiudizio fa da contrappunto il silenzio, dopo una fiammata di interesse nei primi mesi dell'anno sul caso di Aids resistenti ai farmaci individuato a New York. I fatti sono questi: nel dicembre scorso un soggetto omosessuale si sottopone al test e risulta sieropositivo e a metà gennaio gli viene già diagnosticata l'Aids conclamato. Il primo aspetto sorprendente del caso è che lo stesso individuo era stato testato nel maggio 2003. In assenza di trattamenti, normalmente occorrono dieci anni per passare dalla sieropositività all'Aids. Qui invece sono passati tra i quattro e i venti mesi, e vari elementi hanno fatto pensare pensare che la cronologia esatta stia dalla parte del valore più basso della forchetta. Un secondo aspetto insolito del caso sta nel fatto che da subito il virus si è rivelato resistente a quasi tutti i farmaci: di 24 medicinali attualmente usati nei regimi di trattamento antiretrovirale, si sono rivelati efficaci soltanto 2, uno dei quali è il potente Enfuvirtide, Punico antiretrovirale attualmente somministrato solo con iniezioni, estremo ricorso in caso di Hiv resistente. Il Dipartimento per la salute e l'igiene mentale di New York ha immediatamente lanciato l’allarme evocando la possibilità che ci si trovi di fronte ad un nuovo ceppo di Aids, aggressivo e incurabile, prontamente ribatezzato «SuperAids» dai giornali e Mdr-Hiv (cioè Hiv multifarmaco resistentg) dai divulgatori scientifici. Nove mesi dopo la prima notizia, ancora non è possibile dire se ci troviamo veramente di fronte ad una superinfezione o se lo strano caso dipenda da una predisposizione genetica del soggetto. Certamente sono noti altri casi di progressione rapidissima dell'infezione. E la resistenza ai farmaci è, purtroppo, una realtà già molto comune. «La metà dei nostri 4.200 pazienti a Baltimora — ha recentemente dichiarato Robert Galto, scopritore del virus Hiv — riscontra ormai una resistenza ai farmaci. Nel mondo circa il 15 per cento dei nuovi infettati non trova miglioramento con le cure attuali».
La peculiarità assoluta del caso di New York sta nel fatto che la progressione rapida dell’Aids e resistenza al farmaci si sono manifestate contemporaneamente, cosa che non succede mai. «Quando il virus sviluppa resistenza - ai farmaci, perde capacità replicativa; — spiega a Tempi Paolo Bonfanti, infettivologo del Luigi Sacco, istituto «storico» per il trattamento dell’Aids a Milano - nel caso newyorkese, invece, il virus resistente ha la stessa capacità replicativa del wild type, cioè della forma con cui inizialmente il virus è entrato nell’organismo». L’angoscioso punto di domanda, perciò, resta.

Gay e anfetamine
Comunque stiano le cose, tutti gli infettivologi sono d’accordo su di un punto: esistono una serie di comportamenti che favoriscono la selezione di forme di Aids sempre più resistenti al farmaci. Fra questi, la somministrazione senza controllo dell’aderenza ai trattamenti antiretovirali a vaste popolazioni (questo è il rischio che ai corre nel Terzo mondo e i rapporti sessuali fra sieropositivi o malati di Aids sotto terapia antiretrovirale, soprattutto quando avvengono senza nessuna forma di protezione. Quest’ultimo fenomeno è molto comune negli ambienti gay degli Stati Uniti. Il soggetto del caso newyorkese ha ammesso di avere avuto numerosi rapporti multipli non protetti dopo aver assunto metanfetamina, un eccitante che aumenta la libido e annienta i freni inibitori. Secondo stime del governo Usa, nel paese circa 12 milioni di persone (il 4 per cento della popolazione) ha fatto uso almeno una volta della metanfetamina, ma fra i gay la percentuale è molto più alta:’ secondo il Dipartimento per la salute di San Francisco il 40 per cento degli omosessuali maschi della città ha fatto uso almeno una volta della metanfetamina al cui consumo sono legati fra il 25 ed il 30 per cento dei nuovi casi di sieropositività. Anziché processare Giovanni Paolo II e la Chiesa cattolica a mezzo stampa ed emettere caricaturali verdetti di condanna, i commentatori liberai anglosassoni farebbero meglio a dedicare la loro attenzione a questi duri fatti.
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Editato da Quadro Vaticano il 24/08/2006 alle 15:38:54
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:12:36
Post-Scriptum
I Pacs In Italia
Da circa un anno sono in discussione in sedi istituzionali diverse proposte di legge per introdurre anche in Italia l’istituto del PACS (Patto Civile di Solidarietà) sul l’esempio dell’analogo provvedimento introdotto in Francia, definito dalla Conferenza Episcopale Francese nel 1998 «una legge inutile e dannosa». Si tratta di contratti per regolare rapporti di convivenza etero e omosessuali, anche saltuari, per fare in modo che si avvicinino o sostituiscano il matrimonio sotto il profilo della tutela giuridica.

Le proposte di legge
Nonostante per anni, forse decenni, la cultura laicista italiana abbia criticato il matrimonio con lo slogan «non c’è bisogno di un pezzo di carta per volersi bene», ora gli attivisti gay considerano una forma di discriminazione il fatto che un uomo e una donna si possano sposare, mentre le unioni omosessuali non godono di nessuna forma di «tutela e garanzia». Seguendo una strategia illustrata nel “manuale” After the bali, i propositori di questi progetti di legge dichiarano che non vogliono attaccare l’istituto matrimoniale, ma combattere una ingiustizia: «Noi non stiamo combattendo per sradicare la Famiglia: stiamo combattendo per il diritto a essere Famiglia» (Kirk e Madsen, p. 380).
Per confermare questo ideale disinteressato, affermano che il PACS non avvantaggerebbe solamente gli omosessuali, ma anche coppie di fatto, amici o persone che, «faticando a tirare la fine del mese», potrebbero sostenersi a vicenda dal punto di vista economico.
In particolare, il Patto Civile di Solidarietà farebbe in modo che alle convivenze regolate da questo tipo di contratto siano riconosciuti alcuni dei diritti tipici del matrimonio (diritti di successione, comunione dei beni, assistenza sanitaria, poteri di richiesta di interdizione, poteri decisionali in caso di malattia, esoneri ed agevolazioni relativi al servizio militare...) con una estrema facilità nello scioglimento del patto.

Motivazioni pretestuose
Le motivazioni addotte per l’introduzione dei PACS in Italia appaiono decisamente pretestuose: in Italia, infatti, sono già presenti diverse leggi che regolamentano adeguatamente le coppie di fatto, ad esempio tutto l’insieme delle norme del diritto privato; la legge 6/2004 per l’assistenza ospedaliera; la possibile costituzione di polizze assicurative o scritture private presso un notaio per le questioni economiche ed ereditarie.

Il vero scopo della proposta di legge
Lo scopo a cui mirano i fautori di queste proposte di legge non consiste nel semplice voler assicurare «una qualche minimale forma di tutela necessaria a salvaguardare gli interessati dai possibili effetti esistenziali catastrofici di eventi impreveduti», ma implica una filosofia di vita che produce dapprima una normalizzazione dell’omosessualità, e poi un riconoscimento sociale al rapporto omosessuale, il quale a sua volta comporta, in un futuro più o meno vicino, il “matrimonio” per gli omosessuali, e persino l’adozione.
Come troviamo scritto nel volume li movimento gay in Italia, «[...] il punto vero è che le unioni civili sono un obiettivo simbolico formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell’identità gay e lesbica attraverso una battaglia di libertà come quelle sul divorzio o sull’aborto, che dispone di argomenti semplici e convincenti: primo fra tutti la proclamazione di un modello normativo di omosessualità risolto e rassicurante. Con la torta nel forno e le tendine alle finestre, come l’ha definito una voce maligna. Il messaggio è più o meno il seguente: i gay non sono individui soli, meschini e nevrotici, ma persone splendide, affidabili ed equilibrate, tanto responsabili da desiderare di mettere su famiglia. Con questo look “affettivo” non esente da rischi di perbenismo si fa appello ai sentimenti più profondi della nazione e si vede a portata di mano il traguardo della normalità» (Rossi Barilli, p. 212).

La voce del Magistero
La Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003 ha emanato un documento intitolato Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali. In questo documento si dichiara espressamente che «la Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità».
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:11:52
Vita Concreta
La Testimonianza di Stefaan

Riportiamo la testimonianza di un giovane, Stefaan, che dopo aver sperimentato il disordine della vita gay, grazie alla fede ha ritrovato se stesso. Oggi è sposato e padre di una bimba di due anni.
«Nella prima infanzia mi ritenevo un bambino debole, avevo avuto problemi di salute, problemi agli occhi e di conseguenza non potevo praticare lo sport (che comunque non mi piaceva). Con questi miei problemi mi sentivo messo da parte, diverso dagli altri. Nel quartiere dove abitavo, io e due miei vicini, Christine e Jean-Marc, eravamo i più piccoli del gruppo: gli altri avevano almeno cinque anni più di noi, e quando giocavamo con loro, ci rigettavano, approfittando del fatto che erano più grandi.
Fino ai quattro anni, il rapporto con mio padre è stato buono. Le circostanze della vita poi diventarono difficili per lui e cominciò a trattarmi male. Mi riprendeva davanti a tutti, in particolare davanti ai familiari. Ricordo che io aspettavo da mia madre o da altri un aiuto. Sovente ero picchiato, mi sentivo umiliato, debole, indifeso; ero ansioso, pauroso, insicuro... mi mancava l’amore che aspettavo. Sentivo fortemente l’ingiustizia. Non ho avuto un modello di padre e di uomo.
Giunta l’adolescenza, non mi sentivo all’altezza d’essere un maschio; la pressione in me era intensa, tutto prendeva delle proporzioni più grandi, il desiderio erotico-sessuale diventava ossessivo, la masturbazione, da anni praticata più volte al giorno come sollievo, era ancora più immaginativa e di consolazione. Ricercavo la forza e la sicurezza in altri uomini, volevo dagli altri quello che non possedevo! Alla fine degli studi, ho imboccato la vita gay, dove finalmente ero qualcuno, ero notato, piacevo, ero desiderato e potevo finalmente ricevere l’amore atteso.
Ho vissuto in un circolo vizioso per diversi anni: sesso, sollievo passeggero, insoddisfazione, sofferenze! e di nuovo sesso e così via... La mia frustrazione era alleviata da una dipendenza sempre più intensa. Un giorno ho capito che gli altri uomini avevano gli stessi miei problemi; in fondo ognuno cercava di prendere dall’altro, ma tutti rimanevano senza ricevere! Quando eravamo in discoteca o nei bar: sorrisi, gioie, battute, divertimenti. Quando ci ritrovavamo da soli: per alcuni c’era la depressione, per altri la tristezza, per i più il tornare a dirsi: «Non ho trovato la persona giusta!».
A 30 anni ho vissuto un momento veramente difficile sia nel lavoro che nelle relazioni. Ho capito che tutto quello che desideravo materialmente ce l’avevo, ma la mia vita non aveva senso, era una trappola, non avevo ancora combinato niente. Non ero felice e in pace con il fatto d’avere una vita gay!
Proprio in questo periodo ho riscoperto Dio e la Chiesa, ma soprattutto le motivazioni per cambiare vita! Ho cominciato a partecipare ai corsi di Living Waters per capire cosa era successo in me, come mai non ho avuto la scelta di essere eterosessuale, perché ero attirato compulsivamente verso lo stesso sesso...
Settimana dopo settimana, ho fatto un lavoro su di me, riconoscendo e raccontando le mie sofferenze passate e presenti. Ho potuto parlare davanti a un piccolo gruppo senza essere giudicato, sono stato ascoltato, preso in considerazione. Sono stato formato circa la sessualità, l’identità dell’uomo e della donna, le emozioni, l’infanzia. Lentamente ho imparato a conoscere me stesso, ad avere un’identità che non fosse legata al sesso con un uomo, a vivere senza il narcisismo, cioè la concentrazione su me stesso e i miei bisogni, per sembrare sicuro di me. A vivere senza idolatria relazionale, cioè dare, o pensare che l’altro mi possa dare solo felicità o ciò che mi manca. Ad accettare e perdonare me stesso e gli altri! A riposizionare i pensieri che avevo verso mio padre! A dare il giusto valore alle ferite morali che avevo ricevuto e a perdonare. A uscire da me stesso, cambiare e andare verso altre situazioni da me sconosciute...
Tutto questo ha fatto rinascere in me il desiderio di mettere in atto i cambiamenti, la voglia di avere una ragazza, di sposarmi, di avere una famiglia, di scoprire l’amicizia senza il sesso, di accettare consigli, e di rimettere in questione i miei pensieri, di trasmettere le cose buone della vita, e soprattutto di non credere a questa bugia che l’omosessualità è genetica! Sapere vivere con dei filtri, lasciando passare le cose buone e scartando le meno buone.
Non voglio dire che sono guarito, perché vorrebbe dire che ero malato, e che l’omosessualità è dunque una malattia. Voglio dire che prima vivevo separato della mia identità. Non ero mai stato confermato come uomo da mio padre e il mio processo di maturazione era bloccato. Cercavo solamente di conquistare la mia mascolinità in un modo sbagliato! Non ritornerei nel passato e nel falso io che lo ha accompagnato. Sono contento d’avere capito cosa in me e fuori di me ha fattosi che io avessi problemi di omosessualità».
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:11:02
Urgente!
Preoccupazioni e indicazioni Pastorali

Il Magistero della Chiesa cattolica ha più volte dedicato la sua attenzione al problema dell’omosessualità. L’argomento è stato accostato da diversi punti di vista che sono poi sfociati in dichiarazioni, lettere, interventi ufficiali che fanno sostanzialmente riferimento a tre ambiti: la Congregazione per la Dottrina della Fede, il Pontificio Consiglio della Famiglia e la Congregazione per l’Educazione Cattolica. Ai tre organismi si aggiungono gli interventi diretti di Giovanni Paolo Il in alcune allocuzioni rivolte ai fedeli nell’appuntamento festivo dell’Angelus. Non è possibile in questa sede approfondire ogni intervento, ma possiamo dire che il Magistero della Chiesa evidenzia tre ambiti prioritari di riflessione: la definizione dell’omosessualità, la vigilanza di fronte ad alcune devianti letture, la messa a fuoco di alcuni orientamenti pastorali.

L’omosessualità secondo il Magistero
In primo luogo, va detto che la Chiesa rifiuta di “etichettare” in modo riduttivo la persona esclusivamente a partire dal suo orientamento sessuale: prima di essere “eterosessuale”, ogni uomo è creatura e, per grazia, figlio di Dio ed erede della vita eterna, Il che conferisce a tutti una grande dignità al cospetto di Dio e del prossimo. La Chiesa è però anche cosciente che, in profondità, ogni persona è segnata da quella debolezza che è conseguenza del peccato originale e che può sfociare nella perdita del senso di Dio e dell’uomo e avere ripercussioni nella sfera della sessualità.
Per quanto concerne l’omosessualità, il Magistero invita a distinguere la tendenza omosessuale dagli atti e dal comportamento omosessuale, chiarendo che la tendenza non è in sé peccato e richiede da parte dei pastori e dei formatori un accompagnamento prudente e saggio. L’inclinazione omosessuale va piuttosto considerata come una tendenza oggettivamente disordinata. Tale elemento di disordine può dipendere da circostanze che riducono enormemente la colpevolezza del singolo, ma anche da scelte sbagliate che possono accrescerla.
La Chiesa, infine, proprio in nome della sua attenzione all’uomo, rifiuta di leggere la tendenza omosessuale come il risultato di una scelta non deliberata, come se la persona non abbia alternative, sottolineando che anche nelle persone con tendenza omosessuale deve essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità.
Potremmo sintetizzare l’atteggiamento della Chiesa cattolica in questi termini: da un lato il rispetto e l’attenzione alla persona che sperimenta la tendenza e la pulsione omosessuale, dall’altro la disapprovazione del comportamento e degli atti omosessuali.

Elementi di vigilanza
La delicatezza del problema e il modo in cui viene affrontato all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale ha spinto il Magistero a indicare con chiarezza alcune posizioni ambigue che potrebbero disorientare la riflessione dei fedeli e ostacolare una saggia attenzione pastorale. Passando in rassegna i diversi interventi, emergono almeno otto punti di vigilanza.
Il diffuso luogo comune che la tendenza omosessuale sia una tendenza innata. Anche quando tale tendenza si rivela profondamente radicata, le cause possono essere le più diverse, ma la persona mantiene la sua libertà di fondo. Nessuno l’ha “creata così”.
L’insidioso affermarsi di una certa ideologia di gender, secondo la quale l’essere uomo o donna non sarebbe determinato fondamentalmente dal sesso, bensì della cultura. Tale ideologia attacca non solo l’identità della creatura umana, ma anche le fondamenta della famiglia e delle relazioni interpersonali. Secondo tale lettura, ogni azione sessuale sarebbe giustificabile, inclusa l’omosessualità, e spetterebbe alla società cambiare per fare posto, oltre a quello maschile e femminile, ad altri generi nella configurazione della vita sociale.
Il fraintendimento dell’insegnamento della Chiesa sull’etica del matrimonio e della famiglia. Le indicazioni del Magistero vengono equivocate, come se la comunità cristiana volesse imporre a tutta la società una prospettiva di fede valida solo per i credenti. In tal modo, il matrimonio quale unione stabile di un uomo e una donna che si impegnano al dono reciproco di sé e si aprono alla generazione della vita, viene presentato solo come un valore cristiano, mentre il suo valore è qualcosa di insito alla creazione stessa. Smarrire tale verità non è un problema per i soli credenti, ma un pericolo per l’intera umanità. Dietro tale prospettiva si nasconde, evidentemente, una falsa concezione della libertà, che pretende di sottrarsi a ogni limite etico e di riformulare a proprio arbitrio i dati più evidenti della natura.
La strategia della discriminazione che consiste nell’affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti dell’omosessualità, degli atti omosessuali e dello stile-di-vita-gay, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione.
Una nuova esegesi della Sacra Scrittura (cfr. lettera 5) secondo la quale la Bibbia o non avrebbe niente da dire sul problema dell’omosessualità, o addirittura ne darebbe in qualche modo una tacita approvazione, oppure offrirebbe prescrizioni morali così culturalmente e storicamente condizionate che non potrebbero più essere applicate alla vita contemporanea, opinioni che vengono definite “gravemente erronee e fuorvianti”.
La crescente pressione che, anche all’interno della Chiesa, tenta di legittimare gli atti omosessuali. Tale pressione giunge da gruppi con diversi nomi e di diversa ampiezza, che tentano di accreditarsi quali rappresentanti di tutte le persone omosessuali cattoliche. Essi tentano di raccogliere sotto l’egida del Cristianesimo persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale. Va, in tal senso, segnalato che alcuni di questi gruppi si qualificano come cattolici, in certi casi sono anche animati da sacerdoti, ma di fatto non riconoscono l’insegnamento del Magistero e, a volte, lo attaccano apertamente.
Tale pressione si traduce sempre più in programmi, dichiarazioni pubbliche, trasmissioni televisive, cinematografiche e pubblicazioni dalle quali traspare una calcolata ambiguità, attraverso cui fuorviare i pastori e i fedeli.
Un punto particolarmente delicato concerne l’ambito educativo. La Chiesa invita ad avere una particolare vigilanza ai possibili agganci che tali gruppi tentano di stabilire sia con le comunità ecclesiali sia con le scuole e gli istituti cattolici di studi superiori, Il fatto che alcuni di questi programmi godano di prestigiose sovvenzioni non deve portare a una loro accettazione passiva, senza alcun spirito critico.
Il Magistero della Chiesa, pur esprimendosi con chiarezza e senso di responsabilità, non si limita a evidenziare i punti di vigilanza, ma suggerisce anche concrete indicazioni pastorali al fine di prendersi cura delle persone con tendenza omosessuale.

Le indicazioni pastorali
Una delle dimensioni essenziali di una autentica cura pastorale è l’identificazione delle cause che hanno portato nella persona un elemento di disordine. A tal fine, la Chiesa chiede ai suoi ministri uno studio attento, un impegno concreto e una riflessione onesta e teologicamente equilibrata sulla questione. L’attenzione è rivolta soprattutto ai molti che non si sentono rappresentati dai movimenti pro-omosessuali e che potrebbero essere fuorviati dalla loro ingannevole propaganda.
Anche la famiglia e gli educatori sono invitati a cercare di individuare i fattori che spingono verso l’omosessualità, valutando se si tratti di fattori fisiologici o psicologici, se essa sia il risultato di una falsa educazione o della mancanza di una evoluzione sessuale normale, se provenga da abitudine contratta o da cattivi esempi... Nel ricercare le cause di questo disordine, la famiglia e l’educatore sono esortati a valorizzare il contributo delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche, in modo da valutare con attenzione elementi di ordine diverso: mancanza di affetto, immaturità, impulsi ossessivi, seduzioni, isolamento sociale, depravazione dei costumi, licenziosità di spettacoli e pubblicazioni.
Cercate e comprese le cause, occorre favorire un processo di crescita integrale, accogliendo con comprensione, creando un clima di fiducia, incoraggiando la liberazione dell’individuo e il suo progresso nel dominio di sé, promuovendo un autentico sforzo morale verso la conversione all’amore di Dio e del prossimo e suggerendo, se necessaria, l’assistenza medico-psicologica da parte di persone attente e rispettose dell’insegnamento della Chiesa. In molti casi, specialmente quando la pratica di atti omosessuali non si è strutturata, è possibile giovarsi positivamente di un’appropriata terapia.
In questo contesto, diventano fondamentali appropriati programmi di catechesi, fondati sulla verità riguardante la sessualità umana, nella sua relazione con la vita della famiglia... Gli stessi Vescovi sono esortati a promuovere e sostenere una corretta informazione e formazione nell’ambito delle rispettive diocesi.
In sintesi, il percorso tracciato per aiutare le persone con tendenza omosessuale si propone di abbracciare i diversi livelli della vita: spirituale, mediante la preghiera, i sacramenti e l’accompagnamento spirituale; relazionale, attraverso l’accoglienza, il consiglio e l’aiuto di fratelli e sorelle generosi e liberi; umano, mediante una corretta informazione e un eventuale programma di accompagna- mento psicologico.

La Chiesa ha fiducia nelle famiglie e negli educatori, che possono e devono trasmettere i valori dell’amore.

Congregazione per l’Educazione Cattolica Orientamenti educativi..., Presentazione.

I giovani richiedono di essere aiutati a distinguere i concetti di normalità e di anomalia, di colpa soggettiva e di disordine oggettivo... chiarendo bene l’orientamento strutturale e complementare della sessualità.

Pontificio Consiglio per la Famiglia Sessualità umana..., n° 104

Affascinati e privi di difesa di fronte al mondo e alle persone adulte,
i fanciulli sono naturalmente pronti ad accogliere quanto viene loro
offerto, sia nel bene che nel male...

Giovanni Paolo Il Messaggio, 23 maggio 1979
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:10:12
Tricherie
Letture “Strabiche” e Pericolose

Una nuova esegesi
La lettera sulla Cura pastorale delle persone omosessuali (1986) invita i fedeli alla vigilanza su «una certa nuova esegesi della Sacra Scrittura secondo cui la Bibbia o non avrebbe niente da dire sul problema dell’omosessualità o addirittura ne darebbe in qualche modo una tacita approvazione». Purtroppo, questa esegesi è a volte promossa e divulgata anche da religiosi e sacerdoti. Tra i testi che hanno suscitato confusione in merito va citato il libro del gesuita John McNeill, The Church and the Homosexual, Kansas City 1976, tradotto in italiano nel 1979. Anche se il volume venne dichiarato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede non conforme all’insegnamento morale della Chiesa e anche se tale traduzione fu criticata dalla Curia generalizia della Compagnia di Gesù nel 1979, le posizioni dell’autore fecero (e continuano a fare) scuola in alcuni gruppi di omosessuali credenti. Gli stessi, accostando i Vangeli, riescono a vedere l’omosessualità anche là dove non c’è, portando avanti letture “strabiche” e infondate. Citiamo solo due argomenti ormai divenuti “classici”.
Il primo riprende la questione del cosiddetto Vangelo segreto di Marco. Di che si tratta? Nell’estate del 1958, Io studioso M. Smith scoprì nel monastero di San Saba nel deserto di Giuda un manoscritto del XVIII secolo che riportava una lettera attribuita a Clemente Alessandrino, databile tra il II e il III secolo d.C. In essa si menzionano due aggiunte al Vangelo canonico di Marco, che parlano di un rito iniziatico tra Gesù e un giovinetto (facilmente associabile a Lazzaro, a sua volta identificabile con «il discepolo che egli amava») che si intrattiene una notte con il Cristo, entrando da lui rivestito solo con un lenzuolo. Tralasciando il fatto che gli studi scientifici, dopo aver valutato la cosa, l’hanno serenamente archiviata, colpisce l’indebita associazione tra il carattere iniziatico delle aggiunte apocrife e l’omosessualità di cui darebbero prova (7) Gesù e il «discepolo che egli amava»!
Il secondo argomento, è quello relativo al centurione romano (cfr. Matteo 8,5-13 e Luca 7,1-10), che accostandosi a Gesù, esclama: «Signore, il mio servo (pais) giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». Secondo un’interpretazione stravagante, quel servo altro non sarebbe che l’amante efebico del centurione. Non a caso l’evangelista Luca preciserebbe che «il centurione l’aveva molto caro». Il tutto viene anche contestualizzato: visto che gli ufficiali romani non potevano portare con sé le mogli nelle province, si “arrangiavano” con i ragazzi che avevano a portata di mano. Tale interpretazione, che non ha riscontro nei commentari scientifici a Matteo e a Luca, porta sulla scena dei Vangeli costumi che non appartengono a questi ultimi, accattivandosi, con i colori della fantasia, l’animo ingenuo dei lettori.

Citazioni imprecise dal Catechismo
Il Catechismo della Chiesa Cattolica affronta in modo sapiente e costruttivo la questione dell’omosessualità ai numeri 2357, 2358, 2359 e 2396. Sovente, chi aspira a “confondere” i lettori credenti, cita il numero 2358 del CCC, seguendo, però, la versione pubblicata “ad experimentum” nel 1992. Essa così si esprimeva: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale; essa costituisce per la maggior parte di loro una prova». Cinque anni dopo, in seguito a un adeguato margine di tempo che ha favorito la riflessione ecclesiale sui diversi punti del Catechismo, venne pubblicata la vera e propria versione del CCC, la cosiddetta “edizione tipica”, che tra le diverse modifiche interveniva anche sul numero 2358, che risulta così modificato: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova». Tale modifica riflette una presa di coscienza preziosa: l’uomo non è preda di pulsioni o tendenze innate, ma di un disordine legato alla ferita delle origini. Anche se “profondamente radicato”, tale disordine può essere affrontato e superato.

Interventi nelle scuole
La vigilanza non deve solo accompagnare le nostre letture, ma anche le iniziative educative e formative proposte da scuole e comuni. Abbondanza di materiale didattico viene attualmente proposto (in certi casi, distribuito gratuitamente) ai docenti delle scuole medie superiori per affrontare il tema dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Alla base ditale materiale c’è una precisa “filosofia” e “strategia formativa”: quella di normalizzare l’orientamento e il comportamento omosessuale, facendolo passare come una variante “naturale” e “innata”. È bene che genitori, docenti e formatori siano ben coscienti della loro responsabilità educativa e, qualora le scuole offrano programmi di educazione sessuale o di educazione alla diversità, si informino attentamente circa il materiale che viene loro proposto: libri, cd-rom, video.
Titoli del tipo «programma sulle diversità derivate dall’orientamento sessuale», «educazione alla relazione nella pluralità», o slogan quali «diversamente giovani» o «laboratorio delle differenze» devono attivare l’attenzione. In certi casi, tali iniziative possono anche godere del patrocinio del Comune, del Ministero delle Pari Opportunità o ancora di personalità di rilievo dell’opinione pubblica. Persino i Ministeri regionali della Pubblica Istruzione possono offrire il loro sostegno. Ma ciò non ci esime dal valutarne i contenuti ed, eventualmente, dal rifiutarli. Invitiamo a non sottovalutare tale indicazione.

L’educatore cristiano, sia padre o madre di famiglia, insegnante, sacerdote o chiunque abbia responsabilità al riguardo, può, oggi soprattutto, essere tentato di demandare ad altri il compito che esige tanta delicatezza, criterio, prudenza, coraggio...

Congregazione per l’Educazione Cattolica Orientamenti educativi..., n° i 10
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:09:18
Sodoma e Gomorra
Bibbia e Omosessualità
Il fatto che il termine “omosessualità” nasca solo nel XIX secolo non ci deve portare ad affermare che la Bibbia non abbia nulla da dire in merito. Molte situazioni che interpellano l’uomo contemporaneo erano sconosciute ai tempi in cui i libri della Scrittura sono stati composti, ma ciò nulla toglie alla Sapienza della Parola e alla sua capacità di orientare il cuore dell’uomo verso la verità dell’essere e dell’agire. Posta tale premessa, accostiamo brevemente i testi che hanno un qualche riferimento al comportamento e agli atti tra due persone dello stesso sesso. L’Antico e il Nuovo Testamento sono unanimi nella loro posizione: il comportamento omosessuale, nelle sue diverse varianti, è espressione di un disordine e di una drammatica distorsione dell’ordine divino. La nostra attenzione si soffermerà su sei brani: tre presenti nell’Antico Testamento (Gn 19,1-25; Lv 18,22 e 20,13) e tre nel Nuovo Testamento (Rm 1,26-27; 1 Cor 6,9-11; 1Tm 1,8-11).

Genesi 19,1-25 e Levitico 18,22; 20,13
L’Antico Testamento affronta la questione in due circostanze: nel primo caso abbiamo a che vedere con un testo narrativo, nel secondo con due norme appartenenti alla cosiddetta “legge di santità” che regola la vita sociale e liturgica del popolo d’Israele.
Genesi 19,1-25. Il giudizio dell’autore sacro sul comportamento degli abitanti di Sodoma è senza appello. Nel fatto che giovani e vecchi chiedano con arroganza a Lot di consegnare gli ospiti per poterne abusare sessualmente, il testo vede il vertice di un disordine che esige un intervento radicale. Gli angeli si recano a Sodoma con un obiettivo preciso: verificare se il grido che è giunto a Dio corrisponda o meno alla realtà delle cose. Ciò viene chiaramente espresso in Genesi 18,21: «Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere». Al centro della questione non sta né il tema dell’ospitalità, né quello della violenza su due stranieri, ma piuttosto quello di un male che ha raggiunto il suo culmine e che viene espresso dalla scena di Genesi 19. La gravità della situazione è ulteriormente enfatizzata dal fatto che intorno alla casa di Lot si affollano «giovani e vecchi, tutto il popolo al completo» (v.4). Il loro comportamento è tutt’altro che un dato accessorio del racconto: è ciò che esprime la gravità del peccato degli abitanti di Sodoma.
Levitico 18,22. Le norme del capitolo 18 vanno comprese alla luce del v.3: «Non agite secondo il costume del paese d’Egitto, dove avete abitato, e non agite secondo il costume della terra di Canaan, dove vi conduco». Nella cultura cananea la pratica dell’idolatria giungeva a disordini tanto gravi da violare il diritto e la morale familiare. È proprio la morale familiare che la legge di Dio si propone di tutelare. Il comportamento di chi «giace con un uomo come si giace con una donna» viene menzionato tra la venerazione di Moloch e la bestialità, all’apice dell’elenco. Secondo il testo, il disordine introni da tali azioni nell’equilibrio della creazione è tale che «la terra vomita i suoi abitanti» (v.25). Lo stesso tono ricorre nel brano di Levitico 20,13.
La radicalità presente nei testi anticotestamentari la ritroviamo nei brani del Nuovo Testamento. Il riferimento all’originale greco diventa, in tal caso, particolarmente prezioso.

Romani 1,26-27
«Per questo Dio li ha dati in balia di passio degradanti pathé atimias): le loro donne (théieiai) hanno scambiato il rapporto sessuale naturale con quello contro natura (para physin); ugualmente gli uomini (arsenes), lasciato il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati (vb. ekkaiomai) di passione smodata (orexei) gli universo gli altri, compiendo turpitudine (aschemosynen) uomini con uomini, ricevendo in se stessi il controsalario (antimisthian) debito al loro inganno (piane)».

Paolo, in questo brano, è molto esplicito. Il comportamento omosessuale rientra in quelle «passioni degradanti» che insidiano la dignità della persona umana. Questi due versetti rappresentano l’unico punto in tutta la Bibbia in cui gli atti omosessuali sono presi in considerazione nella loro duplice sfumatura: atti di uomini con uomini e atti di donne con donne. Se è vero che Paolo ha appena stigmatizzato la stoltezza dell’uomo che, aderendo all’idolatria, ha scambiato «la verità di Dio con la menzogna, adorando e prestando un culto alle creature invece che al Creatore» (1,25), è anche vero che obiettivo dei vv.26-27 è quello di mostrare a quali distorsioni può essere esposto l’ordine della creazione, quando l’uomo perde la verità ontologica di sé stesso e della realtà creata. Il testo greco, usando i termini arsen/théiy (maschio/femmina) invece di gyné/aner (uomo/donna), evidenzia la rottura dell’ordine genesiaco, ulteriormente sottolineata dalla duplice ripresa dell’espressione para physin (contro natura). Il linguaggio dell’Apostolo neando la forza compulsiva che si può scatenare nell’uomo. Altri due sostantivi, aschemosyne (vergogna, azione turpe) e antimisthia (letteralmente, contro-salario, falsa ricompensa), ripresi anche in Apocalisse 16,15 e in 2Corinzi 6,13, evocano il circolo vizioso in cui l’uomo si ritrova imprigionato. Significativo l'impiego del termine piane (inganno) che dà una connotazione ironica all’inciso paolino: chi aderisce a tali comportamenti è come se si trovasse doppiamente ingannato, dalla propria passione e dall’offuscamento della verità.

1Corinzi 6,9-11
«O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non lasciatevi ingannare: né immorali (pornoi), né idolatri, né adulteri, né effeminati (maiakoi), né maschi che si accoppiano con maschi (arsenokoitai), né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E di tal fatta eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati resi giusti nel nome del Signore Gesù Cristo...».

I dieci vizi dell’elenco paolino, declinano la categoria degli adikoi, gli ingiusti. Sei di questi vizi sono già stati menzionati in 1Corinzi 5,11. Il nuovo elenco si distingue dal precedente per la minaccia («non erediteranno il regno di Dio») e per l’amplificazione della devianza nell’ambito sessuale e relazionale. Due sono i termini che ci interessano da vicino: il termine arsenokoitai (che trova qui e in 1Timoteo 1,10 le uniche menzioni di tutto il Nuovo Testamento) e il termine malakoi.
Arsenokoitai è un vocabolo composto da arsen (maschio) e koité (letto, coito). li fatto che questo termine, in tutta la letteratura del I secolo, si trovi solo nei testi paolini e in quelli del giudaismo della diaspora fa supporre che esso derivi dai due testi di Levitico 18,22 e 20,13 in cui si condanna tale comportamento sessuale. È comunque possibile che il termine vada compreso anche nell’ambito della prostituzione maschile: in ricorrenze successive al Il secolo lo ritroviamo, infatti, accanto a vizi o disordini di carattere economico.
Malakoi è un termine che si riferisce, in senso ampio, alla effeminatezza: può riferirsi a uomini pigri come a chi prende la vita alla leggera, ai codardi come a chi indulge nel vino e nel sesso, a chi acconsente passivamente a rapporti sessuali con altri uomini e ai ragazzi che cercano di rendersi più attraenti davanti alla donne e agli uomini. Indica, in altre parole, un complesso di comportamenti, atteggiamenti, abitudini che esprimono nell’uomo la presenza di una “distonia” enfatizzata e rimarcata con quella mascolinità che per natura gli è propria. Pur manifestando un giudizio radicale contro simili comportamenti, Paolo ricorda a chi lo ascolta che un cammino di conversione è possibile. La comunità a cui si rivolge ne è una prova: «Di tal fatta eravate alcuni di voi». L’adesione a Cristo rende possibile camminare oltre la ferite e le distonie personali: la sua Grazia ha la forza di “lavare”, “santificare”, “rendere giusti”, rinvigorendo una volontà che, ben orientata, può contribuire efficacemente all’equilibrio personale e relazionale.

1Timoteo 1,9-10
«La legge non e’ istituita per chi è giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli omicidi, i fornicatori, i maschi che si accoppiano con maschi (arsenokoitais), i mercanti di uomini, i mentitori, gli spergiuri e qualsiasi altro vizio che si opponga alla sana dottrina...».
La dichiarazione dell’autore sacro (in questo caso non si tratta di Paolo, ma di un suo discepolo), ha come obiettivo quello di ribadire la totale differenza tra la via additata da Cristo e quella additata dalla legge mosaica. Se la prima ha introdotto nel mondo la logica della santità e della Grazia, la seconda serve solo per contenere i danni delle bassezze e dei disordini introdotti dall’uomo: l’elenco ditali disordini (ne vengono menzionati ben 14!) riprende l’elenco del Decalogo, mostrando come tali comportamenti siano totalmente in opposizione alla via tracciata da Dio.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:08:24
Relazioni Complementari
Al Cuore dell'Antropologia Biblica

Stupore divino

«Dio creò l’umanità a sua immagine, a immagine di Dio la creò, maschio e femmina li creò,) (Gn 1,27). «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1,31).

Dio, nella Bibbia, crea “differenziando”. Nel cuore della creazione c’è un processo di separazione e differenziazione. Anche la crescita cellulare avviene in questo modo: le cellule crescono dividendosi e differenziandosi. Dio crea “separando”: la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, l’acqua dalla terra ferma... Tale processo raggiunge il suo culmine nella creazione dell’uomo e della donna. Quando, nel sesto giorno, Dio contempla l’opera della creazione, il suo sguardo è carico di stupore: «Era cosa molto buona», specifica il testo, ponendo al centro della nostra attenzione il disegno originario di Dio e la verità più profonda dell’uomo e della donna. Pertanto, fin dalla sua prima origine, l’umanità è descritta come articolata nella relazione del maschile e del femminile.
Non è certo una casualità che tra le modalità scelte da Dio per rivelarsi al popolo lungo la paziente e sofferta pedagogia della storia della salvezza, il riferimento all’alleanza tra l’uomo e la donna sia particolarmente ricorrente. Basti anche solo pensare al Cantico dei Cantici, dove l’amore tra lo sposo e la sposa rimanda all’amore infinito di Dio, oscillando continuamente dall’esperienza umana a quella spirituale. Intriso di passione, tenerezza, corporeità e concretezza, il Cantico, proprio per tale motivo, è stato valorizzato per esprimere l’amore che unisce Dio al suo popolo e Cristo alla Chiesa. Il medesimo linguaggio riaffiora nelle pagine dei profeti (lsaia, Ezechiele, Osea...): nelle loro parole, la nazione d’Israele viene paragonata alla sposa che si allontana per cercare altrove la vita e la felicità, mentre Dio assume i tratti dello sposo tradito, addolorato, geloso, ma sempre profondamente legato all’umanità da lui plasmata.

La ferita del peccato
La bontà del disegno originale di Dio resta esposta alle ferite del peccato (Gn 3) il cui primo effetto è proprio quello di snaturare la relazione, insidiando ciò che unisce l’umanità a Dio, e nell’umanità, ciò che unisce l’uomo alla donna. Minacciato dal peccato, l’amore resta adombrato dalla ricerca di sé e dall’istinto del dominio sull’altro. La differenza e la complementarità originale diventano uno spazio abitato dalla conflittualità e dall’accusa, ulteriormente aggravate dalla disarmonia tra l’uomo e Dio. Questi elementi di disordine, descritti con enorme finezza nelle pagine della Scrittura, sono gli stessi che agiscono nella società contemporanea e che la Chiesa individua in quella tendenza a cancellare ogni differenza tra ciò che è propriamente maschile e femminile, considerando tale preziosa eredità semplicemente come l’effetto di un condizionamento storico-culturale. Le conseguenze che ne derivano sono gravi: esse mettono in questione l’identità profonda della persona, la famiglia, cellula fondamentale della società e l’ordinato esercizio della sessualità.

L’ultima parola
Sarebbe, tuttavia, un grave errore attribuire alla “ferita” o al peccato l’ultima parola. L’ultima parola è il «Verbo fatto carne», Cristo, che assumendo la condizione umana, l’ha sanata alla radice. In Cristo, la rivalità, l’inimicizia, la violenza che sfigurano la relazione dell’uomo e della donna sono superabili e superate: «Distinti fin dall’inizio della creazione e restando tali nel cuore stesso dell’eternità, l’uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale del Cristo, non avvertono più la loro differenza come motivo di discordia da superare con la negazione o con il livellamento, ma come possibilità di collaborazione che bisogna coltivare con il rispetto reciproco della distinzione» (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 12).
In tal senso, il Nuovo Testamento non manca di riprendere l’immagine della sposa e dello sposo indicando modelli in cui il disegno originale trova compimento: basti pensare a Maria, nella cui femminilità viene ricapitolata e trasfigurata la condizione di Israele; a Cristo, che rivive con i credenti le pagine del rapporto sofferto tra Dio e il popolo. Si pensi anche al noto passaggio dell’apostolo Paolo che, rivolgendosi ai fratelli di Corinto, si esprime in questi termini: «Io provo per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo» (2Cor 11,2). La medesima immagine chiude l’intera storia biblica quando, nell’epilogo dell’Apocalisse, la comunità-sposa e Io Spirito che la assiste implorano la venuta del Cristo-sposo: «Vieni Signore Gesù» (Ap 22,20).
Distinti fin dall’inizio della creazione, pertanto, il maschile e il femminile appartengono ontologicamente ad essa e fanno della relazione complementare quella «cosa molto buona» che permette al volto di Dio di continuare a trasparire nella sua luminosità.

Il corpo umano, contrassegnato dal sigillo della mascolinità o della femminilità, racchiude fin “dal principio” l’attributo “sponsale” cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore nel quale l’uomo-persona diventa dono e, mediante questo dono, attua il senso stesso del suo essere ed esistere.

Congregazione per la Dottrina della Fede Collaborazione dell’uomo e della donna..., n° 6
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:07:30
Printing e Pressing
Dalla crisi alla strategia
Verso la fine degli anni ‘80 la rivoluzione omosessualista, che si ispirava alla lotta di classe di impronta marxista, conobbe un momento di crisi: gli atti omosessuali provocatori in luogo pubblico, la bizzarria dei travestimenti, il sadomasochismo esibiti in parate “dell’orgoglio gay” e la vicinanza con associazioni pedofile (NAMBLA), anziché migliorare l’accettazione sociale dell’omosessualità, avevano accresciuto nella società diffidenza e antipatia nei confronti dell’omosessualità e del movimento gay. Nel 1989 due intellettuali gay, Marshall Kirk (ricercatore in neuropsichiatria) e Hunter Madsen (esperto di tattiche di persuasione pubblica e social marketing) furono incaricati di redigere un Manifesto gay per gli anni ‘90: il risultato è il libro After the bali, un vero e proprio “manuale” di strategia per combattere il “bigottismo antigay”. Perché gli anni ‘90 avrebbero potuto fornire l’occasione per cambiare le cose? Gli autori lo ammettono tanto candidamente quanto cinicamente: l’esplosione dell’AIDS dava ai gay la possibilità di affermarsi come una minoranza vittimizzata, meritevole di attenzione e protezione.

Tre tattiche chiave
Gli autori propongono tre tattiche, che si possono riassumere in questo modo.
1 Come tutti i meccanismi di difesa psico-fisiologici, spiegano gli autori, anche il pregiudizio antigay può diminuire con l’esposizione prolungata all’oggetto percepito come minaccioso. Bisogna quindi “inondare” la società di messaggi omosessuali per “desensibilizzare” la società nei confronti della minaccia omosessuale.
2 È necessario presentare messaggi che creino una dissonanza interna nei “bigotti antigay”. Ad esempio, a soggetti che rifiutano l’omosessualità per motivi religiosi, occorre mostrare come l’odio e la discriminazione non siano “cristiani”. Allo stesso modo, vanno enfatizzate le terribili sofferenze provocate agli omosessuali dalla crudeltà omofobica.
3 L’obiettivo finale è quello di “convertire”, ossia suscitare sentimenti uguali e contrari rispetto a quelli del “bigottismo antigay”. Bisogna infondere nella popolazione dei sentimenti positivi nei confronti degli omosessuali e negativi nei confronti dei “bigotti antigay”, paragonandoli, ad esempio, ai nazisti, o istillando il dubbio che il loro atteggiamento sia la conseguenza di paure irrazionali e insane (la cosiddetta “omofobia”).

Dalla tattica ai consigli pratici
Kirk e Madsen declinano queste tre tattiche in una serie di strategie e principi pratici. Ad esempio, essi individuano tre gruppi di persone, distinti in base alloro atteggiamento nei confronti del movimento gay: gli “intransigenti”, stimati in circa il 30-35% della popolazione; gli “amici” (25- 30%) e gli “scettici ambivalenti” (35-45%). Questi ultimi rappresentano il target designato: a loro bisogna dedicare gli sforzi applicando le tecniche di desensibilizzazione (con quelli meno favorevoli) e di dissonanza e conversione (con i più favorevoli). Le altre due categorie, gli intransigenti e gli amici, vanno rispettivamente “silenziati” e “mobilitati”, con ogni mezzo.
Un’altra indicazione che gli autori suggeriscono è quella di «intorbidare le acque della religione», cioè dare spazio ai teologi del dissenso perché forniscano argomenti religiosi alla campagna contro il “bigottismo antigay”.
Sarà inoltre opportuno non chiedere appoggio «per l’omosessualità», ma «contro la discriminazione». Per stimolare la compassione, i gay devono essere presentati come vittime: a) delle circostanze; per questo motivo, dicono gli autori, «sebbene l’orientamento sessuale sia il prodotto di complesse interazioni tra predisposizioni innate e fattori ambientali nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza», l’omosessualità deve essere presentata come innata; b) del pregiudizio, che deve essere presentato come la causa di ogni loro sofferenza.
I gay devono, inoltre, essere presentati come membri a tutti gli effetti della società, addirittura come “pilastri” della stessa. Basta individuare una serie di personaggi storici famosi, noti per il loro contributo all’umanità, come gay: chi mai potrebbe discriminare Leonardo da Vinci?
Gli autori diedero indicazioni precise anche alle associazioni omosessuali e lesbiche in conflitto tra loro: è bene che ci sia una sola associazione portavoce del mondo omosessuale, e che sia gay; ovviamente gli omosessuali-nongay sono, in questo modo, condannati all’invisibilità.
Un’altra strategia per rendere “normale” l’omosessualità agli occhi delle persone, consiste nel richiedere unioni, matrimoni e adozioni gay; non tanto perché i gay non vedano l’ora di sposarsi e metter su famiglia, quanto piuttosto perché, agli occhi dell’opinione pubblica, se anche i gay desiderano formare una famiglia e avere dei bambini appaiono rassicuranti, tradizionali. Inoltre, chi potrebbe, in questo modo, accusare il movimento gay di voler sradicare l’istituto matrimoniale e familiare?
Il saggio di Kirk e Madsen si conclude con queste parole: «Come vedi, la baldoria è finita. Domani inizia la vera rivoluzione gay».
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:06:31
Printing e Pressing
Dalla crisi alla strategia
Verso la fine degli anni ‘80 la rivoluzione omosessualista, che si ispirava alla lotta di classe di impronta marxista, conobbe un momento di crisi: gli atti omosessuali provocatori in luogo pubblico, la bizzarria dei travestimenti, il sadomasochismo esibiti in parate “dell’orgoglio gay” e la vicinanza con associazioni pedofile (NAMBLA), anziché migliorare l’accettazione sociale dell’omosessualità, avevano accresciuto nella società diffidenza e antipatia nei confronti dell’omosessualità e del movimento gay. Nel 1989 due intellettuali gay, Marshall Kirk (ricercatore in neuropsichiatria) e Hunter Madsen (esperto di tattiche di persuasione pubblica e social marketing) furono incaricati di redigere un Manifesto gay per gli anni ‘90: il risultato è il libro After the bali, un vero e proprio “manuale” di strategia per combattere il “bigottismo antigay”. Perché gli anni ‘90 avrebbero potuto fornire l’occasione per cambiare le cose? Gli autori lo ammettono tanto candidamente quanto cinicamente: l’esplosione dell’AIDS dava ai gay la possibilità di affermarsi come una minoranza vittimizzata, meritevole di attenzione e protezione.

Tre tattiche chiave
Gli autori propongono tre tattiche, che si possono riassumere in questo modo.
1 Come tutti i meccanismi di difesa psico-fisiologici, spiegano gli autori, anche il pregiudizio antigay può diminuire con l’esposizione prolungata all’oggetto percepito come minaccioso. Bisogna quindi “inondare” la società di messaggi omosessuali per “desensibilizzare” la società nei confronti della minaccia omosessuale.
2 È necessario presentare messaggi che creino una dissonanza interna nei “bigotti antigay”. Ad esempio, a soggetti che rifiutano l’omosessualità per motivi religiosi, occorre mostrare come l’odio e la discriminazione non siano “cristiani”. Allo stesso modo, vanno enfatizzate le terribili sofferenze provocate agli omosessuali dalla crudeltà omofobica.
3 L’obiettivo finale è quello di “convertire”, ossia suscitare sentimenti uguali e contrari rispetto a quelli del “bigottismo antigay”. Bisogna infondere nella popolazione dei sentimenti positivi nei confronti degli omosessuali e negativi nei confronti dei “bigotti antigay”, paragonandoli, ad esempio, ai nazisti, o istillando il dubbio che il loro atteggiamento sia la conseguenza di paure irrazionali e insane (la cosiddetta “omofobia”).

Dalla tattica ai consigli pratici
Kirk e Madsen declinano queste tre tattiche in una serie di strategie e principi pratici. Ad esempio, essi individuano tre gruppi di persone, distinti in base alloro atteggiamento nei confronti del movimento gay: gli “intransigenti”, stimati in circa il 30-35% della popolazione; gli “amici” (25- 30%) e gli “scettici ambivalenti” (35-45%). Questi ultimi rappresentano il target designato: a loro bisogna dedicare gli sforzi applicando le tecniche di desensibilizzazione (con quelli meno favorevoli) e di dissonanza e conversione (con i più favorevoli). Le altre due categorie, gli intransigenti e gli amici, vanno rispettivamente “silenziati” e “mobilitati”, con ogni mezzo.
Un’altra indicazione che gli autori suggeriscono è quella di «intorbidare le acque della religione», cioè dare spazio ai teologi del dissenso perché forniscano argomenti religiosi alla campagna contro il “bigottismo antigay”.
Sarà inoltre opportuno non chiedere appoggio «per l’omosessualità», ma «contro la discriminazione». Per stimolare la compassione, i gay devono essere presentati come vittime: a) delle circostanze; per questo motivo, dicono gli autori, «sebbene l’orientamento sessuale sia il prodotto di complesse interazioni tra predisposizioni innate e fattori ambientali nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza», l’omosessualità deve essere presentata come innata; b) del pregiudizio, che deve essere presentato come la causa di ogni loro sofferenza.
I gay devono, inoltre, essere presentati come membri a tutti gli effetti della società, addirittura come “pilastri” della stessa. Basta individuare una serie di personaggi storici famosi, noti per il loro contributo all’umanità, come gay: chi mai potrebbe discriminare Leonardo da Vinci?
Gli autori diedero indicazioni precise anche alle associazioni omosessuali e lesbiche in conflitto tra loro: è bene che ci sia una sola associazione portavoce del mondo omosessuale, e che sia gay; ovviamente gli omosessuali-nongay sono, in questo modo, condannati all’invisibilità.
Un’altra strategia per rendere “normale” l’omosessualità agli occhi delle persone, consiste nel richiedere unioni, matrimoni e adozioni gay; non tanto perché i gay non vedano l’ora di sposarsi e metter su famiglia, quanto piuttosto perché, agli occhi dell’opinione pubblica, se anche i gay desiderano formare una famiglia e avere dei bambini appaiono rassicuranti, tradizionali. Inoltre, chi potrebbe, in questo modo, accusare il movimento gay di voler sradicare l’istituto matrimoniale e familiare?
Il saggio di Kirk e Madsen si conclude con queste parole: «Come vedi, la baldoria è finita. Domani inizia la vera rivoluzione gay».
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:05:48
Manuale Diagnostico

Che cosa è il DSM?
La prima versione del Manuale dia gnostico e statistico dei disturbi mentali, chiamato comunemente DSM, è stata redatta dalla più importante associazione psichiatrica americana (APA) nel 1952. A quel tempo il DSM teneva conto delle conquiste della psichiatria dinamica e della psicanalisi che riconduceva il disagio psichico e mentale a conflitti e ferite relative alla vita psichica del soggetto, al suo ruolo nella famiglia e al suo rapporto con l’ambiente sociale.
Nel corso dei decenni vi sono state ulteriori revisioni e aggiornamenti del DSM (oggi siamo arrivati al DSM 1V-TR) che si sono caratterizzati nel catalogare il disagio psichico e mentale nei termini di un “disturbo” odi un “disordine” e, in generale, nell’indebolire l’idea stessa di malattia cambiando la sua denominazione. Sullo sfondo si trattava anche di aggiornare il DSM in base all’evoluzione del sistema sanitario, per esempio cercando di aggirare lo spinoso problema delle cause legali contro i medici, delle diagnosi sbagliate, dei rimborsi delle assicurazioni, elementi che contraddistinguono il sistema sanitario americano in cui è ben presente la potente influenza delle multinazionali farmaceutiche.
In sintesi, il DSM IV propone una nomenclatura ragionata di numerosissimi disturbi psichici definiti in tutte le loro varianti e classificati in base alloro aspetto fenomenico e pragmatico. Viene esclusa ogni considerazione relativa alle cause (eziologia), alla storia e alla vita psichica del soggetto.

Storia della derubricazione dell’omosessualità dal DSM
Uno degli argomenti del movimento gay per affermare che l’omosessualità sarebbe “normale” è l’affermazione secondo la quale l’A- PA, nel 1973, ha cancellato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM (Diagnostic and Statistic Manual); sulla scia di questa decisione, I’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’lCD (International Classification of Disease), nel 1991. Pochi però spiegano che questa decisione non è stato il frutto di un dibattito scientifico, ma di una operazione ideologica. Dal 1968 gli attivisti gay manifestavano alle riunioni della “Commissione Nomenclatura” dell’APA, chiedendo e infine ottenendo di partecipare agli incontri. Da quel momento il dibattito scientifico fu sospeso e sostituito da discussioni di carattere politico e ideologico che sfociarono nel 1973 nella decisione di mettere ai voti la questione. Ebbene sì: l’omosessualità fu derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione “per corrispondenza” (5.816 voti a favore e 3.817 contro)! Nel DSM IV rimase la voce «omosessualità egodistonica» (che fu tolta poi nel 1987), espressione che in generale designa soggetti spinti verso uno stato depressivo a causa di un conflitto con il proprio io. Il noto psichiatra lrving Bieber commentò la votazione del 1973: «Non si può dawero sostenere che la nuova posizione ufficiale riguardo l’omosessualità sia una vittoria della scienza. Non è ragionevole votare su questioni scientifiche come se si trattasse di mettere ai voti se la terra sia piatta o rotonda».
È interessante la posizione di Robert Spitzer, che nel 1973 era presidente della “Commissione Nomenclatura” dell’APA. Egli, in seguito a una ricerca compiuta nel 2001 e confermata nel 2003 sull’efficacia della terapia riparativa, afferma di aver cambiato idea in merito alla possibilità di cambiamento dell’orientamento sessuale. In una dichiarazione rilasciata al “Wall Street Journal” il 23 maggio 2001, egli afferma: «Nel 1973, opponendomi all’opinione prevalente dei miei colleghi, appoggiai la rimozione dell’omosessualità dalla lista ufficiale dei disordini mentali. Per questo motivo ottenni il rispetto dei liberals e della comunità gay, anche se ciò fece infuriare molti dei miei colleghi [...]. Ora, nel 2001, ho mutato opinione e questo ha fatto sì che venissi presentato come un nemico della comunità gay e così la pensano in molti all’interno della comunità psichiatrica e accademica. lo contesto la tesi secondo cui ogni desiderio di cambiamento dell’orientamento sessuale di un individuo è sempre il risultato della pressione sociale e mai il prodotto di una razionale motivazione personale...».
In sintesi: non si tratta in questa sede di stabilire se l’omosessualità sia o no una malattia, un disturbo o un disordine, se sia giusta una denominazione piuttosto che un’altra, ma di mettere in guardia dalle affermazioni totalizzanti di coloro che sostengono trionfalmente che l’omosessualità, in base ai criteri “scientifici” sanciti dal DSM, non è più una malattia. Il rischio di questa affermazione è che essa possa diventare una “giustificazione scientifica” per sostenere ulteriori manipolazioni ideologiche.

Narth
L’omosessualità e la psicologia clinica Freud pensava che l’omosessualità fosse «una variante della funzione sessuale causata da un certo arresto dello sviluppo sessuale». Prezioso è stato il contributo allo studio dell’omosessualità portato dallo psicologo e psichiatra austriaco Alfred Adler (1 870-1937), le cui pagine sull’argomento sono ancora attuali. Secondo Adler, «l’omosessualità si manifesta come un tentativo di compensazione fallito in soggetti portatori di un evidente complesso d’inferiorità». Un altro autore che ha dato un notevole contributo agli studi sull’omosessualità è stato lo psichiatra psicoanalista lrving Bieber. Egli focalizzò la sua attenzione sulla frequenza con la quale, nelle storie familiari delle persone con tendenze omosessuali era presente un certo pattern relazionale tra la persona e i genitori. Bieber chiamò questo pattern «la classica triade relazionale», caratterizzata da «un’intimità vischiosa materna e dal distacco/ostilità paterno». Bieber era convinto che l’omosessualità potesse avere diversi fattori predisponenti, ma che l’unico fattore causale fosse la presenza della «classica triade relazionale». Questo schema relazionale è stato ripreso e approfondito da altri terapeuti, tra cui Joseph Nicolosi, che descrive la «classica triade relazionale» in questi termini:

1 madre emotivamente dominante;
2 padre tranquillo, estraneo, assente oppure ostile;
3 bambino dal temperamento timido, introverso, sensibile e artistico.

Nicolosi descrive la relazione tra madre e padre come caratterizzata da scarsa comunicazione; quella tra madre e bambino come una relazione “speciale”; quella tra il padre e il bambino come antagonistica, senza però un confronto leale.

È possibile cambiare?
È possibile modificare o cambiare l’orientamento sessuale? È possibile. I fatti e la vita di moltissime persone, lo testimoniano.
Secondo Nicolosi, in tutta la letteratura psicoanalitica l’omosessualità è motivata come un tentativo di “riparare”, di rimediare a una carenza dell’identità maschile. Cosa significa? Abbiamo definito l’omosessualità come il sintomo di bisogni affettivi non soddisfatti durante l’infanzia o la prima adolescenza. Con la ricerca di un abbraccio maschile, la persona con tendenza omosessuale cercherebbe l’affetto, la protezione e il riconoscimento da parte delle figure di riferimento maschili che le sono mancate durante l’infanzia e la prima adolescenza. Purtroppo, tuttavia, questo tentativo riparatorio è destinato al fallimento: l’irrealistica idolatria nei confronti di chi è individuato come dispensatore di virilità, affetto e protezione, conduce inevitabilmente alla delusione e, quindi, all’ennesima ferita. La terapia riparativa (o ricostitutiva) è il tentativo psicoterapeutico di riparare le ferite originarie attraverso l’analisi delle cause della sofferenza, il superamento del senso di inadeguatezza nei confronti delle persone del proprio sesso e la costruzione di legami virili non erotizzati.

Già negli anni ‘60 Bieber, in una sua ricerca, attestava che circa il 27% dei pazienti con tendenze omosessuali sottoporsi a un trattamento psicoanalitico aveva cambiato orientamento sessuale.
Attualmente i due maggiori esponenti della terapia riparativa sono Gerard van den Aardweg, olandese, e Joseph Nicolosi, statunitense. Nicolosi è l’attuale presidente del NARTH (National Association for Research & Therapy of Homosexuality), con sede a Encino (California), associazione particolarmente impegnata nel diffondere la terapia riparati- va e nel fornire indicazioni e dati scientifici sull’omosessualità. Sia van den Aardweg che Nicolosi riportano numerosissimi casi di riorientamento sessuale.
Un’altra ricerca sui positivi esiti della terapia riparativa è quella condotta da Robert Spitzer (2001, confermata nel 2003). Questa ricerca è particolarmente significativa perché Spitzer fu presidente della “Sezione Nomenclatura” dell’APA (American Psychological Association) quando questa importante associazione rimosse, nel 1973, l’omosessualità dal manuale diagnostico DSM.

Gli esiti della terapia riparativa
Gli esiti della terapia riparativa sono simili a quelli di ogni altra psicoterapia: 1/3 di pieno successo (persone che hanno superato compiutamente l’omosessualità, orientandosi stabilmente e armoniosamente verso l’eterosessualità anche con forme di legame sessuale stabile con l’altro sesso); 1/3 di miglioramento della identità globale della persona, con capacità di gestirsi in modo più equilibrato; infine 1/3 di “fallimento”, inteso come realistica idolatria nei confronti di chi è individuato come dispensatore di virilità, affetto e protezione, conduce inevitabilmente alla delusione e, quindi, all’ennesima ferita. La terapia riparativa (o ricostitutiva) è il tentativo psicoterapeutico di riparare le ferite originarie attraverso l’analisi delle cause della sofferenza, il superamento del senso di inadeguatezza nei confronti delle persone del proprio sesso e la costruzione di legami persistenza nella omosessualità indesiderata. Ora ci chiediamo: sottoponendosi alla terapia riparativa, una persona che in precedenza aveva una tendenza omosessuale, non sarà più attratta dagli uomini? Freud scriveva: «Se gettiamo per terra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo arbitrario; si spacca secondo le sue linee di sfaldatura in pezzi i cui contorni, benché invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura». La stessa cosa succede per una persona che si sottopone a un trattamento psicoterapeutico: ottiene la remissione del sintomo e un miglioramento della qualità della vita; tuttavia manterrà sempre una fragilità particolare in alcune zone della sua persona.
Le persone che si sottopongono alla terapia riparativa e che ottengono buoni risultati sul piano dell’orientamento sessuale possono ancora, in particolari situazioni di stress, fatica o frustrazione, provare attrazione nei confronti di persone del proprio sesso; tuttavia riescono a controllarla facilmente, ne conoscono le cause ed evitano di erotizzare il loro bisogno affettivo.

Terrorismo psicologico contro la terapia riparativa
Secondo gli attivisti gay, il tentativo di riparare una ferita di tipo omosessuale può essere molto pericoloso: l’esito di questa “violenza” sarebbe il suicidio. Trascurando il fatto che qualunque tipo di terapia porta sempre con sé il pericolo di atti estremi, in quanto lo scopo della terapia è elaborare sofferenze anche molto profonde, è necessario segnalare che nessun paziente di Nicolosi si è mai suicidato in seguito al tentativo terapeutico di riorientamento.
L’affermazione degli attivisti gay secondo cui la terapia riparativa condurrebbe al suicidio e sarebbe una violenza alla natura del paziente va interpretata come un tentativo di terrorismo psicologico. Quale scopo ha questa intimidazione? Ovviamente, scoraggiare gli omosessuali-non-gay dall’intraprendere un cammino riparativo e incoraggiarli ad adeguarsi al programma “terapeutico” previsto dal movimento gay: rassegnazione all’omosessualità, outing (ossia, dichiarare la propria omosessualità) e intraprendere un percorso di terapia affermativa con un duplice scopo: convincersi di avere una “natura omosessuale” e incolpare la “società omofobica” della propria sofferenza.

Nessuna imposizione
Il trattamento riparativo è sempre una proposta, mai una imposizione: in tal senso, va precisato che la terapia riparativa è una proposta rivolta alle persone con tendenze omosessuali non desiderate.
Attualmente in Italia è molto difficile che le persone con tendenze omosessuali abbiano la possibilità di scegliere se intraprendere o meno un percorso riparativo: il monopolio del movimento gay sul mondo omosessuale ha fatto sì che l’unica possibilità disponibile sia la “terapia affermativa”. Numerose persone con tendenze omosessuali indesiderate peregrinano da un terapeuta all’altro, continuando a sentirsi dire: «Deve accettare la sua omosessualità... intraprenda uno stile di vita gay e poi si sentirà meglio». Per il momento, sono pochi coloro che sembrano disposti ad accogliere chi non desidera le tendenze omosessuali, considerando lo stile di vita gay in contrasto con i propri principi morali o religiosi. Le uniche possibilità offerte sono lo stile di vita gay o il nascondimento.
La “terapia riparativa” offre l’opportunità di una scelta in più, e una maggiore libertà.

Outing
Mai come oggi la vita sociale è dominata da mode che sembrano diffondersi e affermarsi su larga scala. I mass-media, sempre alla ricerca di sensazionalismo, promuovono nuove forme di curiosità spesso morbosa: dal Grande Fratello ai vari reality-show viene scrutata ed esposta al pubblico la vita interiore degli individui, la loro vita sessuale, i loro sentimenti, i loro vizi e le loro virtù. L’outing sembra partecipare a questa modalità che cerca a tutti i costi di fare dell’anima umana uno spettacolo. Che cosa è l’outing? Outing è un termine inglese che ha il significato di «dichiarare, esternare, confessare», alla lettera «buttare fuori». In relazione all’omosessualità, l’outing può avere motivazioni diverse: esprimere un disagio, sfidare la realtà, scandalizzare...
L’outing di chi esprime un disagio
Il termine outing, come dicevamo, abbraccia diverse realtà. Esso può riguardare un adolescente che “confessa” ai genitori di provare verso i propri coetanei un orientamento omosessuale, un giovane che dichiara ufficialmente di” essere” omosessuale, un uomo politico o un uomo di spettacolo che ammette dinanzi al pubblico di praticare l’omosessualità o di avere un compagno gay.
Ciò che contraddistingue queste dichiarazioni è una sorta di svelamento di qualcosa di intimo: qualcuno, non senza difficoltà, sofferenza o disagio, rende partecipe altri di un proprio modo di sentire o di un suo particolare comportamento. Dunque è un po’ come se qualcuno confessasse un proprio “segreto” o raccontasse una propria esperienza che ha tenuto per parecchio tempo soltanto per sé, senza avere il coraggio di condividerla con altri: per vergogna, per timore di essere giudicato o rimproverato, o semplicemente perché spesso è difficile trovare «le parole per dirlo».
Stiamo parlando qui dell’outing come il passo iniziale in cui qualcuno, davvero in una situazione di crisi, di difficoltà o di sofferenza, avverte la necessità di uscire da una certa situazione e di mettersi in causa, con determinazione. Non è facile dichiarare qualcosa di intimo come il proprio orientamento omosessuale, alcune esperienze, agiti, o confessare fantasie e pensieri relativi a persone dello stesso sesso o, ancora, ammettere che certe pulsioni siano molto forti.

L’outing di chi vuole scandalizzare
Il rischio dell’outing è che si risolva in una dichiarazione che acquista il senso di un’esibizione: dare a vedere, scandalizzare, richiamare l’attenzione del pubblico su di sé o su una problematica già prestabilita. Spesso I’outing si consuma in una dimensione narcisistica dove l’aspetto edonistico travalica ed egemonizza un’eventuale valenza di autenticità e ditestimonianza soggettiva.
È noto come il movimento gay abbia spesso suggerito di «fare outing» al fine di rivendicare pubblicamente una propria appartenenza, per dimostrare che l’omosessualità è molto più diffusa di quanto gli “etero” immaginino. L’outing diventa in questi casi una vera e propria modalità ideologica che pretende, dichiarando l’orgoglio del diverso orientamento sessuale, di far passare un’immagine che non corrisponde al complesso mondo dell’omosessualità. L’outing di chi vuole scandalizzare persegue dunque la strategia di rompere gli schemi e le convenzioni sociali in nome di un’identità da rivendicare.
Come se il principio secondo cui ”tutto è possibile” potesse essere applicato alla natura umana e al suo nucleo più intimo che e la sessualità.

Dall’outing alla confessione
Nelle ferite più profonde della persona umana (tanto più quando queste concernono l’identità) non tutti possono “metterci le mani”: esse richiedono una tutela e un’attenzione particolari che solo la confessione sacramentale può assicurare in modo pieno. Attraverso di essa il credente non solo si consegna nelle mani di Dio (chiamando per nome le proprie fragilità e spogliandosi del “bello e falso io” di cui si riveste), ma da Dio riceve nuovamente la propria identità originaria, unita alla Grazia per corrispondervi e portarla a compimento. Di fronte al ministro della Chiesa (in realtà di fronte alla misericordia di Dio), l’uomo si china, riconoscendosi peccatore, e si rialza, ritrovando l’integrità perduta. L’incontro tutela la singola persona, grazie al dialogo e all’assoluzione individuale, ma contemporaneamente la ricolloca nel cuore della comunità umana, invitando a contribuirvi con una testimonianza di vita luminosa e aperta. In questo caso il soggetto non confessa solo sé stesso, ma anche la misericordia viva e potente di Dio: si tratta di un atto di fiducia e di consegna, umile e spoglio, un passo, che secondo alcuni Padri della Chiesa, quando è ben celebrato, annienta tutte le insidie dello “spirito nemico”.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:03:57
Un dato fondamentale
L’uomo, in ogni caso, è sostanzialmente diverso dall’animale perché, a differenza dell’animale, è capace di conoscere con la ragione le finalità della natura e può guidare con la volontà le sue pulsioni. Solo lui è in grado di capire ciò che è male, intervenendo per cercare di rimediare alla privazione di un bene. Solo nell’uomo si manifesta la consapevolezza e l’angoscia per la malattia e la morte. Solo in lui vi è l’esigenza di una felicità perfetta, la quale rivela la sua insopprimibile tendenza verso l’assoluto e la sua nostalgia per il paradiso perduto.

La sessualità umana è allo stesso tempo dono ricevuto e compito affidato a ogni essere umano, da realizzare attraverso il percorso educativo verso la maturità sessuale, che va di pari passo con la maturazione generale della persona. Alla maturazione sessuale e alla sua completa polarizzazione concorrono vari fattori, tra i quali fattori biologici, educativi e culturali.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:02:29
Koala e Macachi
Un errore, nel quale s’incorre spesso, sta nel ritenere di poter confrontare il comportamento umano con quello puramente animale, come se si trattasse di realtà omogenee. Per esempio, se fra gli animali si verificano atti d’inaudita ferocia, come l’uccisione dei piccoli, degli individui più deboli o del partner dopo la copula, ciò non significa che gli uomini debbano regolare la propria vita con le stesse modalità degli esseri viventi non dotati di autocoscienza e di ragione: le leggi con cui vanno regolati i comportamenti umani sono di natura diversa e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana.

Piccioni, oche e lupi
I comportamenti” omosessuali” che possono verificarsi fra gli animali sono ancora di difficile interpretazione e gli studi in materia sono soltanto agli inizi. Nelle specie con scarso dimorfismo sessuale può esistere una difficoltà a riconoscere il sesso del partner e ciò può indurre i maschi a “montare” altri individui dello stesso sesso con apparenti intenzioni copulatorie.
In caso di cattività, in assenza di adeguata rappresentazione dei due sessi, può verificarsi un’attività simil-copulatoria tra individui dello stesso sesso: in tal caso, gli elementi dominanti (non sempre maggiormente connotati in senso ormonale maschile) assoggettano al ruolo femminile i sottomessi. Non bisogna dimenticare che, per gli animali, l’essenza della femminilità consiste nell’essere sottomesso, cioè “messo sotto”, in senso propriamente fisico. Tale comportamento animale non può essere traslato nel campo dell’antropologia o della sociologia umana. La dimensione della sessualità animale risponde, infatti, a esigenze di propagazione della specie (accoppiamento) con modalità istintive, codificate, non volontariamente modificabili. La dimensione della sessualità umana è, invece, di tipo pulsionale, cioè liberamente orientabile. Nei mammiferi, in particolare, è presente un organo chiamato «vomero nasale» (una sorta di naso primordiale) con cui il maschio è in grado di captare i cosiddetti «feromoni» legati alla fertilità della femmina che scatenano meccanismi istintivi di accoppiamento. Quando alcuni scienziati hanno provato a “femminilizzare” individui maschili con l’apposizione di feromoni femminili, gli individui maschili sono stati percepiti come “femmine” e quindi “coperti”.
Anche tra i piccioni può succedere che il piccione dominante impersoni la parte maschile e quello dominato la parte femminile. Fra le oche, dove i sessi non presentano grandi differenze esterne, si può talvolta notare un comportamento curioso fra due maschi: a ogni primavera essi provano ad accoppiarsi, ma entrambi rifiutano di essere montati. Anche tra i lupi, atteggiamenti che apparentemente possono apparire “omosessuali”, sono riconducibili ad atti di sottomissione da parte dei maschi “non dominanti” rispetto al capobranco.

Macachi, babbuini e bonobo
L’etologo lrenaus Eibl-Eibesfeldt spiega che l’atto di montare un individuo dello stesso sesso può anche avere il significato di una minaccia d’aggressione, o indicare un’affermazione di superiorità di rango. Tra i macachi, tale azione potrebbe avere il significato di accettazione di un ordine all’interno del gruppo, che serve a rafforzarne i vincoli. Il macaco superiore di rango è in genere il primo a montare, ma spesso anche gli individui di rango inferiore lo montano a loro volta: C. Koford paragona queste manifestazioni a una sorta di “saluto militare”.
La zoologa Isabella Lattes Coifmann spiega che i babbuini maschi sovente s’incontrano e si “salutano” voltando il posteriore al compagno, in una sorta di offerta sessuale di tipo “femminile” (pari alla dichiarazione di sottomissione) con funzione di placare l’altro, di ingraziarselo e di assicurarsi la sua protezione in caso di necessità.
La stessa zoologa riferisce che i bonobo, detti anche scimpanzé nani, praticano accoppia- menti normali, incestuosi e “omosessuali” in tutte le circostanze della vita. Queste manifestazioni rappresentano una strategia per bloccare l’aggressività altrui, per allentare le tensioni che si producono nel gruppo e per mantenere la coesione: infatti, i maschi giungono all’eiaculazione solo se hanno per partner una femmina sessualmente matura.
Le spiegazioni sono, quindi, variegate e non riconducibili alla omosessualità umana: possono avere il significato d’imposizione del dominio, essere conseguenza della cattività o di condizioni sperimentali innaturali, indicare una affermazione di superiorità di rango, o ancora esprimere un gesto di acquietamento, di saluto, di accettazione di un ordine all’interno del gruppo.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:00:59
Bailey & Pillard: lo studio sui gemelli
Lo studio di Bailey & Pillard (A genetic study of male sexual orientation, Archives of GeneraI Psychiatry48, 1991) prendeva in esame coppie di fratelli — gemelli omozigoti, gemelli eterozigoti, altri fratelli biologici e fratelli adottivi — di cui almeno uno dei due fosse omosessuale. Anche in questo caso i risultati vennero divulgati come prova di una base genetica dell’omosessualità. Ma a una analisi dettagliata dei dati, l’evidenza va in tutt’altra direzione.
I gemelli identici erano entrambi omosessuali solo neI 52% dei casi con buona pace del «determinismo genetico»; i gemelli non identici erano omosessuali nel 22% dei casi; i fratelli biologici nel 9,2% dei casi, percentuale addirittura inferiore a quella dei fratelli adottivi 10,5%. Dallo studio emergeva quindi non tanto il presunto determinismo genetico, ma piuttosto l’importanza dell’aspetto relazionale, soprattutto familiare.
Come poi ha acutamente osservato la biologa Anne Fausto Sterling, «affinché un simile studio fosse veramente significativo si sarebbero dovuti osservare dei gemelli cresciuti separatamente».
Visto, poi, che i gemelli monoovulari condividono 11100% dei geni, se uno di essi è omosessuale dovrebbe esserlo anche l’altro nel 100% dei casi. Paradossalmente i fratelli adottivi, che non hanno geni in comune, hanno più probabilità di essere entrambi omosessuali che non i fratelli biologici!
Tra l’altro, si tenga presente che il campionamento dello studio non era stato condotto casualmente, ma attraverso inserzioni su giornali e riviste gay.

Queste elementari osservazioni hanno indotto la rivista scientifica Science a sottolineare che «non vi è nessuna componente genetica, ma piuttosto una componente ambienta le condivisa nel le famiglie»
(24/1 2/1 993, n° 262).
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:59:35
Simon Le Vay: il “cervello gay”
«Ripetutamente sono stato indicato come colui che ha dimostrato il fondamento genetico dell’omosessualità... Non ho mai asserito questo)) (The Sexual Brain, 1991, 122). Questo biologo, ha studiato i cervelli di 41 cadaveri: 6 donne, 19 omosessuali maschi, e 16 uomini verosimilmente eterosessuali, focalizzandosi su un’area chiamata ipotalamo. Il terzo nucleo interstiziale dell’ipotalamo anteriore (chiamato INAH-3), secondo il suo studio, mostrava dimensioni comparabili nelle donne e negli omosessuali, mentre appariva più grande negli eterosessuali. Il ricercatore ipotizzava in questo dato la prova di una effettiva diversità strutturale responsabile della omosessualità. Le controdeduzioni sollevate in ambito scientifico sono state molte, alcune davvero ovvie. La “supposizione” che i 16 uomini eterosessuali fossero realmente eterosessuali era gravemente lacunosa laddove in 14/16 era indisponibile la storia sessuale. Lo studio ha confrontato, in altre parole, omosessuali con una maggioranza di uomini dall’orientamento sessuale sconosciuto. Ma di assoluta rilevanza è l’aspetto, neppure considerato, che la plasticità del cervello umano è tale che appare praticamente impossibile determinare se la dimensione di un’area determina il comportamento o piuttosto non sia un certo comportamento a determinare la voluminosità di una certa area, allo stesso modo in cui, per esempio, un certo esercizio fisico fa sviluppare selettivamente un determinato gruppo muscolare rispetto alla ipotrofia (scarso sviluppo) della stessa area quando non esercitata. Restava quindi irrisolta la domanda chiave: le persone sono omosessuali perché hanno una piccola INAH-3 o la loro INAH-3 è più piccola a causa dei loro atti, pensieri e sentimenti omosessuali?
Molteplici aspetti depongono per una reale impossibilità di attribuire allo studio di Le Vay un significato scientifico (la prova dell’esistenza di un “cervello gay”):

È dimostrato che il cervello cambia in risposta a modifiche legate al comportamento e all’ambiente. Per esempio, nelle persone che leggono in Braille dopo essere diventate cieche, l’area del cervello che controlla il dito della lettura è più grande.

Non c’è unanimità tra gli scienziati su quale sia il modo migliore di misurare la INAH-3. Alcuni ritengono che misurare il volume dell’ INAH-3 per determinare l’orientamento sessuale di una persona sia come cercare di misurarne l’intelligenza basandosi sulla taglia del suo cappello.

L’ipotesi”ipotalamica” non è in grado di spiegare il comportamento sessuale delle lesbiche né, tantomeno, quello dei bisessuali o dei transgender.

Da un punto di vista infettivologico i cadaveri degli omosessuali esaminati erano tutti di persone con AIDS, quindi con patologico interessamento cerebrale da parte del virus HIV, notoriamente causa di atrofia.

Infine va ricordato che le esperienze emozionali, fissate nel sistema limbico di cui fa parte l’ipotalamo, possono essere comunque sostituite da nuove esperienze emozionali: siamo di fronte a una sorta di “banca dati”, che è soggetta al controllo e alla programmazione del pensiero cosciente, e perciò plasticamente modificabile.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:58:46
L’omofobia sociale interiorizzata
L’ostacolo principale all’argomento “gay è bello” è costituito dagli omosessuali non-gay (la stragrande maggioranza), cioè da coloro che non vogliono rassegnarsi a queste tendenze indesiderate e percepite come innaturali. A loro gli attivisti gay spiegano che, se considerano innaturale la loro omosessualità, non è perché questa sia realmente in contrasto con la loro vera natura. Semplicemente, avrebbero “interiorizzato” l’omofobia sociale. Secondo questa spiegazione, vivendo in una “società omofoba”, avrebbero fatto propria l’avversione sociale nei confronti dell’omosessualità.
Esistono ricerche che dimostrano come le persone con tendenze omosessuali mostrino lo stesso livello di sofferenza anche abitando in stati o città in cui il clima sociale nei confronti dell’omosessualità è decisamente favorevole (Sandfort e altri, 2001); altre ricerche invece dimostrano che la maggior parte dei tentativi di suicidio perpetrati da persone con tendenze omosessuali non ha nulla a che fare con la presunta “omofobia sociale” (Remafredi e altri, 1991). Questo dimostra che la sofferenza delle persone con tendenze omosessuali non è causata esclusivamente dalla “società omofobica”, ma soprattutto dall’omosessualità, e dalle cause che hanno portato a questa tendenza.
Se non si possono negare deprecabili episodi di aggressioni nei confronti di persone con tendenze omosessuali, va, tuttavia, tenuto presente che esse tendono a percepire il mondo esterno come ostile e aggressivo (King e altri, 2003). Secondo alcuni autori, questo atteggiamento sarebbe la conseguenza del vittimismo e dell’autocommiserazione insiti nella personalità ferita di chi sperimenta la pulsione omosessuale.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:57:53
Una tattica intimidatoria
Perché la scelta del termine “omo-fobia”? Si tratta di un tentativo intimidatorio, del tipo: «Se vuoi essere considerato una persona ragionevole — e non un malato, un fobico — devi condividere gli obiettivi del movimento gay».
L’intimidazione, tuttavia, si sta trasformando sempre più in una minaccia: il movimento gay preme perché vengano approvate al più presto (e in alcuni paesi sono già state approvate) leggi che puniscono gli atteggiamenti definiti “omofobi”. L’omofobia, non accontentandosi di essere una inesistente malattia, diventa in tal modo un “crimine”, mentre gli “omofobi” (chi, cioè, non condivide il matrimonio gay, le adozioni gay, i rapporti omosessuali, eccetera) devono aspettarsi la pubblica riprovazione e, se insistono nel ribadire la loro posizione, una citazione in giudizio. L’utilizzo del concetto da parte degli attivisti gay non si ferma qui. È noto che le persone con tendenze omosessuali sono più frequentemente soggette a depressione, disturbo d’ansia generalizzato, disturbi del comportamento, dipendenza dalla nicotina, abuso o dipendenza da altre sostanze rispetto agli eterosessuali; inoltre hanno più frequentemente episodi suicidari. Secondo gli attivisti gay questa sofferenza non sarebbe causata dai problemi emotivi che hanno come esito la tendenza omosessuale, ma... dalla “società omofoba”, ossia costruita sul modello eterosessuale.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:57:17
Una tattica intimidatoria
Perché la scelta del termine “omo-fobia”? Si tratta di un tentativo intimidatorio, del tipo: «Se vuoi essere considerato una persona ragionevole — e non un malato, un fobico — devi condividere gli obiettivi del movimento gay».
L’intimidazione, tuttavia, si sta trasformando sempre più in una minaccia: il movimento gay preme perché vengano approvate al più presto (e in alcuni paesi sono già state approvate) leggi che puniscono gli atteggiamenti definiti “omofobi”. L’omofobia, non accontentandosi di essere una inesistente malattia, diventa in tal modo un “crimine”, mentre gli “omofobi” (chi, cioè, non condivide il matrimonio gay, le adozioni gay, i rapporti omosessuali, eccetera) devono aspettarsi la pubblica riprovazione e, se insistono nel ribadire la loro posizione, una citazione in giudizio. L’utilizzo del concetto da parte degli attivisti gay non si ferma qui. È noto che le persone con tendenze omosessuali sono più frequentemente soggette a depressione, disturbo d’ansia generalizzato, disturbi del comportamento, dipendenza dalla nicotina, abuso o dipendenza da altre sostanze rispetto agli eterosessuali; inoltre hanno più frequentemente episodi suicidari. Secondo gli attivisti gay questa sofferenza non sarebbe causata dai problemi emotivi che hanno come esito la tendenza omosessuale, ma... dalla “società omofoba”, ossia costruita sul modello eterosessuale.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:56:16
Homophobia

Significato del termine
Se una persona non condivide l’ideologia gay rischia di essere additata come “omofoba”. Il termine “fobia” indica una paura intensa, esagerata, per situazioni, oggetti o azioni che il soggetto prova nonostante spesso non ne capisca la ragione. li fobico, posto a contatto con Io stimolo specifico temuto, presenta in genere vere e proprie crisi d’ansia più o meno intense e paralizzanti. Esempi di fobia sono per esempio la claustrofobia (paura per gli spazi chiusi o senza finestre) o l’aracnofobia (paura dei ragni). Appare decisamente fuori luogo — è evidente — etichettare chi non condivide l’ideologia gay come “omofobo”. Gli stessi manuali diagnostici non elencano tra le fobie la presunta “omofobia”; e recenti ricerche (Olatunji e altri, 2004) escludono che essa possa essere definita tale.
Ciò che viene chiamato “omofobia”, infatti, non è una malattia, ma un atteggiamento di non condivisione nei confronti dell’ideologia gay e di non approvazione nei confronti dell’omosessualità (che non significa odio o disprezzo nei confronti delle persone con tendenze omosessuali).
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:55:43
Il secondo Ottantanove
Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino e dell’ideologia comunista, svaniva anche la possibilità di accompagnare una rivoluzione gay a un rivolgimento politico. Nello stesso anno, però, negli Stati Uniti usciva un libro che avrebbe in qualche modo significato una svolta nell’ambito del tentativo gay di accreditarsi presso l’opinione pubblica come una realtà di persone innocue, che non minacciano l’ordine sociale e che desiderano soltanto essere accolte come una delle componenti della società. Il libro, dal titolo After the bali, auspica il superamento dell’immagine troppo trasgressiva e poco rassicurante che i gay hanno dato di se stessi negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ed è un invito a cambiare direzione. Così, «si elabora nelle comunità gay di tutto l’Occidente» — scrive Barilli — «il tipo dell’omosessuale “praticamente normale” che chiede il riconoscimento delle unioni civili fra omosessuali come obiettivo primario, in grado di dare un’importante legittimazione al movimento gay».
L’8 febbraio 1994 il Parlamento europeo vota a maggioranza una delibera che invita i singoli Stati a cancellare ogni forma di discriminazione per gay e lesbiche. In alcuni Paesi europei l’unione omosessuale viene equiparata al matrimonio e alla famiglia, in alcuni casi anche con il diritto di adottare bambini. In Italia il movimento gay non cresce come altrove, anzi conosce negli anni ‘90 nuove scissioni, ma aumenta la visibilità del fenomeno omosessuale grazie soprattutto a una particolare presenza sui mezzi di comunicazione, che tendono ad accreditare il fenomeno come normale e rassicurante. La società italiana si sfascia meno delle altre europee perché resiste di più l’unità e la centralità della famiglia, ma il disagio e le ferite relazionali con cui si manifesta l’omosessualità esistono anche qui. E qualcuno sta pensando di farsene carico, offrendo rimedi.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:55:00
Il F.U.O.R.I.
Nella casa milanese della scrittrice Fernanda Pivano, nel maggio 1971, per la prima volta si affronta il tema della nascita di un movimento gay italiano, che verrà costituito formalmente con la pubblicazione ad Amsterdam, il 20 novembre dello stesso anno, di un «manifesto per la rivoluzione morale: l’omosessualità rivoluzionaria». Poco dopo, datato dicembre 1971, uscirà il numero zero della rivista Fuori, giornale del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano.

Il movimento gay avrà in Mario Mieli (1953-1983) l’intellettuale e militante di riferimento nonostante la breve parabola della sua vita. Morirà infatti suicida giovanissimo dopo aver collegato il movimento gay alla lotta di liberazione politica di ispirazione marxista. In particolare, la sua azione mirava al crollo del «sistema fallocentrico» attraverso «il crollo del sistema capitalistico che si regge sulla struttura maschilista-eterosessuale della società», in un’ottica profondamente sovversiva («lotta dura contro natura»), che auspicava diverse e successive fasi di passaggio nella liberazione auspicata, come il sadismo, il masochismo, la pedofilia e altre cose del genere, come riporta lo storico e militante gay Gianni Rossi Barilli.
Dopo la sua morte, la guida del movimento sarà presa daII’Arcigay, nella figura di Franco Grillini, che progressivamente orienterà gli obiettivi della rivoluzione gay verso mete concrete e giuridicamente rilevanti, grazie a una diversa e più prudente modalità di comunicazione, alla partecipazione di uomini gay alle competizioni elettorali e alla visibilità data al problema omosessuale in seguito al diffondersi della tragedia dell’AIDS.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:54:14
Gay

L’atto di nascita
Una differenza fondamentale fra l’omosessuale e il gay, fra chi è portatore di un disagio e chi invece ne fa una “bandiera” da rivendicare, consiste nel cosiddetto outing o coming-out, nell’«uscire fuori» per essere riconosciuti come tali di fronte alla società. Questo aspetto è uno dei maggiori elementi di attrito fra la piccola minoranza gay e la maggioranza omosessuale, spesso sorda alla “militanza” che le viene richiesta.
Nella storia del movimento gay c’è un inizio, una data che segna il primo coming-out, quando il movimento venne allo scoperto non soltanto attraverso i suoi esponenti, ma come realtà organizzata e appunto militante. Questa data, che fra l’altro corrisponde alla ricorrenza in cui ogni anno viene celebrata la giornata dell’«orgoglio gay», è il 28 giugno. Nella notte di sabato 28 giugno 1969, a New York, in un bar notoriamente frequentato da gay, lo Stonewall lnn, otto poliziotti si presentano con un mandato di perquisizione perché — così è scritto nel mandato — nel bar verrebbero serviti alcolici senza licenza (fatto ritenuto dai gay come un pretesto provocatorio), I frequentatori reagiscono con la forza e ne deriva una lunga colluttazione.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:53:22
In Italia
In questo clima culturale squilibrato, dove rimangono presenti princìpi cristiani non più realmente fondati a livello intellettuale e spirituale, la società illuministica e borghese lascia dunque crescere dentro di sé le contraddizioni che la faranno esplodere. Tuttavia, almeno in Italia, fino al 1968 si verificano soltanto singoli episodi nell’ambito del problema dell’omosessualità, forse perché nel nostro Paese la “tenuta” dei princìpi cristiani è più forte che altrove, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Forse il più noto di questi episodi riguarda Pier Paolo Pasolini (1922-1975), condannato nel 1949 a tre mesi di reclusione nel suo Friuli per atti osceni compiuti con ragazzini minorenni, che gli costano anche l’espulsione dal PCI, ancora legato a una visione dell’omosessualità come «degenerazione borghese». Le cose, anche in questo caso, cominciano a cambiare dopo il 1968.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:52:31
Libertinismo e ghettizzazione
Abbiamo già accennato alla differenza presente nell’antichità e nel Medioevo fra atti di sodomia e omosessualità come fenomeno sociale rilevante della società moderna dopo il 1789.
Proprio nella società borghese si verifica un fenomeno che andrebbe maggiormente approfondito sulla scia degli studi e delle intuizioni dello storico George L. Mosse, secondo cui il “vero uomo”, nella mentalità borghese, è virile, forte, capace di totale autocontrollo e contrapposto alla debolezza femminile, che presuppone la donna come necessariamente relegata a determinati ruoli sociali. Tutto questo, paradossalmente, emerge in quella stessa società che, con il Codice napoleonico, depenalizza gli atti omosessuali fra adulti consenzienti.
Si verifica così un fenomeno: nello stesso contesto culturale e sociale, da una parte cresce ogni forma di libertinismo, fra cui anche quello omosessuale (gli Stati occidentali cessano di condannarlo sulla scia dello slogan “vietato vietare”), mentre dall’altra parte gli omosessuali vengono ghettizzati e disprezzati non tanto per l’immoralità degli atti che compiono, ma in quanto “checche” effeminate. Anche a causa di questi atteggiamenti culturali prevalenti nella società, sarebbe sorta, negli anni ‘30 del XX secolo, la persecuzione nazionalsocialista degli omosessuali e la ghettizzazione sociale operata dal fascismo. Dopo la seconda guerra mondiale, sarebbe maturata la ribellione della donna “sottomessa” e disprezzata dalla stessa cultura “borghese” e “reazionaria” e le due rivoluzioni, femminista e gay, sarebbero avanzate insieme, o almeno parallelamente.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:51:42
Fenomenologia di un Termine

La prima associazione europea
Nella profonda messa in discussione della persona e della sua identità di genere nasce l’omosessualità come tema a sé stante. Il termine sembra essere stato usato per la prima volta nel 1869 dall’ungherese Karoly Maria Benkert (1824-1882). L’anno prima era nato il tedesco Magnus Hirschfeld (1868-1935), una delle principali figure per comprendere la storia del movimento gay. Sarà il primo in Europa a fondare nel 1897 un’associazione per i diritti delle persone omosessuali, il Comitato Scientifico Umanitario, il cui obiettivo era l’abolizione del “Paragrafo 175” della legge tedesca che condannava «l’immoralità contronatura, commessa fra persone di sesso maschile o fra uomini ed animali, [essa] è punita con l’imprigionamento; inoltre può comportare la privazione dei diritti civili».
Nel 1908 creò il Giornale di Sessuologia e nel 1913 fu tra i fondatori della Società Medica per la Sessuologia ed Eugenetica. Anche l’eugenista Margaret Higgins Sanger (1879-1966) sarà un’assidua visitatrice dell’Istituto di Sessuologia da lui fondato nel 1919. Quest’ultimo (l’lnstitut fùr Sexualwissenschaft) fu nella Germania tra le due guerre un punto di riferimento non soltanto scientifico ma anche culturale per la comunità omosessuale di Berlino. La villa, posta nell’elegante quartiere di Tiergarten, ospitava il Dipartimento di Psicoterapia, il Dipartimento di Medicina Sessuale somatica, il Dipartimento di Sessuologia Forense, il consultorio di ginecologia e terapia di coppia, un Archivio di Etnologia Sessuale, gli Uffici della Lega Mondiale per la Riforma Sessuale, una vasta biblioteca con sala di lettura. Riconosciuto dallo Stato nel 1924, l’Istituto si trasformò in fondazione e Hirschfeld venne nominato presidente a vita. Nel 1928 insieme agli psicologi Havelock Ellis (1859-1939) e Auguste Forel (1 848-1 931) creò la Lega Mondiale per la Riforma Sessuale che tenne tre grandi convegni tra il 1929 e il 1931. 116 maggio 1933 gli “studenti” nazisti saccheggiarono l’istituto, sequestrarono i volumi della biblioteca e li bruciarono pubblicamente il 10 maggio successivo. Hirschfeld — in pericolo sia come ebreo che come omosessuale dichiarato — non poté rientrare in Germania e morirà a Nizza in Francia nel 1935.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:50:52
Una nuova gnosi
Un’interpretazione convincente del femminismo è quella proposta da Emanuele Samek Lodovici (1942-1981) nel saggio Un modello gnostico per il femminismo. La gnosi moderna ricalca i caratteri della gnosi antica adattandoli alla prospettiva secolarizzata di un mondo che si è separato dalla religione. Essa nega valore alla realtà presente non per pervenire a una perfezione trascendente, ma in nome di un futuro assolutamente nuovo, un mondo perfetto e gratificante, scelto e costruito dall’uomo. Se gli antichi gnostici ritenevano che la differenza e la specificità, come il bene e il male, fossero entrati nel mondo a causa delle leggi umane, ma in verità non ci fosse nulla di cattivo per natura a motivo di una sostanziale e originaria eguaglianza di fondo, analogamente il femminismo porta l’eguaglianza uomo/donna «Sino alle sue estreme conseguenze, sino al punto cioè di negare l’esistenza di una natura non solo in generale, ma di una natura specifica differenziante la donna dall’uomo».
Il femminismo si rivela un’espressione del filone culturale dominante nella modernità che promette all’uomo la libertà assoluta, libertà che ha come inevitabile punto d’arrivo il rifiuto dalla natura data. L’essenza della donna, intesa come possibilità infinita, diventa una soggettività che può essere tutto senza dover essere nulla, un io a cui tutto è dovuto e nulla deve, un io che si è fatto Dio.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:49:52
La seconda ondata: il femminismo radicale
Dalla fine degli anni ‘20 agli anni ‘60 del Novecento non c’è un pensiero femminista organizzato. Sarà la riflessione di due pensatrici, Virginia Woolf (1882-1941) e Simone De Beauvoir (1908-1 986) a mettere in discussione il valore dell’obiettivo perseguito dal femminismo liberale e socialista, cioè l’eguaglianza radicale con l’uomo, e a preparare il movimento femminista alla seconda ondata, quella del “femminismo radicale”, che si diffonde negli anni ‘60 del secolo scorso e si propone di andare alle “radici” del predominio maschile.
Secondo questo pensiero alle radici della subordinazione della donna non c’è lo sfruttamento economico o l’esclusione dai diritti civili, ma la subordinazione sessuale e riproduttiva, cioè la traduzione della differenza sessuale e riproduttiva in differenza sociale e culturale che impone alle donne un ruolo subordinato: dal sesso-ruolo biologico, al genere-ruolo sociale e culturale. La proposta del femminismo radicale è di rompere la servitù sessuale delle donne con strumenti diversi che vanno dall’incremento dell’uso dei mezzi di contraccezione, alla legalizzazione dell’aborto assistito, al rifiuto dell’eterosessualità come forma unica di rapporto sessuale normale, non deviante.
Fatta salva la legittimità di ogni rivendicazione volta a ripristinare una situazione di giustizia là dove sia venuta meno, bisogna osservare che il pensiero femminista, con l’atteggiamento di antagonismo e la logica competitiva nei confronti dell’uomo che lo caratterizza, non può essere spiegato come semplice ricerca di giustizia nei rapporti tra i sessi.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:49:48
quadro vaticano, pubblicare più reply consecutive è una grave violazione della netiquette. ti prego di evitare in futuro tale, pessima abitudine.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:49:07
Echi Femministi

La prima ondata: il femminismo liberale
La nascita del movimento femminista viene fatta in genere risalire alla “dichiarazione” dei diritti delle donne di Elisabeth Cady Stanton (1815-1902) deI 1848, ma le tesi del femminismo liberale ed egualitario iniziano a diffondersi con Mary Wollstonecraft (1759- 1797) durante gli avvenimenti della Rivoluzione francese.
La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento, raggiungendo quasi tutti gli obiettivi giuridici e politici che si era proposta. Allo stesso tempo, una seconda ondata si era proposta. Allo stesso tempo, una seconda ondata femminista si diffonde nell’ambito del pensiero socialista, auspicando una rivoluzione che trasformi le condizioni materiali della vita, liberando dalla subordinazione i proletari e le donne. Nel 1884 Friedrich Engels (1 820-1895) nel saggio L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato sostiene che la schiavitù della donna inizia con l’istituzione della famiglia monogamica fondata sulla proprietà privata, esercitata dal maschio capofamiglia sui suoi beni (tra cui anche la moglie), e terminerà con la fine della proprietà privata stessa.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:48:03
1989: un’altra grande svolta
Il delicato equilibrio nel rapporto fra l’uomo e la donna, già reso fragile dalle ferite lasciate dal peccato originale, rimane uno dei più esposti alla contrapposizione dialettica, nonostante la Rivelazione cristiana riesca a permeare la vita pubblica delle nazioni europee facendo accogliere il principio della comune dignità dell’uomo e della donna. Maschilismo e femminismo, omosessualità e movimento gay, sono espressioni di un disagio sociale che minaccia il matrimonio e la famiglia e la stessa identità della persona, così come si renderà più evidente dopo l’ultima grande svolta epocale dell’Occidente, il 1989, quando la messa in discussione della propria identità di genere comincerà e rivelarsi come un problema fra i più drammatici.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:46:52
Ottantanove, Quarantotto e Sessantotto
Vi sono episodi nella storia che costituiscono autentiche cesure e segnano svolte epocali, per cui la narrazione degli avvenimenti si divide in un prima e un dopo. Così è per il 1789, la Rivoluzione detta “francese” ma in realtà almeno europea; così è per il 1848, quando scoppiano rivoluzioni liberali e nazionali nelle principali capitali europee; e così è per il 1968, anno cui si fa risalire quella rivoluzione culturale che ha profondamente mutato il costume di una generazione. Anche le vicende relative al femminismo e all’omosessualità in qualche modo ruotano attorno a queste date epocali. Analizzeremo insieme la storia del femminismo e dell’omosessualità perché entrambe si muovono nella stessa direzione rivoluzionaria tendente a modificare la concezione della persona come essere creato libero e intelligente. Questa antropologia, elaborata dalla cultura classica e cristiana, ereditata dalla filosofia greca e dalla tradizione giudaico-cristiana, pone la persona al centro della creazione, destinata alla vita eterna, voluta da Dio creatore, nella sua espressione di maschio e femmina.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:45:49
Due Passi nella Storia

Nell’antichità classica?
Uno dei principali luoghi comuni sul tema dell’omosessualità è che nell’antichità classica questa fosse largamente praticata e accettata; questo dimostrerebbe che l’omosessualità è naturale e soltanto la successiva penetrazione nella società della morale cristiana, omofoba, avrebbe prodotto il rifiuto della tendenza omosessuale.
Per prima cosa si deve precisare che di omosessualità come conseguenza di un indebolimento dell’identità di genere non c’è traccia nell’antichità così come nella cristianità medioevale; si tratta di un fenomeno tipicamente moderno sorto in conseguenza dei mutamenti culturali successivi alla Rivoluzione del 1789 e in particolare alla rivoluzione culturale del 1968.
Nell’antichità, come nel Medioevo, si trovano sodomiti che, per vizio, per manifestare la propria superiorità o per altri motivi, compiono atti omosessuali nei confronti di giovani o di schiavi, così come esistono forme di prostituzione maschile. Questo fenomeno cresce nei periodi di maggiore decadenza morale della società e decresce quando la società è più virtuosa, ma non appare come una conseguenza dell’indebolimento psicologico della propria identità.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:44:59
Il “già e non ancora”
Da queste brevi annotazioni è evidente come l’identità sessuale abbia un background di tipo genetico-biologico, una sorta di condizione “necessaria” allo sviluppo dell’identità stessa. La libertà di essere inienezza adulti, uomini e donne armoniosamente integrati in senso maschile e femminile, è però anche strettamente dipendente da ciò che si è soggettivamente vissuto nel cammino di maturazione personale, un cammino plastico, modificabile, ma non immutabile nè innato, anche se fortemente influenzato da esperienze relazionali precocissime, addirittura prenatali. Questo dinamismo di continua trasformazione non cessa mai, si arricchisce quotidianamente in ogni relazione e in ogni contatto, come materiale sempre plasmabile. Il processo di crescita della propria identità sessuale è un continuo, mai compiuto, “già e non ancora” che tuttavia non potrà mai liberarsi da una matrice: quella donata inizialmente, connotabile quindi ontologicamente in senso maschile e femminile.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:43:42
Identità endocrinologica
Gli ormoni sono sostanze secrete nel sangue da ghiandole che guidano e connotano specificamente la sessualità e lo sviluppo del fenotipo. Già in ambito prenatale, alterazioni (patologie) della secrezione ormonale possono perturbare i delicati meccanismi della gestazione: anche in questo caso, siamo nel campo della patologia. È importante però sottolineare che queste evenienze hanno ben poco, se non nulla, a che vedere con lo sviluppo dell’orientamento omosessuale. In ambito endocrinologico gli studi che evidenziano un determinismo ormonale per spiegare l’omosessualità sono stati smentiti clamorosamente da un semplice fatto: nelle persone omosessuali c’è l’intero spettro dei dosaggi ormonali fisiologici presenti in quelle eterosessuali, senza che sia quindi possibile stabilire una correlazione univocamente sostenibile tra patologia endocrinologica e orientamento sessuale. Come altrove ribadito, non esiste una “omosessualità endocrinologica”, ma esiste piuttosto una galassia di persone con orientamento omosessuale in cui l’endocrinologia non può far altro che ribadire l’individualità di ciascuno.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:42:53
Identità anatomica
Nello sviluppo dell’embrione e del feto è la connotazione genetica maschile o femminile che come un direttore d’orchestra mirabilmente guida il complesso processo di attivazione-disattivazione genica, generando cascate enzimatiche, recettoriali e ormonali risultanti nello sviluppo differenziato di gonadi (sesso gonadico) riconoscibili in senso maschile o femminile. Sotto il profilo puramente biochimico è fondamentale accennare a quanto siano complessi i meccanismi sottesi a questa dinamica differenziativa. Se è vero che la cosiddetta patologia recettoriale (cioè legata alla capacità di recepire i messaggi biochimici durante la embriogenesi) può essere responsabile di forme patologiche di mancata differenziazione, è anche vero che queste patologie non possono distogliere dalla visione della fisiologia: in assenza di patologia, un normale corredo cromosomico con cromosomi sessuali XY originerà un bambino dotato di gonadi maschili (testicoli) e di morfologia riconoscibile (fenotipo) maschile, mentre la doppia X una bambina con fenotipo femminile.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:41:54
Identità genetica
In ambito cromosomico, prescindendo dalla patologia cromosomica (che, in quanto tale, è appunto non fisiologica), esiste un sesso genetico chiaramente riconoscibile. In ogni cellula somatica in cui sono presenti 23 coppie di cromosomi, 22 coppie sono definite autosomi, mentre una coppia è costituita dai cromosomi sessuali, uno di derivazione materna e uno paterna: XX nella femmina, XY nel maschio. Questa connotazione è una sorta di “copyright sessuale” e viene ribadita in ognuna delle cellule somatiche del corpo a partire dalla prima cellula di ogni essere umano, lo zigote, scaturita proprio dall’unione del maschile (spermatozoo) e del femminile (ovulo). Anche per un bambino concepito in provetta da due Iesbiche, magari con acquisto di sola “provetta di sperma”, o per un figlio ottenuto mediante “utero in affitto” da due omosessuali maschi, permane l’indispensabilità del gamete maschile e femminile. L’identità geneticamente connotata in senso maschile o femminile precede ogni possibile discrezionalità pur metodo logicamente percorribile.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:41:09
Centrare il Problema
L'identità

Quale identità?
Parlare di identità sessuata oggi non significa più, come un tempo, affermare una scontata realtà, che cioè l’essere umano è sessuato senso maschile e femminile, armonicamente “naturalmente” complementare.
Ciò che appare evidente a una lettura genetica, anatomica, endocrinologica, fisiologica, neurologica, psicologica, viene arricchito da osservazioni sociologiche, culturali, spirituali, con il rischio di vistose derive ideologiche. L’identità sessuata è quella armoniosa integrazione di caratteristiche oggettive (genetiche, biologiche) che grazie al vissuto relazionale, psicologico e culturale vanno a fondersi in una unitarietà individuale che vede il maschile e il femminile come aspetti complementari, di pari dignità ma profondamente diversi e, attraverso la relazione sessuale, in grado di trasmettere la vita. Nella manipolazione linguistica odierna, sono sempre più divulgate concettualizzazioni derivate da teorie che negano l’esistenza di una identità sessuata “oggettiva” per invocare una sorta di identità “variabile” sulla base sia della percezione che il soggetto ha di sé, sia del suo “orientamento”. Viene negata l’esistenza di una legge naturale o di un “ordine” naturale che ci precede. L’identità sessuale sarebbe solo una “sovrastruttura” culturale/ideologica, e ogni variante sarebbe “naturale”. Vale la pena proporre una riflessione serena sull’inconsistenza di una visione che neghi l’esistenza di una identità sessuata “ontologica” per ogni essere umano.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:40:28
Promiscuità e fragilità
Le ricerche attendibili sulla diffusione dell’omosessualità indicano intorno all’1-2% la frequenza nella società di persone con tendenze omosessuali stabili; per le donne le cifre sarebbero ancora inferiori. La maggiore associazione gay italiana conta oltre 100.000 soci; eppure i”militanti-gay”, in Italia, sono pochi: il loro numero oscilla tra i 1.000 e i 2.000.
A cosa è dovuta questa disparità? Secondo il movimento gay, l’omofobia sociale impedirebbe alla stragrande maggioranza dei soci di partecipare attivamente alla rivoluzione omosessualista. Le cose, però, sembrano stare in altro modo.
L’alto numero dei tesserati è legato al fatto che per accedere alle attività ricreative dell’associazione è necessario avere una tessera sociale. Il numero di tessere, pertanto, non indica il numero dei militanti veri o potenziali, ma il numero dei frequentatori dei locali gestiti dall’associazione. La maggior parte ditali locali sono classificati come “saune” o “cruising bar”. Perché l’associazione gay è particolarmente affezionata alla sauna? Cos’è il cruising bar? Il cruising bar è semplicemente un luogo di adescamento, come lo sono le saune.
Nel mondo dell’associazionismo gay pare proprio che la sessualità abbia un ruolo fondamentale: una sessualità sovente vissuta all’insegna dell’anonimato, dell’occasionalità e della promiscuità (BeIl & Weimberg, 1978). Inoltre le relazioni omosessuali sembrano caratterizzate dall’elevato livello di infedeltà: due ricercatori (McWhirter e Mattison, 1984) individuarono 156 coppie di uomini che si frequentavano da \1 a 37 anni. Di queste 156 coppie, solo sette affermarono di essere rimaste fedeli, e di queste sette nessuna potè vantare un legame superiore ai cinque anni.
Perché le relazioni omosessuali sono tanto incerte? Perché la relazione tra due persone con tendenze omosessuali è l’incontro di due persone che cercano nell’altro il modo di colmare il loro identico vuoto affettivo. La loro non potrà mai essere una relazione complementare, ma soltanto simmetrica, nella quale ognuno cercherà di colmare il proprio deficit “risucchiando” dall’altro le caratteristiche che sente mancanti in sé.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:39:44
Assunti e conclusioni
Le ricerche di Kinsey si basano esplicitamente su tre assunti: Il sesso è un «meccanismo relativamente semplice che provvede alla reazione erotica quando gli stimoli fisici e psichici sono sufficienti». L’orientamento sessuale è un continuum che va dall’esclusiva eterosessualità all’esclusiva omosessualità e il cui centro, la bisessualità, rappresenta la normalità. È normale per ogni persona sperimentare ogni tipo di contatto sessuale (omosessuale, pedofilo, zoofilo...).
Nelle conclusioni del suo rapporto leggiamo una pericolosa affermazione: «I dati scientifici che si stanno accumulando fanno apparire che se le circostanze fossero state favorevoli la maggior parte degli individui si sarebbero orientati in una direzione qualsiasi, anche verso attività che adesso sembrano a loro assolutamente inaccettabili. Vi sono poche prove dell’esistenza di una perversione congenita anche tra quegli individui le cui attività sono meno accette dalla società».
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:38:59
Il rapporto Kinsey
Gli attivisti gay sostengono frequentemente che gli omosessuali rappresenterebbero il 10% della popolazione: ciò significa che quando ci troviamo con altre nove persone in una stanza, una di loro sarebbe omosessuale. Questa percentuale (non confermata da altre ricerche) deriva dalle ricerche dell’entomologo Alfred C. Kinsey, pubblicate nel 1948 nel libro La sessualità maschile, conosciuto anche come “Il rapporto Kinsey”. In questa pubblicazione, Kinsey sostiene che il 10% della popolazione maschile sarebbe prevalentemente o esclusivamente omosessuale. Il motivo per cui questo dato non è stato confermato è molto semplice: Kinsey ha manipolato il campione di individui intervistati per ottenere quei dati.
I soggetti maschi intervistati nella sua ricerca erano, infatti, per il 25% detenuti per crimini sessuali; l’unica scuola superiore presa in considerazione per la ricerca fu un istituto particolare, nel quale circa il 50% degli studenti aveva avuto contatti omosessuali; tra i soggetti erano presenti anche un numero sproporzionato di “prostituti” maschi (almeno 200). Per “omosessuali” vennero intesi anche soggetti che avevano avuto pensieri o contatti casuali, nella stessa prima adolescenza. Infine, nel calcolare la percentuale di omosessuali, Kinsey fece sparire circa 1.000 soggetti.
Perché Kinsey operò queste manipolazioni? Un collaboratore di Kinsey ha affermato che il professore aveva un “grande piano”: fornire basi scientifiche per una “nuova moralità” e per “educare il mondo” in base a questi nuovi principi.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:38:22
Guerra psicologica..
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:38:08
Battaglie
Rapporti e percentuali
Ai nostri giorni, una sottile battaglia mediatica sembra puntare sulla normalizzazione del comportamento omosessuale. A tal fine vengono proposti studi, percentuali, rapporti che destano non poche perplessità. Allo stesso tempo si cerca di comunicare un’immagine sostanzialmente innocua e positiva del mondo omosessuale, evitando di toccare i diversi aspetti che riguardano questo fenomeno complesso e variegato.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:37:24
Sintomo, ferita e latente eterosessualità
L’omosessualità è dunque un sintomo; si potrebbe correttamente definire anche ferita, poiché costituisce una lesione alla propria identità di genere. Non è corretto definirla una malattia perché la diagnostica clinica contemporanea ha sostituito il concetto di disordine o disturbo a quello di malattia. Il fatto che l’omosessualità non compaia più nell’elenco dei disturbi dei manuali diagnostici non significa però che essa non costituisca un disordine: il suo depennamento non è avvenuto in seguito a un dibattito scientifico, ma sotto l’azione di gruppi di pressione ideologicamente orientati.
Non esistendo una natura omosessuale, non esiste una omosessualità latente. Si può invece correttamente affermare che le persone con tendenze omosessuali hanno una eterosessualità latente, che per qualche motivo è impedita o ostacolata.
Va, infine, precisato che il termine omosessuale non è sinonimo di gay. La parola omosessualità indica una tendenza o inclinazione sessuale, il termine gay indica una identità socio-politica. Non tutte le persone con inclinazione omosessuale si identificano nello stile-di-vita-gay, anzi: la maggioranza di loro non è orgogliosa ditale inclinazione, non considera la propria omosessualità normale e non teorizza il riconoscimento dello stile-di-vita-gay come positivo per sé e per la società.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:36:35
Omosessualità e virilità
L’omosessualità ha le sue radici in un problema dell’identità di genere. Questo non significa che (nella quasi totalità dei casi) gli uomini con tendenze omosessuali pensino di essere donne. Significa invece che, ad esempio, gli uomini con tendenze omosessuali pensano di non essere all’altezza degli altri uomini, di non poter soddisfare le richieste che vengono fatte a un uomo, di essere sprovvisti di quel pacchetto di virilità che in realtà ogni uomo deve faticosamente costruire.
Da dove deriva questa sensazione di scarsa virilità? Le cause possono essere tante quante le persone con tendenze omosessuali, e non è possibile — né giusto — generalizzare. Si può però affermare che, in genere, l’omosessualità è il sintomo di bisogni affettivi non soddisfatti durante l’infanzia o la prima adolescenza, quando, cioè, si forma l’identità di genere. Sé, nel corso dello sviluppo, il bambino non incontra — per vari motivi — lo sguardo del genitore del proprio sesso, che lo accoglie tra i propri simili e gli permette di capire che è bello appartenere al proprio sesso, e che lui è perfettamente in grado di farlo, ecco che gli individui del proprio sesso resteranno sempre fonte di timore (di essere rifiutato, di non essere accolto) e di desiderio. È evidente, quindi, che l’omosessualità ha a che fare più con l’emotività e l’affettività che non con la sessualità.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:35:44
Dove si colloca l’omosessualità?
L’omosessualità è una preferenza sessuale predominante e persistente per persone dello stesso sesso. L’omosessualità non è determinata dal comportamento omosessuale. Ci sono persone con tendenze omosessuali che non compiono attività sessuali, o che ne compiono di eterosessuali. Allo stesso modo, ci possono essere persone eterosessuali che hanno comportamenti omosessuali senza che questi modifichino la loro preferenza sessuale.
L’omosessualità riguarda dunque una preferenza, tendenza o inclinazione sessuale; non è uno “stato”, una “condizione”, una “identità”. Le preferenze sessuali, come quelle di altro genere (sportive, alimentari, musicali...), pur non essendo indipendenti dall’identità di una persona, non ne costituiscono l’aspetto essenziale. L’omosessualità non costituisce quindi la “natura” della persona, intendendo il termine natura come il principio che dispone lo sviluppo secondo la direzione inscritta nell’essenza della persona (cioè in armonia con gli aspetti spirituali, psichici e biologici).
Affermare che l’omosessualità non è naturale non equivale in nessun modo a un giudizio nei confronti della persona: “omosessualità” e “persona con tendenze omosessuali” non sono la stessa cosa. Secondo questa definizione di natura, non tutto ciò che esiste in natura è naturale: esistono, ad esempio, individui obesi, ma l’obesità non è naturale (l’obesità, si badi bene, non la persona obesa).
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 14:34:51
Il testo seguente è la versione integrale del fascicolo:

ABC per capire l'omosessualità
di padre Ferdinando Colombo
su edizioni San Paolo.

Di solito non ci sono preblemi per quanto riguarda la divulgazione della stampa cattolica.

Apriamo il Discorso

Precisiamo i termini
Sesso biologico e identità sessuale
La persona è intima unità di spirito, psiche e corpo. Per questo motivo, ad esempio, se un organo si ammala, non solo tutto il corpo, ma tutta la persona ne risente. La stessa cosa vale per gli aspetti che compongono la sessualità umana, ossia il sesso biologico, l’identità sessuale, l’orientamento e il comportamento sessuale, che richiedono uno sviluppo armonico tra loro e con l’intera persona.
Il sesso biologico si compone del sesso genetico o cromosomico, del sesso gonadico e del sesso somatico o fenotipico.
il sesso genetico è stabilito al momento della fecondazione ed è determinato per i cromosomi XX nella donna e XY nell’uomo.
Il sesso genetico si traduce nel sesso gonadico che è responsabile dello sviluppo ormonale. Il sesso gonadico influisce sullo sviluppo degli organi riproduttivi e dei caratteri sessuali secondari, ossia del sesso somatico (o fenotipico).
L’identità sessuale è la coscienza della propria appartenenza a un determinato sesso, delle differenze con l’altro sesso e dei fattori psicologici e culturali del ruolo che gli individui del proprio sesso svolgono nella società (identità di genere).
L’orientamento sessuale è la preferenza sessuale che si sviluppa in conseguenza del sesso biologico e dell’identità sessuale e che dirige il comportamento sessuale.
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Editato da Quadro Vaticano il 24/08/2006 alle 15:54:37
Messaggio del 22-08-2006 alle ore 23:52:48
adonai ma che c'entra tripoli? non sta in libia?
e cmq la storia degli omosex in uniforme l'hanno tirata fuori per la prima volta dopo la guerra in vietnam, dicendo che gli usa avevano perso perchè molti soldati erano checche e si sodomizzavano in trincea invece di assaltare i vietcong... il bello è che lo dicevano gli ufficiali USA
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 20:31:54
si si tutti in caffetteria...

ci sono molti nonnetti che vorrebbero scrutare certe cose...
hihih
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 20:28:51
Eye ma cosa c'è da discutere?
L'esercito israeliano riflette pienamente o almeno al 90% la società israeliana, in Israele ci sono omosessuali, nell'esercito israeliano ci sono omosessuali
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 20:17:50
Non hai capito un cazzo
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 19:46:17
ma il post...non proponeva una...ehm... discussione sulle tendenze sessuali dell'esercito invasore?
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 19:41:05
Parla l generale in pensione Wahebi Katisha. Maronita, 62 anni, ai vertici dello stato maggiore libanese sino al 1999:

Siamo tutti vittime della propaganda araba e della stampa occidentale, che si lascia sedurre dall’immagine dei guerriglieri-partigiani armati di mitra contro i Merkava di Golia. La verità è che, contrariamente a quello che si dice nel mondo arabo, Israele non aveva assolutamente alcuna intenzione di invadere il Libano. Ha provato a distruggere l’Hezbollah dall’aria, limitando al massimo l’impiego delle forze di terra. E non c’è riuscito, perché loro si nascondono tra i civili, si fanno scudo con i villaggi, gli ospedali, le ambulanze. Non hanno posizioni fisse, usano armi leggere. Sparano e scappano. Bastano due uomini per tirare qualche Katiuscia. Non hanno mai lanciato un’offensiva, non ne hanno i mezzi. Israele in due giorni avrebbe potuto arrivare a Tripoli. Semplicemente non ha voluto (...) C’è il rischio che la prossima guerra civile libanese inizi proprio dallo scontro tra i soldati nel momento in cui dovesse arrivare l’ordine di disarmare l’Hezbollah. Questa volta cristiani, drusi e sunniti potrebbero stare con il governo e gli sciiti con l’Hezbollah.
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 16:37:44
sì, terribile!!!
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 12:38:08
Calmati Dean
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 12:31:23
Adesso la propaganda islamica sta facendo passare la guerra come una sconfitta per Israele ed io sono solo contento visto che il risveglio dal sogno sarà terribile
Messaggio del 20-08-2006 alle ore 02:53:23
Bè, tra gli hezbollah sicuro non ci sono omosessuali, quelli li fanno fuori fisicamente. Forse agli estremisti islamici sfugge che gli eserciti yenkee sono sempre stati pieni zeppi di omosessuali
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 22:06:02
Caro Corso,veramente i palestinesi mi sembrano più contenti che scandalizzati...naturalmente sbagliano.
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 22:01:28
l'esercito di Israele si è prima consacrato e mo si è attaccato al cedro
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 21:57:30
Beh veramente per ora scandalizza solo i palestinesi
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 21:55:43
Invece ne conosco due e sono...sacri... ma ciò non inficia niente dal punto di vista militare.
Solo...è scandaloso per i benpensanti..eheheheh!!!!
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 21:52:52
per la mia conoscenza diretta di membri dell'esercito israeliano tenderei ad escludere tale ipotesi
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 21:50:41
Forse l'esercito israeliano ha trovato ispirazione nel "Battaglione Sacro Tebano"...
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 21:42:48
troppa carne al fuoco
Messaggio del 19-08-2006 alle ore 21:29:15
Abu Odai, esponente dei martiri di al Alaqsa, braccio armato di al Fatah, il partito islamico alleato di Hezbollah, ha affermato che gli israeliani hanno perso in quanto il loro esercito è formato da omosessuali; la qual cosa lo ha reso corrotto e debole.
Cosa ne dicono i sostenitori italiani dell'estremismo islamico? E il nostro illuminato ministro degli esteri che va a braccetto con un terrorista islamico per farsi fotografare sorridente e giocondo?
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Editato da Adonai il 19/08/2006 alle 21:33:28

Nuova reply all'argomento:

Un esercito di omosessuali

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