Cultura & Attualità
c'hanno provato..
Travaglio il querelato passa alla querela
Nel mirino il vicedirettore di Repubblica, Giuseppe D'Avanzo. Lui invece era stato citato da Renato Schifani
Marco Travaglio (Lapresse)
MILANO - La «mascalzonata» finisce in tribunale. Marco Travaglio, che parla appunto di mascalzonata nei suoi confronti, ha deciso di querelare il vicedirettore di Repubblica, Giuseppe D'Avanzo. L'annuncio lo ha dato lo stesso Travaglio, dopo che il collega lo aveva attaccato per il suo metodo di lavoro ritorcendo lo stesso tipo di argomentazioni, usate contro il presidente del Senato, Renato Schifani, contro di lui.
mi ricordo di un tizio che ottenne da un imprenditore 100 milioni di lire di prestito senza interessi, il comodato d'uso gratuito di un appartamento per il figlio e il noleggio gratuito di una Mercedes. Cosa ci fosse di male in ciò? Nulla, se non fosse vero che il beneficiario in questione era un magistrato impegnato in delicate inchieste contro la corruzione tra politica ed imprenditoria...
Ghino, lo sai da chi andò per primo a fare queste richieste ottenendo solo un bel calcio nel culo?
"Ciò che non è consentito a nessuno, nemmeno a D'Avanzo, è imbastire una ripugnante equazione tra le frequentazioni palermitane del palermitano Schifani e una calunnia ai miei danni che - scopro ora - sarebbe stata diffusa via telefono da un misterioso avvocato: e cioè che l'imprenditore Michele Aiello, poi condannato per mafia in primo grado, mi avrebbe pagato un albergo o un residence nei dintorni di Trabia. La circostanza è totalmente falsa e chi l'ha detta e diffusa ne risponderà in tribunale.
Potrei dunque liquidare la cosa con un sorriso e un'alzata di spalle, limitandomi a una denuncia per diffamazione e rinviando le spiegazioni a quando diventerò presidente del Senato. Ma siccome non ho nulla da nascondere e D'Avanzo sta cercando - con miseri risultati - di minare la fiducia dei lettori nella mia onorabilità personale e nella mia correttezza professionale, eccomi qui pronto a denudarmi.
Se questo maestro di giornalismo avesse svolto una minima verifica prima di scrivere quelle infamie, magari rivolgendosi all'albergo o dandomi un colpo di telefono, avrebbe scoperto che: 1) non ho mai incontrato, visto, sentito, inteso nominare questo Aiello fino al giorno in cui fu arrestato (e comunque, non essendo io siciliano, il suo nome non mi avrebbe detto nulla); 2) ho sempre pagato le mie vacanze fino all'ultimo centesimo (con carta di credito, D'Avanzo può controllare); c) ho conosciuto il maresciallo Giuseppe Ciuro a Palermo quando lavorava alla polizia giudiziaria antimafia (aveva pure collaborato con Falcone). Mi segnalò un hotel di amici suoi a Trabia e un residence ad Altavilla dove anche lui affittava un villino.
Il primo anno trascorsi due settimane nell'albergo con la mia famiglia, e al momento di pagare il conto mi accorsi che la cifra era il doppio della tariffa pattuita: pagai comunque quella somma per me esorbitante e chiesi notizie a Ciuro, il quale mi spiegò che c'era stato un equivoco e che sarebbe stato presto sistemato (cosa che poi non avvenne). L'anno seguente affittai per una settimana un bungalow ad Altavilla, pagando ovviamente la pigione al proprietario. Ma i precedenti affittuari si eran portati via tutto, così i vicini, compresa la signora Ciuro, ci prestarono un paio di cuscini, stoviglie, pentole e una caffettiera. Di qui la telefonata in cui parlo a Ciuro di "cuscini". Ecco tutto.
Che c'entri tutto questo con le amicizie mafiose di Schifani, francamente mi sfugge. Qualcuno può seriamente pensare che, come insinua D'Avanzo, quella vacanza fantozziana potrebbe rendermi anche solo teoricamente ricattabile da parte della mafia o addirittura protagonista di "una consapevole amicizia mafiosa"? Diversamente da Schifani, non solo sono un privato cittadino. Non solo non sono mai stato socio né consulente di personaggi e di comuni poi risultati mafiosi. Ma non ho mai visto né conosciuto mafiosi, né prima né dopo la loro condanna. Chiaro? Se poi questo è il prezzo che si deve pagare, in Italia, per raccontare la verità sul presidente del Senato, sono felice di averlo pagato."
Lettera di Travaglio alla Repubblica di oggi.
Stimo D'Avanzo, ma questo è troppo!
La risposta di D'Avanzo!
"Nessuno ha mai messo in dubbio l'onorabilità di Travaglio.(sic!) Nessuno ha voluto sollevare una noiosa e irrilevante polemica personale. Si è voluto soltanto ragionare senza ipocrisie su un metodo giornalistico che, con niente o poco, può distruggere la reputazione di chiunque. Era un memento a Travaglio e a noi stessi ad usare con prudenza, armati di niente o poco, la parola "verità" (evocata, purtroppo, anche oggi). E prima di mettere punto: ma davvero c'è qualcuno che, in buona fede, può pensare che Repubblica faccia sconti alla mafia e alle sue collusioni con i poteri?"
Embè?
Non mi risulta che il mestiere di Travaglio condizioni la vita dei cittadini italiani.Qualcuno la butta sulla moralità ma forse nn ha ancora capito che è solo una questione di convenienza: e in altri paesi c'è meno corruzione è solo perchè i cittadini di quei paesi sanno che nn conviene a loro avere politici che rubano. Se a voi conviene contenti voi.
Vorrei solo citare il lodo maccanico-schifani, approvato per sospendere i processi a Berlusconi... successivamente dichiarato incostituzionale
Mi rendo sempre più conto che danno troppo fastidio: Santoro, Travaglio, Grillo e chiunque punti il dito su "quello che non si deve denunciare".
Mi chiedo e concordo con Bruce ma il Presidente del Senato e Travaglio possono e devono essere paragonati?
Alla querela Travaglio mi sembra che abbia risposto nella maniera più consona, elegante e signorile: "sono contento perchè si vedrà se dico il falso".... , facendo comunque intuire che crede nei giudici ( che non è poco ........!!!!!)
Mi sento sicuramente di aggiungere che se una persona conosce un mafioso non è detto che anche lui sia mafioso; ma, allo stesso tempo, se quella persona dovesse ricoprire incarichi istituzionali deve ed ha l'obbligo di dimostrare che con la mafia non ha niente da "spartire".
ci provano ci provano in tutti i modi...

ma dubito che ci riusciranno...
mi ricordo di un tizio che ottenne da un imprenditore 100 milioni di lire di prestito senza interessi, il comodato d'uso gratuito di un appartamento per il figlio e il noleggio gratuito di una Mercedes. Cosa ci fosse di male in ciò? Nulla, se non fosse vero che il beneficiario in questione era un magistrato impegnato in delicate inchieste contro la corruzione tra politica ed imprenditoria...
questo poi....:
interessante pure questo:
è iniziata òa demonizzazione di D'Avanzo
comunque io mo me lo compro questo:
trovato sul ng di filosofia a proposito delle citazioni “colte” di D’Avanzo (il cui scritto richiede almeno una ventina di sbadigli prima di poter essere sviscerato, IMHO), potrebbe interessare
***
Qui D’Avanzo non specifica le sue fonti (tanto, sui giornali Italiani,
non si usa), ma si riferisce al libro di Bernard Williams: Truth and
Truthfulness (2002), in particolare il Capitolo 5: “Sincerity: Lying
and Other Styles of Deceit”. Per chiunque abbia letto di il filosofo
Williams, è evidente che D’Avanzo lo sta citando a sproposito, con
l’intento di intimidire il lettore digiuno di filosofia anglossasone e
dare una parvenza di “rigore filosofico” al suo attacco contro
Travaglio.
Ironicamante, nel fare il suo riassuntino della teoria di Williams
(tratto dalla quarta di copertina), D’Avanzo viola proprio quella
virtù di “precisione” che Williams attribuisce alla veridicità. Cosa
vuol dire, per esempio, che “Travaglio è sincero con quel che dice ma
insincero con chi lo ascolta”? (come dire: “non è bugiardo, ma in
fondo lo è.”). Qui D’Avanzo, anche se in modo confuso, probabilmente
allude a una distinzione che Williams a sua volta trae dal filosofo
Grice: la differenza tra il contenuto letterale di una asserzione e il
contenuto implicito che questa asserzione “implica” nel contesto
conversazionale. In parole povere, D’Avanzo sta dicendo questo: anche
se quel che ha detto Travaglio è letteralmente vero, lui è comunque
una specie di bugiardo perché spaccia per fatti quelle che invece sono
le sue opinioni. (“Consapevolmente presenta come “fatti” ciò che
“fatti”, nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere
considerati”.) Insomma, qui si sta facendo il processo alle
intenzioni: non si critica più quel che ha detto esplicitamente
Travaglio, ma lo si attacca perché chi lo ascolta potrebbe “scambiare”
per fatti cio’ che invece sono mere “opinioni partigiane”. Non c’era
bisogno di scomodare a sproposito Williams per tirare in ballo la
tradizionale distinzione filosofica tra fatti e opinioni. E non si
capisce cosa dovrebbe fare Travaglio per “svelare al lettore la sua
partigianeria”–premettere ogni sua affermazione con: “questa è solo
la mia opinione faziosa”?
Contrariamente a quello che lascia intendere d’Avanzo (”i filosofi
spiegano ecc.”), l’approccio di Williams non è affatto l’approccio
standard in filosofica analitica contemporanea. Secondo la teoria
prevalente (detta “Teoria della Corrispondenza”una proposizione è
vera semplicemente se corrisponde ai fatti. (si veda, ad esempio,
David Armstrong: “Truth and Truthmakers”, Cambridge University Press
2004) E se proprio ne vogliamo trarre una lezione filosofica sul “caso
Schifani”, quel che “si può dire” e’ questo: se le affermazioni di
Travaglio sui rapporti societari tra Schifani e mafiosi corrispondono
ai fatti, allora Travaglio ha detto la verità e, così facendo, ha
informato i cittadini.
Si ma travaglio è l'unto del signore, nato senza macchia e senza peccato
Forse a D'Avanzo è sfuggito che Travaglio NON è il presidende del Senato...
E il conto? «Di questa vicenda io non ne so niente, lui ebbe i contatti con la signora del residence. Per il pagamento se l'è vista lui, io non me ne occupai ». Più di un dubbio, invece, ce l'ha l'avvocato Sergio Monaco, difensore di Aiello: «Premesso che non sono io la fonte di D'Avanzo, che non conosco, posso solo dire che l'ingegner Aiello conferma che a suo tempo fece la cortesia a Ciuro di pagare un soggiorno per un giornalista in un albergo di Altavilla Milicia. In un secondo momento, l'ingegnere ha poi saputo che si trattava di Travaglio». Qui finisce la storia di una vacanza di tanti anni fa, uno di quegli episodi che possono capitare a chiunque ceda alla tentazione di mischiare villeggiatura, amicizie di lavoro e qualche equivoco di troppo. Ricorrendo alla saggezza di Pietro Nenni, istillata ai giovani socialisti a un congresso del Psi, si potrebbe parafrasare: «A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura».
Dino Martirano (da il corriere della sera, come il resto dell'articolo)
15 maggio 2008
un grande uomo politico di Faenza soleva ripetere che a sinistra c'è sempre qualcuno più puro che prima o poi ti epura.
Travaglio è il fouquier tinville de noatri e come il suo illustre predecessore rischia la gigliottina dopo aver fatto cadere troppe teste con furore rivoluzionario e patriottico
Senza aver studiato legge si puo intuire che nel giornalismo non esistono “indizi” e “prove”, esistono episodi. O sono veri o sono falsi!
Il discorso di D’Avanzo è incomprensibile proprio perchè non si capisce di cosa accusi Travaglio, il quale non ha emesso nessuna sentenza sul Presidente del Senato parlando, a giusto titolo, come dovrebbe fare una Stampa che si rispetti e come fanno in tutti gli altri paesi civili, di fatti moralmente dubbi riguardanti la seconda carica dello Stato.
Più correttamente il Corriere, giornale da tempo più serio di quell’organo di Partito che è diventato Repubblica, è andato a scovare il pezzo del libro di Abate da cui Travaglio ha tratto i FATTI riportati.
Ebbene ancora una volta ha ragione Travaglio: è stato fin troppo tenere e parco di informazioni.
D’Avanzo dovrebbe vergognarsi, ancora di più per aver ripescato come un volgare corvo un episodio della vita personale di Travaglio, che accidentalmente non è diventato Presidente del Senato, che nulla prova e la cui gravità appare alquanto ridicola (se verificata) : il conto di un albergo pagato con un favore, alzi la mano chi non si è mai arrangiato per pagare di meno grazie a delle conoscenze?
Naturalmente questo riguarda noi poveri miserabili: non certo chi prendeva 54 milioni l’anno solo per essere consulente urbanistico (tra altre cariche) in un Comune indagato per Mafia.
Altro “indizio” che dimostra che Travaglio appartiene al mio mondo.
Per Travaglio il colpo è duro anche perché si tratta, ma solo in apparenza, di «fuoco amico». Sull'onda delle polemiche innescate dalla vicenda Schifani, si muove infatti D'Avanzo, autore di tante inchieste sulla mafia e molto stimato negli ambienti giudiziari di mezza Italia, che senza troppi complimenti fa a pezzi il metodo Travaglio: quello, scrive, che «solo abusivamente si definisce giornalismo di informazione». Ma la botta vera arriva ieri quando D'Avanzo, per dimostrare come «il metodo Travaglio» possa coinvolgere tutti noi, tira fuori un verbalino rimasto in naftalina dal 2003
La botta è di quelle che fanno rumore. Marco Travaglio, il giornalista paladino del giustizialismo che si è fatto tanti ammiratori e diversi nemici con le sue denunce, ora subisce l'«effetto letale del metodo Travaglio». E proprio lui, Marco Travaglio - che giovedì scorso, ad «Annozero», ha ricostruito i rapporti avuti nel '79 dal presidente del Senato Renato Schifani con Nino Mandalà, allora solo futuro boss di Villabate poi accusato di mafia nel 1998 - adesso è costretto a difendersi pubblicamente per un episodio circoscritto alla sua vita privata. Lo deve fare per forza dopo l'affondo di un altro giornalista della giudiziaria di razza, Giuseppe D'Avanzo di «Repubblica », che lo tira in ballo e lo strapazza per le sue vecchie e non dimenticate frequentazioni con personaggi poi condannati al processo per le «talpe» alla procura di Palermo. Correva l'anno 2002. Era l'estate in cui il giornalista Travaglio con la sua famiglia, moglie e due figli, inizia ad andare in villeggiatura a Trabìa in compagnia di un noto sottufficiale della Guardia di Finanza: si tratta di quel maresciallo in forza alla Dia, Giuseppe Ciuro, sempre elegante e disponibile con tutti i giornalisti di giudiziaria di passaggio a Palermo, che poi verrà condannato anche in appello a quattro anni e sei mesi per violazione del sistema informatico della procura di Palermo e favoreggiamento dell'ingegner Michele Aiello.
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