Cultura & Attualità

Sarkozy, i valori e il '68
Messaggio del 03-06-2007 alle ore 02:03:30
Ma che dici, io sono proiettato verso il futuro: io tifo WiMax
Messaggio del 03-06-2007 alle ore 01:23:06
Nutri nostalgie pre-sessantottine, dunque sei "nostalgicaiota" lo stesso:rotf:
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 22:55:50

Te l'ho detto perchè sei stato tu a rispondere in modo nostalgico

non ho alcuna nostalgia del 68, non attribuirmi i tuoi sentimenti
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 16:48:57
tutto qua?

Messaggio del 02-06-2007 alle ore 16:07:43
il 68 è una cesura tra una rivoluzione sociale di stampo prettamente borghese e liberale, iniziata almeno 10/15 anni prima, per il superamento dell'asfisiante clima clericale degli anni 50, basti pensare che nella chiesa il 68 non è solo il momento preti operai e teologia della liberazione, ma persino CL.
Dopo il 68 la rivoluzione diventa politica e sempre gli stessi piccolo borghesi che affermavano la liberazione sessuale si ritrovarono nel gruppo maoista "Servire il popolo" di Brandirali, che poi diventerà guarda caso portavoce di Formigoni, che vietava la minigonna alla proprie donne perchè scandalizzava il popolo.
Ovviamente anche la divisione tra un pre 68 buono ed un post 68 cattivo è una semplificazione, visto che negli anni 70 si ottennero una serie di conquiste non indifferenti, ma il passaggio tra rivoluzione sociale e rivoluzione politica per me resta il fatto principale
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 13:27:15
Te l'ho detto perchè sei stato tu a rispondere in modo nostalgico
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 13:10:27

Michele Serra diceva che è assolutamente da cretini essere pro o contro una data

Detto da un cretino, c'è da crederci
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 13:07:39

Questo nn è un post nostalgico, non so se l'hai capito.

io l'ho capito che non è un post nostalgico, ma dopo questo, comincio a temere che non l'abbia capito tu.
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 11:48:03
e in ogni caso i nostalgismi sono solo dannosi
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 10:53:29
il 68 è entrambe le cose, ieri bella puntata di otto e mezzo estate, Michele Serra diceva che è assolutamente da cretini essere pro o contro una data e credo abbia perfettaemnte ragione
Messaggio del 02-06-2007 alle ore 01:18:49
Tu hai forse vissuto quella realtà? Di certo porti i segni. Questo nn è un post nostalgico, non so se l'hai capito.
Messaggio del 01-06-2007 alle ore 22:44:41
Mi pare fin troppo ovvio! Sarei imprevedibile se mi fossi messo in testa di elaborare una storia fasulla, di dire cose inesistenti.

Ma siccome ho abbozzato un ritratto fin troppo realistico di ciò che è accaduto, non potevo che dire cose prevedibili.

Purtroppo è questa la realtà.
Messaggio del 01-06-2007 alle ore 20:36:09
Adonai, sei fin troppo prevedibile
Messaggio del 01-06-2007 alle ore 19:40:07
quote
Messaggio del 01-06-2007 alle ore 19:07:20
Diciamo che i sessantottini si dividono in due categorie: chi ha occupato il potere per esercitarlo peggio di coloro che contestava; chi non ne ha ricavato niente e ha proseguito la sua vita nella più totale frustrazione.


la maggior parte delle persone che vi parteciparono non aveva un'ideologia definita.

Questa è davvero la cosa agghiacciante che dovrebbe terrorizzare le persone dotate di senno: la volontà distruttiva non perché si ha un progetto o delle idee; la volontà distruttiva perché si ha la testa vuota. Qui siamo di fronte alla radice pure del nazismo. Un nazismo privato di progettualità.
Messaggio del 01-06-2007 alle ore 12:07:57

Chi non vuole riformare le istituzioni tenta di riaffermare i valori tradizionali, in un modo sempre più autoritario, e trova il sostegno di quella parte della società che non è mai passata alla cultura della libertà





Ma c'è qualcosa in cui il nuovo presidente francese sbaglia: la sua elezione non chiude l'epoca aperta dal sessantotto. Perché quella fu una rivoluzione culturale, non politica, non cercava il potere, ma voleva dissolverlo. E conquistò le menti, non gli apparati. In fondo sono le menti, cioè noi, a decidere del nostro destino.

Sarkozy ha ragione su una cosa fondamentale: sono i valori che organizzano la società. Ma non è chiaro in che modo dei provvedimenti autoritari dettati dalla paura dell'ignoto possano restaurare i valori eterni portati via dal vento di un maggio in cui è stato bello vivere.





Messaggio del 01-06-2007 alle ore 10:39:22
Copincollo un bell'articolo scritto da un sociologo spagnolo:


Internazionale 694, 24 maggio 2007

Nicolas Sarkozy, la nuova stella del firmamento della destra europea, ha scelto come tema centrale della sua campagna presidenziale la necessità di superare il movimento del sessantotto.

Quando cerchiamo di seppellire qualcosa dopo quarant'anni, vuol dire che il suo spettro ci tormenta ancora. Secondo i neoconservatori europei la crisi delle nostre società, e in particolare di quella francese, nasce dalla contestazione dell'autorità e della tradizione e dalla critica a valori fondamentali come l'etica del lavoro, la famiglia patriarcale, la disciplina nella scuola, la patria e il cristianesimo.

L'elezione trionfale di Sarkozy sembra confermare l'importanza dei valori e dell'identità nella politica di oggi. Per quanto ci si impegni ad attirare l'attenzione sulla politica economica e sociale, come ha fatto Ségolène Royal, quel che preoccupa le persone di tutti i paesi è la loro identità, come possono difendersi in questo mondo globalizzato in cui siamo dominati dalle multinazionali e invasi dagli immigrati – considerati come criminali e terroristi –, come possono ricostruire la famiglia, mantenere l'unità della patria, raccomandarsi a Dio anche se nessuno va a messa, e reinventare la politica senza credere nei politici.

È possibile che tutte queste angosce siano echi di un vecchio movimento?
In una cosa ha ragione Sarkozy. I valori del sessantotto hanno dissolto le basi ideologiche tradizionali della società francese e di molti altri paesi. Quali erano questi controvalori e da dove prendevano la loro forza? Il sessantotto è stato innanzitutto un movimento libertario, e in un certo senso anarchico: la maggior parte delle persone che vi parteciparono non aveva un'ideologia definita.

Senza dubbio era anticomunista e anticapitalista. E anche se maoisti, trotzkisti e anarchici cercavano di prenderne il comando, furono spesso ignorati dalla marea umana che si impossessò delle strade, delle università e dei luoghi di lavoro per più di un mese. Cosa voleva quel movimento? Tutto e niente.

Voleva cambiare il mondo, ma per trovare il modo si facevano riunioni e discussioni per tutto il giorno (la notte era dedicata alla liberazione sessuale). Senza arrivare a nessuna decisione. Si è parlato molto delle assemblee permanenti alla Sorbona o al teatro Odéon. Ma lì si faceva spettacolo.

La vera trasformazione avvenne nelle migliaia di assemblee e nelle facoltà, nei licei, nelle aziende, negli uffici della pubblica amministrazione, nelle redazioni dei giornali, in ogni ambito della vita quotidiana, anche nelle case, dove i figli discutevano con i genitori, e le mogli si ribellavano ai mariti.

In queste riunioni riuscirono a dirsi quello che non avevano mai osato dire e proposero nuovi modi di lavorare e di confrontarsi, dai più utopici ai più concreti. Da lì uscirono idee e progetti che, con il tempo, modificarono il modo di pensare delle persone. Idee come la critica al produttivismo, da cui deriva l'ecologismo. Valori come l'emancipazione della donna e il femminismo. Progetti come la solidarietà verso i paesi poveri e la lotta all'imperialismo statunitense (in Vietnam) e sovietico (in Cecoslovacchia).

La critica alla partitocrazia e la rivendicazione della democrazia dal basso. E naturalmente le rivendicazioni sindacali, che portarono a importanti conquiste sociali. Ma soprattutto, come dice Sarkozy, la cosa fondamentale fu il rifiuto del principio di autorità, dell'ordine costituito, dell'accettare la disciplina delle istituzioni solo perché nascono da governi democraticamente eletti. In parole povere, il rifiuto del principio secondo cui dopo il voto bisogna obbedire in silenzio a chi è stato scelto dalla maggioranza.

Come se il senso della vita potesse riassumersi in un atto politico regolamentato. Osservando la Francia e l'Europa prima e dopo il sessantotto vediamo che i valori degli anni sessanta hanno dominato gli anni ottanta e novanta, soprattutto tra i quarantenni. Le istituzioni sono andate in crisi per la loro incapacità di riformarsi in base ai nuovi valori.

Ed è stato negli ultimi dieci anni che la globalizzazione e i conflitti identitari hanno cominciato a chiedere una risposta a istituzioni in crisi, che non rispecchiano più le loro società.

Chi non vuole riformare le istituzioni tenta di riaffermare i valori tradizionali, in un modo sempre più autoritario, e trova il sostegno di quella parte della società che non è mai passata alla cultura della libertà o che dopo averlo fatto ha avuto paura del vuoto e della trasformazione.

Ma c'è qualcosa in cui il nuovo presidente francese sbaglia: la sua elezione non chiude l'epoca aperta dal sessantotto. Perché quella fu una rivoluzione culturale, non politica, non cercava il potere, ma voleva dissolverlo. E conquistò le menti, non gli apparati. In fondo sono le menti, cioè noi, a decidere del nostro destino.

Sarkozy ha ragione su una cosa fondamentale: sono i valori che organizzano la società. Ma non è chiaro in che modo dei provvedimenti autoritari dettati dalla paura dell'ignoto possano restaurare i valori eterni portati via dal vento di un maggio in cui è stato bello vivere.

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