Messaggio del 24-10-2005 alle ore 13:27:33
secondo me il più grande intellettuale italiano, se per intellettuale si considera una persona che analizza la società e la interpreta descrivendoci che succede e cosa succederà...un uomo non conformista, non amato perchè diceva le cose in faccia, perchè omosessuale, e forse perchè aveva capito tutto con anni di anticipo, per esempio con certe affermazioni:
"Pasolini vedeva emergere un nuovo fascismo dal mutamento tecnologico, dalla mutazione antropologica che si delineava con la diffusione della televisione e dei consumi di massa.
«Il fascismo - scriveva Pasolini in un articolo uscito sul Corriere nel dicembre del 1973 - non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie la televisione) non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre».
a 30 anni dalla sua oscura morte, io credo ke bisogni riconoscere la sua grandezza, nn so se come scrittore o cineasta, ma sicuramente come intellettuale.
Messaggio del 24-10-2005 alle ore 16:48:25
Paolini, un grande genio: colui che diceva che i sessantottini, quelli che protestavano, erano figli dei padroni; mentre i poliziotti erano i veri proletari. Per questo la sinistra lo odiava.
Messaggio del 24-10-2005 alle ore 16:53:22
Non voglio far polemica su Pasolini, che considero forse l'unico vero grande intellettuale italiano del dopoguerra.
Ma lui come la prenderebbe tutto il consenso che riscuote oggi?
Secondo me malissimo.
Capirebbe che la sua critica della società non è più incisiva come quella di un tempo
Messaggio del 24-10-2005 alle ore 17:29:42
dean, forse hai dimenticato ke pasolini criticava la società del suo tempo, nn ql attuale, anke se ne ha prefigurato lo sviluppo...certo nn poteva dire nulle sulle veline, berluskaz ecc ecc , ma ciò ke siamo ora lui l'ha detto 30 anni fa e oltre
Messaggio del 24-10-2005 alle ore 17:31:47
bak io sono perfettamente d'accordo, la raccolta dei suoi editoriali sul corriere della sera è un'analisi straordinaria di una società piena di contradiizioni ed ipocrisie, che lui ha messo a nudo attirandosi l'odio praticamente di tutti.
Adonà tu neanche a parole sei svelto
Messaggio del 24-10-2005 alle ore 21:48:03
Pasolini è stato certamente un grande intellettuale, ma dire che sia stato il più grande intellettuale del novecento mi pare alquanto azzardato; sembra quasi che si escluda che ce ne siano stati altri nel corso del secolo scorso. Perdio! altro che se ce ne sono stati di grandi intellettuali, di uomini dall'acume penetrante e, devo dire che è stata una grandissima fortuna, molto meno malinconici di Pasolini; parlo di persone più disingannate, ma non per questo votate al pessimismo, un pessimismo più grande di quello di Leopardi. L'unica cosa che distingue Pasolini è il suo, diciamo, anticonformismo in un qualche modo eclatante, ma alla fine, almeno secondo il mio modesto parere, intriso di una ingenuità che gl'impediva di vedere con maggiore disinvoltura che la storia dell'uomo è un qualcosa di immortale proprio perché sempre eguale a sé stessa. C'è tutta una generazione di scrittori e intellettuali di grandissima statura e maturità culturale, e di destra e di sinistra, che si è formata nel primo novecento, durante il ventennio fascista; persone che, non so perché, viene quasi obliata. Ci sono figure che hanno militato, per loro disgrazia, credo, nelle fila della destra, uomini pregevoli, raffinati pensatori e, diciamocelo, fustigatori discreti, ma non per questo meno pungenti, che non sono conosciuti dal grande pubblico, che però hanno contribuito in maniera cospicua alla formazione di una cultura italiana moderna. Figure che purtroppo, si deve ammetterlo, non riescono ancora ad ottenere quel riconoscimento che meritebbero proprio a causa di questa visione così ristretta, meschina e provinciale della cultura che persiste indelebile, il cui unico credito è l'appartenenza politica. Senza contare che proprio chi meno avrebbe i titoli per farsi padrone di una eredità culturale come quella lasciata da un Pasolini, proprio colui è il primo che si getta sulla carogna ideale e ne fa scempio per nutrirsi (perché è questo che vedo oggi io). Il secolo passato è pieno di tesori, dimenticati, sotterrati, riposti in cantina, che aspettano di essere ritrovati, apprezzati; ma, ahimé, ciò forse non spetterà nemmeno a questa generazione, anche se le prive avvisaglie di questo "risorgimento" si possono intravvedere, purché siano purgate dalla partigianeria che sempre inquina tutte le buone intenzioni; penso di primo acchito a una interessante iniziativa editoriale della Einaudi, proprio di questi giorni, che pubblica gli Epigrammi di Beppe Fenoglio; che io non ho letto, ma che spero ardentemente di avere presto fra le mani. Concludendo: fermo restante che Pasolini è un grande intellettuale, io esorto all'apertura mentale; al bando l'omologazione. ------------ Editato da Dr House il 24/10/2005 alle 21:49:01
Messaggio del 25-10-2005 alle ore 01:31:59
Bè, credo che un intellettuale in grado di leggere il suo tempo e anticipare il futuro non merita nemmeno di rientrare in un'eventuale classifica. Da cineasta mi ha colpito molto con Uccellacci e uccellini, il film pasoliniano che rivedo più volentieri. Una favola di una genialità sconvolgente.
la morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi
tante volte pasolini ha analizzato la sua vita e la sua morte, oltre che la scoietà del suo tempo. e di quest'ultima ci ha dato un ritratto che in pochi, nella storia dell'uomo, han saputo fare dei propri contemporanei e della propria realtà. proprio per questa grande abilità, forse sociologica prima che narrativa o cinematografica, lui è ancora vivo e dà tanti stimoli alle nuove generazione, per l'analisi e la comprensione del mondo in cui viviamo. siamo una società che oggi fa analisi su tutto, razionalizzando o derazionalizzando le interazioni tra uomini, tra organizzazioni, tra uomini e macchine, ecc. forse se fosse vivo oggi sarebbe soltanto un fuoco un po' più forte in mezzo ad un incendio, ma ha avuto l'immenso pregio di essere un fuoco in mezzo al mare, icomprensibile per molti, ma brillante e vivo di passione per chi lo capisce. contestualizzarlo è fondamentale, e ne esalta, giustamente, le doti.
non sarà il più grande intellettuale del novecento, non mi sento di fare una classifica che rischierebbe solo di percentualizzare i meriti, cosa che le grandi menti del secolo appena passato non meritano. ma è giusto e significativo ricordarne i meriti ed esaltarne le predizioni.
a 30 anni dalla sua oscura morte, io credo ke bisogni riconoscere la sua grandezza, nn so se come scrittore o cineasta, ma sicuramente come intellettuale.
Bak,se non riconoscono la sua grandezza manco come intellettuale,i li puteme sempre ariconosce pi come li piè ncule .asd:
Messaggio del 26-10-2005 alle ore 21:52:42
Mr Deleuze, sono lieto di leggere tra le tue righe un po' di sana serietà; sei intelligente, ma il più delle volte non ti applichi; sei maggiormente dedito all'omologazione, ma spero che qualcosa ti stimoli verso la tua "apoteosi" intellettuale.
Riguardo a Pasolini, riaffermo e consolido il mio giudizio sulla sua ingenuità e, anche, su una scarsezza di acume prospettivo che deriva non da un difetto di intelligenza ma da una pesante remora di tipo caratteriale e psicologico, forse determinata da condizioni contingenti, non da ultimo il suo orientamente sessuale. La remora cui alludo è il suo pessimismo labirintico, senza, tra l'altro, nessuna apparente via d'uscita.
Questa sua caratteristica è un'ombra gravissima sulla sua capacità analitica della realtà; un'ombra o una nebbia, che incrina il suo rapporto col mondo circostante e la sua capacità di penetrare più serenamente i fatti della vita e di collocarli in quell'enorme mosaico che è l'esistenza.
Certo, riconosco che sapeva identificare e isolare le contraddizioni della società, ma era assolutamente incapace di iscriverle in un sistema organico quale è la dialettica, incapace di incasellarle in un più ampio e meraviglioso quadro, il cui aspetto d'insieme sapesse declinare logicamente i vari aspetti del mondo.
"Uccellini e uccellacci" (mi si perdoni la storpiatura) lo vidi e l'odiai intensamente; dire che è bello dimostra la medesima superficialità di molti di fronte le opere dell'arte moderna: un'opera di arte moderna non desidera essere bella, non vuole essere bella, deve & vuole essere ripugnante; se è bella vuol dire o che chi la osserva è stupido e non ha capito nulla, o che chi l'ha fatta è un incapace indegno della minima considerazione.
Anni fa ebbi la fortuna di vedere il contenuto di una cassetta che ebbe, a suo tempo, a causa di una certa sua caratteristica, una scarsissima diffusione: questa sorta di "documentario di pensiero" si intitola "Il rosso & il nero". I suoi autori sono due: Pierpaolo Pasolini e Giovannino Guareschi. Ad entrambi fu sottoposto un tema, il mondo moderno, e ad entrambi veniva chiesto di realizzare un documentario che esprimesse il loro punto di vista.
Ebbene, i due lavori che ne uscirono erano totalmente opposti nella forma e nel carattere, però, e questo lo capii meditandoli più attentamente, profondamente critici nei confronti del mondo moderno. Ma, ad una visione superficiale, non avevano nessun punto d'incontro.
Tralasciando il documentario di Guareschi, da quello di Pasolini traspare, come ho già accennato, un carattere profondamente melanconico e pessimista, io direi quasi una tendenza apocalittica nei confronti dell'umanità, una incapacità di prospettiva, una risposta totalmente delusa rispetto al progredire dell'umanità; in pratica Pasolini non era né più né meno che un millenarista dell'anno Mille.
Questa è la remora che, per me, rende Pasolini un ingenuo, spunta il suo acume e, sostanzialmente, ne mina letalmente la capacità di dirci qualcosa, di darci, ed è questo, credo, quello che si chiede ad una persona intelligente, ad un intellettuale, quelle risposte che la società non è in grado di individuare autonomamente o con sufficiente chiarezza.
Messaggio del 26-10-2005 alle ore 23:31:30
mah...il giudizio di mr house è tutto sommato argomentato ... ma nn convince laddove imputa a pasolini qs pessimismo, ke la storia poi ha dimostrato ampiamente giustificato... la tv si è dimostrata veleno molto più efficace di quanto lo stesso poeta potesse allora immaginare...il consumismo ha ucciso il carattere nazionale italiano...tangentopoli ha dimostrato ke chiedere un processo alla dc nn era campato in aria....alla fine se si è sbagliato, lo ha fatto per difetto, nn per eccesso...ormai siamo una nazione priva di qualsiasi coesione e moralità, culturalmente povera, dove imperano l'analfabetismo di ritorno e un individualismo sempre + esasperato...
Messaggio del 27-10-2005 alle ore 00:08:01
ggesù...ma t'aja aresponne addavere?
le contingenze di cui parli (che sembrano riconducibili esclusivamente al carattere omosessuale di pasolini, anche perché non ne citi altre) a mio avviso possono essere tralasciate completamente, in quanto la storia del pensiero dimostra ampiamente che molti intellettuali che hanno fatto la storia del pensiero partivano da condizioni piuttosto disagiate...(es. il Leopardi che hai citato tu), Anzi, direi che questi svantaggi pregiudiziali (chiamiamoli così per meglio concettualizzare) erano spesso il trampolino da cui si lanciavano i loro pensieri capaci di leggere, penetrare ed esaminare le società in cui vivevano (sia chiaro, non é una regola, ma può succedere...).
Sia detto per inciso che non é la condizione di omosessuale o di gobbo che é pregiudizievole di per sé. E' il fatto di essere omo o gobbi in una società becera e barbara che non rispetta la diversità (...a proposito di omologazione) ad essere pregiudizievole...
Poi...
QUOTE:
Certo, riconosco che sapeva identificare e isolare le contraddizioni della società, ma era assolutamente incapace di iscriverle in un sistema organico quale è la dialettica, incapace di incasellarle in un più ampio e meraviglioso quadro, il cui aspetto d'insieme sapesse declinare logicamente i vari aspetti del mondo.
Carissimo,
la dialettica, il sistema organico (sic) che tu chiami dialettica, é un sistema che ha già ampiamente dimostrato la propria insulsaggine e la propria inutilità nell'analizzare alcunché...a meno che tu non sia convinto che la realtà (dell'individuo, sociale, politica...) si possa realmente comprendere ed analizzare in base a rapporti biunivoci che si risolvano in una (gnà si scritte?)"un più ampio e meraviglioso quadro, il cui aspetto d'insieme sapesse declinare logicamente i vari aspetti del mondo." (tesi antitesi sintesi no?)
sarà un caso, ma da un certo punto in poi della storia del pensiero (diciamo dal 2° 800 in poi)?) è cominciata a nascere una nuova generazione di intellettuali che, guarda caso, ha analizzato l'individuo, la società e la politica in forma frammentaria, scomposta...rizomatica.
Questi intellettuali (Stirner, Nietzsche, kafka, Artaud, celine ad es....leopardi stesso come antesignano), che io chiamerei "intellettuali della crepa", hanno fatto della frammentarietà e della asistematicità la loro arma interpretativa e ancora oggi, ad anni di distanza dal loro operato, esercitano una fortissima influenza sul pensiero colto...
Di nuovo per inciso sia detto che, nella società che si viene a creare dopo la cosiddetta "explosion" di inizio 900, le tradizionali armi interpretative tra cui la (sic) dialettica, non sono più buone a dare un quadro reale e sincero della società che si dà...nel senso che é lì, ed ha milioni di collegamenti ed interdipendenze che nessun sistema "armonioso" riuscirà mai ad analizzare...proprio perché armoniosa non é la cosa che si analizza.
Direi, piuttosto, che questa chimera del sistema armonioso sia molto piu adatta ad analizzare un periodo come ad es. quello medievale, dove tra summae e bestiari si aveva un bel da fare nel registrare e catalogare scrupolosamente (molto "omologativo" come sistema)
Zum Ende: sono d'accordo con Bak...il pessimismo non é causa..é conseguenza della presa di coscienza da parte di un intellettuale di ciò che gli si dà, di fronte agli occhi (quindi nessuna astrazione, nessuna ipotesi di studio..pura ecceità).
Dal canto mio, io rifiuto categoricamente qualsiasi sistema che abbia come base concettuale la negazione, quale é in maniera sovrana la dialettica...
Te so risposte...e grazie per avermi in qualche modo spinto verso la mia apoteosi intellettuale
Messaggio del 27-10-2005 alle ore 12:36:06
l'armonia in arte muore col rinascimento ed inizia col manierismo infatti... la comunicazione che va ad interrompere un certo linguaggio "pulito" o meglio "lineare" inizia molto prima del '900...è la società stessa frammenteria nel suo complesso a dare ispirazione al linguaggio...dunque il linguaggio sarà messaggio di uno stato di cose...è sempre stato così...o mi sbaglio?
Messaggio del 27-10-2005 alle ore 21:55:51
Ho letto molto vagamente, in quanto carente di tempo sufficiente; mi riservo quindi di rispondere in maniera più articolata in seguito.
Qui voglio solo inserire delle osservazioni e precisazioni.
Innanzitutto ritengo il pessimismo una forma di coinvolgimento assolutamente primitiva; Pasolini, come mi pare facciate anche voi, si affacciava alla vita come un fanciullo che cade, si fa un taglio meschino e piange a dismisura, neanche lo stessero sgozzando. Credo proprio che la ragione e il suo culto non abbiano sottratto "gl'intellettuali" (horribile verbum) dallo stato di minorità in cui l'uomo ha sempre vissuto. Tutto ciò è di una banalità esasperante, comprensibile dal punto di vista di una società come quella americana, giovane e bisognosa di tutela, ma che un europeo si faccia travolgere da simili fisime, la cosa è quantomeno aberrante.
In secondo luogo, qui la colpa è mia, spero che il mio uso della parola dialettica non sia stato inteso Hegelianamente; grandissimo errore, io non amo seguire pedissequamente i filosofi, e perché sono debole di memoria, e perché li stimo poco; tra l'altro, come dubito che qualcuno possa pensare che "dialogo", in barba alla sua etimologia, sia "un colloquio tra solo due persone", così non restringo il senso di dialettica ad un sistema binario: io l'intendo più come un chiassoso circo in cui prevale il più forte, o meglio ancora, il "più vivo".
Terzo, il "pensiero colto" è puro letame, non vale nemmeno la pena di perderci del tempo.
Quarto: parli di armi interpretative? L'unica vera arma interpretativa è la descrizione e la connessione causale degli eventi; pura semplicità, pura intelligenza.
La verità è stata ampiamente descritta, connessa, messa a nudo, ripetutamente, sotto tutti i suoi aspetti, non servono nuovi strumenti; l'unico principio che io riconosco come metodico è che la conoscenza dell'universo è impossibile se prescinde dalla conoscenza dell'infinitesimamente piccolo. Più che principio è un motto, un grido di battaglia. E questo mi ricorda un verso dell'Eneide: ab uno disce omnes.
Rileggendo quanto scritto mi rendo conto di una scarsa compattezza, e forse di una scarsa pertinenza di certe frasi, ma si tratta solo di alcune immediate osservazioni.
Messaggio del 27-10-2005 alle ore 22:00:34
Io invece credo che chi non riconosce la bellezza di quel film, oltre che il suo profondo significato, sia solo un povero demente
Messaggio del 27-10-2005 alle ore 22:04:27
Mr Skin, forse io sarò anche demente, ma una mente "funzionante" la posseggo; cosa che non può dirsi proprio di tutti, a questo mondo. Non trova? Per intanto la invito a ritornare a dedicarsi alle sue attività manuali, che sicuramente le sono più consone. ------------ Editato da Dr House il 27/10/2005 alle 22:05:35
Messaggio del 27-10-2005 alle ore 22:06:17
Mente funzionante? Non credo proprio. Questo tuo modo di offendere gli altri proprio non s'addice a una mente funzionante
Messaggio del 28-10-2005 alle ore 20:56:02
A proposito, ho letto proprio oggi, e ammetto che non lo sapevo, che Pasolini era assolutamente contrario all'aborto. Ora io mi domando, e vi domando: per quale motivo di Pasolini si ricordano solo ed esclusivamente i profili più organici alla sinistra e, invece, queste altre sfaccettature, come la contrarietà all'aborto, come il fatto che Pasolini fosse molto critico verso una certa sinistra studentesca e del movimento (infatti Mr Bakunin ha citato solo la critica verso la società di destra, per così dire, tra i pregi di Pasolini, escludendo anche queste altre cose), vengono totalmente ignorate?
Messaggio del 29-10-2005 alle ore 15:05:47
ammetto di nn aver colpevolmente conosciuto qs opinioni di pasolini
sono andato a leggermi qualcosa e naturalmente la critica del Genio nn è banale come potrebbe sembrare..nn ce lo vedevo pasolini ad assumere i toni razzisti ed eugenetici dei nuovi fascisti
piuttosto egli se la prende con le cause della legalizzazione dell'aborto, ovvero il conformismo della libertà sessuale, un conformismo ke riguarda tutti, e he secondo lui ha nei clerico-fascisti solo la retroguardia
”La mia opinione estremamente ragionevole è questa: anziché lottare contro una società che condanna l’aborto repressivamente, sul piano dell’aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano della causa dell’aborto, cioè sul piano del coito. Si tratta – è chiaro – di due lotte ‘ritardate’: ma almeno quella ‘sul piano del coito’ ha il merito, oltre che di una maggiore logicità e di un maggiore rigore, anche quello di un’infinitamente maggiore potenzialità di implicazioni.
C’è da lottare, prima di tutto contro la ‘falsa tolleranza’ del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; e poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista, tutta una serie di liberalizzazioni ‘reali’ riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale, ecc. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione, e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando, come dev’essere, una colpa e quindi un problema di coscienza”.
beh mi pare ke la questione nn sia posta in maniera tanto semplice ------------ Editato da Bakunin il 29/10/2005 alle 18:38:58
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 15:23:04
Il seguente articolo è tratto dal settimanale Tempi del 3 Novembre del 2005
Carissima Silvana, Tu sei stata per me qualcosa di speciale e diverso da tutto il resto: così eccezionale che non vi trovo nessuna spiegazione, neanche una di quelle spiegazioni larvali e così concrete che noi afferriamo nel nostro monologo interiore: nelle nostre astute manovre del pensiero. Da quando mi hai aperto la porta a Bologna, pochi giorni dopo che io avevo conosciuto Fabio, e mi sei apparsa sotto la figura di «madonna del duecento» (credo di avertelo detto), alla Malga Trol, a Milano, dopo la guerra, da Bompiani, a Versuta, a Roma, tu sei stata sempre per me la donna che avrei potuto amare, l’unica che mi ha fatto capire che cosa sia la donna, e l’unica che fino a un certo limite ho amato. Tu capisci cos’è quel limite: ma ora devo dirti che qualche volta, non so né come né quando l’ho varcato, timidamente, pazzescamente, ma l’ho varcato. Se vuoi pensare a una situazione simile, pensa alla «Porta stretta»: ma io non ti ho mai detto della mia tenerezza, perché non mi fidavo di te. Non farmi, aggiungere altro, capiscimi. Nel mio ultimo biglietto ti ho scritto che eri l’unica, fra tutti i miei amici, con cui mi riusciva di confidarmi: e questo semplicemente perché sei l’unica che io ami veramente, fino al sacrificio. Per te, per esserti d’aiuto o di conforto, farei qualsiasi cosa senza la minima ombra d’indecisione o di egoismo. Ora qui la tua lettera, se la, guardo, mi commuove ferocemente, sento le lacrime agli occhi: penso a quello che ho perduto, allo spreco della mia vita nella quale non ho Saputo accogliere te. Non posso più continuare questa lettera: altre cose che dovevo dirti te le scriverò domani. Potrei continuare se potessi abbandonarmi, ma non posso, deve sciogliersi in me ancora tanto gelo. Perdonami se ti ho scritto un’altra lettera odiosa, ma se potessi scrivere con bontà, con tutta la bontà di una volta, allora questa lettera non sarebbe stata necessaria. Sono furioso contro di me e la mia impotenza, mentre vorrei dirti tutta la mia tenerezza e il mio affetto.
Ti abbraccio, Pier Paolo Lettera a Silvana Mauri, Roma, 10 febbraio 1950
L'amore puro e ingordo di PPP
di Luigi Amicone
Il poeta, scrittore e regista friulano moriva assassinato in una periferia di Roma nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975. Ripubblichiamo un'intervista che Silvana Mauri, la donna amata da Pasolini, rilasciò a Tempi l'8 novembre del 1995
Silvana Mauri, 76 anni, moglie dello scrittore Ottiero Ottieri, vive appartata dal caos metropolitano in una viuzza che sta fra San Babila e i bastioni di Porta Venezia, tra le pieghe della Milano per bene, in uno di quei palazzi ottocenteschi che sembrano malinconicamente ancorati a un tempo, quello che della laboriosa e discreta borghesia lombarda, che forse non esiste più. Romana di nascita, ma milanese d’adozione, Silvana Mauri è la donna che ha condiviso con Pier Paolo Pasolini gli affetti più intimi, le confidenze più segrete. Per questo non ha mal voluto calcare le scene della pubblicistica pasoliniana, e, fedele alla consegna che si è data, è rimasta in tutta riservatezza defilata e schiva dai dibattiti e dalle celebrazioni del poeta di Casarsa. In oltre cinquant’anni di attività, quarant'anni passati alla Bompiani, pur lavorando e continuando a lavorare nell'editoria, Silvana non si è mai fatta coinvolgere in quella che lei chiama la «furia biografica» che ha travolto la figura di Pasolini. Per questo la nostra conversazione ci sembra un puro miracolo e noi ci ritiriamo volentieri dalla scena, lasciando parlare lei, Silvana Mauri, negli appunti raccolti in un dialogo durante una piovosa domenica mattina d’autunno.
Piccolo Gesù di paese «Conobbi Pier Paolo Pasolini a Bologna, città dove la mia e sua famiglia si erano stabilite provvisoriamente. Mi venne in casa un giorno con mio fratello Fabio. Si erano conosciuti nella redazione di un giornale giovanile, Il Setaccio. Avevamo vent’anni. I moderni non possono capire la passione che ci ha uniti. Fu una passione unica, irrepetibile. La mentalità moderna non può immaginarie certe cose, la passione gratutita per cui tra un uomo e una donna non ci sia immediatamente sesso. E invece è andata proprio così tra me e Pier Paolo. Mi capisce? Non so se mi capisce davvero... E comunque: quel giorno in casa a Bologna non ci siamo mai più persi di vista. Ci siamo seguiti, anche a distanza, con la stessa tenerezza e dolcezza di quei vent’anni a Bologna e a Casarsa. Ci siamo voluti bene, sempre. Era una specie di ingordigia del reale quello che ci univa. Una dolcezza si nutriva della gioia di vedere le cose insieme. L’ho anche scritto da qualche parte: l’ingordigia di accumulare assieme il reale, culture, creature, nature, è stato il punto più alto e specifico del nostro incontro. Per me che ero una borghese, anzi borghesissima, cittadina, metropolitana, mi si aprì con lui il mondo creaturale, contadino. Ricordo che una volta lo andai a trovare facendo dodici ore di treno. Ringrazio ancora mio padre pensando alla sua grande liberalità. Stetti un mese a Versuta, passammo giornate intere per i campi, nei bagni al Tagliamento, delle serate intere a ballare. Dormivo con lui, nella stessa e unica stanza di quella casa di contadini della Pivetta. Nelle sera d’inverno scendevamo a riscaldarci nel fienile, a raccontarci storie con i piedi infilati sotto le mucche. Pier Paolo sembrava il piccolo Gesù del paese, affascinava e trascinava dietro di sé tutti, ragazzi e ragazze.
Il mio segreto Della sua omossessualità non sapevo nulla, né intuii mai nulla finché non fu lui stesso a rivelarmela. Portava sempre con sé, infilato in una tasca della giacca, un quadernetto rosso. Mi diceva: «Adesso te lo leggo». Poi ci ripensava: «No, sei troppo piccola per capire...». Poi seppi che quello era il famoso diario dove andava rivelando, timidamente, con pudore, la sua omosessualità. Che io scoprii nel ‘50, a causa di no fatto singolare. Mio fratello Fabio era caduto in una profonda crisi mistica, oltre i limiti dell’equilibrio. Ricordo che eravamo in vacanza a Macugnaga. Fabio uscì e non rientrò la notte. Iniziammo a cercarlo in montagna. Il paese si mobilitò. Lo trovammo miracolosamente nascosto nell’antro di una grotta, digiuno, coperto di muschio; a duemila metri. Fabio voleva fare il santo eremita, separarsi dal mondo. Lo portammo a casa e quella sera ci sentimmo vicini come mai. Salutandoci ci abbracciammo — lui lo avverti, ma io francamente non me ne accorsi subito — con un calore particolare. Fu allora che mi scrisse quella lettera: «Non posso più nasconderti il mio segreto». Per me non cambiava niente. Solo mi addolorava che si infilasse in un destino che presentivo di grande sofferenza. Lui comunque non avrebbe mai aderito ad un’Arcigay, come mi scrisse. La sua diversità la senti sempre come una ferita, come un nemico. Gli fui vicino anche a Roma, dopo quella fuga nottetempo da Casarsa.
«Tu parli, io registro» Pier Paolo mi rimproverava di non scrivere. Su questo punto ha sempre insistito, anche quando poi mi sono sposata e avevo avuto dei figli. Gli dicevo: «Pier Paolo, non si può fare tutto nella vita. Ognuno ha la sua strada, la mia è il lavoro, il marito, la famiglia. Non ho tempo per scrivere libri». Ma lui ha sempre insistito. Mi diceva: «Un giorno ti metto il microfono al collo, tu parli e io ti registro». In questa vicenda che Pier Paolo mi voleva scrittrice c’è perfino un mistero. Un giorno mi ha detto: «Se tu non scrivi, pubblico le tue lettere». E sono centinaia. Perché al mio «Tarchetto» — così chiamavo Pier Paolo —, scrivevo tutti i giorni, al mattino, prima di iniziare il lavoro in ufficio. Lei capisce: ho lavorato, per quarant’anni, in Bompiani. Bene: quelle lettere non si sono mai trovate.
Il giorno, la notte, la morte Roma? Una libertà dal Friuli. Sospetto che per lui significasse essere fuggito da una patria profonda, avvolgente, ma che anche lo imprigionava. Non avrebbe mai lasciato il Friuli. Le circostanze lo hanno scaraventato in un altro mondo. Stava a Rebibbia che allora era un caotico e informe suburbano. Non era ancora la Roma delle colate di cemento. Era la Roma delle catapecchie e degli acquedotti imperiali. Andavo a trovarlo, ma non è, che allora ci fossero indicazioni di vie. Niente, era la bidonville del sottoproletariato. Ricordo che i primi anni della Capitale furono durissimi per lui. Come, maestro era stato cacciato da tutte le scuole del regno. Insegnava allora in una piccola scuola privata di preti. Pensi che andava tutte le mattine, da Rebibbia a Montemammolo. E intanto scriveva, scriveva come un forsennato. Ragazzi di vita lo fece conoscere al grande pubblico. Poi Pier Paolo scopre il cinema e sfonda con «Accattone» Il suo atteggiamento nei confronti del successo era ambivalente: ci teneva e, insieme lo detestava. La sua passione non era il cinema, era la scrittura. Ricordo la sua prima casa nel quartiere di Monteverde, accanto a quella di Gadda, che Pier Paolo stimava molto ma che con lui non ebbe buoni rapporti perché lo scrittore lombardo era molto schivo. La vita di Paolo era organizzata alla perfezione, la sua giornata simile a quella di un impiegato. Poiché solitamente si ritirava tardi, verso le due, tre di notte, si svegliava verso le nove del mattino e lavorava fino alle sei, sei e mezza del pomeriggio, interrompendo solo per il ricco pranzo che gli preparava quella buona cuoca di sua madre. Pier Paolo mangiava con lo stesso entusiasmo del contadino che torna dal campo dopo una giornata di duro lavoro. Mangiava per fame, come un ragazzo sanissimo, fisicamente e psichicamente. E infatti non beveva, non fumava, giocava spesso a calcio. Era forte come toro. (Per, questo sono tra l'altro persuasa che il suo assassino Pelosi non poteva essere solo). La sera poi, verso le sette, si faceva vivo con Moravia, che lo aveva preso con sé quasi come un figlio, Elsa Morante, Sergio Citti; Laura Betti, Dacia Mariani, mio fratello Fabio. Era questa la cerchia degli amici più stretti. Uscivano a cena, oppure mangiavano a casa di Moravia e della Betti. Ogni sera però, a mezzanotte, come Cenerentola, ci fosse pure il Re del Portogallo, Pier Paolo salutava garbatamente gli amici e scompariva. E quella la china che lo condusse più giù all’inferno fino a Petrolio. Comunque la sua era una vita di una regolarità e disciplina esemplari. Non ha mai messo piede in un salotto romano. Sono però certa che non era contento di quella sua vita notturna. Negli anni di Pier Paolo a Roma, ho colto in lui come una progressiva tristezza e una profonda delusione delle sue notti. L’ho visto un mese prima di morire con una ferita al petto e un braccio fasciato. Sapeva che ormai le frequentazioni erano diventate minacciose, sperimentava un escalation di violenza su di lui. Questa era l’origine della tristezza: la sua era diventata una delusione umana, quei ragazzi che aveva amato e aiutato erano diventati dei mascalzoni. Non credo al complotto politico, ma è stato un gruppo a ucciderlo».
Una gioia da morirci dentro Carissima Silvana, io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono mai neanche abituato. Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro. Solo in quest’ultimo anno mi sono lasciato un po' andare: ma ero affranto, le mie condizioni famigliari erano disastrose, mio padre infuriava ed era malvagio fino alla nausea, il mio povero comunismo mi aveva fatto odiare, come si odia un mostro, da tutta una comunità, ai profilava ormai anche un fallimento letterario: e allora la ricerca di una gioia immediata, una gioia da morirci dentro era l’unico scampo.
Pier Paolo ------------ Editato da Quadro Vaticano il 24/08/2006 alle 15:29:30 ------------ Editato da Quadro Vaticano il 24/08/2006 alle 15:49:03
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 16:37:27
"Il Partito Comunista è una specie di paese nel paese, una specie di paese pulito e morale in un paese sporco e profondamente immorale" Pasolini in Festa dell'Unità di Firenze 6.9.1975.
La sinistra non ha mai odiato Pasolini.
Pasolini non ha mai amato la destra. La destra parlamentare e non, da cui era attaccato quotidianamente sui giornali e in tv, in modo squallido,a suon di culatone e frocio, era violentemente sua nemica.
Questi sono due punti fermi da cui non si può prescindere.
Chi riferisce del giudizio di Pasolini su "Valle Giulia" per asserire che questo era il suo giudizio sulla totalità degli studenti strumentalizza il pensiero dell'intellettuale e ne sminuisce il significato.
Gli studenti, leggetevi il suo discorso alla Casina Valadier, erano il suo mondo e nel far riferimento ai figli di papà evidentemente aveva intravisto già il percorso traditore che i vari Ferrara, Liguori ecc. avrebbero fatto.
Qui...si tende a mistificare e strumentalizzare tutto e tutti, pure Beppe Fenoglio... ma come si fa!! rassegnatevi! gli unici intellettuali, a voi contigui, sono quelli del Bagaglino.
Messaggio del 24-08-2006 alle ore 18:28:30
L'unico a sfidare da dentro il P.C.I e le sue contraddizioni.
Il suo è stato un vero modello di Comunismo pacifico e ragionato, lo hanno criticato per questo, gli hanno addossato fango sopra la testa, si è sempre comportato come un signore.
Omaggio al suo genio.
Messaggio del 26-08-2006 alle ore 01:01:56
Pasolini odiava la democrazia e ne denunziava energicamente la corruzione morale attraverso la scomunica integrale dei suoi pilastri più saldi dal punto di vista della pervasività delle masse acritiche ed amorfe : l'istruzione pubblica e la televisione. Mi fermo qui perchè Pasolini io l'ho letto davvero. E non ho intenzione di spiegare il suo pensiero a chi non è in grado di leggere lucidamente e con mente libera neanche l'elenco telefonico.