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Perch� parlare di cose che...
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:10:41
...non si conoscono?
THE THREATENING STORM
IL FOGLIO, 20 novembre 2002
"The Threatening Storm - The Case for Invading Iraq" (Random House, $25.95) scritto da Kenneth M. Pollack è il libro che in queste settimane il Dipartimento di Stato consiglia di leggere per capire come affrontare il caso Saddam. Pollack ha lavorato nelle Amministrazioni Clinton come direttore degli Affari del Golfo al Consiglio di sicurezza nazionale; e in precedenza era stato per sette anni analista militare sul Golfo Persico alla Cia. Il Foglio ha recensito questo libro sabato, oggi "saccheggia" una piccola parte del voluminoso lavoro, quella riguardante i rapporti tra Saddam, l'Onu e l'America. Il libro, acquistabile su amazon.com, affronta anche la situazione economica, sociale, politica e militare dell'Iraq, ed esamina dettagliatamente tutte le possibili opzioni politiche e militari per risolvere il caso Saddam.
L'Iraq non è coinvolto negli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. Tra l'altro Osama bin Laden detesta Saddam Hussein, per il suo supporto alla causa islamica soltanto quando gli è stato politicamente conveniente. La prova regina di un incontro tra Mohammed Atta e un ufficiale dei Servizi di Baghdad, avvenuto nell'aprile del 2001, non è mai stata trovata.
Il libro di Pollack comincia con una breve ma dettagliata storia dell'Iraq, dai Sumeri a Saddam, racconta la storia politica e privata del rais. Esamina anche gli avvenimenti legati alla rivoluzione iraniana, la guerra Iran-Iraq e la politica americana nei confronti di quel conflitto. Gli americani sapevano perfettamente che Saddam non era uno stinco di santo, ma durante la guerra con Teheran lo consideravano un male necessario per contenere la diffusione della rivoluzione islamica di Khomeini.
Il libro racconta la genesi della guerra del Golfo, e ricorda come in un primo momento l'unico obiettivo americano fosse quello di difendere i confini sauditi. Saddam capì quasi subito che gli Stati Uniti non avrebbero accettato la conquista del Kuwait, ma in un primo momento credette che la coalizione internazionale fosse fragile e che sarebbe crollata se avesse fatto pressione sull'anello debole, cioè sugli Stati arabi. Saddam pensava anche che gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di sopportare gli alti costi, e le pesanti perdite, per liberare il Kuwait. Pensava che il Kuwait non fosse affatto importante per l'Occidente, specie se l'Iraq avesse mantenuto aperti i rubinetti del petrolio. Infine il rais credeva che la forza aerea avrebbe giocato un ruolo minimo: "Gli Stati Uniti dipendono dalla forza aerea, e la forza aerea da sola non ha mai deciso una guerra".
Sappiamo come andò a finire (il libro lo racconta nel dettaglio), ma nella primavera e nell'estate del 1991 fu l'Amministrazione Bush a fare male i calcoli. Washington scelse di non arrivare a Baghdad, formalmente perché il mandato delle Nazioni Unite era quello di liberare il Kuwait (ma la questione è controversa), in realtà per una serie di errori di valutazione. L'Amministrazione pensava che Saddam non potesse durare a lungo, dunque preferì evitare di impelagarsi con l'occupazione e la costruzione di un nuovo Stato. Bush era legato al vecchio pensiero geopolitico degli anni 80, secondo cui un forte e coeso Stato iracheno era necessario per bilanciare la forza dell'Iran. Ci furono parecchie rivolte, ma senza l'appoggio militare alleato, Saddam ebbe sempre la meglio. Quando la gran parte delle truppe americane lasciò il Golfo, Saddam non ebbe più rivali, sventò decine di attentati e sconfisse i tentativi delle opposizioni clandestine, dei curdi e della Cia.
Quando si accorse che Saddam da solo non sarebbe mai caduto, la Casa Bianca cominciò a elaborare un piano di containment per tenere l'Iraq sotto controllo e iniziò a finanziare l'opposizione in esilio.
Si partiva dalla risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite che obbligava Baghdad a ripristinare la situazione pre guerra, e fissava le ispezioni per controllare i programmi di riarmo. La risoluzione 687 fissava una serie di sanzioni economiche molto dure che escludevano però sia il cibo sia le medicine. La guerra aveva distrutto soltanto tre dei sette maggiori siti nucleari iracheni, e quando le forze armate alleate, nell'aprile-maggio del 1991, lasciarono il Golfo, Saddam cominciò a ostacolare il lavoro degli ispettori.
Nel giugno del 1991 Bush firmò un ordine presidenziale che autorizzava l'uso di azioni coperte per "creare le condizioni di una rimozione di Saddam Hussein". Il programma venne finanziato per 40 milioni di dollari. Il 15 agosto dello stesso anno, l'Onu votò la risoluzione 706 che autorizzava l'Iraq a vendere petrolio per 1 miliardo e 600 milioni di dollari. Il trenta per cento del ricavato avrebbe dovuto coprire i danni in Kuwait e il rimanente sarebbe servito per comprare beni di prima necessità per il popolo iracheno. Saddam rifiutò, non accettava che i soldi fossero gestiti dalle Nazioni Unite. A giugno la squadra di ispettori guidati da David Kay scoprì un programma di arricchimento dell'uranio, Saddam fu costretto ad ammetterlo e, per evitare guai peggiori, svelò una parte dei suoi progetti nucleari. Ad agosto, però, gli ispettori trovarono altri armamenti non dichiarati. Un anno dopo, l'Iraq fu costretto a confessare di avere armi biologiche.
Nel gennaio del 1993, Saddam inviò altre truppe in Kuwait, ufficialmente per recuperare equipaggiamenti lasciati lì durante la guerra. L'11 gennaio il Consiglio di sicurezza dichiarò che l'Iraq aveva violato ("material breach") la risoluzione. Il 18 gennaio, due giorni prima dell'insediamento di Bill Clinton, gli Usa lanciarono 45 Tomahawk. Il giorno dopo, Saddam accettò il cessate il fuoco.
Sull'Iraq, l'Amministrazione Clinton aveva un atteggiamento da colomba. Il nuovo presidente puntava su un sistema di relazioni internazionali basate sul "Nuovo ordine mondiale". I pochi falchi sull'Iraq erano il suo vice, Al Gore, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Leon Fuerth, e l'ambasciatrice alle Nazioni Unite, Madeleine Albright. I falchi sembrarono prendere il sopravvento quando l'ex presidente Bush si recò in Kuwait, era la primavera del 1993, per commemorare la vittoria nel Golfo. I servizi kuwaitiani arrestarono 14 uomini, legati a Saddam, che avrebbero dovuto uccidere Bush e l'emiro del Kuwait. Il 26 giugno 1993, gli Usa lanciarono 23 missili sul quartier generale dei Servizi di Baghdad.
A ottobre del 1994 Saddam ricominciò, lanciando un ultimatum all'Onu per ottenere il ritiro delle sanzioni. Per dimostrare che faceva sul serio, mobilitò la sua Guardia Repubblicana verso il confine kuwaitiano. Gli americani rinforzarono il contingente nel Golfo, e il 15 ottobre il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 949. Saddam fu costretto ad accettare, e capì che la sua strategia doveva cambiare. Iniziò una aggressiva campagna propagandistica per esagerare l'immagine del disastro umanitario causato dalle sanzioni. Tutti i report internazionali, invece, sostenevano che 1) senza dubbio c'era un problema di malnutrizione e malattia; 2) Baghdad manipolava e distorceva i dati; 3) Saddam aveva i fondi per sopperire a questi problemi.
Comunque su pressioni arabe, il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 986, detta "oil-for-food", era il 14 aprile 1995. Ogni sei mesi l'Iraq avrebbe potuto vendere petrolio per 2 miliardi di dollari per acquistare cibo e medicine. L'Iraq rifiutò, e il 17 luglio annunciò che avrebbe cessato ogni cooperazione con gli ispettori se le sanzioni non fossero state revocate entro un mese. Una serie di problemi interni, causati in prevalenza da suo figlio Uday, lo convinsero a non forzare la mano con l'Onu. Un suo parente era scappato in Giordania e aveva passato informazioni importanti agli ispettori. Di fronte a queste nuove rivelazioni e alla situazione economica, all'inizio del 1997, Saddam accettò la risoluzione "oil-for-food". Con i soldi del petrolio, Saddam ha tenuto la popolazione a un livello minimo di nutrizione e di salute, e ha lasciato qualche sacca di estrema povertà , tra gli sciiti al sud del paese.
Nel 1997 il capo degli ispettori Unscom divenne Richard Butler, Saddam aumentò il livello di intimidazione al loro lavoro. Il 23 ottobre del 1998, il Consiglio di sicurezza varò un'altra risoluzione, la 1134, che minacciava altre sanzioni se Baghdad avesse continuato a ostacolare le ispezioni. Saddam rispose non accettando ispettori di nazionalità americana. Il Consiglio di sicurezza reagì imponendo limitazioni di spostamento per i funzionari iracheni, Saddam replicò rifiutando il programma "oil-for-food". Una mediazione del ministro degli Esteri russo, Evgenij Primakov, normalizzò la situazione. Due mesi dopo, nel gennaio 1998, il gioco riprese: Saddam impedì agli ispettori di fare il loro mestiere. Washington cominciò a prepare un intervento militare, ma il 23 febbraio Kofi Annan trovò un accordo con Tareq Aziz. Gli ispettori trovarono stabilimenti di gas nervino, Saddam rispose sospendendo la cooperazione con gli ispettori. Clinton decise di intervenire ma gli attentati di Al Qaida alle ambasciate Usa in Africa e lo scandalo Lewinsky gli fecero cambiare idea. Saddam forzò la mano e cacciò gli ispettori americani. Si è continuato a questo ritmo di minacce, trattative, risoluzioni, ispezioni e voltafaccia fino all'altro ieri. C'è il sospetto che in questo modo, il caso Saddam non verrà mai risolto.
...non si conoscono?
THE THREATENING STORM
IL FOGLIO, 20 novembre 2002
"The Threatening Storm - The Case for Invading Iraq" (Random House, $25.95) scritto da Kenneth M. Pollack è il libro che in queste settimane il Dipartimento di Stato consiglia di leggere per capire come affrontare il caso Saddam. Pollack ha lavorato nelle Amministrazioni Clinton come direttore degli Affari del Golfo al Consiglio di sicurezza nazionale; e in precedenza era stato per sette anni analista militare sul Golfo Persico alla Cia. Il Foglio ha recensito questo libro sabato, oggi "saccheggia" una piccola parte del voluminoso lavoro, quella riguardante i rapporti tra Saddam, l'Onu e l'America. Il libro, acquistabile su amazon.com, affronta anche la situazione economica, sociale, politica e militare dell'Iraq, ed esamina dettagliatamente tutte le possibili opzioni politiche e militari per risolvere il caso Saddam.
L'Iraq non è coinvolto negli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. Tra l'altro Osama bin Laden detesta Saddam Hussein, per il suo supporto alla causa islamica soltanto quando gli è stato politicamente conveniente. La prova regina di un incontro tra Mohammed Atta e un ufficiale dei Servizi di Baghdad, avvenuto nell'aprile del 2001, non è mai stata trovata.
Il libro di Pollack comincia con una breve ma dettagliata storia dell'Iraq, dai Sumeri a Saddam, racconta la storia politica e privata del rais. Esamina anche gli avvenimenti legati alla rivoluzione iraniana, la guerra Iran-Iraq e la politica americana nei confronti di quel conflitto. Gli americani sapevano perfettamente che Saddam non era uno stinco di santo, ma durante la guerra con Teheran lo consideravano un male necessario per contenere la diffusione della rivoluzione islamica di Khomeini.
Il libro racconta la genesi della guerra del Golfo, e ricorda come in un primo momento l'unico obiettivo americano fosse quello di difendere i confini sauditi. Saddam capì quasi subito che gli Stati Uniti non avrebbero accettato la conquista del Kuwait, ma in un primo momento credette che la coalizione internazionale fosse fragile e che sarebbe crollata se avesse fatto pressione sull'anello debole, cioè sugli Stati arabi. Saddam pensava anche che gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di sopportare gli alti costi, e le pesanti perdite, per liberare il Kuwait. Pensava che il Kuwait non fosse affatto importante per l'Occidente, specie se l'Iraq avesse mantenuto aperti i rubinetti del petrolio. Infine il rais credeva che la forza aerea avrebbe giocato un ruolo minimo: "Gli Stati Uniti dipendono dalla forza aerea, e la forza aerea da sola non ha mai deciso una guerra".
Sappiamo come andò a finire (il libro lo racconta nel dettaglio), ma nella primavera e nell'estate del 1991 fu l'Amministrazione Bush a fare male i calcoli. Washington scelse di non arrivare a Baghdad, formalmente perché il mandato delle Nazioni Unite era quello di liberare il Kuwait (ma la questione è controversa), in realtà per una serie di errori di valutazione. L'Amministrazione pensava che Saddam non potesse durare a lungo, dunque preferì evitare di impelagarsi con l'occupazione e la costruzione di un nuovo Stato. Bush era legato al vecchio pensiero geopolitico degli anni 80, secondo cui un forte e coeso Stato iracheno era necessario per bilanciare la forza dell'Iran. Ci furono parecchie rivolte, ma senza l'appoggio militare alleato, Saddam ebbe sempre la meglio. Quando la gran parte delle truppe americane lasciò il Golfo, Saddam non ebbe più rivali, sventò decine di attentati e sconfisse i tentativi delle opposizioni clandestine, dei curdi e della Cia.
Quando si accorse che Saddam da solo non sarebbe mai caduto, la Casa Bianca cominciò a elaborare un piano di containment per tenere l'Iraq sotto controllo e iniziò a finanziare l'opposizione in esilio.
Si partiva dalla risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite che obbligava Baghdad a ripristinare la situazione pre guerra, e fissava le ispezioni per controllare i programmi di riarmo. La risoluzione 687 fissava una serie di sanzioni economiche molto dure che escludevano però sia il cibo sia le medicine. La guerra aveva distrutto soltanto tre dei sette maggiori siti nucleari iracheni, e quando le forze armate alleate, nell'aprile-maggio del 1991, lasciarono il Golfo, Saddam cominciò a ostacolare il lavoro degli ispettori.
Nel giugno del 1991 Bush firmò un ordine presidenziale che autorizzava l'uso di azioni coperte per "creare le condizioni di una rimozione di Saddam Hussein". Il programma venne finanziato per 40 milioni di dollari. Il 15 agosto dello stesso anno, l'Onu votò la risoluzione 706 che autorizzava l'Iraq a vendere petrolio per 1 miliardo e 600 milioni di dollari. Il trenta per cento del ricavato avrebbe dovuto coprire i danni in Kuwait e il rimanente sarebbe servito per comprare beni di prima necessità per il popolo iracheno. Saddam rifiutò, non accettava che i soldi fossero gestiti dalle Nazioni Unite. A giugno la squadra di ispettori guidati da David Kay scoprì un programma di arricchimento dell'uranio, Saddam fu costretto ad ammetterlo e, per evitare guai peggiori, svelò una parte dei suoi progetti nucleari. Ad agosto, però, gli ispettori trovarono altri armamenti non dichiarati. Un anno dopo, l'Iraq fu costretto a confessare di avere armi biologiche.
Nel gennaio del 1993, Saddam inviò altre truppe in Kuwait, ufficialmente per recuperare equipaggiamenti lasciati lì durante la guerra. L'11 gennaio il Consiglio di sicurezza dichiarò che l'Iraq aveva violato ("material breach") la risoluzione. Il 18 gennaio, due giorni prima dell'insediamento di Bill Clinton, gli Usa lanciarono 45 Tomahawk. Il giorno dopo, Saddam accettò il cessate il fuoco.
Sull'Iraq, l'Amministrazione Clinton aveva un atteggiamento da colomba. Il nuovo presidente puntava su un sistema di relazioni internazionali basate sul "Nuovo ordine mondiale". I pochi falchi sull'Iraq erano il suo vice, Al Gore, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Leon Fuerth, e l'ambasciatrice alle Nazioni Unite, Madeleine Albright. I falchi sembrarono prendere il sopravvento quando l'ex presidente Bush si recò in Kuwait, era la primavera del 1993, per commemorare la vittoria nel Golfo. I servizi kuwaitiani arrestarono 14 uomini, legati a Saddam, che avrebbero dovuto uccidere Bush e l'emiro del Kuwait. Il 26 giugno 1993, gli Usa lanciarono 23 missili sul quartier generale dei Servizi di Baghdad.
A ottobre del 1994 Saddam ricominciò, lanciando un ultimatum all'Onu per ottenere il ritiro delle sanzioni. Per dimostrare che faceva sul serio, mobilitò la sua Guardia Repubblicana verso il confine kuwaitiano. Gli americani rinforzarono il contingente nel Golfo, e il 15 ottobre il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 949. Saddam fu costretto ad accettare, e capì che la sua strategia doveva cambiare. Iniziò una aggressiva campagna propagandistica per esagerare l'immagine del disastro umanitario causato dalle sanzioni. Tutti i report internazionali, invece, sostenevano che 1) senza dubbio c'era un problema di malnutrizione e malattia; 2) Baghdad manipolava e distorceva i dati; 3) Saddam aveva i fondi per sopperire a questi problemi.
Comunque su pressioni arabe, il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 986, detta "oil-for-food", era il 14 aprile 1995. Ogni sei mesi l'Iraq avrebbe potuto vendere petrolio per 2 miliardi di dollari per acquistare cibo e medicine. L'Iraq rifiutò, e il 17 luglio annunciò che avrebbe cessato ogni cooperazione con gli ispettori se le sanzioni non fossero state revocate entro un mese. Una serie di problemi interni, causati in prevalenza da suo figlio Uday, lo convinsero a non forzare la mano con l'Onu. Un suo parente era scappato in Giordania e aveva passato informazioni importanti agli ispettori. Di fronte a queste nuove rivelazioni e alla situazione economica, all'inizio del 1997, Saddam accettò la risoluzione "oil-for-food". Con i soldi del petrolio, Saddam ha tenuto la popolazione a un livello minimo di nutrizione e di salute, e ha lasciato qualche sacca di estrema povertà , tra gli sciiti al sud del paese.
Nel 1997 il capo degli ispettori Unscom divenne Richard Butler, Saddam aumentò il livello di intimidazione al loro lavoro. Il 23 ottobre del 1998, il Consiglio di sicurezza varò un'altra risoluzione, la 1134, che minacciava altre sanzioni se Baghdad avesse continuato a ostacolare le ispezioni. Saddam rispose non accettando ispettori di nazionalità americana. Il Consiglio di sicurezza reagì imponendo limitazioni di spostamento per i funzionari iracheni, Saddam replicò rifiutando il programma "oil-for-food". Una mediazione del ministro degli Esteri russo, Evgenij Primakov, normalizzò la situazione. Due mesi dopo, nel gennaio 1998, il gioco riprese: Saddam impedì agli ispettori di fare il loro mestiere. Washington cominciò a prepare un intervento militare, ma il 23 febbraio Kofi Annan trovò un accordo con Tareq Aziz. Gli ispettori trovarono stabilimenti di gas nervino, Saddam rispose sospendendo la cooperazione con gli ispettori. Clinton decise di intervenire ma gli attentati di Al Qaida alle ambasciate Usa in Africa e lo scandalo Lewinsky gli fecero cambiare idea. Saddam forzò la mano e cacciò gli ispettori americani. Si è continuato a questo ritmo di minacce, trattative, risoluzioni, ispezioni e voltafaccia fino all'altro ieri. C'è il sospetto che in questo modo, il caso Saddam non verrà mai risolto.
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:14:32
Siamo sicuri che Saddam non avesse alcun legame con al Qaida? No, non siamo sicuri, specie ora che è uscito un documentatissimo, e non smentito, libro di Stephen F. Hayes che si intitola "The Connection" (HarperCollins, 224 pagine, 19,95 dollari). Occorre fare un passo indietro e affrontare la prima e più comune obiezione all'ipotesi di legami tra Saddam e Osama. Si dice, infatti, che il regime iracheno fosse laico, mentre al Qaida è un'organizzazione religiosa. Acerrimi nemici, in teoria. Si omette, però, di ricordare la sterzata islamica che Saddam diede al suo regime dopo la prima guerra del Golfo del 1991, sterzata culminata anche emblematicamente con la decisione di aggiungere la scritta "Allah Akbar", "Dio è grande", al centro della bandiera nazionale.
Saddam mutò radicalmente la natura del regime iracheno, riconoscendo che l'ideologia panaraba elaborata dal dittatore egiziano Gamal Nasser e alla base del partito Baath, si era esaurita con la sconfitta del Golfo, complice lo schieramento di quasi tutti i leader arabi al fianco del Kuwait invaso da Saddam e difeso dagli americani. Saddam operò, insieme con il leader estremista sudanese, Hassan al Turabi, già cortese ospite di Osama, e con le più fondamentaliste tra le organizzazioni politiche del mondo arabo, da Hamas a Hezbollah, una frattura dentro il mondo islamico: da una parte i cosiddetti regimi arabi moderati che avevano chiesto l'aiuto occidentale per difendere il Kuwait, dall'altra i gruppi fondamentalisti indignati dalla presenza di truppe occidentali sui suoli sacri dell'Islam. Una tesi spiegata nei libri dal più grande esperto europeo di cose islamiche, nonché editorialista di Repubblica, Gilles Kepel. E' su questa base che Osama invita al jihad non soltanto contro gli infedeli americani che occupano i luoghi sacri, ma anche contro i regimi arabo-islamici colpevoli di apostasia, un crimine che per i fondamentalisti è ben più grave dell'essere infedeli.
La più famosa delle fatwa di Osama, quella del 23 febbraio 1998, parla di "continua aggressione contro il popolo iracheno" e di "alleanza tra crociati e sionisti che ha inflitto una grande devastazione al popolo iracheno, uccidendone una grande quantità , più di un milione". Per questo, disse bin Laden, è un "dovere islamico" colpire "il Satana americano e i suoi alleati, cosicché imparino la lezione". Osama difese Saddam, il quale, fiutata l'aria, si mise alle spalle il tradizionale nazionalismo panarabo e si candidò al ruolo di difensore dell'Islam. La sua retorica iniziò a traboccare di riferimenti all'Islam, al Califfato di Baghdad.
Saddam, del resto, difese Osama. E fu uno dei pochi, forse l'unico, capo di Stato arabo che salutò con gioia l'attacco all'America. I giornali controllati da Saddam applaudivano Osama come "un fenomeno salutare per lo spirito arabo" oppure "un eroe arabo e islamico", mentre il 21 luglio 2001, un mese e mezzo prima dell'11 settembre, Osama veniva raccontato con queste parole: "Nel cuore di quest'uomo troverai un'insistenza, una particolare determinazione che un giorno lo porterà a bombardare la Casa Bianca e qualsiasi cosa ci sia dentro". Nel 1998 il Dipartimento della Giustizia dell'Amministrazione Clinton mise sotto inchiesta bin Laden anche con queste parole: "Al Qaida ha raggiunto un accordo con l'Iraq per non lavorare contro quel governo, mentre su progetti particolari, che specificatamente includono lo sviluppo di armi, al Qaida lavorerà in modo cooperativo con il governo dell'Iraq".
Saddam e Osama, insomma, condividevano lo stesso, identico, progetto politico: conquistare il mondo arabo musulmano, colpire gli americani, distruggere Israele. E, infatti, una buona parte dei guerriglieri di al Qaida, cacciati dal'Afghanistan talebano, si è rifugiata oltre che in Pakistan e in Iran in un'enclave del Kurdistan iracheno sostenuta da Saddam. Il capo di quel gruppo, Ansar al Islam, cioè il giordano Abu al Zarqawi, è l'attuale leader della guerriglia islamista in Iraq e ci sono ampi sospetti che le sue ferite sul campo afghano siano state curate a Baghdad. Nella capitale irachena risiedeva anche il terrorista dell'Achille Lauro, Abu Nidal. Saddam finanziava con 25 mila dollari le famiglie di assassini-kamikaze di Hamas.
Del resto, spiega Hayes nel suo libro, che non sia affatto un mito il collegametto tra al Qaida e Saddam lo testimoniano centinaia di inchieste pubblicate dai grandi giornali liberal negli anni Novanta. Esempi: Newsweek, 11 gennaio 1999, titolo "Saddam + Bin Laden?": "Saddam Hussein, che ha lunghi precedenti di sostegno al terrorismo, sta cercando di ricostruire la sua rete estera di intelligence che gli consentirà di stabilire un network terroristico. Fonti americane dicono che sta cercando di estendersi ai terroristi islamici, inclusi alcuni che potrebbero essere legati a Osama". Washington Post, febbraio 1999: "Il presidente iracheno ha offerto asilo a bin Laden, che sostiene apertamente l'Iraq contro le potenze occidentali". Quando, nell'agosto del 1998, l'Amministrazione Clinton bombardò i campi di addestramento di Osama in Afghanistan e la fabbrica chimica in Sudan, il Dipartimento di Stato, nelle persone del sottosegretario Thomas Pickering e di altri sei funzionari, disse che i servizi monitoravano quella fabbrica di medicine sospettata di sviluppare armi chimiche per Osama "da almeno due anni" e che, tra le altre cose, quella fabbrica provava "in modo abbastanza chiaro i contatti tra Sudan e Iraq". Richard Clarke, l'ex capo dell'antiterrorismo che oggi dopo essere stato messo da parte da George Bush dice che non c'è mai stato un collegamento tra Saddam e Osama, allora fu il suggeritore del bombardamento della fabbrica e al Washington Post disse di essere "sicuro" che l'Iraq stesse dietro la produzione delle armi chimiche, che peraltro non si trovarono, nella fabbrica sudanese di Osama.
Gli esempi sono infiniti. Alla Commissione parlamentare che indaga sull'11 settembre ha destato grande scandalo scoprire che un rapporto sul terrorismo datato 1999 avesse previsto l'11 settembre, cioè che al Qaida avrebbe potuto attaccare Washington con aerei guidati da kamikaze da far schiantare sul Pentagono e sulla Casa Bianca. Com'è possibile, ci si è chiesto, che due diverse Amministrazioni non si aspettassero quello che i rapporti di intelligence immaginavano già ? Eppure, nella stessa pagina 7 del rapporto, si legge: "Se Saddam Hussein decidesse di colpire con un attacco terroristico il territorio degli Stati Uniti si rivolgerebbe alla al Qaida di bin Laden". Tra l'altro al primo attentato alle Torri Gemelle, nel 1993, partecipò un iracheno, Abdul Rahman Yasin, il quale sfuggì alla giustizia americana, che lo condannò, e si rifugiò a Baghdad. Saddam, ovviamente, rifiutò l'estradizione.
A Baghdad, dopo la guerra, è stato trovato un documento che prova un incontro della primavera del 1992, in Siria, tra Osama e uomini dei servizi iracheni. In un altro dossier si parla di un incontro tra Osama, i servizi iracheni e rappresentanti dei talebani. Prima della guerra si è parlato molto di un incontro a Praga, nell'aprile del 2001, tra uno dei capi dei Servizi di Saddam e un non identificato "studente arabo di Amburgo". Le prove che fosse Mohammed Atta non ci sono, ma gli indizi sembrano andare in questa direzione, specie per i due documentati viaggi precedenti di Atta a Praga e per la sua sparizione dagli Stati Uniti, preceduta da un prelievo di 8 mila dollari in banca, proprio nei giorni del presunto incontro praghese. Ma queste sono solo supposizioni, per quanto rilanciate lunedì da Andrew McCharty, il procuratore che nel 1995 guidò l'inchiesta contro Sheik Omar, l'assassino del giornalista americano Daniel Pearl.
La grande scoperta di Hayes, confermata da una recente inchiesta del Wall Street Journal, è la seguente: in una lista di funzionari iracheni e in tre diversi documenti dei Fedayn di Saddam, scovati nei ministeri della Baghdad liberata, è comparso il nome di Ahmed Hikmat Shakir. Un iracheno con quello stesso nome era presente al meeting che si è tenuto tra il 5 e l'8 gennaio 2000 a Kuala Lumpur, in Malesia, nel quale si decise l'azione terroristica contro l'America di quasi due anni dopo. A quella riunione parteciparono anche tre dei membri del commando che si schiantò sul Pentagono. Shakir fu arrestato sei giorni dopo l'11 settembre a Doha, in Qatar. Interrogato dai servizi giordani e dalla Cia, non collaborò, ma i giordani si convinsero che, se lo avessero rilasciato, Shakir sarebbe diventato un loro informatore. La Cia acconsentì. Il 21 ottobre, via Amman, Shakir è partito per Baghdad e da allora non si hanno più sue notizie.
Certo i due Shakir potrebbero essere due persone diverse, nonostante lo stesso nome e lo stesso cognome. Ma resta da capire una cosa: il team che in Iraq cerca le armi di sterminio ha trovato mucchi di documenti, fotografie, dossier e trascrizioni che potrebbero dimostrare i rapporti pre 11 settembre tra l'Iraq e al Qaida. Eppure, tra chi invoca la declassificazione di ogni possibile pezzo di carta che possa inchiodare Bush, non se ne trova uno che chieda con eguale zelo di togliere il segreto a quei documenti che potrebbero collegare Saddam a Osama.
Christian Rocca
Siamo sicuri che Saddam non avesse alcun legame con al Qaida? No, non siamo sicuri, specie ora che è uscito un documentatissimo, e non smentito, libro di Stephen F. Hayes che si intitola "The Connection" (HarperCollins, 224 pagine, 19,95 dollari). Occorre fare un passo indietro e affrontare la prima e più comune obiezione all'ipotesi di legami tra Saddam e Osama. Si dice, infatti, che il regime iracheno fosse laico, mentre al Qaida è un'organizzazione religiosa. Acerrimi nemici, in teoria. Si omette, però, di ricordare la sterzata islamica che Saddam diede al suo regime dopo la prima guerra del Golfo del 1991, sterzata culminata anche emblematicamente con la decisione di aggiungere la scritta "Allah Akbar", "Dio è grande", al centro della bandiera nazionale.
Saddam mutò radicalmente la natura del regime iracheno, riconoscendo che l'ideologia panaraba elaborata dal dittatore egiziano Gamal Nasser e alla base del partito Baath, si era esaurita con la sconfitta del Golfo, complice lo schieramento di quasi tutti i leader arabi al fianco del Kuwait invaso da Saddam e difeso dagli americani. Saddam operò, insieme con il leader estremista sudanese, Hassan al Turabi, già cortese ospite di Osama, e con le più fondamentaliste tra le organizzazioni politiche del mondo arabo, da Hamas a Hezbollah, una frattura dentro il mondo islamico: da una parte i cosiddetti regimi arabi moderati che avevano chiesto l'aiuto occidentale per difendere il Kuwait, dall'altra i gruppi fondamentalisti indignati dalla presenza di truppe occidentali sui suoli sacri dell'Islam. Una tesi spiegata nei libri dal più grande esperto europeo di cose islamiche, nonché editorialista di Repubblica, Gilles Kepel. E' su questa base che Osama invita al jihad non soltanto contro gli infedeli americani che occupano i luoghi sacri, ma anche contro i regimi arabo-islamici colpevoli di apostasia, un crimine che per i fondamentalisti è ben più grave dell'essere infedeli.
La più famosa delle fatwa di Osama, quella del 23 febbraio 1998, parla di "continua aggressione contro il popolo iracheno" e di "alleanza tra crociati e sionisti che ha inflitto una grande devastazione al popolo iracheno, uccidendone una grande quantità , più di un milione". Per questo, disse bin Laden, è un "dovere islamico" colpire "il Satana americano e i suoi alleati, cosicché imparino la lezione". Osama difese Saddam, il quale, fiutata l'aria, si mise alle spalle il tradizionale nazionalismo panarabo e si candidò al ruolo di difensore dell'Islam. La sua retorica iniziò a traboccare di riferimenti all'Islam, al Califfato di Baghdad.
Saddam, del resto, difese Osama. E fu uno dei pochi, forse l'unico, capo di Stato arabo che salutò con gioia l'attacco all'America. I giornali controllati da Saddam applaudivano Osama come "un fenomeno salutare per lo spirito arabo" oppure "un eroe arabo e islamico", mentre il 21 luglio 2001, un mese e mezzo prima dell'11 settembre, Osama veniva raccontato con queste parole: "Nel cuore di quest'uomo troverai un'insistenza, una particolare determinazione che un giorno lo porterà a bombardare la Casa Bianca e qualsiasi cosa ci sia dentro". Nel 1998 il Dipartimento della Giustizia dell'Amministrazione Clinton mise sotto inchiesta bin Laden anche con queste parole: "Al Qaida ha raggiunto un accordo con l'Iraq per non lavorare contro quel governo, mentre su progetti particolari, che specificatamente includono lo sviluppo di armi, al Qaida lavorerà in modo cooperativo con il governo dell'Iraq".
Saddam e Osama, insomma, condividevano lo stesso, identico, progetto politico: conquistare il mondo arabo musulmano, colpire gli americani, distruggere Israele. E, infatti, una buona parte dei guerriglieri di al Qaida, cacciati dal'Afghanistan talebano, si è rifugiata oltre che in Pakistan e in Iran in un'enclave del Kurdistan iracheno sostenuta da Saddam. Il capo di quel gruppo, Ansar al Islam, cioè il giordano Abu al Zarqawi, è l'attuale leader della guerriglia islamista in Iraq e ci sono ampi sospetti che le sue ferite sul campo afghano siano state curate a Baghdad. Nella capitale irachena risiedeva anche il terrorista dell'Achille Lauro, Abu Nidal. Saddam finanziava con 25 mila dollari le famiglie di assassini-kamikaze di Hamas.
Del resto, spiega Hayes nel suo libro, che non sia affatto un mito il collegametto tra al Qaida e Saddam lo testimoniano centinaia di inchieste pubblicate dai grandi giornali liberal negli anni Novanta. Esempi: Newsweek, 11 gennaio 1999, titolo "Saddam + Bin Laden?": "Saddam Hussein, che ha lunghi precedenti di sostegno al terrorismo, sta cercando di ricostruire la sua rete estera di intelligence che gli consentirà di stabilire un network terroristico. Fonti americane dicono che sta cercando di estendersi ai terroristi islamici, inclusi alcuni che potrebbero essere legati a Osama". Washington Post, febbraio 1999: "Il presidente iracheno ha offerto asilo a bin Laden, che sostiene apertamente l'Iraq contro le potenze occidentali". Quando, nell'agosto del 1998, l'Amministrazione Clinton bombardò i campi di addestramento di Osama in Afghanistan e la fabbrica chimica in Sudan, il Dipartimento di Stato, nelle persone del sottosegretario Thomas Pickering e di altri sei funzionari, disse che i servizi monitoravano quella fabbrica di medicine sospettata di sviluppare armi chimiche per Osama "da almeno due anni" e che, tra le altre cose, quella fabbrica provava "in modo abbastanza chiaro i contatti tra Sudan e Iraq". Richard Clarke, l'ex capo dell'antiterrorismo che oggi dopo essere stato messo da parte da George Bush dice che non c'è mai stato un collegamento tra Saddam e Osama, allora fu il suggeritore del bombardamento della fabbrica e al Washington Post disse di essere "sicuro" che l'Iraq stesse dietro la produzione delle armi chimiche, che peraltro non si trovarono, nella fabbrica sudanese di Osama.
Gli esempi sono infiniti. Alla Commissione parlamentare che indaga sull'11 settembre ha destato grande scandalo scoprire che un rapporto sul terrorismo datato 1999 avesse previsto l'11 settembre, cioè che al Qaida avrebbe potuto attaccare Washington con aerei guidati da kamikaze da far schiantare sul Pentagono e sulla Casa Bianca. Com'è possibile, ci si è chiesto, che due diverse Amministrazioni non si aspettassero quello che i rapporti di intelligence immaginavano già ? Eppure, nella stessa pagina 7 del rapporto, si legge: "Se Saddam Hussein decidesse di colpire con un attacco terroristico il territorio degli Stati Uniti si rivolgerebbe alla al Qaida di bin Laden". Tra l'altro al primo attentato alle Torri Gemelle, nel 1993, partecipò un iracheno, Abdul Rahman Yasin, il quale sfuggì alla giustizia americana, che lo condannò, e si rifugiò a Baghdad. Saddam, ovviamente, rifiutò l'estradizione.
A Baghdad, dopo la guerra, è stato trovato un documento che prova un incontro della primavera del 1992, in Siria, tra Osama e uomini dei servizi iracheni. In un altro dossier si parla di un incontro tra Osama, i servizi iracheni e rappresentanti dei talebani. Prima della guerra si è parlato molto di un incontro a Praga, nell'aprile del 2001, tra uno dei capi dei Servizi di Saddam e un non identificato "studente arabo di Amburgo". Le prove che fosse Mohammed Atta non ci sono, ma gli indizi sembrano andare in questa direzione, specie per i due documentati viaggi precedenti di Atta a Praga e per la sua sparizione dagli Stati Uniti, preceduta da un prelievo di 8 mila dollari in banca, proprio nei giorni del presunto incontro praghese. Ma queste sono solo supposizioni, per quanto rilanciate lunedì da Andrew McCharty, il procuratore che nel 1995 guidò l'inchiesta contro Sheik Omar, l'assassino del giornalista americano Daniel Pearl.
La grande scoperta di Hayes, confermata da una recente inchiesta del Wall Street Journal, è la seguente: in una lista di funzionari iracheni e in tre diversi documenti dei Fedayn di Saddam, scovati nei ministeri della Baghdad liberata, è comparso il nome di Ahmed Hikmat Shakir. Un iracheno con quello stesso nome era presente al meeting che si è tenuto tra il 5 e l'8 gennaio 2000 a Kuala Lumpur, in Malesia, nel quale si decise l'azione terroristica contro l'America di quasi due anni dopo. A quella riunione parteciparono anche tre dei membri del commando che si schiantò sul Pentagono. Shakir fu arrestato sei giorni dopo l'11 settembre a Doha, in Qatar. Interrogato dai servizi giordani e dalla Cia, non collaborò, ma i giordani si convinsero che, se lo avessero rilasciato, Shakir sarebbe diventato un loro informatore. La Cia acconsentì. Il 21 ottobre, via Amman, Shakir è partito per Baghdad e da allora non si hanno più sue notizie.
Certo i due Shakir potrebbero essere due persone diverse, nonostante lo stesso nome e lo stesso cognome. Ma resta da capire una cosa: il team che in Iraq cerca le armi di sterminio ha trovato mucchi di documenti, fotografie, dossier e trascrizioni che potrebbero dimostrare i rapporti pre 11 settembre tra l'Iraq e al Qaida. Eppure, tra chi invoca la declassificazione di ogni possibile pezzo di carta che possa inchiodare Bush, non se ne trova uno che chieda con eguale zelo di togliere il segreto a quei documenti che potrebbero collegare Saddam a Osama.
Christian Rocca
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:18:19
Wolfowitz e Pollack i due profeti che per anni hanno studiato il conflitto "per la democrazia"
GIANNI RIOTTA
NEW YORK - La seconda guerra americana a Saddam Hussein comincia già ai tempi del presidente Bill Clinton. Si affrontavano allora tre diverse posizioni. La prima, retta dallo stesso Clinton, vedeva le priorità strategiche nella riforma della Russia e dell'Europa centrale, nell'apertura della Nato e nel confronto con India e Cina. L'Iraq era roba del passato. La seconda posizione era rappresentata da Al Gore, il vicepresidente che è arrivato a un pugno di voti dalla Casa Bianca, nelle elezioni del 2000. Sostenuto da Madeleine Albright, segretario di Stato, Gore credeva che Saddam Hussein restasse un pericolo, che la guerra di Bush padre fosse fallita e che occorresse rimuovere il tiranno da Bagdad con la forza. Tra i due gruppi mediavano gli specialisti, che volevano un colpo di Stato, coordinato con l'opposizione in esilio.
Quando ci si chiede, "perché l'Amministrazione repubblicana di George W. Bush ha deciso di bombardare adesso il raìs?", occorre partire da quei dibattiti, come ce li racconta Kenneth Pollack, autore del più bel libro sulla guerra a venire The threatening storm , tempesta minacciosa (fra tanta sbobba che si agglutina nelle librerie italiane, nessun editore ha il fegato di tradurre questo formidabile testo?). Pollack, analista per la Cia, avvisò Bush padre che l'Iraq avrebbe invaso il Kuwait.
Non gli credettero. Per anni, come membro del Consiglio per la Sicurezza nazionale di Clinton, spiegò che contro Saddam non servivano né blandizie, né minacce e che il tiranno sopravviveva alle sanzioni e negoziava lucrosi contratti per petrolio e armi con Russia, Cina e Francia, mentre contrabbandava tre miliardi di dollari in greggio con Siria, Turchia, Giordania e Iran. Nessuno ascoltò Cassandra Pollack.
La proposta di invadere l'Iraq ritorna poche ore dopo l'attacco suicida contro New York e Washington, 11 settembre 2001. Il ministro della Difesa Donald Rumsfeld chiede piani di guerra contro Bagdad (lo confermano Bob Woodward sul Washington Post e Chalmers Johnson sul Los Angeles Times ). Non tutti sono persuasi. Il segretario di Stato Colin Powell insiste: "L'opinione pubblica non ci seguirà ", la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice cita un suo saggio del febbraio 2000, sulla rivista Foreign Affairs : "La prima linea di difesa contro Saddam, anche se acquisisse armi di sterminio di massa, deve essere la deterrenza". George W. Bush decide che "la gente va preparata" e si concentra sul raid contro il regime dei talebani.
Alla situazione di oggi, ispettori a Bagdad, 200.000 soldati Usa sul piede di guerra, Onu mobilitata ed europei divisi, si arriva leggendo quei saggi intellettuali, a tratti fumosi, articoli con le note a piè di pagina che possono portare il mondo sull'orlo di un conflitto. Rumsfeld aveva già scritto una lettera al presidente Clinton, il 28 gennaio del 1998, chiedendogli "di eliminare Saddam Hussein e il suo regime". Clinton fece orecchie da mercante e Rumsfeld invitò Dick Cheney, oggi vicepresidente, a firmare con lui un appello ai leader repubblicani del Congresso. La data è 29 maggio 1998, il testo chiaro: "Occorre cacciare Saddam, stabilire e mantenere una possente presenza militare americana nella regione, pronti a usare la forza per difendere i nostri interessi nel Golfo Persico". Oltre a Rumsfeld e Cheney firmano Bill Kristol, direttore del foglio conservatore Weekly Standard , Elliott Abrams, vecchio falco reaganiano, Paul Wolfowitz, oggi vice di Rumsfeld al Pentagono, John Bolton, oggi sottosegretario alla Difesa, Richard Perle, stratega di Bush al Defense Science Board , Richard Armitage, oggi vice di Colin Powell al Dipartimento di Stato e Zalmay Khalilzad, oggi diplomatico in Afghanistan. Il gruppo si battezza Progetto per un Nuovo Secolo Americano.
L'attacco di Al Qaeda vede gli uomini del Progetto non più sparsi per i centri studio della capitale, ma saldi ai posti di comando dell'America. Il progetto di invadere l'Iraq esce dai cassetti delle loro scrivanie e converte, a malincuore, la Rice. Il manifesto del Progetto per un Nuovo Secolo viene da uno scoop del New York Times , che l'8 marzo del 1992 pubblica un documento segreto redatto da Paul Wolfowitz. La tesi è lineare: l'America deve restare unica superpotenza, Russia e Cina sono minacce e non partner, "occorre mantenere una macchina militare così potente da evitare rivalità locali o globali", impedendo all'Europa una sua potenza militare e diplomatica, suturando con la forza il proliferare di armi nucleari, chimiche o biologiche in Iraq e Corea del Nord.
L'ascesa alla Casa Bianca di Clinton rimette in archivio le tesi di Cheney, Rumsfeld e dell'iperattivo Wolfowitz (per rilassarsi scende lungo le rapide con un suo kayak, perfezionando "la rotazione all'eschimese"). La vittoria di Bush nel 2000 rilancia il Progetto. Sale così la stella di Douglas Feith, il diplomatico che aveva provato a persuadere in Israele il primo ministro Beniamin Netaniahu a rompere con il trattato di Oslo. Al Pentagono arriva J.D. Crouch, che nel 1995 aveva proposto di bombardare gli impianti nucleari e militari in Corea del Nord. E al Dipartimento di Stato, dove già opera Armitage, Cheney raccomanda John Bolton, intellettuale persuaso che "le Nazioni Unite non contano... la comunità internazionale deve essere diretta dal solo potere che esista al mondo, gli Stati Uniti, secondo i nostri interessi a cui gli altri possono allinearsi".
L'unilateralismo, l'insofferenza per l'Europa, la diffidenza per Russia e Cina, la voglia di attaccare da soli, non sono dunque una sorpresa per chi ha la pazienza di studiare il codice genetico dell'Amministrazione. Stephen Cambone, il vice di Wolfowitz al Pentagono, considera "Russia e Cina incerte, non sappiamo se saranno amiche, neutrali o nemiche". La filosofia del mondo è mutata.
Ai tempi di Bush padre e Clinton, lo studioso Francis Fukuyama scriveva di "fine della storia", era di trionfo per le tesi liberali. Rumsfeld teme invece "il futuro, l'incerto, l'oscuro, l'inaspettato" in un articolo su Foreign Affairs del 2002, un mondo alla Hobbes, dove il lupo più forte prevarrà . John Lewis Gaddis, storico alla Yale University, contrappone le due tesi in un saggio su Foreign Policy . Obiettivo di Clinton era "Assicurare la sicurezza americana. Spronare la prosperità economica. Promuovere la democrazia e i diritti umani ovunque". Bush propone invece di "Difendere la pace combattendo terroristi e tiranni. Preservare la pace creando buone relazioni con le grandi potenze. Estendere la pace incoraggiando le società libere e aperte in tutti i continenti".
Per Clinton il pianeta era in progresso e la collaborazione internazionale scontata. Bush vede il mondo come un'arena di combattimento, in cui la collaborazione internazionale va sempre negoziata. A Nicholas Lemann del New Yorker Douglas Feith spiega che occorre invadere l'Iraq per togliere l'acqua ai terroristi, in modo che "gli altri Stati decidano che non è il caso, dopo Kabul e Bagdad di ospitare clandestini". E Stephen Cambone annota: Saddam ricatta Siria e Giordania con il petrolio, dando una mano ai palestinesi. Se il rubinetto del petrolio iracheno non sarà più custodito da Saddam Hussein ma da un regime filoamericano, siriani, giordani e palestinesi ascolteranno Washington.
John Bolton ha chiamato a lavorare con sé David Wurmser, autore del volume "L'alleato del tiranno: perché l'America non sa sconfiggere Saddam Hussein". Wurmser faceva parte del team di Feith come spalla del Likud in Israele. Oggi vuole sconfiggere il nazionalismo panarabo di Iraq e Siria. Il domino di Wurmser procede così: caduto Saddam si destabilizzano Siria e Iran, perché crolla il nazionalismo e le minoranze sciite non rispetteranno più l'egemonia di Teheran. Gli Usa godranno di Paesi amici, il nuovo Iraq, la Turchia, la Giordania e Israele e potranno eliminare le minacce terroristiche di Hamas, Jihad islamica e Hezbollah. I palestinesi dovranno eleggere un leader moderato al posto di Yasser Arafat e l'Arabia Saudita, conscia che il petrolio non ricatta più Washington, liquiderà i legami con Al Qaeda.
Vi pare meccanico? Lo è secondo Gaddis: "La verità è che nessuno sa se la strategia di Bush in Iraq funzionerà ... dipende da come saremo accolti a Bagdad, se ci applaudono o se ci sparano addosso, se finisce come a Kabul o come alla Baia dei Porci", quando i mercenari cubani di John Kennedy furono sgominati dalle milizie di Fidel Castro. "In guerra - diceva il Clausewitz - l'unica certezza è l'incertezza", ma i diplomatici del Progetto non hanno incertezze. Non si curano della legittimità morale del loro blitz, sono certi di crearsela quando la Cnn manderà in onda le folle festanti di iracheni. Allora i critici dovranno tacere. Se non ci saranno gli applausi però la loro strategia è a rischio, rischio tragico.
Dalla Dichiarazione di Indipendenza al presidente Wilson, gli Stati Uniti hanno a cuore la legittimità morale della loro politica estera.
Gli uomini del Progetto per un Nuovo Secolo sono persuasi di illustrarla a posteriori. Non attaccano la Corea del Nord perché sanno che può bombardare Seul. Sulla sconfitta di Saddam sperano di innescare un nuovo Medio Oriente. Non si considerano dei cinici e sono fieri della loro visione del mondo. Non credono di far la guerra per il petrolio, ma perché la democrazia americana e non un tiranno, controlli il petrolio e se gli europei non hanno una difesa e una diplomazia comuni peggio per loro. Vogliono "rendere il mondo sicuro per la democrazia". I loro critici, come Anthony Lewis della New York Review of Books , li considerano "utopisti, la razza più pericolosa al mondo". Tra pochi giorni sapremo chi ha ragione.
Fonte: Corriere della Sera 02/2003
Wolfowitz e Pollack i due profeti che per anni hanno studiato il conflitto "per la democrazia"
GIANNI RIOTTA
NEW YORK - La seconda guerra americana a Saddam Hussein comincia già ai tempi del presidente Bill Clinton. Si affrontavano allora tre diverse posizioni. La prima, retta dallo stesso Clinton, vedeva le priorità strategiche nella riforma della Russia e dell'Europa centrale, nell'apertura della Nato e nel confronto con India e Cina. L'Iraq era roba del passato. La seconda posizione era rappresentata da Al Gore, il vicepresidente che è arrivato a un pugno di voti dalla Casa Bianca, nelle elezioni del 2000. Sostenuto da Madeleine Albright, segretario di Stato, Gore credeva che Saddam Hussein restasse un pericolo, che la guerra di Bush padre fosse fallita e che occorresse rimuovere il tiranno da Bagdad con la forza. Tra i due gruppi mediavano gli specialisti, che volevano un colpo di Stato, coordinato con l'opposizione in esilio.
Quando ci si chiede, "perché l'Amministrazione repubblicana di George W. Bush ha deciso di bombardare adesso il raìs?", occorre partire da quei dibattiti, come ce li racconta Kenneth Pollack, autore del più bel libro sulla guerra a venire The threatening storm , tempesta minacciosa (fra tanta sbobba che si agglutina nelle librerie italiane, nessun editore ha il fegato di tradurre questo formidabile testo?). Pollack, analista per la Cia, avvisò Bush padre che l'Iraq avrebbe invaso il Kuwait.
Non gli credettero. Per anni, come membro del Consiglio per la Sicurezza nazionale di Clinton, spiegò che contro Saddam non servivano né blandizie, né minacce e che il tiranno sopravviveva alle sanzioni e negoziava lucrosi contratti per petrolio e armi con Russia, Cina e Francia, mentre contrabbandava tre miliardi di dollari in greggio con Siria, Turchia, Giordania e Iran. Nessuno ascoltò Cassandra Pollack.
La proposta di invadere l'Iraq ritorna poche ore dopo l'attacco suicida contro New York e Washington, 11 settembre 2001. Il ministro della Difesa Donald Rumsfeld chiede piani di guerra contro Bagdad (lo confermano Bob Woodward sul Washington Post e Chalmers Johnson sul Los Angeles Times ). Non tutti sono persuasi. Il segretario di Stato Colin Powell insiste: "L'opinione pubblica non ci seguirà ", la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice cita un suo saggio del febbraio 2000, sulla rivista Foreign Affairs : "La prima linea di difesa contro Saddam, anche se acquisisse armi di sterminio di massa, deve essere la deterrenza". George W. Bush decide che "la gente va preparata" e si concentra sul raid contro il regime dei talebani.
Alla situazione di oggi, ispettori a Bagdad, 200.000 soldati Usa sul piede di guerra, Onu mobilitata ed europei divisi, si arriva leggendo quei saggi intellettuali, a tratti fumosi, articoli con le note a piè di pagina che possono portare il mondo sull'orlo di un conflitto. Rumsfeld aveva già scritto una lettera al presidente Clinton, il 28 gennaio del 1998, chiedendogli "di eliminare Saddam Hussein e il suo regime". Clinton fece orecchie da mercante e Rumsfeld invitò Dick Cheney, oggi vicepresidente, a firmare con lui un appello ai leader repubblicani del Congresso. La data è 29 maggio 1998, il testo chiaro: "Occorre cacciare Saddam, stabilire e mantenere una possente presenza militare americana nella regione, pronti a usare la forza per difendere i nostri interessi nel Golfo Persico". Oltre a Rumsfeld e Cheney firmano Bill Kristol, direttore del foglio conservatore Weekly Standard , Elliott Abrams, vecchio falco reaganiano, Paul Wolfowitz, oggi vice di Rumsfeld al Pentagono, John Bolton, oggi sottosegretario alla Difesa, Richard Perle, stratega di Bush al Defense Science Board , Richard Armitage, oggi vice di Colin Powell al Dipartimento di Stato e Zalmay Khalilzad, oggi diplomatico in Afghanistan. Il gruppo si battezza Progetto per un Nuovo Secolo Americano.
L'attacco di Al Qaeda vede gli uomini del Progetto non più sparsi per i centri studio della capitale, ma saldi ai posti di comando dell'America. Il progetto di invadere l'Iraq esce dai cassetti delle loro scrivanie e converte, a malincuore, la Rice. Il manifesto del Progetto per un Nuovo Secolo viene da uno scoop del New York Times , che l'8 marzo del 1992 pubblica un documento segreto redatto da Paul Wolfowitz. La tesi è lineare: l'America deve restare unica superpotenza, Russia e Cina sono minacce e non partner, "occorre mantenere una macchina militare così potente da evitare rivalità locali o globali", impedendo all'Europa una sua potenza militare e diplomatica, suturando con la forza il proliferare di armi nucleari, chimiche o biologiche in Iraq e Corea del Nord.
L'ascesa alla Casa Bianca di Clinton rimette in archivio le tesi di Cheney, Rumsfeld e dell'iperattivo Wolfowitz (per rilassarsi scende lungo le rapide con un suo kayak, perfezionando "la rotazione all'eschimese"). La vittoria di Bush nel 2000 rilancia il Progetto. Sale così la stella di Douglas Feith, il diplomatico che aveva provato a persuadere in Israele il primo ministro Beniamin Netaniahu a rompere con il trattato di Oslo. Al Pentagono arriva J.D. Crouch, che nel 1995 aveva proposto di bombardare gli impianti nucleari e militari in Corea del Nord. E al Dipartimento di Stato, dove già opera Armitage, Cheney raccomanda John Bolton, intellettuale persuaso che "le Nazioni Unite non contano... la comunità internazionale deve essere diretta dal solo potere che esista al mondo, gli Stati Uniti, secondo i nostri interessi a cui gli altri possono allinearsi".
L'unilateralismo, l'insofferenza per l'Europa, la diffidenza per Russia e Cina, la voglia di attaccare da soli, non sono dunque una sorpresa per chi ha la pazienza di studiare il codice genetico dell'Amministrazione. Stephen Cambone, il vice di Wolfowitz al Pentagono, considera "Russia e Cina incerte, non sappiamo se saranno amiche, neutrali o nemiche". La filosofia del mondo è mutata.
Ai tempi di Bush padre e Clinton, lo studioso Francis Fukuyama scriveva di "fine della storia", era di trionfo per le tesi liberali. Rumsfeld teme invece "il futuro, l'incerto, l'oscuro, l'inaspettato" in un articolo su Foreign Affairs del 2002, un mondo alla Hobbes, dove il lupo più forte prevarrà . John Lewis Gaddis, storico alla Yale University, contrappone le due tesi in un saggio su Foreign Policy . Obiettivo di Clinton era "Assicurare la sicurezza americana. Spronare la prosperità economica. Promuovere la democrazia e i diritti umani ovunque". Bush propone invece di "Difendere la pace combattendo terroristi e tiranni. Preservare la pace creando buone relazioni con le grandi potenze. Estendere la pace incoraggiando le società libere e aperte in tutti i continenti".
Per Clinton il pianeta era in progresso e la collaborazione internazionale scontata. Bush vede il mondo come un'arena di combattimento, in cui la collaborazione internazionale va sempre negoziata. A Nicholas Lemann del New Yorker Douglas Feith spiega che occorre invadere l'Iraq per togliere l'acqua ai terroristi, in modo che "gli altri Stati decidano che non è il caso, dopo Kabul e Bagdad di ospitare clandestini". E Stephen Cambone annota: Saddam ricatta Siria e Giordania con il petrolio, dando una mano ai palestinesi. Se il rubinetto del petrolio iracheno non sarà più custodito da Saddam Hussein ma da un regime filoamericano, siriani, giordani e palestinesi ascolteranno Washington.
John Bolton ha chiamato a lavorare con sé David Wurmser, autore del volume "L'alleato del tiranno: perché l'America non sa sconfiggere Saddam Hussein". Wurmser faceva parte del team di Feith come spalla del Likud in Israele. Oggi vuole sconfiggere il nazionalismo panarabo di Iraq e Siria. Il domino di Wurmser procede così: caduto Saddam si destabilizzano Siria e Iran, perché crolla il nazionalismo e le minoranze sciite non rispetteranno più l'egemonia di Teheran. Gli Usa godranno di Paesi amici, il nuovo Iraq, la Turchia, la Giordania e Israele e potranno eliminare le minacce terroristiche di Hamas, Jihad islamica e Hezbollah. I palestinesi dovranno eleggere un leader moderato al posto di Yasser Arafat e l'Arabia Saudita, conscia che il petrolio non ricatta più Washington, liquiderà i legami con Al Qaeda.
Vi pare meccanico? Lo è secondo Gaddis: "La verità è che nessuno sa se la strategia di Bush in Iraq funzionerà ... dipende da come saremo accolti a Bagdad, se ci applaudono o se ci sparano addosso, se finisce come a Kabul o come alla Baia dei Porci", quando i mercenari cubani di John Kennedy furono sgominati dalle milizie di Fidel Castro. "In guerra - diceva il Clausewitz - l'unica certezza è l'incertezza", ma i diplomatici del Progetto non hanno incertezze. Non si curano della legittimità morale del loro blitz, sono certi di crearsela quando la Cnn manderà in onda le folle festanti di iracheni. Allora i critici dovranno tacere. Se non ci saranno gli applausi però la loro strategia è a rischio, rischio tragico.
Dalla Dichiarazione di Indipendenza al presidente Wilson, gli Stati Uniti hanno a cuore la legittimità morale della loro politica estera.
Gli uomini del Progetto per un Nuovo Secolo sono persuasi di illustrarla a posteriori. Non attaccano la Corea del Nord perché sanno che può bombardare Seul. Sulla sconfitta di Saddam sperano di innescare un nuovo Medio Oriente. Non si considerano dei cinici e sono fieri della loro visione del mondo. Non credono di far la guerra per il petrolio, ma perché la democrazia americana e non un tiranno, controlli il petrolio e se gli europei non hanno una difesa e una diplomazia comuni peggio per loro. Vogliono "rendere il mondo sicuro per la democrazia". I loro critici, come Anthony Lewis della New York Review of Books , li considerano "utopisti, la razza più pericolosa al mondo". Tra pochi giorni sapremo chi ha ragione.
Fonte: Corriere della Sera 02/2003
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:19:20
sceeeeeeeeeeee .... senza offesa ma è na parola a legge sto post
sceeeeeeeeeeee .... senza offesa ma è na parola a legge sto post
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:20:22
finito con i papiri?
finito con i papiri?
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:27:06
E' la base minima di partenza per discorso non-stupido...
E' la base minima di partenza per discorso non-stupido...
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:27:53
E c'è, tra l'altro, la spiegazione del motivo per cui la Francia si è opposta alla guerra in Iraq
E c'è, tra l'altro, la spiegazione del motivo per cui la Francia si è opposta alla guerra in Iraq
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:30:22
Sant'Agostino fu il primo a capire che la comprensione delle masse veniva ancor prima della sostanza di quello che si aveva da dire...
formalmente, questa cosa, è inavvicinabile
Sant'Agostino fu il primo a capire che la comprensione delle masse veniva ancor prima della sostanza di quello che si aveva da dire...
formalmente, questa cosa, è inavvicinabile
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 17:39:20
quote:
Questa affermazione vale anche per le masse tedesche della Germania nazista?
Sant'Agostino fu il primo a capire che la comprensione delle masse veniva ancor prima della sostanza di quello che si aveva da dire
Questa affermazione vale anche per le masse tedesche della Germania nazista?
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 18:04:41
certamente,
e a maggior ragione perchè il dettato tedesco, orrendo e infame nei contenuti, era presentato come il più amorevole dei sonetti stilnovisti...
certamente,
e a maggior ragione perchè il dettato tedesco, orrendo e infame nei contenuti, era presentato come il più amorevole dei sonetti stilnovisti...
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 18:08:21
Be', vero, non era facile distinguere le SS dalle Pie Operaie di Dio...
Be', vero, non era facile distinguere le SS dalle Pie Operaie di Dio...
Messaggio del 14-11-2004 alle ore 18:35:21
bravo, hai centrato il senso...
bravo, hai centrato il senso...
Nuova reply all'argomento:
Perch� parlare di cose che...
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