Cultura & Attualità

Operai
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 23:25:54
molto bello il tuo primo intervento ki.
cmq, brutta storia che si ripete tutti i giorni, ormai routine per cui un giorno ci sei, quello dopo potresti non esserci.
pero' un pensiero sorge spontaneo: se per noi italiani è così difficile indossare pure la cintura di sicurezza mentre guidiamo e non si fa mai a meno del cellulare (sempre alla guida) non mi risulta poi strano che si faccia anche a meno dei caschi, delle scarpe antinfortunistica, degli attacchi alle impalcature ecc.
ovviamente, spesso, molta colpa va a chi, gestendo imprese e servizi, preferisce risparmiare sui costi della sicurezza
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 23:03:47
Beh... sei uno spilorcio!!!!
Prova a mollarli qualche assegno!!!!...
E vedrai come tutto fila liscio!!!!...
Tanto viviamo nella casa della libertà...
Di fatto...
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 21:05:13
nei miei cantieri vengono e rompono pure i cul1
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 21:02:21
Thompson, che dire???
Ti sottoscrivo in pieno!!!!...
Ma certo è che l'ispezioni ASL da noi sono sempre ben annaffiate dagli assegni sottobanco!!!...
E' così che funziona...non ce niente da fare...il nostro Stato è complice e connivente!!!...
Doviamo capire (purtroppo!!!!) che questa è una lotta contro i mulini a vento...
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 20:47:41
SEI SICURO CHE LA TUA BIBLIOTECA SIA A NORMA CON L'ANTINCENDIO?


SE DEGLI STUDENTI O DEGLI INTELLETUALI RIMANGONO BRUCIATI NELLA TUA BIBLIOTECA DI CHI E' LA RESPONSABILITA'
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 13:27:21
ki, le eccezioni ci sono ovunque..
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 12:07:30
Vedi Fuoriconcorso che attribuire le colpe ai sindacati e' - in larga parte -errato.

E' sbagliato perche':

* la maggior parte degli incidenti (il 75%) accade in realta' lavorative medio-piccole. Laddove cioe' la rappresentanza sindacale non esiste.
I 6 morti della Thyessen fanno notizia per almeno due settimane, gli altri 5 morti sul lavoro avvenuti nella giornata ieri sono gia' stati dimenticati nell'indifferenza generale.

* i sindacati hanno molti meno poteri di quanto una certa -e ben definita parte politica- vogliono attribuirgli.
Il potere di un sindacato puo' arrivare ad indire un sciopero piu' o meno articolato. Ammesso che le motivazioni dello sciopero siano giuste e sacrosante, arriva sempre la stampa amica di un losco personaggio a descrivere gli scioperanti come "lavativi", "scansafatiche", gente a cui "non stanno a cuore le sorti del paese".
I sindacati non hanno il potere (economico e decisionale) di migliorare fisicamente i luoghi di lavoro. Questo e' un onere che spetta al datore di lavoro.

* i rappresentanti sindacali vengono eletti ogni tot anni. Se gli operai non sono contenti del loro operato in fabbrica possono sempre votare qualcun altro.
Il fatto rimane che chiunque rappresenti i lavoratori, in Europa, siamo uno dei paesi messi peggio. E la tendenza e' al peggioramento.

* i sindacalisti all'interno di un'azienda, a parte qualche concessione di ore e di addestramento, sono persone con gli occhi puntati addosso, addirittura spiati e minacciati dentro e fuori l'ambiente di lavoro.

* in paesi dove i sindacati hanno un potere limitatissimo o sono addirittura inesistenti gli infortuni e/o i morti sul lavoro sono molti di meno (-40%).

Proviamo a fare cosi:
in seguito ad un incidente si svolga una inchiesta indipendente,
si cerchino le responsabilita' oggettive entro due o tre settimane,
si faccia un processo per direttissima con pene minime di 15 anni in caso di morte, 4 anni in caso di infortunio grave, 2 anni in caso di gravi lacune organizzative.
Scommettiamo che cosi' facendo vedremo meno imprenditori in Ferrari o Porsche o Maserati ma anche meno morti sul lavoro?
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 11:49:51
F.C. "e secondo te questi da chi sono stati per prima traditi ed abbandonati al loro destino......."

Se nel libro-denuncia di Stella e Rizzo, sui loro enormi costi e i mille privilegi a carico dello Stato, i partiti e la politica sono "La casta", i sindacati incassano la copertina su L'Espresso di qualche mese fa venendo additati come «L'altra casta».
Finalmente anche L'Espresso si accorge dello strapotere dei sindacati, in larga misura parassitario delle risorse della comunità, grazie a un'accurata inchiesta di Stefano Livadiotti.
Fatturati miliardari; bilanci segreti; uno sterminato patrimonio immobiliare; organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. «I numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi.
Nell'articolo si elencano i principali meccanismi di finanziamento, i rispettivi gettiti, e la loro origine. Tutti, più o meno, sono derivati da privilegi e da posizioni di monopolio elargite dalla politica con la complicità di Confindustria.

Ci sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti, in media l'1% della paga-base, un po' di meno per i pensionati (intorno ai 30-40 euro all'anno). Non vi sarebbe nulla di male, se non che il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore. Come per le tasse, nel caso dei lavoratori dipendenti ci pensano infatti le aziende, che trattengono direttamente dalle buste paga le quote di iscrizione. I pensionati forse non lo sanno o non se ne ricordano, ma hanno delegato a vita gli enti di previdenza a detrarre dalle loro mensilità la quota e a versarla al sindacato.

Nel '95 i radicali proposero un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore, ma il meccanismo fu "ripescato" nei contratti collettivi, quindi con la collaborazione delle imprese.

Poi ci sono i famigerati Caf, i Centri di assistenza fiscale, che per aiutare i dipendenti a compilare il modello 730 ricevono sia circa 15 euro a pratica dal Ministero del Tesoro, sia una contribuzione "volontaria" del lavoratore di circa 25 euro. Le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono invece pagate non dal Tesoro ma dagli enti previdenziali. Un regime di monopolio che nel 2005 la Corte di Giustizia europea ha condannato perché contrario ai trattati comunitari e che da allora la Commissione europea sta cercando di intaccare, seppure con scarsi risultati.

Così come operano in regime di monopolio i patronati, una rete che si estende persino all'estero. Convenzionati con l'Inps, assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione). I patronati sono «fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute» («con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni», sostiene Giuliano Cazzola). Chi paga? Ancora gli enti previdenziali. Così abbiamo una vaga idea di chi dobbiamo ringraziare per il dissesto delle casse dell'Inps, uno dei più generosi (perché costretto) clienti dei sindacati.

I Caf e i patronati, conclude Mattarella, «costituiscono veicoli di finanziamento pubblico dei sindacati, legittimo ma poco trasparente, e strumenti di proselitismo agevolato: attratti dall'assistenza fiscale gratuita (ma in realtà pagata dallo Stato), ci si iscrive al sindacato».

Ma i sindacati possono usufruire anche di forza lavoro gratuita, «quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione». Pubblica amministrazione che continua generosamente a pagare lo stipendio a quei 3.077 dipendenti che costano al contribuente, Irap e oneri sociali compresi, 116 milioni di euro. E per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell'intera collettività. E' bene inoltre ricordare che i dipendenti dei sindacati non sono sottoposti al regime del reintegro secondo quanto previsto dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Fu anche quella per la sua abolizione una ex battaglia radicale.

Inoltre, ci sono fondi europei di un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale, oltre ai circa 700 milioni dell'ex fondo di rotazione. Circa la metà di questi soldi sono gestiti da 14 enti, dieci dei quali partecipati da Cgil, Cisl e Uil, che non incassano direttamente i finanziamenti, ma decidono le assunzioni e la distribuzione degli incarichi.

L'assenza di bilanci consolidati, infine, «non consente di far luce sull'immenso patrimonio immobiliare» dei sindacati. Molti dei beni immobili appartenevano un tempo alle corporazioni dell'epoca fascista, ma furono graziosamente e gratuitamente assegnati ai sindacati dai partiti della Repubblica.

Nell'ottobre 2002, in concomitanza con lo sciopero generale indetto dalla Cgil, una delle prime iniziative di Daniele Capezzone come segretario di Radicali italiani fu una campagna contro la trattenuta direttamente in busta paga, per informare i cittadini sulle modalità con le quali è possibile decidere la disdetta dell'iscrizione al sindacato. Con tanto di moduli sul sito internet radicali.it e tavoli in tutta Italia. Fu un'occasione anche per denunciare la mancanza di trasparenza dei bilanci delle confederazioni e un giro d'affari stimato, al ribasso, in «3 mila e 500 miliardi di vecchie lire». Iniziativa che causò a Capezzone non poche inimicizie a sinistra e dalla quale purtroppo organi di stampa come Corriere della Sera ed Espresso rimasero piuttosto distanti.

E' per difendere i loro privilegi, e quelli dei pochi che rappresentano, da cui deriva tutto il potere di pressione che sono in grado di esercitare, che i sindacati si oppongono con successo a qualsiasi riforma che vada nell'interesse generale, a vantaggio degli outsider, gli esclusi e i non garantiti, e del merito. «Il potere sindacale è spesso utilizzato a vantaggio di alcuni, poco meritevoli, e a danno di tutti», riassume Mattarella.

Sulle pensioni, per esempio, tutelano gli interessi immediati di una parte numericamente minoritaria di lavoratori, quelli più prossimi alla soglia del pensionamento, a scapito sia dei lavoratori futuri, che rischiano di non avere pensioni, sia della possibilità di introdurre un sistema di ammortizzatori universali che attenui i costi sociali della flessibilità. Difendendo il posto di lavoro dei nullafacenti e la rigidità del mercato del lavoro sono proprio i sindacati i primi ad alimentare il lavoro sommerso e precario, costringendo nei call-center i neolaureati che non trovano posto in aziende e università dove il merito non conta nulla. Firmando il Memorandum sul pubblico impiego e la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, che riguarda i servizi resi ai cittadini, è stato permesso loro di disporre di materie che non dovrebbero essere negoziabili, come l'affidamento e la rotazione delle funzioni dirigenziali.

F.C. sei in torto.... i sindacati non tradisco.....e non abbandonano!!!!
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 11:33:03

La cinesizzazione del lavoro in italia e la cinesizzazione della classe operaia



Ti quoto, eccome!

Per il resto, specialmente per quanto riguarda il sindacato, è trito e ritritato.
Dapprima , la destra, ha, intenzionalmente e irrazionalmente, voluto indebolire la classe operaia e poi, con, la faccia facciosa che si ritrova si permette di attaccare gli ultimi che ancora stanno con essa!

Hai mai lavorato in fabbrica?
Ti saresti accorto che il sindacato sta dalla parte giusta!


Messaggio del 19-12-2007 alle ore 11:22:51

Non sono tutti così gli imprenditori, non facciamo sempre di tutta l'erba un fascio



Non tutto il frumento è buono per far pane!


Messaggio del 19-12-2007 alle ore 10:11:04
La cinesizzazione del lavoro in italia e la cinesizzazione della classe operaia, è stata creata dalle grandi imprese in accordo con i pezzi di merda dei sindacati che invece di pensare a tutelare gli operai, e fare accordi con le stesse per investimenti e sviluppo,
hanno pensato bene di accordarsi a non pestarsi i piedi.........e spesso si ritrovano, le parti insieme a sciaqquarsi le palle alle maldive.....
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 10:07:56

Io sono un imprenditore. Non rischio di vedere una porta Usb del computer che perde olio e di essere quindi avvolto dalle fiamme senza nemmeno un estintore a disposizione. Non rischio di morire bruciato vivo. Non sono un operaio.


Non sono tutti così gli imprenditori, non facciamo sempre di tutta l'erba un fascio
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 10:05:15
THOMPSON, e questo perchè?????????
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 10:01:51
Ma allora i lavoratori italiani non sono sfatigati?



Messaggio del 19-12-2007 alle ore 09:59:32
Purtroppo Ki, quella che tu descrivi e' solo parte della realta'.
Da professionista del settore ho deciso di andare a svolgere il mio lavoro all'estero perche' in Italia non ci sono le condizioni per avere luoghi di lavoro sicuri e salubri.
Non c'erano 15 anni fa, ne' ci saranno a breve, forse mai.
Gli operai, i dipendenti in genere, sono solo l'ultimo debole anello di una lunga catena. Gente che, pur di lavorare, deve accettare condizioni talvolta ai limiti della schiavitu'.

I motivi principali te li posso sintetizzare in:
* scarso, talvolta inesistente, controllo da parte delle autorita' preposte
* quasi certezza, da parte dei responsabili, di farla franca data la estrema lunghezza dei processi, prescrizioni e depenalizzazioni varie
* scarso obbligo morale da parte del datore di lavoro
* attivita' produttive indirizzate solo al profitto e non agli investimenti
* eccessivo sfruttamento della forza lavoro (sia come produzione che come ore di lavoro)
* addestramento e formazione praticamente inesistenti
* enorme percentuale di lavoratori non in regola con la previdenza (lavoro sommerso e in nero).

La situazione in Italia e' drammatica e, onestamente, non ho visto grosse differenze tra le condizioni di alcune realta' produttive italiane e quelle del sud-est asiatico (vietnam, malesia) o di alcuni paesi africani (nigeria, costa d'avorio).
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 09:46:39
bààà, non penso proprio ...........
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 09:46:37
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 09:44:36
da te!



Messaggio del 19-12-2007 alle ore 09:33:14
e secondo te questi da chi sono stati per prima traditi ed abbandonati al loro destino.......
Messaggio del 19-12-2007 alle ore 09:16:35
Io sono un imprenditore. Non rischio di vedere una porta Usb del computer che perde olio e di essere quindi avvolto dalle fiamme senza nemmeno un estintore a disposizione. Non rischio di morire bruciato vivo. Non sono un operaio. Sono un bibliotecario. Non farò la fine di Bruno, Roberto, Antonio, Angelo, i torinesi ultime vittime di un stillicidio quotidiano riservato agli operai.

Potrei continuare e dire: io sono un avvocato, io sono un notaio, io sono un manager, io sono un fruttivendolo, io sono un teleconduttore, io sono un parlamentare. È assai raro che qualcuno di tali stimati soggetti sociali entri nel proprio luogo di lavoro e ne esca racchiuso in una cassa funebre. Non sono operai.

L'Italia li scopre in televisione. Gad Lerner torna a visitarli. Eran giovani, i morti. Sono giovani quelli che ne parlano. Giovani moderni, persino con gli orecchini, come si usa ora. Lo stupore si diffonde. Non avevamo scritto che più nessun ragazzo italiano voleva fare l'operaio? Ma poi scopriamo un altra verità: sono quasi tutti figli di operai, non figli di teleconduttori, notai, manager.

Ma non erano loro che, come sostenevano grandi teorici, avrebbero dato l'assalto al cielo? Non dovevano dirigere tutto? Non dovevano cambiare il mondo? Ora al massimo, quando ci lasciano le penne, suscitano la tenerezza del capitalismo compassionevole. Nessuno li mette più al centro di un progetto, di un futuro diverso. Al massimo promettono un'aliquota fiscale più bassa. Non sono più classe, son sparpagliati, decentrati, scontrattati. Qualcuno li considera persi nella folla dei consumatori. Qualcuno preferisce corteggiare i più simpatici No Global.

Forse anche per questo vediamo i trentenni siderurgici a Torino in ginocchio accanto alle bare dei loro compagni. Forse piangono anche per questo. Per le speranze deluse. Perché non contano più nulla.




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