Cultura & Attualità

Nathan
Messaggio del 29-12-2005 alle ore 16:00:51
.......sul messaggero, Roberto Gervaso cura una rubrica....ecco un suo ultimo articolo...



Caro Signor Gervaso, penso anch'io, come lei, che Walter Veltroni sia un ottimo sindaco, il migliore del dopoguerra. Roma è una città difficile, come tutte le città storiche, e risolvere i suoi problemi, a cominciare da quello del traffico, è un’“impresa quasi disperata”. Anche se amministrare Roma non è mai stato facile, qualcuno, in passato, ci riuscì meglio degli altri. Mi riferisco a un personaggio di cui poco si parla e che non fu solo un grande sindaco, ma anche un autorevole massone: Ernesto Nathan.
Enrico Vecchi - Civitavecchia

Mezzo italiano e mezzo inglese, ma solo perché nato a Londra, il 15 ottobre 1845, Ernesto Nathan era il quinto di dodici fratelli. La madre, Sara Levi, chiamata confidenzialmente Sarina, era di Pesaro, e il padre, Meyer Moses, un ebreo tedesco. Nella capitale inglese Ernesto si era trasferito dopo anni trascorsi a Parigi. Nel 1859 Meyer si congedò dal mondo e Sara si trasferì con una parte dei figli a Firenze; poi, a Milano; quindi, a Lugano.
In tutte queste città aprì le porte del suo salotto al fior fiore dell'intelligencija progressista, specialmente repubblicana, che aveva il suo nume tutelare in Giuseppe Mazzini, intimo della famiglia Nathan e di Sara (qualcuno insinuò che Ernesto fosse figlio naturale del patriota genovese, diventato il compagno della vedova Levi).
Nel 1860 Ernesto s'iscrisse all'università di Pisa, ma interruppe gli studi. In questo periodo avrebbe conosciuto Adriano Lemmi, potentissimo "fratello", e per la prima volta sentito parlare di massoneria. Nel 1867, dopo varie peregrinazioni, impalmò Virginia Mieli, con cui tornò a Londra. Tre anni dopo, nel dicembre, Mazzini lo volle nella Città Eterna, dove diventò amministratore del giornale "Roma del popolo". Il 10 marzo 1872 il padre della "Giovine Italia" si spense a Pisa sotto il falso nome di "Dottor Brown", assistito da Sarina e vegliato da Ernesto, che ne raccolse l'eredità morale e spirituale.
Nel 1887 Nathan, iniziato da Lemmi, entrò nella loggia Propaganda massonica e, nel febbraio del 1888, ottenne la cittadinanza italiana. Poteva finalmente dedicarsi a quell'attività politica ch'era sempre stata la sua passione, da quando Mazzini gliel'aveva fatta conoscere e amare. Divenne membro del consiglio comunale capitolino e di quello provinciale pescarese e lottò per le cause giuste, dalla parte dei ceti meno abbienti e meno protetti.
Fra le tante battaglie civili di cui si fece paladino, una assunse i toni della crociata: quella contro la "doppia morale", in difesa di coloro che, in uno scritto coraggioso, definì le "diobolarie" (donne che si concedevano per due denari), prostitute marchiate d'infamia con tanto di patentino, che la società metteva al bando come meretrici, senza chance di riscatto.
La prostituzione di Stato, vergogna delle vergogne, creava scandali paradossali: vergini che finivano nelle case di tolleranza, spinte dal bisogno e dalla disperazione. Perché - suggerì provocatoriamente Nathan - lo Stato non apre case di piacere per donne, con uomini "tenuti a tariffa come tori"? Se certi istinti, certi impulsi sono comuni a entrambi i sessi, perché discriminare, favorendo i maschi a scapito delle femmine?
La militanza massonica profondamente sentita e mai tradita fece di Ernesto un campione dei diritti civili, un modello di probità e d'impegno sociale. E quando, dopo le dimissioni di Lemmi, i "fratelli" furono chiamati a dargli un successore, la scelta cadde su di lui. Il 1° giugno 1896 fu elevato alla Suprema Maestranza. Un'elezione che testimoniava la stima dei "figli della Luce" per il figlioccio di Mazzini.
Nathan restituì al Grande Oriente il prestigio perduto durante il discusso regno di Lemmi, ne rinnovò l'immagine e tenne a bada i cattolici. Nel novembre 1903 si dimise per motivi di salute e il maglietto passò nelle mani di Ettore Ferrari, repubblicano di antica fede.
Nathan amministrò Roma dal 1907 al 1913 con onestà ed efficienza. All'insegna dello slogan "Più scuole e meno chiese", moltiplicò i numeri degli edifici scolastici e dei giardini d'infanzia, municipalizzò con un referendum le linee tranviarie, attivò un impianto idroelettrico, costruì case popolari, tassò le aree fabbricabili, varò un piano regolatore che fece infuriare i grandi proprietari terrieri e immobiliari, che gli dichiararono guerra. Ebbe la peggio e, dopo sette anni di buon governo - un governo che la città non avrebbe più avuto - dovette dimettersi.
Nel 1917 i "fratelli" lo rivollero al vertice della massoneria, in segno di riconoscenza per quanto aveva fatto come sindaco, ma anche perché memori della sua precedente Maestranza. Stavolta Ernesto tenne il maglietto solo per due anni, anche perché ne aveva settantaquattro ed era stanco. Dedicò il resto dei suoi giorni alla cura delle opere di Mazzini. Quando, il 9 aprile 1921, morì, il cavalier Benito non aveva ancora portato "l'Italia di Vittorio Veneto" al "re sciaboletta". La massoneria non era ancora fuorilegge, ma la sua sorte era segnata. Ernesto non ebbe la sventura di assistervi.


Grande Ernesto Nathan

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