Cultura & Attualità

Mali Culturali!
Messaggio del 09-02-2006 alle ore 16:44:50
Un articolo sulla stampa Usa punta il dito contro il degrado
dello storico sito romano. Vi sono sepolti i poeti Keats e Shelley
Il Nyt: "Rischia di scomparire il cimitero dei poeti a Roma"
All'ombra delle Mura Aureliane il camposanto degli acattolici
di ROSARIA AMATO


Un'immagine del cimitero romano degli Acattolici, ripresa dal New York Times
ROMA - Non ci sono solo stranieri, ci sono sepolti anche Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda, Dario Bellezza, ma il cimitero acattolico di Roma è caro particolarmente ai Paesi anglosassoni. Ed ecco probabilmente perché a denunciare lo stato di degrado del monumento all'ombra delle Mura Aureliane sono stamane il New York Times e l'International Herald Tribune.

L'articolo è il medesimo, firmato da Elisabeth Rosenthal. Il titolo cambia: "Il cimitero dei poeti è in crisi" sul New York Times, "Un piccolo paradiso che scivola via" sull'Herald Tribune.

Al cimitero degli acattolici di Roma, ricorda Rosenthal, sono sepolti, tra i tanti, i poeti Shelley e Keats, la famiglia Bulgari, l'unico figlio di Goethe, il padre fondatore del comunismo europeo Antonio Gramsci, decine di diplomatici. Potrebbe essere il Père Lachaise (il cimitero parigino degli artisti) di Roma, ma soffre per una cronica mancanza dei fondi necessari al suo mantenimento ottimale.

"Oggi questa preziosa parte di paradiso - si legge nell'articolo - è in decadenza e in crisi finanziaria, tanto da essere stato recentemente aggiunto alla 'World monument fund's 2006 watch list' che comprende i cento siti più a rischio estinzione della terra. Parte dei problemi del cimitero, fondato nel 1734, derivano dal fatto che è da sempre stato considerato come un qualcosa di estraneo in una città cattolica come Roma, dove il Vaticano per tradizione ha sempre pagato i più costosi lavori pubblici. Oggi però neanche il governo italiano lo ritiene degno di un aiuto finanziario. Per questo il sito è gestito da una commissione volontaria di ambasciatori stranieri a Roma. Ma anche questa struttura creata appositamente non ha le risorse finanaziarie necessarie al suo mantenimento".

Tuttavia sul sito del cimitero si mostrano le immagini di un recente restauro, avvenuto nel 2000, e che ha avuto per oggetto sia alcune tombe di particolare importanza che alcuni reperti di epoca romana.

"Ci si potrebbe innamorare della morte, pensando di poter essere sepolti in un luogo così dolce", scriveva Shelley. Forse anche adesso che il cimitero sta morendo a poco a poco, con la vegetazione selvatica che cresce indisturbata. "Sembra bello e romantico, ma le lapidi stanno cadendo a pezzi", denuncia Valerie Magar, una specialista nella conservazione dei beni culturali del Centro per lo Studio e la Conservazione e il Restauro dei beni Culturali dell'Onu.

"Questo è un sito che richiede molte cure - spiega ancora l'esperta - ma il loro costo va oltre il budget del cimitero". Anche perchè, rimprovera l'autrice dell'articolo, non ci sono contributi da parte italiana. I visitatori sono invitati all'ingresso a dare un contributo, ma evidentemente neanche questo è sufficiente. E così quello che lo scrittore Oscar Wilde definì "il luogo più sacro di Roma", rischia di precipitare nel degrado.

Messaggio del 07-02-2006 alle ore 17:12:47
PIU' "ROVINE" PER TUTTI.... Grazie silvio
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Editato da Daz il 07/02/2006 alle 17:13:11
Messaggio del 07-02-2006 alle ore 17:10:52
E INTANTO...

ITALIA NOSTRA: Si ribellano 60 sezioni «Congresso subito questa gestione è antidemocratica»
Copyright ©2006 La Stampa, 05/01/2006






Nasce, con dolore, la nuova Italia Nostra, ma rinasce: così dicono gli «autoconvocati» di sessanta sezioni in tutta Italia, che accusano il nuovo presidente, Carlo Ripa di Meana e la sua «maggioranza», di «gestione antidemocratica» e di aver messo in vendita la sede storica (villa Astaldi ai Parioli). E sarebbe un bene, il rilancio, visto che è la prima associazione ambientalista sorta in Italia cinquant’anni fa, grazie - tra gli altri - allo scrittore Giorgio Bassani, e può vantare come punti di forza, oltre che un’«expertise» unica sui beni culturali (decine di avvocati, urbanisti, architetti, soprintendenti), un grande lavoro «di base» sul territorio, fuori dei giochi di potere e in difesa dei cittadini. «Il nuovo presidente non è un martire», dice Evaristo Petrocchi, presidente del direttivo regionale dell’Umbria, tra i coordinatori - con Mariarita Signorini (Toscana) e Teresa Liguori (Calabria) - degli autoconvocati. «Per piacere non parliamo di lotta di fazioni ma di rinnovamento, lo vogliono centinaia di soci in tutta Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, sono la parte giovane di Italia Nostra, quella ancora con tanta passione civile e capacità di indignarsi». La protesta, concretizzatasi a dicembre in un incontro a Firenze e nella richiesta di un congresso straordinario (sono state raccolte le firme), è sintetizzata da una delle fondatrici, Desideria Pasolini dall’Onda, presidente negli ultimi otto anni, cioè fino al giugno scorso, quando è arrivato Ripa di Meana. «Vendere la sede significa rinunciare a lottare - dice - e peggio ancora è il silenzio dell’associazione di fronte alle vicende degli ultimi mesi, dalla legge delega per l’ambiente al degrado del Ministero dei Beni Culturali, da una legge urbanistica suicida alla Finanziaria. E’ stata zitta o ha parlato a giochi fatti. In sei mesi di gestione immobilista il debito è salito a oltre un milione di euro». In arrivo, inoltre, c’è una diffida al presidente, perché, dicono le sezioni, cambiare sede non è atto di ordinaria amministrazione, non si sa chi abbia fatto la stima dell’immobile (12 milioni di euro) e l’8 per mille stava per fornire soldi freschi, 340 mila euro. Carlo Ripa di Meana respinge le accuse: «La sede storica era quella di corso Rinascimento, villa Astaldi è arrivata solo nell’83. Comunque i 340 mila euro sono stati chiesti per il restauro, la sede è in degrado; se arriveranno sono vincolati. Ma non abbiamo le risorse per gestire una villa così grande. Inoltre, quando sono arrivato ho trovato un buco di un milione e 50 mila euro: la contabilità è a disposizione di tutti». Per il presidente la richiesta di un congresso straordinario «è ridicola, a pochi mesi da quello ordinario di aprile. E poi non sono nemmeno arrivate le firme». Insomma, muro contro muro, guerra delle cifre, accuse e contro accuse di settarismo. Possibilità di accordo per il bene dell’associazione? «L’ho cercato fin dal primo giorno - dice Ripa di Meana - la mia buona volontà non è servita di fronte a certi paradossi e scorrettezze amministrative». «Eravamo disposti a lavorare insieme - ribatte Desideria Pasolini - quando ho proposto una presidente super partes come Salvatore Settis sono stata immediatamente sfiduciata». L’aria da ultima spiaggia, di smobilitazione (la rivista non esce da mesi, gli interventi pubblici dell’associazione sono diventati piuttosto rari) avvilisce prima di tutto il nostro Paese, super potenza mondiale dei beni culturali, se solo volessimo. Un tempo c’erano i Cederna, c’erano i Fazio, i Bassani. Italia Nostra vacilla. Chi difenderà il nostro disgraziato Bel Paese?


Messaggio del 07-02-2006 alle ore 17:08:15

Se la Costituzione non è un ferrovecchio...


la costituzione è morta e sepolta...
Messaggio del 07-02-2006 alle ore 17:03:41
Tra le rovine dei Beni culturali i Beni culturali in rovina
Salvatore Settis
10-GEN-2006 La Repubblica


Lottizzazione, carenze di fondi e di personale: la deriva di musei e Sovrintendenze

PROSEGUE senza soste (senza rimedio?) la penosa deriva del ministero dei Beni culturali.

Il "valzer delle poltrone" denunciato con nomi, cognomi e indirizzi da Antonello Cherchi sul Sole-24 ore del 6 gennaio non è un episodio isolato, per quanto rivelatori possano essere i suoi aspetti più grotteschi, come il decreto-legge pubblicato per errore sul sito del ministero (poi velocemente ritirato) , con notazioni a mano che mettono a nudo personalismi assai discutibili.

MA NON si tratta solo di fatti di costume, pur deplorevoli, bensì del profondo malessere di tutta l'amministrazione pubblica della tutela. E' infarti significativo che le lotte di potere, le spartizioni, i favoritismi clientelari abbiano a oggetto le poltrone ministeriali, accentuando il perverso processo di gigantismo burocratico degli uffici centrali del ministero, mentre la periferia langue.

Basti qui ricordare che le direzioni generali, solo quattro fino a pochi anni fa, si sono raddoppiate con la riforma Melandri e triplicate con quella Urbani, senza contare l'aggiunta dei direttori regionali. Continua intanto l' annoso blocco delle assunzioni, più o meno metà delle Soprintendenze sono coperte per reggenza in mancanza di Soprintendenti di ruolo, e l'età media dei funzionali si aggira sui 55 anni. Viene così stravolto e mortificato il principale vanto della storia italiana della tutela, il suo carattere territoriale. Il ministero diventa un mostro con una testa sempre più grande e un corpo sempre più gracile.

Soprintendenze, archivi e musei fronteggiano compiti accresciuti con fondi cinicamente decurtati a ogni Finanziaria (lo ha ricordato Corrado Augias in queste pagine) e personale sempre più scarso e sempre più vecchio.

In questo contesto, il nuovo Codice dei Beni Culturali o qualsiasi altra norma rischia di diventare rapidamente carta straccia per mancanza di chi ne curi l'applicazione.

Ma finite le Soprintendenze per il graduale pensionamento di tutti e la mancanza di turn over, chi si occuperà della tutela in Italia?

Per i musei almeno, la risposta è pronta, anzi strombazzata a ogni occasione: ci penseranno le fondazioni museali. Peccato che chi le presenta come la soluzione salvifica rimuova in blocco i fatti: la legge Veltroni che prevede le fondazioni museali a cui "conferire" in gestione i patrii musei è del 1998, il regolamento Urbani del 2001; ma ad oggi esiste una sola Fondazione costruita intorno a (o a spese di) un museo statale, quella del Museo Egizio di Torino. Ma esiste veramente?

Sembrerebbe di sì, visto che è stata solennemente inaugurata due volte, da Urbani e poi da Buttiglione, e che può contare sul robusto appoggio di due grandi fondazioni bancarie. Ma fino ad oggi non si è riuscito nemmeno a "conferire" il Museo alla Fondazione, che gestisce la biglietteria mentre a tutto il resto (Museo e personale) pensa lo Stato. Esiste in compenso un Consiglio di amministrazione (dove non siede nemmeno un egittologo), che ha assunto il nuovo direttore del Museo senza consultare il Comitato Scientifico, presieduto e composto da egittologi illustri.
Le Soprintendenze vengono defunzionalizzate (anche con la creazione delle direzioni regionali, ulteriore tramite burocratico fra tutela territoriale e ministero), le fondazioni non riescono a decollare, e intanto si moltiplicano e si radicano le posizioni di potere nei corridoi del ministero.

Se il disegno è di chiudere bottega non c'è che dire, la strategia è perfetta. E' dunque diventato un ferrovecchio anche il glorioso articolo 9, il più originale della nostra Costituzione come ha detto il Presidente Ciampi?

Mentre si avvicinano le elezioni politiche, è giusto ricordare che gli elementi di questa deriva istituzionale, che negli anni del centrodestra ha raggiunto un livello preoccupante, hanno però radici nei governi di centrosinistra. Ad essi risale l'istituzione delle direzioni (allora Soprintendenze) regionali e la prima, più moderata moltiplicazione delle poltrone ministeriali; ad essi l'istituzione delle fondazioni museali, ottima idea per convogliare iniziative e fondi privati se la normativa non fosse stata concepita in modo così sgangherato.

Anche il blocco delle assunzioni, assoluto in questa legislatura, fu solo modestamente intaccato nella precedente.

Di fronte a questa crisi ormai insopportabile del settore, questi precedenti poco esaltanti vanno tenuti a mente.
Finora non è stato rivelato quale sia il progetto della coalizione di centrosinistra su questo fronte delicatissimo e vitale, e speriamo di saperlo presto.

Un'inversione di tendenza è necessaria, ma perché sia efficace occorrerà alla sinistra anche una buona dose di autocritica.

Se la Costituzione non è un ferrovecchio, l'amministrazione pubblica della tutela ha bisogno non solo di più fondi, ma di un'iniezione massiccia di nuovo personale di garantita competenza, di Soprintendenze territoriali autonome e funzionali, di una burocrazia centrale più snella, di un nuovo rapporto con Regioni, enti locali e privati ridisegnato sulla base di un grande patto nazionale per la tutela.

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