Messaggio del 28-05-2005 alle ore 07:34:57
in dichiarazioni UFFICIALI nel corso di una visita di Stato a dire che
quote:
La ricchezza delle famiglie supera di otto volte il Pil annuo, abbiamo una percentuale altissima di telefonini, siamo dei grandi playboy, quindi tutti i nostri ragazzi mandano almeno dieci messaggi al giorno alle loro tante ragazze, abbiamo auto e di case di proprietà".
:schock: e pure
ma vi rendete conto? Secondo sto' rimbambito saremmo un paese ricchi perche' mandiamo i messaggini col telefonino!!!
Quando ero in Camerun e Gabon (note potenze economiche mondiali come tutti saprete), c'erano piu' telefonini che bambini a momenti (tutti rigorosamente con le schede taroccate per mandare messaggini gratis). Ovviamente TUTTI sanno quanto si sta' bene in quei paesi, no?
Inoltre dato che sono dei paesi ricchi, tutti preferivano fare un po' di dieta e mangiare solo una volta al giorno per strada godendosi il loro bel sole e spendere invece i soldi in telefonini (che bello vero?)
Ah un'ultima cosa: in quei paesi (altro sintomo di ricchezza a quanto pare secondo l'imbecille) non erano i ragazzi a fare i play boy, bensi' le ragazze! Sono cosi' ricche e agiate che non pensavano altro che a "divertirsi" con gli europei ovunque: per strada, nei bar, mentre andavo a comprare l'acqua minerale (si perche' sono talmente ricchi che se ne infischiano altamente di non avere l'acqua potabile a casa il piu' delle volte...) al mercato alle 9 di matina vedevo ragazze splendide che amabilmente "intrattenevano" gli americani/europei, e perfino mentre aspettavo l'ascensore per tornare in camera!
Questo OVVIAMENTE perche' loro sono "per definizione" persone solari, col sorriso sulle labbra anche se gli va' tutto male"...
Messaggio del 28-05-2005 alle ore 09:12:52
cmq se non siamo poveri siamo certamente idioti:
quote:
Nel 2003 le famiglie residenti in Italia che vivono in condizione di povertà sono 2 milioni 360 mila, pari al 10,6% delle famiglie residenti, per un totale di 6 milioni 786 mila individui, l’11,8% dell’intera popolazione.
e gli permettiamo ancora di parlare dopo che in 4 anni il potere d'acquisto è precipitato del 50% grazie anche al mancato intervento governativo nel primo anno e mezzo dall'introduzione della moneta unica???
ma io dopo una affermazione del genere avrei fatto 5 settimane di rivolte!!!!
...evidentemente non siamo ancora così poveri (o non ci piace sentircelo dire..)
Quote:Contro l'Economist. La recente copertina del settimanale economico britannico l'Economist, che per dare il senso del declino italiano raffigurava la Penisola sorretta dalle grucce, non solo "non corrisponde al vero", ma è esattamente "il contrario" della realtà che è fatta di "benessere e gioia" per essere nati nel paese "più bello e tra i più ricchi del mondo".
C'è poco da stupirsi, in fondo Berlusconi nn può ke appendersi a questo falso edonismo all'italiana, ke a differenza di quello reaganiano ha ben poca sostanza. La realtà è molto più drammatica non solo di quella descritta dal premier, ma perfino da Montezemolo, il quale di certo non potrà mai attaccare direttamente un sistema di cui è protagonista e ke si è consolidato con gli anni, il grottesco capitalismo al sugo.
Un sistema che andava bene nel periodo del dopoguerra, ma che mostra tutta la sua inconsistenza all'apertura del mercato internazionale. Un capitalismo ke punta tutto sull'apparenza, sui pochi grandi gruppi industriali che agiscono da padrone, sull'assoluta insignificanza dei piccoli investitori, i quali servono solo a consentire alle grandi famiglie di mantenere e rafforzare il potere, di evitare le scalate servendosi delle famose scatole cinesi, senza dover effettuare notevoli investimenti(fondendo tutte le società nelle mani del gruppo IFI, la famiglia Agnelli si ritroverebbe con appena il 6%). Un capitalismo che vede un management che ha la sola funzione di attaccare l’asino dove vuole il padrone, altro che massimizzare il valore azionario e arricchire il portafoglio degli azionisti. Siamo a livello di un paese in via di sviluppo, altrimenti nn si spiegherebbe come mai ci preoccupiamo tanto della concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo ed alto contenuto di manodopera , quando, dopo 50 anni di industrializzazione, avremmo dovuto accumulare tanta di quella tecnologia x passare a prodotti molto più competitivi e molto meno imitabili(come hanno fatto, del resto, gli altri paesi europei). Questo perkè, in tutti questi anni, le aziende hanno agito con grave miopia(ha ragione fini), quando certamente conoscevano una relazione economica fondamentale, cioè ke la crescita del PIL è direttamente proporzionale all'accumulo di tecnologia. Ma anzikè investire in ricerca e sviluppo, hanno incrementato gli investimenti in pubblicità, e in fondo Berlusconi rappresenta, in questo senso, la perfetta chiusura del cerchio.
E' chiaro i ‘90 erano proprio gli anni in cui doveva essere cambiato qualcosa, soprattutto in vista della privatizzazione delle banche, la quale è poi risultata solo 1 grande bufala, dato ke tutte le loro azioni sono state fregate al tesoro e regalate alle fondazioni(grazie Amato), altro che mercato. Per nn parlare della famosa svalutazione della lira, l’unico mezzo di politica economica utile a mandare avanti 1 economia del tutto priva di sostanza, e guarda caso questo lo scontiamo proprio adesso. Il mercato in realtà è utopia in Italia, assomigliamo molto più a 1 paese post-stalinista o latino-americano(Berlusconi deve sapere che anke nei paesi latini si balla, si beve e si nzkka). Lo dimostra il fatto ke in Italia i maggiori quotidiani sono tutti nelle mani di grandi gruppi industriali, quando in tutte le democrazie evolute sono il necessario strumento x garantire trasparenza al mercato dei capitali, proprio nell'interesse dei piccoli investitori. Invece perfino il Sole24ore è nelle mani di Confindustria, la quale è presidiata dal leader del più importante(e potente) gruppo industriale italiano.
Solamente in un paese post-stalinista lo Stato che interviene in economia, anzikè cercare di acquistare, ristrutturare e rivendere al mercato, si preoccupa invece di salvare il culo a Fiat o Alitalia e regalare questo o quel ramo aziendale al potente di turno(come insegnava Prodi), con tanti saluti all'economia di mercato. Oppure si sforza unicamente ad approvare questa o quest’altra legge x salvare Tanzi, Previti o il Premier stesso. Aggiungiamo ancora che il nostro premier, oltre ke essere il leader del gruppo industriale essenziale del nostro sistema, ovvero quello ke fornisce la pubblicità ai restanti gruppi, ha anke il monopolio dell'informazione. Tutto questo, in un vero paese democratico e dove esiste un vero mercato, sembrerebbe solo fantascienza, invece è una realtà del tutto italiana. Fa parte tutto di un quadro delineato già da molti anni. E’ patetico svegliarsi la mattina e mettersi le mani tra i capelli dopo aver letto i dati ISTAT, perkè nn c’era alcuna premessa perkè il PIL potesse crescere. Questa non è economia di mercato, è economia post-stalinista. Ma, a differenza di quanto dice il nostro Premier, i post-comunisti non si chiamano D’Alema, Bertinotti o Fassino, bensì Berlusconi, Ferrero, Benetton, Tronchetti Provera, come lo dimostra Veltroni che da lezioni di liberismo a Tremonti Altro che America, qui è solo utopia. E' ovvio che i conti prima o poi devono essere pagati. E’ toccato finora e Cirio e Parmalat, Alitalia è 1 bomba sempre pronta ad esplodere, ma il ciclo proseguirà miserabilmente. Per ora, accontentiamoci dei politici che continuano, pateticamente, a dare la colpa ai cinesi e all’euro, o addirittura alla mancanza di risorse, che in realtà ci sono ma vengono rubate e nascoste sotto il materasso dai cowboys dello spaghetti-western.
------------ Editato da Skin il 28/05/2005 alle 11:18:56
Messaggio del 28-05-2005 alle ore 11:01:38
Se i dati dell’Istat sulla recessione della economia italiana nel primo trimestre dell’anno daranno un colpo di frusta al Paese e alla sua classe dirigente, ne
saremo tutti felici. Ma nella sorpresa e nell’indignazione di certi commenti vedo parecchia ipocrisia. Nessuno poteva ignorare che l’Italia, fra i maggiori paesi industriali, è quello meno adatto ad affrontare le grandi sfide dell’economia mondiale. Grazie a una micidiale miscela di errori imprenditoriali, ribellismo sindacale, populismo e negligenza politica, fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta abbiamo rinunciato a quasi tutte le attività che trascinano l’economia di una nazione e permettono di conquistare mercati internazionali.
Come dice Leporello nel Don Giovanni di Mozart, «il catalogo è questo». Abbiamo distrutto, per considerazioni demagogiche, un promettente settore nucleare. Abbiamo trascurato l’industria chimica, vale a dire una parte dell’economia nazionale in cui, negli anni precedenti, avevamo conquistato buone posizioni internazionali. Non abbiamo più, dalla fine degli anni Ottanta, una buona industria informatica e abbiamo imprese edilizie che non possono più concorrere, come avevano fatto nel dopoguerra, alla costruzione delle maggiori opere pubbliche nel mondo. Abbiamo ridotto considerevolmente, per miopia industriale o meschine ragioni di bottega politica, l’industria aeronautica e quella degli armamenti. Abbiamo una industria automobilistica che fa lodevoli sforzi per sopravvivere, ma ha rinunciato a gran parte delle ambizioni internazionali, Nel momento in cui tutto il mondo si è messo a viaggiare la nostra maggiore compagnia aerea è in crisi e siamo stati scavalcati, nel settore turistico, dalla Spagna. Nel momento in cui il governo si batteva per assegnare a Parma l’agenzia europea del turismo, abbiamo rinunciato, dopo la crisi di Cirio e Parmalat, a una industria alimentare di scala internazionale. E abbiamo affidato il futuro della nazione a piccole e medie imprese, intelligenti, flessibili, ricche di iniziative e di fantasia, ma particolarmente esposte alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo e ai rischi del plagio.
Dazi e contingenti possono servire a ritardare la loro crisi, ma non certo a risollevare le sorti del Paese in una economia sempre più globalizzata. Le altre maggiori potenze economiche non saranno mai, in queste battaglie di retroguardia, nostri alleati, Francia e Germania hanno settori altrettanto vulnerabili, ma compensano la crisi di alcune industrie con gli straordinari successi di altre ben più redditizie. Se i tessili francesi e tedeschi vengono travolti dallo tsunami delle esportazioni cinesi, i francesi e i tedeschi possono vendere Airbus, montare fabbriche automobilistiche, esportare materiale ferroviario, realizzare grandi opere pubbliche. Questa crisi profonda della economia italiana risale agli anni Ottanta e ha molti padri, ma è andata progressivamente peggiorando in questi ultimi tempi. Quando andò al potere, nel 2001, il governo Berlusconi evocò l’ombra dei grandi uomini di stato liberisti, da Ronald Reagan a Margaret Thatcher, e sembrò deciso a risvegliare gli «spiriti animali» del capitalismo italiano. Mentre la Francia e la Germania, a dispetto delle regole di Bruxelles, non esitavano a promuovere fusioni, favorire acquisizioni e sollecitare la crescita di alcuni grandi «campioni nazionali», il governo italiano, secondo una vecchia raccomandazione liberale, ha «lasciato fare».
Questa decisione sarebbe encomiabile se il governo avesse dato prova di altrettanto liberismo nei settori protetti e anchilosati che sopravvivono. Da una équipe governativa che invocava Thatcher e ricordava con ammirazione l’epica battaglia di Reagan contro gli uomini radar ci saremmo aspettati una più ferma battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, una più coraggiosa riforma del sistema previdenziale, la privatizzazione della Rai, la fine del valore legale del titolo di studio, lo smantellamento delle corporazioni professionali e di mestiere, la liberalizzazione del commercio, qualche efficace ammonimento ai monopoli di fatto, dall’Enel a Telecom.
Ma il governo liberista di Silvio Berlusconi è stato in questi settori timido ed esitante. Forse è stato paralizzato dalle proprie contraddizioni. Forse ha tenuto conto di considerazioni elettorali. Certo non ha fatto molto per assomigliare all’autoritratto liberale e liberista che ama dipingere di se stesso. Con il risultato che l’Italia non è stata in questi anni né carne né pesce: né simile alla Francia dirigista né alla Gran Bretagna liberista. E davvero sorprendente che la crisi colpisca l’economia italiana più delle altre?
Messaggio del 28-05-2005 alle ore 11:04:08
'O paese d''o soleeeeeeeeee!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ogge stó tanto allero
ca, quase quase, mme mettesse a chiagnere
pe' 'sta felicitá...
Ma è overo o nun è overo
ca só turnato a Napule?
Ma è overo ca stó ccá?
'O treno steva ancora 'int''a stazione
quanno aggio 'ntiso 'e primme manduline...
Chist'è 'o paese d''o sole,
chist'è 'o paese d''o mare,
chist'è 'o paese addó tutt''e pparole,
só doce o só amare,
só sempe parole d'ammore!
'Sta casa piccerella,
'sta casarella mia 'ncoppo Pusilleco ,
luntano, chi t''a dá?...
'Sta casa puverella,
tutt'addurosa 'anèpeta,
se putarría pittá:
'A ccá nu ciardeniello sempe 'nfiore
e de rimpetto 'o mare, sulo 'o mare!!!
Chist'è 'o paese d''o sole,
chist'è 'o paese d''o mare,
chist'è 'o paese addó tutt''e pparole,
só doce o só amare,
só sempe parole d'ammore!
Tutto, tutto è destino...
Comme putevo fá furtuna a ll'estero
s'io voglio campá ccá?
Mettite 'nfrisco 'o vino!...
Tanto ne voglio vévere,
ca mm'aggi''a 'mbriacá...
Dint'a sti qquatto mure io stó cuntento:
mamma mme sta vicino e nénna canta:
Chist'è 'o paese d''o sole,
chist'è 'o paese d''o mare,
chist'è 'o paese addó tutt''e pparole,
só doce o só amare,
só sempe parole d'ammore!
La ricchezza delle famiglie supera di otto volte il Pil annuo
questa è l'informazione da cui ripartire.
In parte il presidenti, anzi il "beneamato" presidente ha ragione, in Italia c'è un gigantesco patrimonio praticamente nascosto sotto il letto.
In realtà è sempre stato così, gli imprenditori italiani hanno sempre preferito finanziarsi on capitale di prestito fornito dalle banche che investire il proprio, infatti mentre negli altri paesi è normale avere rapporti di indebitamento pari a 3, cioè 3 lire di debito per ogni lira di capitale proprio investito, mentre in Italia non si viaggia al di sotto ddi rapporti pari a 7
Questo ha un effetto immediato nell'instabilità societaria e sulla sottocapitalizzazione delle aziende, dove fondamentalmente gli imprenditori non rischiano nulla di proprio, infatti loro investono i proventi in investimenti sicuri, non a caso assistiamo al boom del mattone.
Uniamo questo alla quarentennale propensione del capitalismo italiano a conservare se stesso e non a investire, esempio classico sono gli accordi di sindacato made in Mediobanca.
Quante dinastie "bizantine" tipo Agnelli conoscente del capitalismo americano?
Messaggio del 30-05-2005 alle ore 11:08:38
Se un imprenditore ha bisogno di 1 euro a presisto, difficilmente aumenta il capitale. Piuttosto aumenta il debito così, anzikè pagare il dividendo sull'euro preso a prestito, paga l'interesse, ke è fiscalmente deducibile.
Messaggio del 30-05-2005 alle ore 14:23:19
i quattrini ce li hanno, ma col cazzo che lo investono nell'azienda, domandati a cos'è dovuto il boom del mattone degli ultimi 10 anni