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Impara l'Arte...
Messaggio del 23-05-2008 alle ore 15:34:42
.. e mettitela 'nsacoccia!
Lo shopping milionario con i soldi pubblici
Gli ex dirigenti della società che gestisce il porto passeggeri di Livorno compravano quadri, orologi, gioielli. E anche le sedute dal massaggiatore per tutta la famiglia
di Cristiano Meoni
LIVORNO. Si sono pure pagati i massaggi con i soldi pubblici della Porto 2000, la società che gestisce il porto passeggeri di Livorno. Gli ex dirigenti erano clienti fissi di un noto chiroprata, tanto da spenderci in tre anni 46mila euro. Sul lettino dello specialista, a spese della collettività, si sono più volte accomodati l'ex presidente della Porto 2000 Bruno Lenzi, l'ex direttore Bruno Crocchi, i familiari dell'uno e dell'altro e alcuni dipendenti del giro più stretto del presidente. Manipolazioni di ossa e di conti.
Lenzi, l'uomo scelto nel 2003 dal ministro Matteoli per rinfrescare l'aria stantìa del porto - dove ha sempre comandato la sinistra - è stato travolto da una montagna di carte. Carte - secondo la Finanza - false. La Guardia di Finanza ha spulciato nei conti della Porto 2000 e ha trovato 5 milioni di fatture relative a prestazioni inesistenti o estranee all'oggetto sociale, che in parte servivano a mascherare acquisti di carattere personale.
Un bazar di oggetti. Dal pentolone scoperchiato dai finanzieri è fuoriuscito un bazar di cose: coi soldi pubblici della Porto 2000 - partecipata dall'Autorità Portuale e dalla Camera di Commercio - sono stati comprati quadri, vestitini per bambini, abiti per signore, salotti componibili e letti, costosi orologi svizzeri, gioielli, giocattoli, profumi, borse griffate; sono state onorate le rate di finanziamenti personali di Lenzi; pagate mediazioni per l'acquisto di case, tende da sole, pavimenti.
Penale e civile. Bruno Lenzi, 72 anni, figlio di un fornaio, nato nella Livorno più popolare e autentica (Pontino), è indagato dalla Procura della Repubblica per peculato, assieme all'ex direttore della Porto 2000 Bruno Crocchi, al commercialista Luca Garzelli e ad Armando Totini, ex dipendente. Da un anno esatto non è più al vertice della società. Ora ha tutto il tempo per difendersi dalle accuse che gli ha mosso il nuovo amministratore della Porto 2000, Guido Asti, messo agli azionisti a ramazzare i conti. Perché oltre al fascicolo penale, c'è anche una causa civile, nella quale la Porto 2000 promuove azione di responsabilità contro il suo ex presidente, chiedendogli 2 milioni e 700mila euro di risarcimento danni.
La sede come un museo. «Pur vedendo che sono opere piacevoli, i falsi d'autore non mi attirano, non mi interessano. Preferisco un dipinto originale. Nel falso non c'è vena artistica ma solo la grande abilità di colui che copia». Rilette col senno di poi, queste parole di Lenzi, affidate nell'aprile 2003 al taccuino di un cronista, appaiono beffarde. La sua passione per l'arte, con una preferenza per gli autori contemporanei, si è spinta a tal punto che la sede della Porto 2000 è stata trasformata in un museo con vista crociere: un museo non segnalato da nessuna guida turistica.
I quadri del ripostiglio. Non è chiaro quale attinenza avessero le centinaia di quadri, dipinti, litografie, sculture rinvenuti nella sede (di cui 280 rinchiusi e impolverati in un ripostiglio) con la "mission" della Porto 2000, che non è quella di sbalordire gli ospiti ma di far sbarcare i passeggeri dalle navi. La Finanza, che ha controllato i bilanci dal 2003 al 2006, è giunta a una sorprendente conclusione: che «la società si configura come una vera e propria casa d'arte». Qualche numero? I finanzieri hanno inventariato 350 quadri più 14 fra sculture e installazioni d'arte contemporanea. Lenzi lavorava contornato da opere d'arte: quattordici Schifano, sei Mattioli, quattro creazioni di Arman, un Dorazio, due Scanavino, un Turcato, un Reggiani, due Festa, nove Kostabi. E poi 139 dipinti di Mario Madiai, il maggiore pittore livornese vivente. Tutte opere messe sotto sequestro.
Carta igienica? Troppa.Secondo le Fiamme Gialle, ci sono 5 milioni di fatture relative a prestazioni inesistenti o non inerenti all'attività della società, che sono servite a mascherare acquisti di tutt'altro genere. Uno dei fornitori, Giorgio Parlagreco, cui è stata imputata una sovrafatturazione di 600mila euro di rotoli di carta igienica e confezioni di sapone liquido, ha dichiarato ai finanzieri che parte degli importi gonfiati (dal 50 al 70%) pagati dalla società venivano girati sotto banco ai suoi ex amministratori e ha chiamato in causa sei persone. Le indagini bancarie hanno accertato che sono stati incassati da Bruno Lenzi - non per questa, ma per altre forniture - almeno 120mila euro e da Armando Totini 250mila euro.
La "pronta cassa". Uno shopping sfrenato, quello della Porto di Livorno 2000, che abbraccia costosi orologi svizzeri (Patek Philippe, Frank Muller), giacche da uomo, borse per signore da mille euro a botta, vestitini per bimbi, gioielli. Acquisti mascherati dietro pile di fatture false, come accennato sopra, o fatti candidamente attingendo dal «conto anticipi spese», una sorta di pronta cassa nella disponibilità del presidente utilizzata in maniera abnorme. La Finanza ha accertato che, dal 2003 al marzo 2007, sul conto anticipi sono stati movimentati quattro milioni di euro, due in uscita e due in entrata.
Abiti per i nipotini. Serviti a far che? Vediamo un po'. La Finanza ha sequestrato decine di fatture, per complessivi 27mila euro, emesse da un negozio di abbigliamento per bambini. La Porto 2000 vi ha acquistato, fra le altre cose, 4 capi di abbigliamento in pelle da bambino (2600 euro), altri 2 completi (1643), poi 3 non meglio precisati «capi» (1900 euro), 2 piumini (500 euro), vari abiti della collezione primavera-estate 2004 (3650 euro), 15 completi (3500 euro), altri 18 completi (4100), ulteriori completi per regali natalizi (4695 euro). Ed ancora, una collezione di abiti per le hostess (5000 circa). Tutte fatture registrate come «spese di rappresentanza». Sentita dalla Finanza, la commerciante ha ammesso che «in negozio si recavano sia dipendenti della Porto 2000 che Bruno Lenzi, suo figlio e sua nuora».
Borse e occhiali. La società ha fatto shopping anche in due delle principali boutique del centro città (20mila euro in tutto) e ha speso 6mila euro in un negozio di ottica. Mentre c'è più di un sospetto su 350mila euro di spese per arredi "fantasma", di cui trattiamo a parte: gli arredi sono stati effettivamente comprati ma nei locali della società non sono stati trovati. Che abbiano preso altre strade?
«Ma non ho rubato». L'uomo che, quand'era commissario dell'Autorità Portuale, tra il 2003 e il 2005, scriveva a Sandro Bondi («se non vogliamo consegnare il porto di Livorno ai rossi occorre intervenire decisamente e in tempi brevi»), il potente che si permetteva di suggerire al ministro Lunardi il decreto per la propria nomina a presidente, il manager amato a destra e tollerato a sinistra (alla Porto 2000 lo chiamò Nereo Marcucci, diessino), adesso è solo, scaricato da tutti. E a chi lo incrocia, ripete come una litanìa: «Io non ho rubato niente, è tutto un clamoroso abbaglio».
(22 maggio 2008)

.. e mettitela 'nsacoccia!
Lo shopping milionario con i soldi pubblici
Gli ex dirigenti della società che gestisce il porto passeggeri di Livorno compravano quadri, orologi, gioielli. E anche le sedute dal massaggiatore per tutta la famiglia
di Cristiano Meoni
LIVORNO. Si sono pure pagati i massaggi con i soldi pubblici della Porto 2000, la società che gestisce il porto passeggeri di Livorno. Gli ex dirigenti erano clienti fissi di un noto chiroprata, tanto da spenderci in tre anni 46mila euro. Sul lettino dello specialista, a spese della collettività, si sono più volte accomodati l'ex presidente della Porto 2000 Bruno Lenzi, l'ex direttore Bruno Crocchi, i familiari dell'uno e dell'altro e alcuni dipendenti del giro più stretto del presidente. Manipolazioni di ossa e di conti.
Lenzi, l'uomo scelto nel 2003 dal ministro Matteoli per rinfrescare l'aria stantìa del porto - dove ha sempre comandato la sinistra - è stato travolto da una montagna di carte. Carte - secondo la Finanza - false. La Guardia di Finanza ha spulciato nei conti della Porto 2000 e ha trovato 5 milioni di fatture relative a prestazioni inesistenti o estranee all'oggetto sociale, che in parte servivano a mascherare acquisti di carattere personale.
Un bazar di oggetti. Dal pentolone scoperchiato dai finanzieri è fuoriuscito un bazar di cose: coi soldi pubblici della Porto 2000 - partecipata dall'Autorità Portuale e dalla Camera di Commercio - sono stati comprati quadri, vestitini per bambini, abiti per signore, salotti componibili e letti, costosi orologi svizzeri, gioielli, giocattoli, profumi, borse griffate; sono state onorate le rate di finanziamenti personali di Lenzi; pagate mediazioni per l'acquisto di case, tende da sole, pavimenti.
Penale e civile. Bruno Lenzi, 72 anni, figlio di un fornaio, nato nella Livorno più popolare e autentica (Pontino), è indagato dalla Procura della Repubblica per peculato, assieme all'ex direttore della Porto 2000 Bruno Crocchi, al commercialista Luca Garzelli e ad Armando Totini, ex dipendente. Da un anno esatto non è più al vertice della società. Ora ha tutto il tempo per difendersi dalle accuse che gli ha mosso il nuovo amministratore della Porto 2000, Guido Asti, messo agli azionisti a ramazzare i conti. Perché oltre al fascicolo penale, c'è anche una causa civile, nella quale la Porto 2000 promuove azione di responsabilità contro il suo ex presidente, chiedendogli 2 milioni e 700mila euro di risarcimento danni.
La sede come un museo. «Pur vedendo che sono opere piacevoli, i falsi d'autore non mi attirano, non mi interessano. Preferisco un dipinto originale. Nel falso non c'è vena artistica ma solo la grande abilità di colui che copia». Rilette col senno di poi, queste parole di Lenzi, affidate nell'aprile 2003 al taccuino di un cronista, appaiono beffarde. La sua passione per l'arte, con una preferenza per gli autori contemporanei, si è spinta a tal punto che la sede della Porto 2000 è stata trasformata in un museo con vista crociere: un museo non segnalato da nessuna guida turistica.
I quadri del ripostiglio. Non è chiaro quale attinenza avessero le centinaia di quadri, dipinti, litografie, sculture rinvenuti nella sede (di cui 280 rinchiusi e impolverati in un ripostiglio) con la "mission" della Porto 2000, che non è quella di sbalordire gli ospiti ma di far sbarcare i passeggeri dalle navi. La Finanza, che ha controllato i bilanci dal 2003 al 2006, è giunta a una sorprendente conclusione: che «la società si configura come una vera e propria casa d'arte». Qualche numero? I finanzieri hanno inventariato 350 quadri più 14 fra sculture e installazioni d'arte contemporanea. Lenzi lavorava contornato da opere d'arte: quattordici Schifano, sei Mattioli, quattro creazioni di Arman, un Dorazio, due Scanavino, un Turcato, un Reggiani, due Festa, nove Kostabi. E poi 139 dipinti di Mario Madiai, il maggiore pittore livornese vivente. Tutte opere messe sotto sequestro.
Carta igienica? Troppa.Secondo le Fiamme Gialle, ci sono 5 milioni di fatture relative a prestazioni inesistenti o non inerenti all'attività della società, che sono servite a mascherare acquisti di tutt'altro genere. Uno dei fornitori, Giorgio Parlagreco, cui è stata imputata una sovrafatturazione di 600mila euro di rotoli di carta igienica e confezioni di sapone liquido, ha dichiarato ai finanzieri che parte degli importi gonfiati (dal 50 al 70%) pagati dalla società venivano girati sotto banco ai suoi ex amministratori e ha chiamato in causa sei persone. Le indagini bancarie hanno accertato che sono stati incassati da Bruno Lenzi - non per questa, ma per altre forniture - almeno 120mila euro e da Armando Totini 250mila euro.
La "pronta cassa". Uno shopping sfrenato, quello della Porto di Livorno 2000, che abbraccia costosi orologi svizzeri (Patek Philippe, Frank Muller), giacche da uomo, borse per signore da mille euro a botta, vestitini per bimbi, gioielli. Acquisti mascherati dietro pile di fatture false, come accennato sopra, o fatti candidamente attingendo dal «conto anticipi spese», una sorta di pronta cassa nella disponibilità del presidente utilizzata in maniera abnorme. La Finanza ha accertato che, dal 2003 al marzo 2007, sul conto anticipi sono stati movimentati quattro milioni di euro, due in uscita e due in entrata.
Abiti per i nipotini. Serviti a far che? Vediamo un po'. La Finanza ha sequestrato decine di fatture, per complessivi 27mila euro, emesse da un negozio di abbigliamento per bambini. La Porto 2000 vi ha acquistato, fra le altre cose, 4 capi di abbigliamento in pelle da bambino (2600 euro), altri 2 completi (1643), poi 3 non meglio precisati «capi» (1900 euro), 2 piumini (500 euro), vari abiti della collezione primavera-estate 2004 (3650 euro), 15 completi (3500 euro), altri 18 completi (4100), ulteriori completi per regali natalizi (4695 euro). Ed ancora, una collezione di abiti per le hostess (5000 circa). Tutte fatture registrate come «spese di rappresentanza». Sentita dalla Finanza, la commerciante ha ammesso che «in negozio si recavano sia dipendenti della Porto 2000 che Bruno Lenzi, suo figlio e sua nuora».
Borse e occhiali. La società ha fatto shopping anche in due delle principali boutique del centro città (20mila euro in tutto) e ha speso 6mila euro in un negozio di ottica. Mentre c'è più di un sospetto su 350mila euro di spese per arredi "fantasma", di cui trattiamo a parte: gli arredi sono stati effettivamente comprati ma nei locali della società non sono stati trovati. Che abbiano preso altre strade?
«Ma non ho rubato». L'uomo che, quand'era commissario dell'Autorità Portuale, tra il 2003 e il 2005, scriveva a Sandro Bondi («se non vogliamo consegnare il porto di Livorno ai rossi occorre intervenire decisamente e in tempi brevi»), il potente che si permetteva di suggerire al ministro Lunardi il decreto per la propria nomina a presidente, il manager amato a destra e tollerato a sinistra (alla Porto 2000 lo chiamò Nereo Marcucci, diessino), adesso è solo, scaricato da tutti. E a chi lo incrocia, ripete come una litanìa: «Io non ho rubato niente, è tutto un clamoroso abbaglio».
(22 maggio 2008)

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