Cultura & Attualità

Il paese della cultura!!!!
Messaggio del 26-11-2005 alle ore 11:23:36
Dimezzati in dieci anni i fondi per i Beni culturali malgrado i musei siano aumentati del 20%


ROMA Nell’ultimo decennio il numero dei musei statali italiani è aumentato del 20 per cento e si sono prolungati del 28 per cento gli orari in cui si possono visitare. Ma le risorse per il loro funzionamento si sono, invece, più che dimezzate. Aggiornando le cifre all’odierno valore dell’euro, tra il 1996 e il 2005, i fondi per le pure spese di funzionamento sono diminuiti del 57,1 per cento. Una situazione resa più drammatica dai recenti tagli decisi dal governo contestati anche dal ministro Buttiglione.


Messaggio del 01-12-2005 alle ore 12:32:49
Bruce caro,mi ha detto un ragazzo,che é venuto qui questi giorni a trovarmi,una frase in riguardo alla cultura in generale.."la nostra dittatura vuole ceh rimaniamo ignoranti..." e je lu vere
Messaggio del 01-12-2005 alle ore 22:28:00
IL PERSONALE



A LIVELLO NAZIONALE
Sono scoperti 7.921 mila posti su 25.175
(fonte Uil)
In tutt’Italia sono in servizio solo 19 dei 57 informatici previsti; e, inoltre: uno statistico dei due in organico, 1 geologo invece di 6, 1 fisico invece di 5, 3 chimici invece di 12
I custodi dovrebbero essere 8.889, ma in realtà sono 6.689 (il 25 per cento in meno).
Sono scoperti 40 posti da architetto e 100 da archeologo.
Dei 959 archivisti in organico, ve ne sono soltanto 770.
Nelle diverse ”fasce”, gli amministrativi mancanti sono 668.
A LIVELLO LOCALE
In Basilicata, 17 archeologi previsti, 9 in servizio.
In Abruzzo, 13 architetti in organico, ma 33 in servizio; 11 storici dell’arte previsti, ma 45 effettivamente al lavoro.
Su 72 archeologi che spettano alla Campania, ne sono impiegati 46; e manca un sesto dei custodi.
Di 164 archivisti previsti nel Lazio, ve ne sono in tutto 114.
In Liguria, mancano 50 custodi su 190; in Lombardia 187 su 440.
Nel Molise dovrebbero esserci 28 archivisti, ma ve ne sono 67; in compenso, nessuno storico dell’arte dei due previsti.
In Piemonte, lavorano dieci storici dell’arte invece che 20; e di 373 custodi, ne mancano 126 (circa il 35 per cento).
In Puglia, al lavoro 26 archeologi dei 40 in organico, e 10 architetti su 20.
In Sardegna, su 248 custodi ne mancano 78 (il 31,5 per cento); nel Veneto, 106 su 397 (il 26,7 per cento).
Messaggio del 01-12-2005 alle ore 22:31:48
Da noi, giovani in crisi E i francesi rilanciano



«Questi giovani entreranno nell’aula del Senato con una domanda inquietante: cosa sarà di noi?». Riccardo Muti, che dirigerà il 18 dicembre l’Orchestra di giovani “Luigi Cherubini” per il Concerto di Natale in Senato, non ha perso l’occasione di rappresentare al presidente Pera la preoccupazione degli artisti: troppo pesanti i tagli alla Cultura nel nostro Paese; impossibile pensare a un futuro. Proprio mentre la Francia riafferma il proprio impegno incrementando del 5% la voce Cultura nel bilancio 2006. De Villepin, in più, ha annunciato la costruzione di un grande Auditorium: la storica Salle Pleyel di Parigi riaprirà i battenti nel settembre 2006 dopo un’ampia opera di restauro. Infine, il ministro della Cultura, Renaud Donnedieu de Vabres, ha confermato le nuove iniziative: una stazione televisiva europea dedicata alle arti; maggiore presenza della cultura nelle tv di Stato; sostegno pubblico al teatro e alle compagnie indipendenti di prosa e danza; due nuovi Centri nazionali della Danza ad Aix-en-Province e Rilleux-la-Pape.

Messaggio del 01-12-2005 alle ore 22:36:23
IL NOSTRO PATRIMONIO IN CIFRE



* Esistono oltre 3.500 musei, di cui (2004) 420 statali; 186 di loro sono gratuiti.
* Censite finora oltre 4 milioni di opere d’arte.
* Le chiese sono più di 100 mila, e 20 mila i centri storici degni di essere tutelati.
* Nella penisola si contano 45 mila castelli e giardini e 35 mila dimore storiche.
* I siti archeologici sono circa duemila.
* L’anno scorso, nei musei statali, i visitatori sono stati 31.574.642; nel 2003, erano 33.153.931; la diminuzione ha riguardato i musei ad ingresso gratuito, i cui frequentatori, da 10 milioni e mezzo, si sono ridotti a meno di otto milioni.
* Per pagare il biglietto d’ingresso nei soli musei statali, nel 2004 i cittadini ed i turisti hanno speso 90.810.191,84 euro, con un incremento, rispetto al 2003, di quasi cinque milioni di euro.



Messaggio del 01-12-2005 alle ore 22:55:47
Versione lunga!

L’Italia dei tagli/ I musei statali sono aumentati del 20% in dieci anni Ma le risorse sono più che dimezzate

di FABIO ISMAN
QUESTO è un viaggio in un Ministero ridotto al lumicino: quello “degli archi e delle colonne”, cui è demandato di provvedere alla massima ricchezza nazionale, cioè l’azienda “ Leonardo, Michelangelo, Raffaello & Co. ”, non ce la fa più nemmeno a sopravvivere. In quest’ultimi tempi, s’è molto (e giustamente) protestato per i “tagli” al Fus, il Fondo per lo spettacolo, che mettono in crisi la lirica e il cinema; ma assai meno s’è parlato dei beni culturali, che ancor più pesanti “tagli” subiscono ormai da anni. «Avanti di questo passo, e dovrò davvero chiudere qualche museo», ammette il ministro Rocco Buttiglione, aggiungendo che tutto ciò gli sembra «proprio assai miope». Ovviamente, i sindacati usano termini più icastici: «Siamo alla canna del gas», avverte Libero Rossi, storico capofila della Cgil; «la situazione non è più sopportabile», afferma Gian Franco Cerasoli, Uil. Poche cifre bastano a spiegare perché. Prendiamo, ad esempio, il caso dei musei, s’intende quelli statali. Oggi, sono 420, di cui 186 gratuiti; attirano 31 milioni e mezzo di visitatori all’anno, e garantiscono oltre 90 milioni di euro d’introiti. Ma, soprattutto, costituiscono un nostro biglietto da visita, e sono una componente fondamentale dell’educazione collettiva, del nostro essere come siamo: cioè diversi da chi viva in qualsiasi altro Paese. Ebbene, nell’ultimo decennio, il numero dei musei statali italiani è aumentato del 20 per cento; e si sono prolungati del 28 per cento gli orari in cui si possono visitare (accadde con i governi Prodi e D’Alema). Tuttavia, le risorse per il loro funzionamento, e per quello delle soprintendenze, cioè gli uffici cui fanno capo, si sono invece più che dimezzate. Aggiornando le cifre all’odierno valore dell’Euro, tra il 1996 e il 2005, i fondi per le pure spese di funzionamento sono diminuiti esattamente del 57,1 per cento.
Non solo: si sono dimezzati (-55,5 per cento) anche quelli per far fronte ai costi telefonici. E per noleggiare le vetture di servizio (che non sono certo le “auto blu” di rappresentanza; bensì mezzi indispensabili, ad esempio, per compiere i sopralluoghi), le risorse sono il 37,6 per cento in meno; con l’aggravante che se nel 1996 era possibile, per i Ministeri, possedere dei veicoli di proprietà, oggi non più: è vietato, ad esempio, alle soprintendenze. Il “grande crack ” (perché, con parametri di bilancio simili, qualsiasi azienda privata porterebbe i libri in tribunale) è iniziato nel 2002. Gli 85 milioni d’euro/2005 stanziati nel ’96 per far funzionare musei e soprintendenze, nel 2002 erano già diminuiti; ma in misura ancora sopportabile: ammontavano a 71 milioni di euro/2005; oggi, sono invece precipitati a poco più di 36 milioni: in tre anni, dimezzati. «Esistono delle soprintendenze che ormai già da vari mesi hanno dovuto cancellare le missioni dei loro funzionari», spiega Irene Berlingò, l’archeologa che rappresenta la categoria, riunita nella sigla di Assotecnici. Perfino i buoni-benzina ordinari per le auto (queste sì “blu”) del Gabinetto del Ministro, del Ministro, Viceministro e dei Sottosegretari sono finiti da mesi. Il portavoce di Buttiglione gira in motorino. Per sopperire a queste emergenze, al Ministero lo ammettono a mezza bocca perché non sarebbe lecito, s’usano come fondi ordinari, a titolo sperimentale, le risorse destinate invece agli investimenti: ai “progetti speciali”, e così via. Ma, come da proverbio, piove sul bagnato: gli stessi introiti del turno supplementare del Lotto, creato il mercoledì proprio per sopperire alle carenze di risorse per “archi & colonne”, da un po’ di tempo servono pure per altri scopi; quindi il loro gettito, come ogni altra fonte di sostentamento, s’è ridotto; e così pure la quota dell’“8 per mille” del prelievo fiscale destinata al dicastero.
In compenso, si fa per dire, il numero delle soprintendenze è aumentato: la recente riforma del Ministero n’ha aggiunte infatti 17, una per Regione, rette da dirigenti generali; e a Roma, nell’amministrazione centrale, da cinque che erano, i direttori generali sono divenuti 14; complessivamente, il Ministero ora ne possiede ben 40. Mentre s’ingigantiscono i vertici, però, «delle 66 soprintendenze che esistono nel Paese, la vera “ossatura” del Ministero, 27, cioè quasi la metà, risultano vacanti dei rispettivi responsabili», dice Irene Berlingò. Un quadro impietoso, quanto mai allarmante. «Se mancano i fondi per le missioni, si paga a vuoto chi le dovrebbe svolgere», spiega ancora il Ministro. E le ridotte disponibilità, provocano effetti devastanti; un paio d’anni fa, il museo archeologico di Napoli, uno dei più importanti nel nostro Paese, ad agosto aveva esaurito il capitolo di spesa per la pulizia dei servizi igienici, già ridotta da due ad una sola volta al giorno. Ed è appena un caso.
La compressione delle risorse per i beni culturali pone il nostro Paese in controtendenza con gli altri europei, che, invece, le stanno incrementando. Al patrimonio culturale italiano, secondo Federculture, va lo 0,39 del bilancio dello Stato, e i sette decimi sono per spese correnti; la media europea è dello 0,50 ma, pur possedendo patrimoni di ben minore entità, Francia, Germania e Portogallo spendono di più: rispettivamente l’uno, l’1,35 e lo 0,90 per cento. Il raffronto è ancora peggiore se si paragona il bilancio dei Beni culturali al Pil: lo 0,16 per cento in Italia, lo 0,35 in Portogallo, lo 0,9 in Spagna, l’un per cento in Francia, l’1,35 in Germania. Eppure, Michelangelo, Giotto e Leonardo per citare solo tre nomi non erano italiani? Vedremo che cosa ne pensa il Ministro; e vedremo che, anche per quanto riguarda gli organici, i Beni culturali non sono ormai lontani da uno stato quasi preagonico.

IL NOSTRO PATRIMONIO IN CIFRE

· Esistono oltre 3.500 musei, di cui (2004) 420 statali; 186 di loro sono gratuiti.
* Censite finora oltre 4 milioni di opere d’arte.
* Le chiese sono più di 100 mila, e 20 mila i centri storici degni di essere tutelati.
* Nella penisola si contano 45 mila castelli e giardini e 35 mila dimore storiche.
* I siti archeologici sono circa duemila.
* L’anno scorso, nei musei statali, i visitatori sono stati 31.574.642; nel 2003, erano 33.153.931; la diminuzione ha riguardato i musei ad ingresso gratuito, i cui frequentatori, da 10 milioni e mezzo, si sono ridotti a meno di otto milioni.
* Per pagare il biglietto d’ingresso nei soli musei statali, nel 2004 i cittadini ed i turisti hanno speso 90.810.191,84 euro, con un incremento, rispetto al 2003, di quasi cinque milioni di euro.

«Buio pesto sulla cultura»

di FABIO ISMAN
IN DIECI anni, ma soprattutto dal 2002 in qua, i fondi per il funzionamento dei musei statali e delle soprintendenze, cui essi fanno capo, sono diminuiti del 57 per cento; che ne pensa il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione?
«In termini aziendali, è un caso tipico; si spreme una azienda efficiente, per pagare i debiti di altre, che lo sono di meno; fino al punto che l’“azienda buona” collassa, e non è più in grado di funzionare, né di pagare i debiti altrui. Non amo parlare di fatturato; però, un dato sfugge: che quello dei beni culturali non è formato dagli introiti dei musei, e nemmeno da quelli, pur ingenti, del turismo culturale, che è in crescita continua. Anzi, se il turismo “tiene” in Italia, e non “tiene” poi troppo, il merito è proprio del turismo culturale. Il vero fatturato del nostro patrimonio è l’emozione estetica: cioè quell’esperienza che dilata i confini del nostro animo; e il patrimonio storico ed artistico è un punto di riferimento per la costruzione della coscienza d’un popolo e della propria storia. Mi oppongo, e m’opporrò strenuamente, ad ulteriori “tagli”».
Ma intanto, dal 2002 ad oggi, la coalizione di cui lei fa parte ha falcidiato in abbondanza quei fondi, non è vero?
«E’ negli ultimi quattro anni che il Paese ha vissuto una situazione di grave stagnazione. E ovunque è assai diffusa l’errata convinzione che i beni culturali costituiscano un lusso voluttuario, per cui diventano la prima palestra dove si compiono riduzioni di bilancio. Ma questo è assai miope. “L’uomo vive d’arte e di cultura”, spiegava Giovanni Paolo II; arte e cultura non sono qualcosa in più: costituiscono lo specifico della natura umana. Non andrebbero tagliate mai: nemmeno nei momenti di difficoltà; e io ritengo che, nel passato, si sia ecceduto con i “tagli” nei confronti del patrimonio storico ed artistico del nostro Paese».
Eppure, si protesta tanto per le riduzioni che subiscono cinema e lirica, ma poco per quelli di “archi & colonne”.
«Si crede che, nell’ordine, la cultura sia rappresentata dal cinema, dalla lirica, dalla prosa, e dallo spettacolo dal vivo; invece no: sempre nell’ordine, prima vengono i libri, gli archivi, i musei, l’archeologia, l’architettura. Per il Fus, il Fondo unico dello Spettacolo, si sono compiuti dei passi avanti, e parte delle riduzioni proposte sono state evitate; per i beni culturali, invece, non vedo la luce. Ne ho parlato con Berlusconi e Tremonti, trovando orecchie attente, più quelle del Presidente del Consiglio; però la situazione, finora, non si è sbloccata».
Ministro, e quali ne possono essere le conseguenze?
«Saremo presto costretti a ridurre gli orari di qualche museo; ma anche assai peggio. Al Palatino, è crollato un muro farnesiano alla Domus di Tiberio; dopo, s’è scoperto che non era stato costruito per il meglio; ma di muri del genere, in quel luogo, ce ne sono 96. Aggiungo: se dovesse crollare, poniamo, il Colosseo, dopo si riuscirebbe certo a trovare qualsiasi cifra per ricostruirlo; non è meglio che, a costi assai minori, lo teniamo in buono stato?».
Invece, qualcuno pensa, assai stoltamente, che i beni culturali possano mantenersi da soli: tanti lo credono.
«Non accade da nessuna parte del mondo; e ogni paragone con gli altri Paesi non tiene conto delle peculiarità e delle differenze che esistono tra i singoli Stati, e le diverse situazioni. Tuttavia, questo governo ha intrapreso una riforma che, secondo me, va nel senso giusto. Però non si può pensare che il privato subentri al pubblico solo perché quest’ultimo chiude i rubinetti dei finanziamenti. Anche se volessimo andare nella direzione degli Usa, serve tempo: quando avremo fatto 20 anni di politica di tasse basse, se ne potrà riparlare. Poi, noi dobbiamo puntare a un modello diverso: ad un sistema misto, di collaborazione».
A tutto questo, si aggiungono poi dei terribili problemi di organico.
«Ad esempio, manca il personale amministrativo; e senza chi lo aiuti a spendere i soldi, anche il più bravo archeologo vive grosse difficoltà. Il blocco globale del turnover è pernicioso. Io capisco il furore draconiano dell’economia; bisognerebbe invece essere capaci di distinguere tra le assunzioni inutili, e quelle necessarie; qui c’è spazio per assumere persone che facciano un lavoro vero. E’ da tempo immemorabile che non si fanno concorsi. La funzionalità di un’amministrazione è legata ai gruppi di lavoro; se manca un elemento, si riduce l’efficacia di tutta la macchina: la sua velocità è quella del pezzo meno efficiente; se poi un pezzo manca del tutto, sono davvero guai».
Ma, Ministro, se non le danno i fondi di cui i musei hanno bisogno, che farà? Andrà lei agli Uffizi, dicendo «sono le due del pomeriggio, e ora non si entra più»?
«Ho detto che se non si trovano soluzioni, il rischio è di chiudere. A dire il vero, ho detto chiudere La Scala, conoscendo quando conta nell’immaginario italiano. Io ho lanciato l’allarme; ho detto che mi sarei dimesso senza una sostanziale rifusione dei “tagli”, e per il Fus è in parte avvenuta. Ma per archivi, biblioteche, musei, archeologia, beni architettonici, la situazione è ancora gravissima».
Il nostro è l’unico Paese che riduce questi stanziamenti; e lei, come si sente?
«Il turismo vale il 10 per cento del nostro Pil; il 19 per cento in Spagna, quindi noi potremmo fare di più. Sole e mare non bastano più: altrove, costano meno che da noi. Il nostro segreto è l’offerta integrata, i beni culturali il nostro vero valore aggiunto. Per questo bisogna investire. Mi ricordo Ezio Vanoni: volle le autostrade, l’acciaio e l’energia, e venne il boom economico. Io qui mi trovo benissimo: lieto di fare una battaglia contro “tagli” che portino danni irreparabili; e di tutti i ministri, sono il solo che amministra una grande potenza. Gli Usa hanno le portaerei; noi, Michelangelo, Raffaello e Leonardo e tanti altri. All’Expo di Haichi abbiamo avuto tre milioni e mezzo di visitatori; altri Paesi, molti di meno».
A proposito di potenze e portaerei: con il ministro Martino, che nega la funzione museale di Palazzo Barberini e vuole mantenervi il Circolo Ufficiali, come va?
«Lui è il ministro della Difesa, e noi siamo in guerra».
(2. continua. La prima puntata è stata pubblicata il 26 novembre 2005)

Quel museo che vende un biglietto ogni 10 giorni

L’ANNO scorso, il più frequentato luogo d’arte che lo Stato amministri sono stati, 3.523.315 visitatori, il Colosseo e il Palatino: oltre 21 milioni di euro d’introiti. Seguono, nell’ordine, gli scavi di Pompei (2.267.939 persone), gli Uffizi (1.429.546), le Gallerie dell’Accademia di Firenze, Castel Sant’Angelo, il Giardino di Boboli (ancora Firenze), la Reggia di Caserta, Villa d’Este a Tivoli, il fiorentino Palazzo Pitti, la Galleria Borghese a Roma, e quelle dell’Accademia a Venezia, il Museo archeologico di Napoli, le Cappelle medicee (Firenze) ed il Museo Egizio (Torino). In vetta a tutti gli istituti nella Penisola, tuttavia, si collocano, con quasi quattro milioni di visitatori, i Musei Vaticani; tra i top ten , anche Palazzo Ducale a Venezia, che è gestito dal Comune.
Ma tra i musei statali, ve ne sono anche alcuni abbastanza “dimenticati”. Sempre l’anno scorso, infatti, appena 1.441 persone (una media di quattro visitatori al giorno) sono entrate nella Taverna Ducale di Popoli, in provincia di Pescara, e 1.859 nella chiesa di San Domenico, a Chieti; 1.321 nel museo archeologico di Amendolara (Cosenza); 1.166 si sono recati alla Tomba d’Agrippina, a Bacoli (Napoli); 1.162 all’Antiquarium di Sala Consilina (Napoli). Altrove, però, va ancora peggio: 64 visitatori (uno ogni cinque giorni) a Trieste, per l’Acquedotto romano e l’Antiquarium; 171 (uno ogni due giorni) alla Casa di San Tommaso, ad Aquino; 562 all’area archeologica di San Severino, in provincia di Macerata; 573 all’Antiquarium e alla Basilica di Sant’Ippolito, a Fiumicino; 538 alla Basilica di San Saturno, a Cagliari; 184 all’Archivio di fotografia storica di Roma; 157 al Museo contemporaneo istituito, sempre a Roma, alla Stazione Termini: soppresso infatti dal 2005.
A parte quest’ultimo, che era sperimentale, si tratta di Istituti ad ingresso gratuito; tra quelli a pagamento, che oltre alla custodia prevedono quindi anche un servizio di biglietteria, il ruolo di “fanalini di coda” va al Parco archeologico di Siponto, a Manfredonia: 515 persone, però solo 35 paganti (una ogni dieci giorni); al Museo archeologico di Venafro (764 persone, di cui 561 paganti); alla Tomba della Scimmia di Chiusi (913 visitatori, di cui 565 a pagamento).
F.I.


1 dicembre 2005
Il popolo mancante dei Beni culturali
DALL’USCIERE ALL’ARCHEOLOGO SEMPRE PIÙ POCHI E STANCHI
di FABIO ISMAN
NEL XXI secolo, i Beni culturali sembrano un Ministero dell’Ottocento: pressoché privi di specializzazioni oggi irrinunciabili. Ed anche in quelle, diciamo così, più “storiche” e tradizionali, i vuoti d’organico sono troppi, per permettergli di funzionare come dovrebbe; in più, è problematica perfino la distribuzione territoriale delle singole persone: quale Regione ne ha troppe, quale invece troppo poche. Così, oltre ai gravi problemi delle risorse economiche (come abbiamo visto, quelle per far funzionare i 420 musei dello Stato, e le soprintendenze cui fanno capo, si sono dimezzate negli ultimi quattro anni), il Ministero incaricato di provvedere alla principale Azienda italiana, la “ Leonardo, Michelangelo, Raffaello & Co ” , si trova alle prese anche con rilevanti disfunzioni nella sua struttura. Mancano un quarto dei custodi previsti; almeno una trentina d’architetti, oltre 100 archeologi dei nemmeno 500 presenti nell’organico, ma anche 189 archivisti dei 959 che, sulla carta, dovrebbero esserci, e ben 668 persone nei ranghi amministrativi. Ma, soprattutto, la figura del “manager” culturale non è neppure contemplata; e degli appena 57 informatici che dovrebbero essere sparpagliati sull’intero territorio nazionale, ne risultano in servizio soltanto 17; nemmeno un addetto ai computer per ciascuna Regione. E uno statistico dei due previsti in tutt’Italia; un geologo, invece di sei; un fisico, invece di cinque; tre chimici in tutto, anziché i 12 contemplati. Non male, per un Ministero che il fondatore Giovanni Spadolini indicava (nel 1974) come «di natura tecnica e scientifica».
«Però questo è ancora niente», dice Antonio Paolucci, il soprintendente di Firenze che è stato anche ministro nel Governo Dini: «ad esempio, parliamo dell’invecchiamento dell’amministrazione: sono anni che non si fanno concorsi; l’ultimo, pochi posti, oltre quattro anni fa; il precedente forse due decenni or sono»; l’archeologa Irene Berlingò, al vertice di Assotecnici, che è l’ organismo dei funzionari tecnico-scientifici, spiega: «L’età media d’un funzionario è attorno ai 50 anni; ma in svariate soprintendenze il più giovane ne ha 55. Persone spesso frustrate, perché da tempo attendono riconoscimenti che non ricevono»; e dice ancora Paolucci: «Un’azienda con i quadri tanto agés è inevitabilmente obsoleta». «Cinquantenni? Avercene», sospira Nicola Spinosa, la “vestale” dei musei napoletani: «A me mancano del tutto gli architetti, i geometri, gli informatici; nel senso che, per i cinque musei di cui mi occupo, non ne ho nessuno; e ho appena metà dei custodi: 300 su 620 previsti dall’organico; per non dire poi dei fondi, con cui pagare acqua, luce, gas». Si potrebbero fare dei discorsi ancora più seri: Paolucci parla, ad esempio, della «pressione difforme del turismo, per cui parti d’Italia rischiano un collasso da ictus, e in altre arrivano solo pochi eruditi»; ma forse, è meglio ritornare all’organico.
Perché non solo risulta scoperto per un buon 31 per cento (7.918 posti vacanti, dice la Uil, su 25.175 assegnati), ma viene anche riempito come a “macchia di leopardo”. Talora è assai carente il numero delle persone al lavoro; invece, talaltra eccessivamente sovrabbondante. Frutto delle preferenze per il Mezzogiorno, che un po’ tutti gli statali, massimamente ivi reclutati, palesano e cercano di soddisfare; ma anche dei sedimenti d’antiche leggi, come quella sui giovani disoccupati, che ha beneficato alcune zone d’Italia.
In Liguria, mancano 50 custodi su 190 (più d’un quarto); in Lombardia, 187 su 440 (il 42,5 per cento); in Sardegna, 78 su 248 (il 31,5 per cento); nel Veneto, 106 di 397 previsti (il 26,7 per cento); in Piemonte, 126 su 373 (circa un terzo in meno). Però, dei 164 archivisti assegnati al Lazio, solo 114 sono davvero esistenti; e in Lombardia sono 19, mentre dovrebbero essere invece 40. Le carenze colpiscono tutti i diversi settori, nessuno escluso. Ad esempio, prendiamo gli archeologi: in Campania, 46 invece che 72; in Basilicata, 9 invece di 17; in Puglia, 24 invece di 40 (ma manca anche la metà dei 20 architetti che sono in organico). Il Molise non ha nemmeno uno storico dell’arte: nessuno; ma in compenso, possiede 67 archivisti al posto dei 28 previsti. Non è la sola eccedenza: l’Abruzzo dovrebbe avere 13 architetti; ma ne risultano in servizio 33: cioè più del doppio. E anche gli 11 storici dell’arte previsti nelle tre sedi abruzzesi, in realtà sono invece 45: ovvero un terzo di quelli che lavorano nell’intero Lazio (Roma compresa), tre volte tanto quelli all’opera in tutta la Liguria. E se dall’Abruzzo, qualcuno vennisse trasferito in Toscana, dove ci sono 39 architetti in servizio, mentre dovrebbero essere 64?
«Ormai, quando si bandiranno finalmente questi benedetti concorsi», dice Irene Berlingò, «avremo saltato almeno una generazione; e la trasmissione del sapere avviene anche con l’esempio, con un passaggio diretto, con l’esperienza che si tramanda. Credo che da almeno dieci anni non sia indetto un concorso per soprintendente; in compenso, da cinque, i direttori generali, sono diventati, tra centro e periferia, quasi cinquanta; mentre gli incarichi riservati ai tecnici, sempre più spesso sono assunti da architetti o da personale amministrativo». Esistono, poi, anche dei casi specifici, del tutto singolari. E’ stata ricostituita, dopo che era sparita, la soprintendenza ai Beni artistici e storici del Lazio. Ma Rossella Vodret, che ne è stata officiata, ha trovato soltanto precaria ospitalità a Palazzo Venezia: tre stanze e basta; e si accontenta di 15 persone in tutto, perché le altre non saprebbe fisicamente dove collocarle. Come stupirsi se una “macchina” del genere si dimostra poi ben poco efficiente? Il ministero dei Beni culturali è in vetta alla graduatoria, dei residui passivi, fondi che non riesce a spendere; il più grande edificio, forse di tutta la penisola, l’immenso Albergo dei Poveri di Napoli, progetto settecentesco di Francesco Fuga, è diroccato più o meno da che la guerra è finita; a Firenze, i “grandi Uffizi” non sono ancora nati («e oggi, chissà se li faremmo così: è un progetto che nasce già vecchio», dice Paolucci), e se ne parla, ormai, da tempi infiniti: «La prima idea», dice il soprintendente, «fu di Carlo Ludovico Ragghianti». Che era sottosegretario ai Beni culturali e Spettacolo (dipendeva dal ministro alla Pubblica istruzione Vincenzo Arangio Ruiz), nel I Governo Parri, rimasto in carica 156 giorni, dal 21 giugno al 24 novembre 1945. Davvero altri tempi

IL PERSONALE

A LIVELLO NAZIONALE
Sono scoperti 7.921 mila posti su 25.175
(fonte Uil)
In tutt’Italia sono in servizio solo 19 dei 57 informatici previsti; e, inoltre: uno statistico dei due in organico, 1 geologo invece di 6, 1 fisico invece di 5, 3 chimici invece di 12
I custodi dovrebbero essere 8.889, ma in realtà sono 6.689 (il 25 per cento in meno).
Sono scoperti 40 posti da architetto e 100 da archeologo.
Dei 959 archivisti in organico, ve ne sono soltanto 770.
Nelle diverse ”fasce”, gli amministrativi mancanti sono 668.
A LIVELLO LOCALE
In Basilicata, 17 archeologi previsti, 9 in servizio.
In Abruzzo, 13 architetti in organico, ma 33 in servizio; 11 storici dell’arte previsti, ma 45 effettivamente al lavoro.
Su 72 archeologi che spettano alla Campania, ne sono impiegati 46; e manca un sesto dei custodi.
Di 164 archivisti previsti nel Lazio, ve ne sono in tutto 114.
In Liguria, mancano 50 custodi su 190; in Lombardia 187 su 440.
Nel Molise dovrebbero esserci 28 archivisti, ma ve ne sono 67; in compenso, nessuno storico dell’arte dei due previsti.
In Piemonte, lavorano dieci storici dell’arte invece che 20; e di 373 custodi, ne mancano 126 (circa il 35 per cento).
In Puglia, al lavoro 26 archeologi dei 40 in organico, e 10 architetti su 20.
In Sardegna, su 248 custodi ne mancano 78 (il 31,5 per cento); nel Veneto, 106 su 397 (il 26,7 per cento).

Da noi, giovani in crisi E i francesi rilanciano

«Questi giovani entreranno nell’aula del Senato con una domanda inquietante: cosa sarà di noi?». Riccardo Muti, che dirigerà il 18 dicembre l’Orchestra di giovani “Luigi Cherubini” per il Concerto di Natale in Senato, non ha perso l’occasione di rappresentare al presidente Pera la preoccupazione degli artisti: troppo pesanti i tagli alla Cultura nel nostro Paese; impossibile pensare a un futuro. Proprio mentre la Francia riafferma il proprio impegno incrementando del 5% la voce Cultura nel bilancio 2006. De Villepin, in più, ha annunciato la costruzione di un grande Auditorium: la storica Salle Pleyel di Parigi riaprirà i battenti nel settembre 2006 dopo un’ampia opera di restauro. Infine, il ministro della Cultura, Renaud Donnedieu de Vabres, ha confermato le nuove iniziative: una stazione televisiva europea dedicata alle arti; maggiore presenza della cultura nelle tv di Stato; sostegno pubblico al teatro e alle compagnie indipendenti di prosa e danza; due nuovi Centri nazionali della Danza ad Aix-en-Province e Rilleux-la-Pape.
Messaggio del 13-12-2005 alle ore 00:36:59
L'allarme lanciato dal ministro dei Beni culturali Buttiglione
"Problemi anche per Caracalla e il Palatino. Rimuovere i tagli in Finanziaria"
La Domus Aurea è a rischio
da oggi chiusa al pubblico
Secondo gli esperti il problema nella dimora neroniana sono le infiltrazioni
che potrebbero provocare la caduta di intonaco e affreschi


La Domus Aurea
ROMA - Uno dei più noti monumenti romani, la Domus Aurea neroniana, è a rischio e viene chiusa al pubblico. "La sicurezza - dice il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione dando la notizia - non è più garantita. Per la messa in sicurezza più urgente servono 5 milioni di euro e due annni di lavoro".

Il ministro, il sovrintendente archeologico di Roma Angelo Bottini e i responsabili del monumento hanno spiegato in una conferenza stampa che la chiusura è motivata dal problema delle infiltrazioni d'acqua, divenuto particolarmente pressante nell'ultimo periodo e ai problemi di manutenzione.

Ma non c'è solo la dimora neroniana tra i monumenti archeologici di Roma a rischio, avverte Buttiglione. "Abbiamo già avuto un crollo al Palatino - ricorda il ministro - e problemi gravi riguardano anche Caracalla, dove le visite sono state già ristrette". E la questione, avverte, "è politica: l'Italia deve decidere se vuole farsi carico dei suoi Beni Culturali". C'è già stata una legge per Roma Capitale, sottolinea, "forse bisognerebbe pensare a strumenti di quella portata". Buttiglione ribadisce che i "circa 48 milioni di tagli fatti dalla Finanziaria ai beni culturali, devono essere ritirati tutti".

Tornando alla Domus Aurea, l'allarme che ha portato alla decisione di chiudere, hanno spiegato ministro e responsabili, è arrivato dal gruppo di esperti che provvedono al monitoraggio del monumento e più in generale della zona archeologica centrale della capitale. Le infiltrazioni di acqua, dicono, stanno erodendo la malta che lega le strutture murarie e questo potrebbe provocare la caduta di affreschi e intonaci.

"La chiusura è una misura preventiva - hanno sottolineato ministro e sovrintendente - perché non si può rischiare che neppure un pezzetto di intonaco cada sulla testa di un visitatore o di un addetto ai lavori".

Riaperta parzialmente al pubblico nel '99, la Domus Aurea aveva sino ad oggi agibili 32 stanze su 150 ed è visitata da mille persone al giorno.

Cinque milioni di euro, ha precisato il ministro, sono il minimo indispensabile per provvedere ai lavori urgenti. Invece per la messa in sicurezza dell'intera zona del Colle Oppio, dove c'è la Domus Aurea, hanno spiegato, è stato già messo a punto un piano, non ancora finanziato, che prevede 10 anni di lavori e un investimento di 130 milioni di euro, 60 dei quali per il monumento neroniano. E guardando al medio periodo, hanno aggiunto, un progetto di messa in sicurezza per i prossimi cinque anni prevederebbe una spesa di 19 milioni di euro.

Quanto ai 5 milioni richiesti dall'emergenza, "li chiediamo innanzitutto al Tesoro - ha detto Buttiglione - e cercheremo di vedere cosa si può recuperare con il ministero, ma certo lanciamo anche l'appello alla città di Roma e alla Provincia oltre che alle organizzazioni imprenditoriali della capitale".

(12 dicembre 2005)
Messaggio del 13-12-2005 alle ore 10:06:56
l'ultima l'ho letta sul giornale

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Il paese della cultura!!!!

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