Cultura & Attualità
la risposta odierna di Sergio Romano nella sua rubrica sul Corriere
Di fronte a un regime che ha molto nuociuto, soprattutto nella sua ultima fase, agli interessi del Paese, i contemporanei non possono andare per il sottile separando ciò che è buono da ciò che è cattivo. Per costruire un nuovo sistema politico e raccogliere intorno a sé il consenso della nazione, i successori debbono essere «giustizieri » e pronunciare una sentenza di condanna. Non mi stupisce, quindi, che gli italiani, durante la generazione successiva al crollo del fascismo, siano stati invitati a ritenere che i ventuno anni trascorsi dal 28 ottobre 1922 al 25 luglio 1943 (il periodo della Repubblica Sociale è un capitolo a parte) fossero tutti egualmente esecrabili.
Durante la costruzione di uno Stato nuovo e fino a quando esiste la possibilità di una restaurazione, ogni altro atteggiamento sarebbe dannoso anche e soprattutto perché giustificherebbe le nostalgie dei partigiani del regime defunto.
Arriva sempre tuttavia, prima o dopo, il giorno in cui il vecchio regime, ormai lontano nel tempo, non ha più alcuna reale rilevanza politica per la grande maggioranza della società e diventa semplicemente una pagina del passato. È questo il momento in cui gli storici cominciano a porsi qualche domanda e a chiedersi perché, ad esempio, un sistema così esecrabile abbia goduto, in alcuni periodi, di una grande popolarità.
Qualche sera fa uno dei canali televisivi dedicati alla storia ha trasmesso alcune immagini riprese a Mosca dopo la morte di Stalin nel marzo del 1953: donne con il viso rigato di lacrime, volti di uomini devastati dal dolore, una folla impietrita dalla notizia. Se Mussolini fosse morto qualche settimana dopo l’incontro quadripartito di Monaco nel settembre 1938, il suo feretro sarebbe passato tra folle di italiani piangenti. Se Hitler fosse stato ucciso da un attentatore dopo l’annessione dell’Austria, i tedeschi avrebbero accolto la notizia della sua scomparsa con un grido di dolore. Tutti opportunisti? Tutti vittime di una propaganda bugiarda?
Tutti stupidi? Se la risposta a queste domande fosse sì, non sarebbe facile comprendere perché i figli e i nipoti di un tale popolo debbano essere necessariamente migliori dei loro padri e dei loro nonni. E sarebbe ancora meno facile comprendere perché Palmiro Togliatti, in alcune lezioni sul fascismo pronunciate alla scuola leninista di Mosca dal gennaio all’aprile 1935, abbia implicitamente riconosciuto alcuni successi del regime. Ecco alcune delle domande che gli storici sono costretti a porre. Giungeranno a conclusioni diverse, ma nessuna delle loro risposte avrà alcuna conseguenza per le sorti delle democrazie italiana e tedesca.
In Russia, invece, la stagione degli storici non è ancora arrivata.
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