Cultura & Attualità

I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA
Messaggio del 23-11-2004 alle ore 10:01:00
Lino Jannuzzi - Il capitano Sergio De Caprio, il leggendario «capitano Ultimo» che aveva catturato il capo di Cosa Nostra Totò Riina, era sceso a portare il suo cane a passeggio nel cortile della caserma, inciampò nel cadavere, ma non riconobbe il maresciallo che si era sparato con la pistola di ordinanza alla tempia e aveva tutto il volto coperto di sangue, e fece prima il cane a capire chi era. Eppure era stato proprio il maresciallo Antonino Lombardo a portarlo sulle tracce di Riina, e non Balduccio Di Maggio, il «testimone oculare» del bacio tra Andreotti e il capo della mafia, come si era fatto credere per accreditare le sue fregnacce. Di Maggio era scappato da Palermo per non finire ammazzato da Giovanni Brusca e mancava da due anni e non aveva la più pallida idea di dove potesse essere il covo di Riina. Invece Lombardo aveva diretto per vent'anni la stazione dei carabinieri di Terrasini, il feudo mafioso di Gaetano Badalamenti, e per vent'anni aveva lavorato alla maniera antica, di quando non c'erano i «pentiti» da comprare a tanto al chilo coi soldi dello Stato e la libertà, e bisognava indagare e pedinare e intercettare e trafficare con i «confidenti», rischiando, oltre la vita, la reputazione.

Era stato il maresciallo a dire al capitano di pedinare i Ganci, ché erano loro gli ufficiali di collegamento tra Riina e le cosche, e seguendoli «Ultimo» era arrivato al «covo», aveva piazzato il furgoncino con la telecamera, aveva filmato la moglie di Riina che usciva per fare la spesa, e poi l'auto guidata dal Biondino, e l'aveva bloccata, e aveva spalancata la portiera, e aveva tirato fuori a forza zu Totò e l'aveva scaraventato a terra, sul selciato, e l'aveva avvolto e stretto e accecato con la coperta, e l'aveva catturato.

Era per questo, per la sua memoria storica e le sue conoscenze e i suoi confidenti e i suoi rapporti a Terrasini con gli amici e i parenti di Badalamenti, che avevano scelto Lombardo per mandarlo a parlare con il boss ristretto in un carcere del New Jersey a scontare una condanna a 25 anni per traffico di stupefacenti.

C'era il processo a Giulio Andreotti, e il principale accusatore dell'ex presidente del Consiglio, Tommaso Buscetta, che nulla sapeva di suo, aveva dichiarato che tutto aveva appreso da Badalamenti: e Badalamenti sarebbe stato disposto e venire in Italia e a testimoniare al processo e magari a confermare le accuse di Buscetta? La prima volta Lombardo entrò da solo nella cella a parlare con il boss e fu subito accolto a braccia aperte: perché era un carabiniere (e Badalamenti soleva dire: «I poliziotti sono sbirri, i carabinieri sono carabinieri») e perché era Lombardo, il maresciallo di Terrasini.

Parlarono da soli per venti minuti, poi Lombardo fece entrare il suo superiore, il maggiore Mario Obinu, che uscì dalla cella dopo tre ore, e carico di meraviglia: «Gaetano Badalamenti - scrisse il maggiore nel rapporto per il comando dell'Arma - ha assunto per la prima volta la veste di mafioso e ha accettato di parlare straordinariamente di mafia, accettando di essere considerato un capo mafia e proponendosi come tale... Ha detto subito che di Buscetta disprezza il comportamento umano e processuale, perché ha la tendenza a farsi manovrare dai giudici ed è disponibile a qualsiasi compromesso... Ha negato di aver mai parlato con Buscetta dell'omicidio di Mino Pecorelli e tanto meno di essere mai stato richiesto da Andreotti o da Lima o dai cugini Salvo di quell'omicidio, e di non credere che possa essere stato un omicidio di mafia e di killer siciliani... Si è dichiarato disposto a venire in Italia a deporre al processo e ad avere un confronto con Buscetta per smentirlo...».

La seconda volta il maresciallo Lombardo e il maggiore Obinu tornano nel carcere del New Jersey a parlare con Badalamenti assieme a due magistrati, il pm Gioacchino Natoli, che gestisce l'accusa contro Andreotti a Palermo, e il pm Fausto Cardella, che accusa Andreotti a Perugia nel processo per l'assassinio di Pecorelli.

Badalamenti conferma dinanzi ai due magistrati punto per punto ciò che aveva detto a Lombardo e a Obinu e ripete di essere disposto a venire in Italia a confrontarsi al processo con Buscetta. Ma il maggiore Obinu aggiunge un post scriptum al suo rapporto per il comando dell'Arma: «Dopo il colloquio con Badalamenti, quando ci siamo riuniti al ristorante, il sostituto procuratore Gioacchino Natoli ha chiaramente dimostrato seria preoccupazione per l'atteggiamento di Badalamenti, pericoloso per l'impianto processuale, che è poggiato sulle dichiarazioni di Buscetta, e ci ha esortato a non insistere».

Il rapporto del maggiore Obinu tuttavia sarà conosciuto ufficialmente soltanto quattro anni dopo, quando il maggiore verrà chiamato a deporre a Perugia al processo Pecorelli e lo consegnerà personalmente al presidente del tribunale. Non solo: la copia che il maggiore consegna al tribunale è priva del post scriptum, e bisognerà attendere ancora tre anni per conoscere il testo integrale, quando la vedova e i figli del maresciallo Lombardo lo tireranno fuori dalle carte del padre per querelare coloro che lo hanno ingiustamente diffamato e «istigato al suicidio».

Intanto, il comando dei carabinieri decide di inviare ugualmente, e per la terza volta, Lombardo negli Stati Uniti, e questa volta per prelevare Badalamenti e portarlo in Italia. Lombardo prepara le carte, preleva dalla cassa della caserma i soldi per i biglietti dell'aereo per sé e per il boss, e va a casa a fare la valigia. E proprio quella sera, e mancano due giorni alla partenza, accende la televisione e assiste alla trasmissione di Michele Santoro sulla mafia.

Ospite principale della trasmissione è l'ex sindaco di Palermo e leader del movimento politico della Rete Leoluca Orlando che, a un certo punto, si alza dalla sedia, guarda fisso in macchina, ed esclama: «La mafia in Sicilia ha il volto delle Istituzioni... il maresciallo dei carabinieri di Terrasini è connivente con la mafia... ».

Succedono, nell'ordine, le seguenti cose. Il comandante generale dell'Arma Luigi Federici telefona alla Rai e chiede inutilmente di intervenire in diretta alla trasmissione, emette un comunicato indignato in cui respinge decisamente le accuse a Lombardo; ma intanto, per il clamore suscitato e per ragioni di prudenza, sospendono la missione di Lombardo negli Stati Uniti (Badalamenti non verrà mai più a deporre in Italia); il maresciallo querela Orlando, Santoro e la Rai;
la mafia uccide uno dei confidenti del maresciallo, lo incaprettano e ne trascinano il cadavere davanti alla porta della sua abitazione; nasce e si diffonde la storiella che il maresciallo e la sua famiglia erano soliti cucinare sulla terrazza il capretto, un capretto vero, che poi mangiavano assieme agli abitanti della casa di fronte, che erano familiari del boss Badalamenti; dalla casa di Lombardo sparisce il cane lupo, un segnale, il cane rappresenta la famiglia, il suo sequestro segna l'avvicinamento alla casa, il segnale del pericolo che incombe sui figli e sulla moglie del maresciallo (ma non lo uccideranno, il cane sarà liberato e tornerà a casa dopo il suicidio del maresciallo); il capitano diretto superiore di Lombardo a Palermo si reca in procura a sollecitare un comunicato di smentita e di solidarietà con il maresciallo (sono passati tre giorni dalla trasmissione televisiva e la procura si è chiusa in un minaccioso silenzio);
in procura gli dicono che non hanno nessuna intenzione di difendere il maresciallo e che, anzi, stanno valutando se non è il caso di annunziare e aprire un'inchiesta; il capitano torna in caserma e avverte Lombardo; Lombardo, stretto nella morsa tra le minacce della mafia e quelle della procura, scrive l'ultima lettera («sono al centro di uno scontro mortale a causa dei miei viaggi americani»), esce nel cortile della caserma, si appoggia alla sua auto, estrae la pistola di ordinanza e si spara un colpo alla tempia. Ed è qui, rovesciato sul selciato del cortile e con il volto ricoperto di sangue, che lo trova e riconosce il cane del capitano De Caprio.

È a questo punto che entra in scena il tenente dei carabinieri Carmelo Canale, la cui sorella è la moglie, ora la vedova, del maresciallo Lombardo. Il tenente, che è stato il collaboratore più fidato del giudice Paolo Borsellino, la sua ombra e il suo scudo, il depositario dei segreti delle sue inchieste, suo «fratello» (come lo chiama Borsellino, che non aveva fratelli), vuole difendere l'onore del cognato e insieme scoprire la verità sul suo suicidio, accompagna la sorella e i nipoti a querelare i diffamatori del maresciallo, raccoglie i documenti, ricostruisce i passaggi della vicenda, fa dichiarazioni e rilascia interviste, sollecita e promuove la presentazione di interrogazioni in Parlamento, depone per nove ore dinanzi ai magistrati, chiede e ottiene di essere ascoltato dalla commissione parlamentare antimafia.

E dice fondamentalmente tre cose: che Lombardo è stato diffamato e istigato al suicidio per impedirgli di recarsi negli Stati Uniti a prelevare Badalamenti per portarlo in Italia a deporre al processo Andreotti e a smentire Buscetta; che Paolo Borsellino è stato ucciso perché indagava sull'assassinio di Giovanni Falcone, e indagava lontano dalla procura e all'insaputa dei magistrati di Caltanissetta titolari delle indagini, chiuso nella caserma dei carabinieri, di cui solo si fidava; che Giovanni Falcone era stato ucciso perché a sua volta indagava sull'assassinio di Salvo Lima e non credeva nella versione ufficiale.

È stato allora che sono spuntati i «pentiti» ad accusare il tenente Canale, prima uno, poi sette, poi dodici, poi non si sono più contati: Canale, il «fratello» di Borsellino, era un traditore di Borsellino e dello Stato, raccontava alla mafia gli sviluppi delle indagini, si vendeva le notizie per soldi, per farsi la casa, per curare la figlia affetta da un male mortale, per costruire la tomba della figlia una volta che è morta.

Come ha detto il Pm al processo, Canale era «un Giano bifronte che ha indossato per anni la divisa di servitore dello Stato, ma al tempo stesso violava il giuramento di fedeltà alle istituzioni perché faceva parte della mafia, una mafia che è diventata il mostro che è grazie a individui abietti come lui».

La Via crucis di Canale è durata otto anni, tre per l'inchiesta preliminare e cinque per il processo. Nel frattempo nessuno ha dato ascolto alle sue dichiarazioni, alle sue interviste, nessuno ha risposto alle interrogazioni parlamentari, le querele sue e della vedova e dei figli di Lombardo sono state archiviate, le sue deposizioni dinanzi ai magistrati sono state usate contro di lui, la commissione parlamentare antimafia ha segretato le sue rivelazioni e non l'ha più richiamato (i commissari di sinistra hanno addirittura abbandonato la seduta per protesta mentre Canale deponeva e hanno censurato il presidente della commissione, il socialista Ottaviano Del Turco, che lo aveva invitato a deporre), i giornali e la televisione non si sono più occupati di lui e del suo processo.

Ma il tenente Canale, ignorato da tutti e «cancellato» alla maniera dell'Enciclopedia sovietica persino dallo sceneggiato televisivo sulla vita di Borsellino, ha tenuto duro e, alla fine, l'ha spuntata: «Ora dirò io - ha dichiarato dopo l'assoluzione - chi sono i veri traditori, le «menti raffinatissime» che stanno dietro al suicidio del maresciallo Lombardo e alle stragi di Capaci e di via D'Amelio».

Perché non è finita qui, e piuttosto siamo solo all'inizio, riprende il discorso interrotto, le denunce che gli hanno ricacciato in gola a forza di «pentiti» otto anni fa. Ci sarà qualcuno in Parlamento, al governo, al ministero della Giustizia, al Consiglio superiore della magistratura che questa volta gli darà ascolto?

Il giornale, mercoledì 17 novembre 2004
Messaggio del 23-11-2004 alle ore 10:11:11

Perché non è finita qui, e piuttosto siamo solo all'inizio, riprende il discorso interrotto, le denunce che gli hanno ricacciato in gola a forza di «pentiti» otto anni fa. Ci sarà qualcuno in Parlamento, al governo, al ministero della Giustizia, al Consiglio superiore della magistratura che questa volta gli darà ascolto?

Messaggio del 23-11-2004 alle ore 12:35:26
in effetti sono d'accordo...
Messaggio del 23-11-2004 alle ore 14:02:28
Bellissimo....
Spero continuerai questo racconto
con il mutare , in futuro degli eventi..
Grazie!
Messaggio del 23-11-2004 alle ore 14:04:50
ehm questo è un articolo del senatore Lino Jannuzzi
Messaggio del 23-11-2004 alle ore 14:10:51
Prossimamente su questo forum:
Dean Corso e la Peterpanite galoppante...
Messaggio del 23-11-2004 alle ore 14:12:10
Messaggio del 23-11-2004 alle ore 18:04:07
me lo so stampato mi stavo a cecà...
n'altre du pagine no eh?..

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