Cultura & Attualità

CHIESA E NAZISMO
Messaggio del 07-09-2007 alle ore 08:56:41
Ghino, te lo ripoduco:
"Questo senza nulla togliere alle ambigutà (ove presenti), ai chiaroscuri (sempre presenti), ai periodi nebuolosi (inevitabili) della storia della Chiesa cattolica".

Fare storia (o propaganda) col senno di poi (a posteriori) è comodo. Spero che tu abbia capito la sintesi del pensiero, non vorrei che si aprisse una discussione su come si fa la storia.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 21:03:40
Caro Aledimat,
nel 1922, 1923, 1924, 1925, 1926, 1927, 1928, 1929, etc ci sono stati degli italiani che sono morti, sono andati in esilio, in galera o al confine per non piegarsi al fascismo. Nemmeno nel 1929 la Chiesa sapeva chi aveva di fronte quando firmò i Patti Lateranensi? Ma veramente vuoi raccontare la favoletta che la Chiesa viveva sulla Luna negli anni 20 e 30?
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 18:41:30
tipico del piccolo borghese cosa? Sbagliarsi?
Ahvoglio consigliarti un libro "I Fantasmi di Mosca" di Bettiza, penso tu sia una delle poche persone con abbastanza cultura da poterlo leggere
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 18:33:29
Tipico del piccolo borghese


Messaggio del 06-09-2007 alle ore 18:32:19
quoto Deleuze,mi stanno diventando quadrate.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 18:25:34
ki quanto sei pesante mi so sbagliato ovviamente Pio XII era Eugenio Pacelli
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 15:53:20
Bak, ne sentii parlare anch'io ma da dove scrivo non posso fare altro. Per il monento di più non so.
Invece a proposito di quanto sopra posso aggiungere che i dossier segreti di Hitler che riabilitano Pio XII» - così ha titolato in prima pagina la Repubblica quel 29 marzo - non fanno che confermare quanto da molto tempo si sapeva. E cioè che:
a) Pacelli non è mai stato filonazista, nemmeno strumentalmente in funzione antisovietica.
b) la deformazione è nata dalla propaganda sovietica, grazie a una leggenda nera le cui origini, poco note, sono state ripercorse nel 2004 dalla rivista Archivum Historiae Pontificiae.
c) l’immagine di un Papa sostenitore dei regimi fascista e nazista fu lanciata già durante la guerra da organi di stampa sovietici, soprattutto dal quotidiano Izvestija e si innnestò sulle critiche precoci di ambienti cattolici francesi e polacchi nei confronti dei «silenzi» di Pio XII (a proposito dell’aggressione italiana all’Albania e di quella tedesca alla Polonia).
d) il Pontefice tra l’autunno del 1939 e la primavera del 1940 aveva appoggiato, con una decisione senza precedenti, il tentativo, presto abortito, di alcuni circoli militari tedeschi in contatto con i britannici di rovesciare il regime hitleriano.
Qeusto è quel che riportava Repubblica il 29 marzo 2007.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 15:31:00
edb se non sapevi ke l'enciclica era lunga , vuol dire ke non la conoscevi nemmeno..

avevo kiesto lumi su una seconda enciclica antinazista già scritta ma mai pubblicata..ne sapete qualcosa?

Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:52:03
Ahoooo!! Ma cicazzo è 'sto Eugenio Montini?


Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:51:48
Scusate, ma non mi ero accorto che l'articolo (preso da CIVILTA' CATTOLICA rivista ufficiale dei GESUITI) era così lungo.

La domanda che vi faccio è sempre la stessa:

perché attaccate sempre i cattolici?

Dean, non vorrei sbagliarmi ma Pio XII si chiamava Eugenio Pacelli.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:49:33
Inoltre Dean,
documenti inediti del Terzo Reich finiti in mano dei capi (Erich Mielke e il più famoso Markus Wolf) della Stasi - il servizio segreto della Germania orientale - ed entrati in possesso del quotidiano la Repubblica, che li ha anticipati in un ampio articolo del suo inviato a Berlino Marco Ansaldo del 29 marzo scorso sono eloquenti a riguardo. Riscrivo: su “Repubblica”. E non l’Osservatore Romano.
Dai nuovi documenti emerge un Pio XII descritto dagli stessi nazisti come simpatizzante con il popolo tedesco ma certo non con il loro regime, come un capo religioso molto attivo nell’aiuto e nel soccorso a polacchi ed ebrei, e in attesa di «un cambiamento della situazione in Germania».
Un Papa, sintetizza il quotidiano, che «le alte sfere» del Reich «guardavano con diffidenza e perfino con preoccupazione».
«Dalla lettura di questi documenti - scrive Ansaldo - la figura di Pio XII sembra dunque uscire in maniera nettamente diversa rispetto a quella tramandata». Ecco allora che il Papa amico dei nazisti - considerati dal Pontefice, secondo alcuni storici, come un male minore rispetto al pericolo sovietico - abbandona la scena per lasciare il posto a «un avversario abile e temuto» del nazismo, «tutto il contrario del ritratto di un Pacelli timoro so e indeciso arrivato fino a oggi».
Chi legge l’articolo di Ansaldo - che ha ricordato le recenti (ma non del tutto convincenti) dichiarazioni in questo stesso senso di Ian Pacepa, un alto dirigente dei servizi segreti rumeni - potrebbe pensare che il tempo è galantuomo, e che grazie a questi documenti la verità viene finalmente a galla.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:47:50
L’Enciclica contro il nazismo
Giovanni Sale S.I.

La recente apertura degli archivi vaticani relativi alle Nunziature di Monaco e di Berlino (1922-39) getta nuova luce sulle vicende che accompagnarono la divulgazione in Germania dell'enciclica Mit brennender Sorge (peraltro già in parte note) e ci informa, in maniera puntuale, sulla sua ricezione da parte degli Stati e degli ambienti della diplomazia internazionale. Dalle fonti risulta che l'enciclica fu letta, nella maggior parte dei Paesi occidentali non legati alla Germania, come un coraggioso atto di denuncia del nazismo e delle dottrine da esso professate, nonché dei suoi metodi violenti di «ordine» sociale.

L'idea di un'enciclica sulla situazione della Chiesa cattolica nel Terzo Reich fu espressa per la prima volta nell'estate del 1936 dai vescovi tedeschi riuniti a Fulda, in una lettera collettiva indirizzata al Papa. A tutti era evidente infatti che la persecuzione contro la Chiesa in Germania andava ormai aumentando di anno in anno e che essa corrispondeva a un preciso disegno, portato avanti con determinazione dalla fazione più radicale e ideologizzata del nazismo, mirante alla distruzione della Chiesa e del cristianesimo, considerato dai suoi nemici come una «dottrina giudaica», indegna di essere professata da un popolo di ariani. Anche il Concordato del 1933 veniva sistematicamente violato nei suoi punti più essenziali, nonostante le proteste dei vescovi e del Nunzio apostolico. In realtà, già all'indomani della ratifica dell'Accordo, il Governo nazionalsocialista aveva iniziato a ordinare lo scioglimento delle più importanti associazioni cattoliche, accusate di svolgere attività «antistatali», e ad arrestare i preti più attivi e i laici cattolici impegnati nel sociale, anche questi accusati di svolgere attività politica sovversiva.
Negli ultimi anni l'attacco fu portato contro le scuole cattoliche, che, in contrasto con la volontà dei genitori, in alcune regioni furono chiuse; fu anche vietato ai religiosi e alle religiose di insegnare nelle scuole statali. Le Note di protesta inviate dalla Santa Sede, attraverso il Nunzio, non ricevettero alcuna risposta. La situazione della Chiesa in Germania, insomma, nel 1937 appariva sotto molti aspetti disperata; ne è prova la Lettera pastorale collettiva pubblicata in quell'anno dall'episcopato tedesco in occasione del Capodanno. Verso la fine di dicembre il Segretario di Stato, cardinale Pacelli, a nome del Papa, allarmato per le notizie che gli giungevano dalla Germania, invitò a Roma per discutere la difficile situazione tedesca i presuli tedeschi più importanti: i tre cardinali arcivescovi, A. Bertram, C. Schulte e M. von Faulliaber, il vescovo di Berlino mons. K. von Preysing e quello di Münster, mons. C. von Galen, che si erano distinti nella lotta in difesa dei diritti della Chiesa. Gli alti presuli tedeschi, appena giunti in Vaticano il 16 gennaio 1937, furono ricevuti dal cardinale Pacelli per un colloquio preliminare. Il giorno successivo ci fu l'incontro con il Papa.
Insieme fu rilevata l'opportunità della pubblicazione di un'enciclica pontificia sulla difficile situazione della Chiesa nel Reich, da scrivere in tedesco e da indirizzare a tutti i vescovi cattolici della Germania. In realtà, per motivi prudenziali, il card. Bertram riteneva che fosse sufficiente per il momento una lettera personale di Pio XI indirizzata al Führer; ipotesi però che fu presto scartata; in ogni caso i prelati tedeschi consigliarono Pio XI di non menzionare nell'enciclica né il nazionalsocialismo né Hitler: suggerimento che fu accolto dalla Santa Sede. L’incarico di redigere la nuova enciclica fu affidato all'arcivescovo di Monaco, card. Faulhaber, il quale in pochi giorni scrisse il testo che consegnò al Segretario di Stato. Durante le successive fasi della redazione condotte per lo più dal card. Pacelli d'accordo col Papa - il testo primitivo fu sensibilmente ampliato, anche se l'enciclica sostanzialmente ne conservò, quasi invariate, diverse parti.
Lo schema dell'enciclica è abbastanza classico; in essa le questioni più importanti sono trattate secondo una prospettiva dottrinale e pastorale. Nella prima parte sono denunciate e dichiarate contrarie alla fede cristiana le dottrine statolatriche e razziste professate dal nazionalsocialismo, che nell'enciclica non è citato. Nella seconda parte invece sono denunciate le frequenti violazioni del Concordato da parte dell'autorità pubblica e viene reclamato il diritto della Chiesa alla formazione religiosa dei giovani sia attraverso associazioni o movimenti, sia attraverso la scuola confessionale. L'enciclica invita poi i vescovi, i sacerdoti e tutti i fedeli a perseverare nella prova e a testimoniare nella fede, anche a costo della propria vita, la fedeltà alla parola di Dio. Ai giovani in particolare è detto di non lasciarsi traviare dai falsi banditori di dottrine fallaci, che vorrebbero far derivare ogni cosa «dal mito del sangue e della razza».
L’enciclica sulla situazione religiosa in Germania faceva parte di un progetto più vasto che il Papa negli ultimi tempi aveva messo a punto e che intendeva realizzare per allontanare dalla Sede Apostolica ogni accusa di faziosità o animosità verso determinati regimi. Esso riguardava la condanna di tutte quelle «moderne dottrine totalitarie» - che avevano ispirato rivoluzioni o cambiamenti istituzionali in alcuni Stati - le quali esplicitamente o implicitamente negavano il Trascendente e intendevano eliminare qualsiasi forma di influenza della Chiesa sulla società o addirittura distruggere la fede cristiana. Seguendo tale progetto, pochi giorni dopo l'approvazione segreta della Mit brennender Sorge (14 marzo 1937, ma che fu letta nelle chiese tedesche soltanto il 22), Pio XI il 19 marzo pubblicò l'enciclica Divini Redemptoris nella quale condannava il comunismo ateo e il 28 l'enciclica Nos es muy conocida, in cui ricordava ai vescovi del Messico i compiti del laicato cattolico, perseguitato anche in questo Stato, governato dalla massoneria.
In quegli anni Pio XI aveva maturato l'idea che in realtà tra comunismo e nazismo, dal punto di vista degli errori dottrinali, non vi fosse nessuna differenza sostanziale. Fino agli inizi degli anni Trenta egli, al contrario, aveva ritenuto, come del resto molti uomini di Chiesa di quel tempo, che il principale nemico della Chiesa cattolica fosse il bolscevismo e che i regimi totalitari, che nel frattempo si stavano stabilizzando in vari Paesi europei, potessero fungere da contrappeso alla diffusione del comunismo nel vecchio continente. In quegli anni si riteneva possibile infatti una sorta di «cristianizzazione» di questi regimi autoritari animati da un eccessivo e disordinato nazionalismo, come era avvenuto in parte in Italia con il fascismo di Mussolini. Si pensava inoltre che fosse possibile tutelare in quelle nazioni i diritti della Chiesa attraverso la stipulazione di buoni Concordati. Fu sulla base di queste idee che la Santa Sede nel 1933 acconsenti a stipulare un Concordato con un regime-partito soltanto da pochi mesi arrivato al potere e che peraltro si era già professato, nei suoi scritti ufficiali, nemico del cristianesimo. Successivamente Pio XI si dovette amaramente ricredere su quelle speranze mal riposte. Nell'udienza di congedo che concesse ai vescovi tedeschi disse, trattando di questo argomento: «Il nazionalsocialismo per i suoi scopi e i suoi metodi non è altro che bolscevismo». Il commento che La Civiltà Cattolica scrisse sulla Mit brennender Sorge riprese proprio questo concetto, esplicitando così il pensiero del Papa: «Il materialismo ateo dell'internazionale rossa e il neopaganesimo del nazismo bruno operano oggi in stretta alleanza alla distruzione sistematica della civiltà cristiana e europea, nutrendo ed alimentando nei loro aderenti un odio implacabile contro la Chiesa».

Stampa e divulgazione segreta dell’enciclica in Germania

In base a un’ordinanza ministeriale dell’ottobre del 1936, la Gestapo e il Ministero per l'educazione e la propaganda avevano la facoltà di ordinare il sequestro degli atti episcopali che contenessero «critiche e attacchi incompatibili con le esigenze della politica statale, e dirette contro il movimento nazionalsocialista, come contro lo Stato, i suoi capi, le sue istituzioni e le sue norme». In realtà, anche prima che fosse emanata tale norma, molte Lettere pastorali indirizzate ai fedeli dai vescovi tedeschi erano state sequestrate, sulla base delle più disparate motivazioni. Alla luce di questi fatti, a Roma si decise di seguire, per la stampa e per la divulgazione dell'atto pontificio, un procedimento diverso da quello ordinario: l'enciclica sarebbe state stampata in Germania nelle diocesi più importanti e segretamente distribuita ai parroci, che l'avrebbero letta ai fedeli nel corso di una celebrazione pubblica in tutte le chiese cattoliche del Reich. Tale decisione, coraggiosa e rischiosa allo stesso tempo, significava che il Papa, anche se una parte dell'episcopato tedesco avrebbe preferito maggiore prudenza nella trattazione di una materia così delicata, era disposto a tutto, anche a scontrarsi frontalmente con l'autorità pubblica se necessario, col rischio di un eventuale annullamento del Concordato, pur di denunciare la persecuzione a cui la Chiesa cattolica era soggetta nella Germania nazista.
Fu il Segretario di Stato, card. Pacelli, che segui da vicino la pubblicazione dell'enciclica. Il 10 marzo egli mandò al nunzio in Germania, mons. C. Orsenigo, alcuni esemplari dell'enciclica perché li distribuisse a tutti i vescovi, che a loro volta ne avrebbero curato la stampa e la divulgazione in diocesi: «Con questo corriere V. E. Rev.ma riceverà un plico per ognuno dei rev. Ordinari della Germania contenente alcune copie dell'enciclica che il Santo Padre, in seguito all'unanime e vivo desiderio dei tre Em.mi cardinali e dei due Ecc. mi vescovi venuti a Roma nel gennaio scorso, si è degnato di indirizzare loro intorno alle condizioni della Chiesa cattolica in codesta nazione. Nella lettera di accompagnamento si invitano i suddetti Ordinari a portare detta enciclica a conoscenza dei fedeli il più possibile contemporaneamente. Per venerato incarico dell'Augusto Pontefice prego di far giungere i plichi per via sicura e colle maggiori possibili sollecitudini ai loro Em.mi Destinatari e di comunicarmi telegraficamente il giorno della pubblicazione». Il nunzio Orsenigo in un Rapporto del 17 marzo informò la Segreteria di Stato che i vescovi avrebbero letto l'enciclica durante la messa della domenica delle Palme (22 marzo) e che desideravano che non si facesse nessun cenno alla stampa sulla divulgazione dell'enciclica, fino a lettura avvenuta.
La lettura dell'enciclica papale nelle chiese cattoliche della Germania avvenne quasi senza incidenti: «Per quanto mi consta finora - telegrafava Orsenigo a Pacelli - enciclica sulla situazione in Germania fu letta tranquillamente stamane in diocesi di Berlino. Ritengo così sia avvenuto anche nelle altre diocesi». Soltanto a Monaco la polizia, avvisata probabilmente da qualche operaio della tipografia, sequestrò in una stamperia 4.000 copie dell'enciclica; ciò però non valse a impedirne, la lettura nelle parrocchie della Baviera. Le autorità del Reich, sebbene a conoscenza dell'esistenza dell'enciclica, furono colte di sorpresa dalla sua lettura simultanea in tutte le chiese cattoliche tedesche; esse ne furono pienamente informate soltanto la sera della domenica, e il fatto fu riferito soltanto il giorno successivo a Hitler, il quale si abbandonò, come suo solito, a uno scoppio d'ira, imprecando e minacciando il Papa e i cattolici. La reazione dell'autorità pubblica contro l'inusuale divulgazione dell'enciclica pontificia non si lasciò certamente attendere, anche se in verità fu meno pronta e violenta di quanto si sarebbe pensato. Ciò fu dovuto soprattutto a calcolo politico: a Berlino infatti si sapeva bene che nuovi provvedimenti repressivi contro l'episcopato e la Chiesa cattolica tedesca avrebbero posto in serio imbarazzo gli alleati del Reich, in particolare l'Italia, la quale disapprovava la politica antireligiosa e anticattolica perseguita dal regime; la Spagna, che aveva bisogno dell'appoggio della Gerarchia ecclesiastica e dei cattolici per sconfiggere i comunisti, e anche l'Austria, governata da un partito appoggiato dalle forze cattoliche e dalla Chiesa.
Sui provvedimenti assunti dal Governo contro la divulgazione della Mit brennender Sorge nei territori del Reich, ci informa ancora una volta mons. Orsenigo in un Rapporto mandato in Vaticano il 1° aprile 1937: «La diffusione tra il popolo dell'enciclica pontificia tentata dopo la lettura in quasi tutte le diocesi della Germania e in qualcuna con splendido successo (nella diocesi di Warmia ne furono distribuite 30 mila copie e in quella di Münster, 120 mila) ha portato il documento pontifico a conoscenza di tutto il popolo e non solo di quello cattolico. Questa cognizione calma e ponderata del pensiero papale era un vivo bisogno dopo la lettura avvenuta nelle chiese: essa ha servito a fissare negli animi non solo le verità ma anche le argomentazioni, creando una decisa convinzione, tanto più necessaria, quanto più sono ostili, violenti e falsi gli argomenti degli avversari. La polizia pare abbia l'ordine di reagire con ogni mezzo contro tutti coloro che direttamente o indirettamente, coscientemente o inconsapevolmente, possono aver collaborato a questa diffusione, motivando tale rappresaglia con argomenti che possono legittimare presso la legge germanica anche un'azione giudiziaria: la polizia ha dichiarato l'enciclica un atto di alto tradimento contro lo Stato. Le applicazioni pratiche di questa rappresaglia furono: 1. sequestro delle copie dell'enciclica ancora disponibili nelle Curie, con divieto ai vescovi di distribuirne altre; questo avvenne in tutte le Diocesi; 2. chiusura a tempo indeterminato di tutte le tipografie che stamparono l'enciclica [...]; i rispettivi operai sono nel lastrico; 3. sequestro dei bollettini ufficiali diocesani, che contenevano l'enciclica, con sospensione di tre mesi dei bollettini stessi».
La Santa Sede diede ordine al Nunzio di protestare immediatamente contro questi provvedimenti illegittimi, poiché nessuna norma né del Concordato né dello Stato era stata violata dai vescovi. Tutto questo però contribuì a rendere ancora più tesi i rapporti tra la Santa Sede e il Terzo Reich. Di fatto, a partire da questo momento furono ripresi i processi contro alcuni membri del clero cattolico (che erano stati sospesi per tutto il 1936, in occasione delle Olimpiadi), e il Governo assunse un atteggiamento di maggior rigore in materia sia scolastica sia di associazioni giovanili. A questo proposito scriveva il Nunzio: «Corre anche voce che saranno ripresi i processi [contro il clero]. Tutto questo però, per quanto violento e nefasto materialmente, non serve a cambiare colore della reazione, anzi la sottolinea in quanto rivela la penuria di argomenti seri e lo spirito di dispetto dell'autorità, ora che fu svelata nelle sue subdole tendenze demolitrici dei diritti concordatari; tutti sentono che con il pretesto di un supposto cattolicesimo politico, si faccia invece una reale politica antireligiosa». Certamente tali effetti negativi erano stati previsti dall'autorità ecclesiastica prima che si decidesse la pubblicazione dell'enciclica; però ormai si riteneva che fosse giunto il momento di passare all'azione.

Le Note di protesta dell'ambasciatore tedesco e del card. Pacelli

Il 12 aprile l'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, barone D. von Bergen, presentò una dura Nota di protesta in Segreteria di Stato contro l'enciclica papale: «Il governo del Reich - si legge nella nota diplomatica - ha preso conoscenza con la più grande sorpresa dell'enciclica di Sua Santità sulla situazione della Chiesa cattolica in Germania in data 14 marzo scorso. Esso si vede obbligato di manifestare la sua più decisa condanna per questo modo di procedere della Santa Sede, che il medesimo Governo respinge nella maniera più categorica». Il fatto che l'enciclica in parola sia indirizzata non soltanto agli arcivescovi e ai vescovi della Germania, ma anche a tutti gli altri Ordinari che «vivono in pace e comunione con la Santa Sede» indica che essa è un vero e proprio atto politico con il quale si cerca di sollevare il mondo contro la Germania. Di fatto i nemici del Reich (e tra questi anche coloro che sono in pari tempo nemici della Chiesa cattolica) hanno ben compreso questo significato dell'appello; «lo hanno salutato con gioia e hanno ricevuto una nuova spinta nella loro lotta politica contro il Terzo Reich. Da questo punto di vista l'enciclica in questione ha distrutto in modo particolare l'effetto dell'altra enciclica pontificia, emanata recentemente contro il comunismo, inferendo così un grave colpo a quel fronte difensivo contro il pericolo mondiale del bolscevismo, che costituisce precisamente uno scopo tanto importante per la Chiesa cattolica».
La Santa Sede - continuava la Nota - così facendo va contro il Concordato, che invece dice di voler difendere. Il fatto che tanto la stampa quanto la divulgazione dell'enciclica sia avvenuta in segreto dimostra che le autorità ecclesiastiche sapevano dell'illegalità del loro procedere, ben sapendo di nuocere ai loro doveri di cittadini. L'enciclica sia nel tono sia nel contenuto dimostra un'aperta dichiarazione di ostilità nei confronti del Reich, «dell'amministrazione della giustizia, della politica scolastica e giornalistica». La Nota invitava poi l'autorità ecclesiastica a prendere coscienza del cambiamento di idee e di metodi che con l'avvento al potere del nazionalsocialismo era avvenuto in Germania. Ma la Santa Sede - scriveva von Bergen - non fa nessuno sforzo per comprendere tale nuova mentalità, anzi, essa dimostra la mancanza di qualsiasi buona volontà per una tale comprensione, «mentre quest'ultima dev'essere assolutamente richiesta dal Governo del Reich come la prima premessa per quelle relazioni amichevoli presupposte dal Concordato». Spetta ora all'autorità ecclesiastica - concludeva - decidere quali debbano essere in avvenire i rapporti tra la Santa Sede e il Reich.
La Santa Sede rispose alle proteste dell'ambasciatore tedesco con una Nota diplomatica del Segretario di Stato card. Pacelli. Essa riprende punto per punto le questioni sollevate da von Bergen nella sua Nota, e con tono deciso espone il punto di vista della Santa Sede sulle materie controverse. Tale documento è certamente uno degli atti più forti e coraggiosi emanati dalla Santa Sede per denunciare il nazionalsocialismo e per difendere i diritti della Chiesa. L'autorità ecclesiastica nella redazione dell'enciclica, si leggeva nella Nota, «non si è lasciata guidare o influenzare da punti di vista di ostilità contro il popolo tedesco. La Santa Sede deve per la propria dignità, come anche per la verità respingere simili interpretazioni». L’intenzione dell'enciclica, continuava, «fu ed è l'estirpazione dei danni e il superamento dei turbamenti che nella Germania odierna sorgono» ad opera di forze, correnti e gruppi ideologici che hanno come «meta confessata o effettiva l'asservimento della Chiesa e la distruzione della fede cristiana», e che trovano nell'autorità statale i loro più convinti sostenitori.
Sulla questione della lotta comune contro il bolscevismo, che fu uno dei punti più sfruttati della propaganda nazista nei suoi rapporti con la Chiesa cattolica, la Nota affermava: «Il fatto che simili errori [dottrinali] si trovino anche nelle file di fronti di difesa, che dimostrano una tendenza generale antibolscevica, non può costituire un lasciapassare per la tolleranza o la dimenticanza da parte del supremo magistero ecclesiastico». Circa poi l'accusa fatta dalla Nota tedesca alla Gerarchia cattolica di ostinarsi a non comprendere la mentalità nazionalsocialista, il card. Pacelli afferma: «La Santa Sede, che mantiene rapporti amichevoli, corretti o per lo meno tollerabili con Stati dell'una e dell'altra forma o tendenza costituzionale, non si intratterrà mai nella questione, quale concreta forma di Stato un determinato popolo voglia considerare come la più conveniente alla sua natura e ai suoi bisogni»; essa insomma giudica l'autorità pubblica non in riferimento al suo statuto costituzionale o altro, ma soltanto in riferimento alla sua osservanza della legge di Dio. La Nota terminava chiedendo al Governo tedesco di offrire precisi segnali di riconciliazione e di voler fattivamente adempiere gli impegni concordatari.
Prima ancora che l'enciclica papale fosse letta in tutte le chiese della Germania, alcuni giornali filo nazisti partirono all'attacco del Concordato e della politica ecclesiastica condotta in quegli anni dalla Santa Sede nei confronti del Reich. Molto scalpore produsse un articolo, del 22 marzo, del Vökischer Beobachter, organo ufficioso del partito nazionalsocialista, che fu ripreso da molti giornali tedeschi e austriaci e da gran parte della stampa europea. Lo stesso mons. Orsenigo ne spedì immediatamente una copia in Vaticano, temendo che si fosse ormai prossimi alla denuncia ufficiale del Concordato da parte del Governo tedesco. L’articolo infatti, dopo aver criticato alcuni importanti punti dell'accordo tra Santa Sede e Terzo Reich, affermava che esso - essendo cambiate sotto il profilo storico-politico le circostanze che lo avevano posto in essere - doveva ritenersi decaduto in base al principio rebus sic stantibus e che quindi doveva essere messo da parte. L'opinione contraria «è quella sostenuta dagli ecclesiastici che osano ricordare allo Stato i suoi doveri di essere fedele agli obblighi assunti, ma la fedeltà tedesca può significare solo fedeltà al popolo tedesco e non a trattati che si oppongono al bene nazionale e del sistema statale».
L’articolo fece cattiva impressione negli ambienti della diplomazia, come si legge anche nelle Relazioni dei Nunzi inviate in quei giorni in Vaticano. Dai diplomatici fu interpretato, e non senza ragione, come se le autorità del Reich in avvenire non intendessero più rispettare quegli accordi internazionali che ritenevano contrari agli interessi particolari della Germania. In realtà, tale principio, che colpiva tutto il sistema delle relazioni internazionali fino a quel momento vigente in Europa, fu una sorta di ballon d'essai, studiatamente lanciato dalle autorità tedesche per far capire ai Governi e all'opinione pubblica europea che d'ora in avanti anche in ambito internazionale le cose sarebbero andate in modo diverso dal passato. Minacciando di colpire il Concordato, sul presupposto che esso non corrispondesse più agli interessi della nazione, il Governo tedesco, in realtà, intendeva contemporaneamente lanciare un preavviso a tutti i Governi europei sulla sua intenzione di recuperare tutti i territori tedeschi sottrattigli nel 1919 dall'accordo di pace di Versailles e di espandere a Est il proprio spazio vitale, ripagandosi così delle colonie toltegli in quelle assise.
In realtà, non si arrivò alla denuncia ufficiale del Concordato, mentre invece ebbero seguito (e soltanto nel giro di appena un anno) gli ambiziosi progetti di conquista territoriale (Austria, Sudeti) poco tempo prima soltanto vagheggiati dalle autorità del Reich. La parte più moderata del partito nazionalsocialista era contraria a una denuncia del Concordato; riteneva infatti che questo potesse essere ancora sfruttato per ricattare la Santa Sede e per tenere legata a sé quella parte di clero cattolico «non politicizzato», interessato a beneficiare del sussidio statale. I nazionalsocialisti intransigenti o «radicali» (Goebbels, Rosenberg, Heydrich) continuarono invece, anche attraverso i loro giornali, la battaglia contro il Concordato e contro la Chiesa cattolica, ritenuta, insieme agli ebrei e ai comunisti, nemica irriducibile dello Stato nazionalsocialista. Hitler, però, ritenne più conveniente alla realizzazione dei suoi piani l'indirizzo suggeritogli dai moderati: perché infatti annullare un accordo internazionale, che poteva ancora essere utile al Reich, quando si poteva benissimo continuare a violarlo impunemente, visto che la Santa Sede non faceva nulla per denunciarlo pubblicamente? La Mit brennender Sorge, però, inaspettatamente, mise in crisi tale teorema, e per un momento sembrò che Hitler si andasse orientando in questa materia secondo il pensiero dei «radicali». Un’enciclica papale denunciò apertamente davanti al mondo quelle violazioni del Concordato che le autorità naziste volevano tenere nascoste: tutti dovevano sapere che il Governo tedesco non onorava i suoi patti.

La ricezione dell'enciclica in ambito internazionale

Un’enciclica, pur essendo indirizzata a una sola nazione, la Germania, e pur trattando esclusivamente di materie attinenti alla sfera religiosa, ebbe una vasta eco a livello internazionale. I maggiori osservatori politici occidentali guardarono con grande attenzione al modo in cui il Governo del Reich reagì alle denunce papali, che toccavano punti essenziali della dottrina nazionalsocialista e del suo sistema di rieducazione delle masse, soprattutto giovanili: per essi ciò rappresentò una sorta di banco di prova sulla forza e sulla reale tenuta della politica hitleriana e, più in particolare, sulla sua capacità di gestire una crisi (quella con la Santa Sede) che non riguardava soltanto aspetti di politica interna - sebbene toccasse direttamente circa 27 milioni di cattolici tedeschi -, ma anche i buoni rapporti che il Reich intratteneva con diverse grandi nazioni cattoliche, che avevano interesse a non mettere in crisi i loro rapporti con la Santa Sede. L’enciclica insomma fu recepita a livello internazionale non soltanto per il suo contenuto religioso e dottrinale, ma anche per le implicazioni politiche che comportava. Nessun altro documento papale, neppure l’enciclica contro il comunismo pubblicata poco tempo prima, aveva ricevuto in quegli anni un'attenzione così grande da parte della stampa e della diplomazia internazionale. Dalle numerose relazioni inviate dai Nunzi alla Segreteria di Stato si evince chiaramente che l'accoglienza riservata alle parole del Papa nel singoli Stati, anche cattolici, dipendeva esclusivamente dal fatto che questi fossero alleati o meno della Germania. Fu il criterio politico e non quello dottrinale religioso che questa volta determinò la misura dell'accoglienza del messaggio papale. Esso fu accolto favorevolmente e ampiamente diffuso nei Paesi retti da Governi democratico liberali (in passato non troppo benevoli nei confronti della Santa Sede), come la Francia, la Gran Bretagna, il Belgio, gli Stati Uniti ecc., mentre fu accolto con grande freddezza e commentato a volte con dure parole di critica da parte dei Paesi retti da regimi autoritari o in ogni caso alleati con la Germania, quali l'Italia, la Polonia, la Romania, la Bulgaria ecc.

In Germania il primo commento di parte governativa sulla Mit brennender Sorge fu quello dell'agenzia Deutsche diplomatische politische Korrespondenz, la quale il 25 marzo diramò un comunicato ufficioso che fu ripreso da diversi giornali tedeschi e anche italiani. Esso in sostanza riprendeva quanto era stato pubblicato il 22 sul Völkischer Beobachter e definiva scandaloso e contrario alle regole del diritto internazionale il fatto che, mentre le trattative per la «chiarificazione dei problemi in discussione» dal contraente tedesco erano seguite per via diplomatica, il contraente vaticano all'opposto facesse conoscere all'opinione pubblica mondiale, in un modo sorprendentemente calcolato, le differenze attualmente esistenti tra le parti, e in una maniera tale che la responsabilità della non lealtà e con essa l'origine delle difficoltà esistenti venisse ingiustamente gettata sull'altro contraente. «Da parte ecclesiastica - continuava il comunicato - si è sempre fatto uso del Concordato in un modo che non corrisponde affatto allo spirito dell'accordo stesso. Sotto la protezione di questo strumento si è spesso approfittato per tenere dai pulpiti delle polemiche fornendo agli avversari del Reich materiale sovente tendenzioso contro il popolo e contro la Patria. Se si esamina dunque l'enciclica papale nelle sue origini e nei suoi effetti, non si può definirla né felice né utile allo scopo. Il Reich deve giudicarla alquanto ostile, poiché da essa si potrebbe anche dedurre l'intenzione di voler inculcare in una parte del popolo tedesco sospetti e avversione contro il proprio Governo».
In Italia, principale alleato della Germania, si seguì invece la politica del doppio binario: il Governo fascista non si oppose al fatto che i giornali e le riviste cattoliche pubblicassero in tutto o in parte l'enciclica, ma impose ai giornali filo governativi di farne soltanto un breve cenno e permise, anzi auspicò, che essa fosse criticata secondo i criteri divulgati dalla stampa tedesca. Emblematico su questo punto fu il caso del Messaggero di Roma, giornale non direttamente legato al partito, sul quale però non fu autorizzata la pubblicazione nell'edizione romana di nessuna sintesi dell'enciclica e neppure del comunicato ufficiale della Santa Sede, diramato il 24 marzo dall'agenzia Stefani. Anche in Polonia, nazione cattolica ma governata da un partito autoritario di destra, l'enciclica non ebbe «buona stampa». Il suo contenuto, scrisse il Nunzio a Varsavia in un Rapporto inviato alla Segreteria di Stato, fu strumentalizzato dai vari partiti a fini di politica interna, mentre la stampa filo governativa, legata alla Germania, riportò soltanto gli scarni comunicati di agenzia. Soltanto i giornali controllati dagli ebrei ebbero parole di elogio per l'enciclica papale, in quanto essa condannava «l'hitlerismo e l'antigiudaismo». Anche in Ungheria e Romania, Paesi che ruotavano entro l'orbita tedesca, l'enciclica fu boicottata secondo i desideri di Berlino. Scriveva a questo proposito il nunzio in Ungheria, mons. A. Rotta: «I giornali governativi [...] dell'enciclica hanno dato, senza alcun commento, dei sunti brevi e con parole non sempre esatte. La ragione di tale condotta dei giornali governativi si spiega non già perché in cuor suo questo Governo sia tenero con le idee hitleriane, di cui piuttosto teme la diffusione che qui in Ungheria si tenta di fare in larga scala, ma per ragioni di opportunità politica per i legami che lo stringono a Berlino».
Un'altra nazione confinante con la Germania, e verso la quale il Reich tedesco aveva ormai orientato le sue mire espansionistiche, cioè l'Austria - governata da una coalizione di partiti cattolico nazionalisti, ma nella quale il nazismo guadagnava pericolosamente di giorno in giorno sempre più consensi - accolse invece l'enciclica papale con grande entusiasmo. Mons. G. Cicognani, nunzio a Vienna, scriveva in un suo Rapporto: «L'enciclica ha avuto larga diffusione, molti quotidiani di diverso colore politico ne hanno pubblicato un largo sunto e hanno dato commenti sereni e pieni di deferenza». Il Der Wiener Tag, importante giornale di sinistra, il 23 marzo scriveva a proposito della Mit brennender Sorge: «Ciò che eccita Berlino contro l'enciclica non sono tanto le accuse di inosservanza che gli vengono fatte, quanto piuttosto la condanna dell'ideologia della razza e del sangue. Il Papa condanna l'antisemitismo di razza, che è il primo capitolo della dottrina nazionalsocialista, e inoltre condanna la deificazione dello Stato e del concetto di popolo e di patria. Un accordo tra questi due punti di vista non è possibile». Questi temi furono ripresi anche da altri giornali e non soltanto austriaci.
Buona accoglienza ebbe inoltre l'enciclica nei Paesi del cosiddetto «blocco democratico liberale». In Francia, come anche in Belgio e in Olanda, essa fu commentata positivamente e non solo dalla stampa cattolica. «Tutti i giornali scriveva in Vaticano il nunzio mons. Valeri senza eccezione […] ne fanno cenno e ne riportano i punti più salienti. Gli spiriti poi più equanimi vi hanno visto la perfetta imparzialità con cui il Santo Padre presiede ai destini della Chiesa». Secondo alcuni commentatori politici la situazione religiosa in Germania, anche dopo l'enciclica, non sarebbe cambiata di molto, e Hitler avrebbe continuato a perseguitare il clero e le associazioni cattoliche. Scriveva su questo punto il 25 marzo Le Petit Journal: «Hitler tenterà di persistere nella tattica finora seguita. Continuerà a violare tranquillamente il Concordato senza denunciarlo di diritto, perché la rottura sarebbe disastrosa così per la politica austriaca del Reich che per la sua azione nella Spagna cattolica. Ma se le persecuzioni continueranno contro quelli che sono ancora fedeli alla Chiesa, il Vaticano non può non reagire ancora». Queste idee erano pienamente condivise anche dai giornali britannici, che plaudivano per la coraggiosa lettera del Papa. Secondo il quotidiano londinese Manchester Guardian, «l’enciclica è un potente documento». Quali saranno, esso si chiedeva in un articolo del 23 marzo, le conseguenze di questa offensiva condotta dalla Santa Sede? Non sono prevedibili con precisione, rispondeva l'articolista, ma non è da ammettere - continuava - che lo Stato germanico ceda semplicemente. É possibile invece che esso diventi più circospetto, nel senso che difficilmente si metterà ora in aperto contrasto con la Chiesa cattolica. «Potrà con discrezione mostrare la sua fermezza: per esempio lasciando solo l'alto clero e accontentandosi di arrestare qualcuno del basso clero e laici eminenti. Ma è certo che il conflitto continuerà e per il momento non si vede, quando potrà finire».
L’enciclica ebbe una vasta ripercussione anche oltreoceano sia nell'America del Nord, a maggioranza protestante e tradizionalmente non troppo ben disposta nei confronti di Roma, sia in quella del Sud a maggioranza cattolica. La Relazione inviata in Vaticano da mons. A. Cicognani, rappresentante della Santa Sede negli Stati Uniti, esprime con tono entusiastico l'accoglienza che l'enciclica aveva ricevuto in un Paese a maggioranza protestante: «Il documento pontificio ha ricevuto dalla stampa americana ampia diffusione ed è stato altamente apprezzato. La grande maggioranza delle pubblicazioni è stata particolarmente favorevole all'enciclica». In America Latina l'enciclica fu accolta favorevolmente in quasi tutti gli Stati. Anzi ci fu una proposta avanzata dall'ex ambasciatore cileno presso la Santa Sede, M. Cruchaga Tocornal, circa il progetto di un'azione comune degli Stati latino americani presso il Governo del Reich in appoggio alle proteste della Santa Sede in ordine alle violazioni del Concordato. Il nuovo ambasciatore cileno presso la Santa Sede, Porto Suego, si mise subito all'opera, «ma contrariamente alla speranza del ministro non trovò appoggio nei colleghi, che si mostrarono in generale freddi o contrari al progetto e si vide così costretto a desistere da tale passo».
La Mit brennender Sorge fu una delle prime encicliche papali ad avere una risonanza realmente mondiale, anche se per motivi politici; essa fu uno dei primi atti pontifici che superò le frontiere del mondo cattolico: fu letta da credenti e non credenti, da cattolici e protestanti, anzi per la prima volta questi ultimi tributarono a un documento papale riconoscimenti pubblici impensabili fino a poco tempo prima. Secondo un prestigioso giornale protestante olandese, l'enciclica «varrebbe» anche per i riformati, «perché in essa il Papa non si limita a difendere i diritti dei cattolici, ma quelli della libertà religiosa in generale». Certamente la Mit brennender Sorge fu recepita diversamente secondo la sensibilità e la cultura politica di coloro che la lessero. Sta di fatto però, come abbiamo rilevato, che essa fu generalmente interpretata non soltanto come un atto di protesta della Santa Sede per le continue violazioni del Concordato da parte del Governo tedesco, o come una sconfessione dottrinale degli errori del nazionalsocialismo, ma soprattutto come un atto di denuncia del nazismo stesso e del suo Führer, e questo i gerarchi del Reich lo capirono immediatamente. É vero che essa non menziona mai né il nazionalsocialismo né Hitler, ma, andando oltre la superficie «letterale» del documento, è facile cogliere dietro ogni periodo, dietro ogni pagina un autentico atto di accusa contro il sistema hitleriano e contro le sue teorie razziste e neopagane. Ciò certamente non sfuggi alla gran parte dei lettori del documento papale; esso rimane perciò una delle maggiori e più coraggiose testimonianze di denuncia della barbarie nazista, pronunciata autorevolmente dal Vescovo di Roma quando ancora gran parte del mondo politico europeo guardava a Hitler con un misto di ammirazione, sorpresa e paura.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:40:46
Cinghia,
a) poco prima in Germania c'erano state elezioni democratiche e Hitler non ancor manifestava la sua virulenza.
b) si comprende che ogni volta che compare un Concordato e una Chiesa "vomiti" ma stai tranquillo: la storia è questa.
c) se tu fossi vissuto nel 1933 che facevi? avevi la palla magica e già vedevi Hither fare furore?
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:39:11

Pio XII alias Eugenio Montini



Spiegati urgentemente per favore!


Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:36:22
Tornelli nel suo libro riporta che il 28 maggio, cioè due mesi e mezzo dopo l’Enciclica, anche il ministro della propaganda Goebbels sparò a zero sulla Chiesa denunciando «i delitti contro natura (che) sono ormai praticati in massa nei conventi» e la «generale decadenza morale” del clero che avveniva – a suo dire - “in una misura così spaventevole e scandalosa quale quasi mai si era verificata nell’intera storia della cultura dell’umanità».
Goebbels annunciò che la Chiesa cattolica in Germania sarebbe scomparsa «nel fango e nella vergogna». In effetti oggi sappiamo che dopo la “liquidazione” degli ebrei l’intento di Hitler era liquidare la Chiesa (e il massacro dei preti, a migliaia, era già cominciato).
Il nazismo si oppone in toto al cristianesimo tornando agli dèi pagani del sangue e della razza tentando di distruggere la figura di Gesù: Rosenberg nel “Mito del XX secolo” ne fa un ariano, denuncia l’origine truffaldina della Chiesa fondata, dice lui, su personaggi di «razze inferiori» (come «il rabbino» Paolo) e attacca il papa come «uno stregone». Conclude: «la peste giudeo-cristiana deve perire». E in quel periodo, quando non ancora Hitler scaricava la su afuria omicidia insieme ai suoi prodi, un po' più ad Est già c'era qualcun altro che aveva iniziato a purgare i contadini. Si poteva già avere orrore per quel tipo di regime? Si poteva già avere un'idea un po' più quadrata di quel regime prima che il nazismo scatenasse l'inferno?
Questa senza nulla togliere alle ambigutà (ove presenti), ai chiaroscuri (sempre presenti), ai periodi nebuolosi (inevitabili) della storia della Chiesa cattolica.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:34:59
Scusate, per curiosità, agli storici di questo forum pongo le seguenti semplici domande. Ma quando nell'estate del 1934 fu firmato il Concordato tra la Germania e la Chiesa chi era al Potere in Germania? E chi era il Papa?
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 14:27:26
L'attivismo a fine Guerra non era per imbarcarsi ma per evitare che i pur barbari nazisti facessero la fine di Saddam: avere la testa mozzata. Si sa che nel dopoguerra o giù di lì non si ragiona. Se l'imbarcarsi fosse seguito a questo meglio questo che la testa mozzata.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 13:01:49
La polemica sui rapporti tra papato (quanto stavano avanti nel medioevo ) e nazismo è da imputare forse più a Pio XII alias Eugenio Montini, infatti il nazismo mostrò il suo vero volto proprio dal 39 in poi.
Montini comunque lo si voglia giudicare ebbe sempre un approccio ambiguo con il nazismo: condannò, ma condannò blandamente, d'altro canto aprì i monasteri e le parrocchie di Roma agli ebrei durante gli infernali giorni della deportazione. Hitler nel 39 affermò che il suo candidato al soglio di pietro era proprio Montini, ma nel 44 aveva dato ordine ai commandos di tenersi pronti a rapire "quello" e trasferirlo in baviera.
Montini odiava il comunismo con tutto se stesso, nel 33 era nunzio apostolico a Berlino e la nunziatura fu assediata per 3 giorni dai comunisti, facendolo letteralmente morire di paura, quindi probabilmente aveva visto in Hitler quello che tra l'altro avevano visto in molti, un argine contro il bolscevismo, ma poi evidentemente si era reso conto di chi fosse veramente il caporale, soprattutto grazie al coraggio dell'Arcivescovo di Monaco Muster, ma non si decise mai a schierargli contro tutta la chiesa, lasciando libertà di coscienza a cardinali, vescovi e preti, che infatti si divisero nettamente tra antinazisti alla Muster e filo nazisti come il vescovo di praga o i preti croati.
Probabilmente tra il 43 e il 44 scelse l'alleanza strategica con gli americani e in quest'ottica va inquadrato anche l'attivismo della chiesa alla fine del conflitto per permettere ai criminali di guerra di imbarcarsi per il sudamerica, dove gli americani potevano tenerli sotto controllo con comodo.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 12:37:48
Bak, credimi: ho scritto la cosa per non fare nessun tipo di polemica. Solo a carattere informativo-documentale. Nè per polemizzare né per convincere chicchesia. Nè per provocare. Saluti.

Intanto, alla “Mitt Brenner Sorge” la reazione dei nazisti fu furibonda. Il “Volkischer Beobachter” sparò a zero su “il Dio giudeo e il suo vicario a Roma”.
C’è un libro interessante al riguardo. L’ha scritto Andrea Tornelli. Egli scrive che «un’altra replica dei nazisti è la ripresa dei procedimenti penali contro il clero cattolico sulle violazioni delle leggi riguardanti la valuta e su crimini di natura sessuale».
E il 1° maggio n pompa magna scende direttamente in campo (un precursore del Nostro?) l’eletto democratico Hitler contro l’ “ingerenza” politica della Chiesa: «Noi non possiamo sopportare che quest’autorità, che è l’autorità del popolo tedesco, venga attaccata da chicchessia. Questo vale per tutte le chiese. Fintanto che esse si occupano dei loro problemi religiosi» tuona il despota «lo Stato non si occupa di loro. Ma quando esse tentano… di attribuirsi dei diritti che competono esclusivamente allo Stato, noi le reprimeremo entro i confini dell’attività spirituale di cura d’anime che loro spetta.
E non è neppure giusto» inveiva Hitler «che da tale parte si elevi la critica contro la morale di uno Stato, proprio quando esse avrebbero motivi più che sufficienti di occuparsi della propria moralità». Il Baffuto iniziò da allora a dare lezioni di moralità alla bimillenaria storia ecclesiastica.
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 11:57:32
mica nessuno contesta l'esistenza di qs enciclica..anzi mi risulta ke in seguito se ne fece una ancora + di condanna, ma ke poi fu lasciata perdere...che sai su questo?
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 10:27:14
e che paio di coglioni
Messaggio del 06-09-2007 alle ore 10:26:05
Il 14 marzo 1937 papa Pio XI emanò l’enciclica “Mi brennender Sorge”, in lingua tedesca per denunciare gli errori e l’orrore della Germania nazista, in particolare il concetto di “razza” su cui si fondava il nuovo regime. Il papa – in nome del “diritto naturale” – arriva ad affermare che la coscienza non deve sentirsi vincolata da leggi ingiuste: «quelle leggi umane che sono in contrasto insolubile con il diritto naturale, sono affette da vizio originale, non sanabile né con le costrizioni né con lo spiegamento di forza esterna».

Nuova reply all'argomento:

CHIESA E NAZISMO

Login




Registrati
Mi so scurdate la password
 
Hai problemi ad effettuare il login?
segui le istruzioni qui

© 2026 Lanciano.it network (Beta - Privacy & Cookies)