Cultura & Attualità
Carneade nei "Promessi Sposi"
Messaggio del 18-08-2006 alle ore 00:01:34
«Carneade! Chi era costui?», si domanda Don Abbondio, muovendo, passo dopo passo, verso l'appuntamento coi bravi di Don Rodrigo, mentre questi lo attendono per comunicargli, sibillini, le desiderata del loro padrone.
Carneade non fu uno sconosciuto, ai suoi tempi: filosofo scettico e retore coinvolgente, fece parte di un'ambasceria inviata dagli ateniesi a Roma; e qui, in due giorni, tenne due orazioni, con argomentazioni opposte, con tale bravura da suscitare l'ammirazione e il plauso dei romani che assistettero ai suoi discorsi. Ma così facendo scatenò anche l'ostilità di un conservatore quale fu Catone Maggiore, che sosteneva che "Graecas litteras cognoscendas, non probandas"; e avvenne così che i legati greci furono allontanati da una Roma che non poteva tollerare che la cultura tradizionale venisse intaccata e che la retorica inquinasse gli animi dei giovani. O forse da una Roma che si stava affacciando su un mondo che l'avrebbe distrutta, cancellando le fondamenta della sua civiltà, attraverso un relativismo denerbato.
C'è qualcosa che unisce lo scettico Carneade e l'ondivago Don Abbondio; e non potrebbe essere altrimenti, a meno che non pensiamo che il nome del filosofo sia piovuto tra le righe di Manzoni per puro caso, per quello stesso puro caso per cui Don Abbondio se lo ritrova scritto davanti e impresso nella mente.
Carneade è, nel suo scetticismo filosofico, nella sua oratoria ambigua, una figura, in un certo qual senso, speculare a quella di Don Abbondio. Attenzione! Si legga speculare! Appare, il pretone bonaccione, un poco meschino, come un parto sbiadito dell'altro. L'accostamento è ironico, ovviamente, ma c'è una somiglianza, e sta nell'ambiguità dell'uno, che esprime una sua convinzione, a prescindere dal merito della sua bontà o meno; e dell'altro, che si difende da un mondo ostile, che lo fa oggetto di minacce.
Don Abbondio, dunque, chiamando Carneade, chiama se stesso; e nel contempo fa se stesso oggetto di ridicolo, poiché, nella sua maldestra memoria esprime chiaramente la natura dello scarto tra il filosofo e il curato: per dirla altrimenti, con una similitudine, come nello specchio è l'aspetto piatto dell'immagine che esprime lo scarto tra essa immagine e l'originale che si specchia, così è Don Abbondio stesso che esprime da sé lo scarto tra la sua ambiguità, meschina, e quella, di natura filosofica e ideologica, di Carneade.
E ciò mi significa che, mentre per alcuni l'espediente dell'ignoranza veniva usato da Manzoni per determinare Don Abbondio, è la figura di Carneade che lo determina, mentre l'ignoranza del religioso precisa l'esatta portata di questa determinazione.
«Carneade! Chi era costui?», si domanda Don Abbondio, muovendo, passo dopo passo, verso l'appuntamento coi bravi di Don Rodrigo, mentre questi lo attendono per comunicargli, sibillini, le desiderata del loro padrone.
Carneade non fu uno sconosciuto, ai suoi tempi: filosofo scettico e retore coinvolgente, fece parte di un'ambasceria inviata dagli ateniesi a Roma; e qui, in due giorni, tenne due orazioni, con argomentazioni opposte, con tale bravura da suscitare l'ammirazione e il plauso dei romani che assistettero ai suoi discorsi. Ma così facendo scatenò anche l'ostilità di un conservatore quale fu Catone Maggiore, che sosteneva che "Graecas litteras cognoscendas, non probandas"; e avvenne così che i legati greci furono allontanati da una Roma che non poteva tollerare che la cultura tradizionale venisse intaccata e che la retorica inquinasse gli animi dei giovani. O forse da una Roma che si stava affacciando su un mondo che l'avrebbe distrutta, cancellando le fondamenta della sua civiltà, attraverso un relativismo denerbato.
C'è qualcosa che unisce lo scettico Carneade e l'ondivago Don Abbondio; e non potrebbe essere altrimenti, a meno che non pensiamo che il nome del filosofo sia piovuto tra le righe di Manzoni per puro caso, per quello stesso puro caso per cui Don Abbondio se lo ritrova scritto davanti e impresso nella mente.
Carneade è, nel suo scetticismo filosofico, nella sua oratoria ambigua, una figura, in un certo qual senso, speculare a quella di Don Abbondio. Attenzione! Si legga speculare! Appare, il pretone bonaccione, un poco meschino, come un parto sbiadito dell'altro. L'accostamento è ironico, ovviamente, ma c'è una somiglianza, e sta nell'ambiguità dell'uno, che esprime una sua convinzione, a prescindere dal merito della sua bontà o meno; e dell'altro, che si difende da un mondo ostile, che lo fa oggetto di minacce.
Don Abbondio, dunque, chiamando Carneade, chiama se stesso; e nel contempo fa se stesso oggetto di ridicolo, poiché, nella sua maldestra memoria esprime chiaramente la natura dello scarto tra il filosofo e il curato: per dirla altrimenti, con una similitudine, come nello specchio è l'aspetto piatto dell'immagine che esprime lo scarto tra essa immagine e l'originale che si specchia, così è Don Abbondio stesso che esprime da sé lo scarto tra la sua ambiguità, meschina, e quella, di natura filosofica e ideologica, di Carneade.
E ciò mi significa che, mentre per alcuni l'espediente dell'ignoranza veniva usato da Manzoni per determinare Don Abbondio, è la figura di Carneade che lo determina, mentre l'ignoranza del religioso precisa l'esatta portata di questa determinazione.
Nuova reply all'argomento:
Carneade nei "Promessi Sposi"
Registrati
Mi so scurdate la password
Hai problemi ad effettuare il login?
segui le istruzioni qui
