Cultura & Attualità

Al di l� del Tevere
Messaggio del 27-08-2004 alle ore 19:20:52
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(cirt tifun!)
Messaggio del 02-08-2004 alle ore 17:00:26
GIOVANNI SPADOLINI A dieci anni dalla morte, l’attualità della sua lezione su Stato e Chiesa


Se il «Tevere più largo» rompe gli argini


«Il Tevere più largo». Questo il titolo del «fondo» di Spadolini sul Resto del Carlino del 13 settembre 1958. Quindici giorni prima, Giovanni XXIII aveva sostituito Eugenio Pacelli sul trono papale e l’allora direttore del quotidiano bolognese prendeva lo spunto da un telegramma di risposta del nunzio apostolico agli auguri di Malagodi e della direzione del Pli per il pontefice, nel quale Roncalli non aveva esitato a impartire loro la «benedizione apostolica». Per Spadolini quel segnale significava «il superamento dei fossati del Sillabo , la vittoria sui rancori e sui risentimenti del passato». Anche altri sintomi segnalavano, a suo avviso, il revirement della politica vaticana, che egli da storico ricollegava alla svolta «conciliatorista» di Pio X. Un revirement che battezzò, appunto, con la formula che ha avuto larghissima fortuna: «Un Tevere sempre più largo e profondo tra le due Rome». Ripubblicando quel testo nel 1967 in una raccolta di scritti così intitolata, richiamava una serie di altri interventi giovannei sulla medesima linea (rispondendo all’indirizzo di Fanfani in occasione del centenario post unitario, il Papa aveva parlato del Risorgimento come evento «provvidenziale») insieme al discorso dell’allora cardinale Montini in Campidoglio su Roma capitale. Si augurava, anche, che nessuno dovesse più dire quanto De Gasperi aveva scritto a Spadolini nel 1954: «Quanti, quanti steccati ancora da abbattere». Quarant’anni dopo, intervenendo sul Corriere del dicembre 1995, il cardinale Ruini, presidente della Cei, tornerà ancora ad auspicare il superamento degli steccati storici.
Singolare ventura quella di Giovanni Spadolini: studioso profondo e storico di «prima mano» dei rapporti tra le due rive del Tevere, si trovò da leader repubblicano, prima, da presidente del Consiglio, poi, a essere, con Bufalini, Arfè, Andreotti e Gonella, uno dei principali attori della lunga vicenda della riforma dei Patti Lateranensi - iniziata nel lontano 1965 - nella quale il governo Moro-La Malfa, che lo vide ministro, e il governo da lui stesso presieduto, nel 1981-82, ebbero un ruolo decisivo. Una vicenda tormentata, però, al di là degli steccati «storici», da non poche nuove occasioni di scontro tra le due Rome: divorzio e aborto, con i relativi referendum, riforma del diritto di famiglia, incidente Ior e altre minori tensioni.
I molti scritti di Spadolini con i documenti dell’ambasciatore Pompei, consigliere di Moro, e con le «agende» di monsignor Bartoletti, segretario della Cei, consentono una ricostruzione sufficiente e una valutazione complessiva di quella difficile fase della politica italiana, durante la quale le due rive del fiume si erano pericolosamente riavvicinate. Quello che va, peraltro, sottolineato, a dieci anni dalla sua scomparsa, è la rilevanza del progetto di nuovo concordato che il presidente del Consiglio Spadolini fece predisporre, tra il febbraio e il giugno 1982, da una commissione governativa di esperti (uno dei quali, però, espressamente indicato dal cardinale Casaroli) e che egli si proponeva di negoziare conclusivamente e personalmente con la Santa Sede. L’inasprirsi dei contrasti tra governo e Vaticano per la questione del Banco Ambrosiano/Ior rese impraticabile questo percorso. Ma, quando, all’indomani della firma dell’accordo concordatario del 1984 da parte di Bettino Craxi e del cardinale Casaroli, Spadolini decise di rendere pubblico il suo progetto, tenne a sottolineare che, senza il passaggio del 1982, «sarebbe stato impossibile arrivare alle conclusioni ratificate il 18 febbraio 1984» e che «le linee principali indicate dal presidente Craxi ricalcano spesso testualmente le linee delle conclusioni» raggiunte durante il suo governo.
Certo, senza le riforme del decennio 1974-84 e senza la modifica dei Patti del 1929, sarebbe oggi impossibile alla sinistra democratica incorporare forze laiche e cattoliche ed elaborare programmi comuni in quello spirito dialettico senza confusioni che Spadolini aveva immaginato fin dal 1958, battendosi per un «Tevere più largo» contro la «Repubblica conciliare».
Ma, di fronte alla situazione odierna della vita pubblica, verrebbe da chiedersi se, in ultima analisi, non sia stata proprio la caduta degli steccati a depotenziare, su tutte e due le rive del Tevere, la tensione etica e intellettuale che il grande scontro e le reciproche scomuniche tra Chiesa e liberalismo laico avevano prodotto e perpetuato fino al terz’ultimo decennio del secolo scorso. A quasi centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, si può, forse, avere qualche nostalgia dei tempi dei forti, aperti e leali contrasti, gestibili con il rispetto reciproco e la necessaria dialettica. Gli è che il Tevere sembra aver rotto gli argini e che i suoi rivoli corrono ormai senza controllo al di fuori dell’alveo, con il rischio di compromessi e confusioni che non giovano a nessuna delle due sponde del fiume che divide, da più di un secolo, le due Rome.

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