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Città | Miracolo Eucaristico  
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Incomprensioni 

Migliori auspici non sarebbero stati possibili per la nuova chiesa di S. Francesco, ma due motivi, sollevati dal clero, (uno giuridico e palesato, l’altro di interesse e non confessato) di fronte al tenace attaccamento dei frati minori alla chiesa di S. Legonziano, diedero luogo a una lunga controversia, turbando talmente i rapporti tra i religiosi e il clero locale da incomodare ripetutamente il Sommo Pontefice. Per mettere a nudo e comprendere le giuste motivazioni addotte, o supposte tali, occorre valutare serenamente le due opposte posizioni. Secondo il clero secolare, Landolfo, eletto vescovo di Chieti, prima di assumere il possesso della Diocesi e senza il consenso dei canonici, non poteva fare ai frati la concessione in perpetuo della chiesa di S. Legonziano. Questo forniva la fattispecie giuridica al suo successore Alessandro di Capua, eletto il 24 agosto 1254, di impugnare l’atto di donazione, pur confermato dal Pontefice.

Alla pretesa giustificazione legale, però, veniva aggiunta la maliziosa insinuazione che i frati avevano potuto ottenere tale concessione "tacendo la verità", in quanto non avevano fatto notare a Landolfo e a papa Innocenzo IV che la chiesa di S. Legonziano era parrocchia ed aveva cimitero e possedimenti. Non solo, ma per riavere la chiesa di S. Legonziano, il nuovo vescovo eletto ed il clero arrecavano molestie di vario genere ai frati, ai loro benefattori e "a coloro che accedono alla Chiesa dei Frati". Questo abnorme comportamento mascherava il motivo recondito del dissidio: la chiesa di S. Legonziano era situata in zona nodale di sicuro sviluppo, mentre tutto il rimanente clero lancianese restava coartato nelle altre cinque miniparrocchie esistenti nell’esiguo perimetro di Lancianovecchia.

D’altro canto, i frati, che ritenevano fermamente valida la donazione della chiesa di S. Legonziano ricevuta dall’arciprete, poi confermata in iscritto dal vescovo Landolfo e dal papa Innocenzo IV, ricorsero al loro protettore cardinale Rinaldo, diventato papa Alessandro IV. Essi rinunciavano spontaneamente al titolo, ai diritti e benefici della parrocchia, ai suoi possedimenti ed al cimitero, ma ritenevano per sè la chiesa di S. Legonziano, luogo del Miracolo Eucaristico, posta a base dell’abside della nuova chiesa di S. Francesco. Nonostante l’esplicitazione di tanto altruismo e generosa spogliazione, apparentemente si riscontrava nei Frati un atteggiamento che contrastava con alcune norme volute dal Poverello di Assisi, massimamente rispettoso delle locali autorità ecclesiastiche, fino a disporre: "i Frati non predichino nella diocesi di alcun Vescovo, qualora dallo stesso Vescovo fosse loro proibito".(11)

Sotto la fattispecie giuridica si è scoperto il reale movente economico dell’eletto vescovo Alessandro di Capua: le giuste esigenze di sostentamento per il clero lancianese. Ora è pure doveroso scovare la ragione che si nascondeva sotto quell’ostinato attaccamento dei frati ad un luogo sacro, contro il volere del nuovo vescovo. Innanzitutto potrebbe mettere in sospetto il fatto che i frati abbiano chiesto ed ottenuto, il 25 marzo 1252, l’indulgenza di quaranta giorni per i propri sostenitori fino al completamento della chiesa di S. Francesco e il mese successivo le conferme episcopale e pontificia della donazione della preesistente chiesa di S. Legonziano. Ogni supposizione, però, deve cedere il passo alla verità. Conosciamo l’equilibrata soluzione suggerita al culmine della contesa, nel 1257, dal papa Alessandro IV, al vescovo di Chieti Alessandro ed al clero di Lanciano di riprendersi tutto ciò a cui i frati avevano rinunciato, ma non la chiesa di S. Legonziano a cui non rinunciavano. L’intervento papale, oltre a precisare l’oggetto del contendere e restituire al clero tutti i benefici economici, ripeteva che dalla S. Sede la chiesa di S. Legonziano era stata concessa in perpetuo ai frati(12).

 

(11) FONTI FRANCESCANE, cit., p. 128.

(12) G.SBARAGLIA, BULLARIUM FRANCISCANUM, II, pp.202-203, n.307.




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